5 famosi errori giudiziari italiani

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5 famosi errori giudiziari italiani BEST5.IT 2016-12-09 15:32:55
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La giustizia in Italia non sempre funziona come dovrebbe.

Che è lenta, troppo lenta, lo sappiamo tutti.

Che non sempre sia lungimirante, anche questo lo sappiamo: alcuni imputati sono stati prima assolti e poi condannati (è il caso di Alberto Stasi, imputato dell’omicidio di Garlasco, 2007) o prima condannati e poi assolti (è il caso di Amanda Knox, coinvolta nell’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, 2007), lasciandoci con molte domande in sospeso.

Una su tutte: siamo di fronte a un’inchiesta mal condotta, a un errore giudiziario o al semplice caso di un colpevole che riesce a farla franca?

Nella realtà, provare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato non è sempre facile o perlomeno non è così facile come sembra nei serial televisivi americani, i cui protagonisti hanno certezze incrollabili e un infallibile fiuto per i criminali.

Un fiuto del genere non esiste e nel nostro paese è capitato e capita tuttora che alcuni innocenti siano condannati e alcuni colpevoli siano assolti.

Alcuni clamorosi errori giudiziari del passato hanno avuto così tanta risonanza presso i media e l’opinione pubblica da cambiare, nel bene e nel male, la nostra storia recente.

Ecco cinque celebri casi nei quali un innocente è stato ingiustamente accusato e punito per un reato non commesso, restando segnato per sempre.

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1. Enzo Tortora: accusato dai camorristi

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Il conduttore televisivo, animatore de La Domenica Sportiva e ideatore di Portobello, la fortunatissima trasmissione che dal 1977 al 1983 inchiodò gli italiani allo schermo, è lo sfortunato protagonista del più tragico caso di malagiustizia italiana, il “caso Tortora”, appunto.

Il 17 giugno 1983 viene arrestato dai Carabinieri di Roma su ordine della Procura di Napoli che lo accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico.

L’arresto, deciso dal sostituto procuratore Diego Marmo, è motivato da numerose testimonianze che puntano il dito contro di lui.

Ci sono le dichiarazioni di tre pregiudicati come Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, di otto imputati nel processo alla cosiddetta “Nuova Camorra Organizzata” e di una coppia di loschi figuri, i quali testimoniano di averlo visto spacciare droga negli studi di Antenna 3.

Per giorni in Italia non si parla d’altro e il paese si divide subito tra “innocentisti” e “colpevolisti”. Tortora resta in carcere per sette mesi e poi passa agli arresti domiciliari per motivi di salute.

Nel giugno 1984 viene eletto deputato al Parlamento europeo nelle file del Partito Radicale di Pannella che lo sostiene nella sua lotta giudiziaria e politica.

Il 17 settembre 1985, il conduttore viene condannato a dieci anni di carcere: le accuse contro di lui trovano un sostegno nelle rivelazioni di alcuni pentiti mafiosi.

A nulla vale la sua accorata difesa in aula: «Sono innocente». Tortora si dimette da europarlamentare, rinuncia all’immunità e si lascia arrestare.

Il 15 settembre 1986, meno di un anno dopo, è assolto dalla Corte d’appello di Napoli: le accuse contro di lui vengono smontate tassello dopo tassello e i camorristi pentiti vengono processati per calunnia.

Il conduttore viene assolto in fine dalla Corte di Cassazione il 13 giugno 1987, anno in cui ritorna in tv e riprende la conduzione di Portobello. Ma ormai è malato. Morirà il 18 maggio 1988 nella sua casa di Milano.

2. Giuseppe Pinelli: mandante di piazza Fontana?

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Il 12 dicembre 1969 il centro di Milano viene scosso da un boato: alle 16.37 scoppia una bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana.

È una strage: 17 morti e 88 feriti. Chi sono i mandanti?

Solo nel 2005 la Corte di Cassazione ha affermato che la strage è stata realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo» (organizzazione terroristica neofascista), «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», non più processabili perché già «assolti dalla Corte d’Assise d’appello di Bari».

Nel 1969, però, le indagini si concentrarono negli ambienti degli anarchici. Il 13 dicembre la polizia ferma 84 sospetti; tra di essi c’è un ferroviere, Giuseppe Pinelli, fondatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, un uomo che oggi sappiamo essere estraneo ai fatti.

Il 15 dicembre Pinelli è rinchiuso in Questura: è un fermo illegale perché superiore ai due giorni previsti dalla legge. L’interrogatorio è condotto in una stanza del quarto piano da Antonino Allegra, il responsabile dell’Ufficio Politico, e dal commissario Luigi Calabresi, oltre che da tre sottufficiali di polizia.

A un certo punto, l’anarchico precipita dalla finestra e piomba sull’asfalto; soccorso da un’ambulanza, arriva morto all’ospedale Fatebenefratelli. Che cosa era successo?

La Questura si affretta a qualificare il volo come un “suicidio” («Il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto»).

Solo nell’ottobre 1975 si chiude il caso con una sentenza contestata: il giudice Gerardo D’Ambrosio attribuisce la morte di Pinelli a un malore e fa cadere tutte le imputazioni di omicidio colposo (ipotesi subito sostenuta da molti), abuso d’ufficio (Pinelli era trattenuto illegalmente) e falso ideologico (la Questura aveva dichiarato che Pinelli si era suicidato).

Nell’opera teatrale Morte accidentale di un anarchico (1970) Dario Fo sostenne la non accidentalità della morte di Pinelli e per questo azzardo fu costretto a sostenere più di 40 processi.

Nel film Romanzo di una strage, diretto nel 2012 da Marco Tullio Giordana, la morte dell’anarchico è ricostruita come la conseguenza di una colluttazione avvenuta tra lui e i poliziotti, durante una momentanea assenza del commissario Calabresi.

3. Gigi Sabani: coinvolto in provini a luci rosse

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Negli anni 80 e nella prima metà degli anni 90 è un popolarissimo imitatore e conduttore televisivo.

Nell’estate 1996, però, gli cade sulla testa una tegola inaspettata: viene coinvolto, assieme al collega Valerio Merola, in una torbida vicenda di provini a luci rosse e ricatti sessuali.

A suo carico il sostituto procuratore di Biella Alessandro Chionna formula accuse pesanti: truffa a fini sessuali e induzione alla prostituzione.

Sabani viene arrestato, trascorre tredici giorni di detenzione agli arresti domiciliari e finisce su tutti i giornali. «Sono davvero incredulo, non mi sono mai sognato di fare certe cose!», protesta, ma lo scandalo lo sommerge senza pietà.

Poco importa che venga prosciolto da ogni accusa senza neppure arrivare al processo e che ottenga un risarcimento di 24 milioni di lire per le false accuse e l’ingiusta detenzione.

La vicenda gli stronca la carriera e gli spezza il cuore. Non è un modo di dire: Sabani muore ad appena 54 anni, il 4 settembre 2007. Infarto diranno i medici.

Il suo compagno di sventura, Valerio Merola, dirà ai giornalisti: «Abbiamo continuato a patire la discriminazione anche dopo il risarcimento. Vorrei che qualcuno si facesse un esame di coscienza, perché questa morte, per me, ha una firma».

4. Elvo Zornitta: non è lui Unabomber

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Unabomber. Così è chiamato il misterioso bombarolo che tra il 1994 e il 2006 piazza una trentina di ordigni esplosivi tra Veneto e Friuli in modo da ferire e procurare amputazioni a ignari malcapitati.

All’inizio costruisce tubi-bomba imbottiti di biglie di vetro e li lascia nei luoghi affollati, poi cambia strategia.

Camuffa gli ordigni sotto forma di oggetti innocui (un tubetto di pomodoro, un vasetto di Nutella, un cero votivo, una confezione di bolle di sapone, un evidenziatore, due ovetti Kinder) e comincia a prendere di mira anche i bambini.

I feriti si contano a decine. Fino a quando la polizia riceve una segnalazione su un ingegnere di Azzano Decimo, Elvo Zornitta, e il 26 maggio 2004 ne perquisisce la casa.

Trova una serie di indizi che, uniti alle competenze tecniche dell’uomo e all’area dei suoi spostamenti lavorativi, tutti inclusi nel raggio d’azione di Unabomber, fanno pensare di avere individuato il criminale.

Sì, certo, qualche tassello non torna, ma la polizia non molla e per due anni sorveglia Zornitta, sua moglie e suo fratello. L’ingegnere ha degli alibi che reggono, il test del Dna dà esito negativo, ma a un tratto... miracolo!

Il 10 ottobre 2006 emerge una prova schiacciante: le lame di un paio di forbici sequestrate a casa sua risultano compatibili con i tagli sul lamierino di un ordigno di Unabomber. Inchiodato!

Le prove contro di lui sono invece false. Lo suggerisce nel 2007 l’avvocato di Zornitta, Maurizio Paniz, e lo dimostrano le indagini: un poliziotto, Ezio Zernar, ha volutamente falsificato la prova del lamierino.

Le accuse contro Zornitta vengono archiviate e viene attivata la procedura di risarcimento, mentre il poliziotto Zernar è processato e condannato per falso ideologico e frode processuale.

Unabomber resta un mistero. Quanto a Zornitta, perso il lavoro da dirigente, è diventato un tecnico di laboratorio per un’azienda locale. Sopravvive, ma ha meno soldi e più amarezza di prima.

5. Massimo Carlotto: incolpato di avere ucciso la vicina di casa di sua sorella

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Oggi molti riconoscono in Massimo Carlotto un grande scrittore di noir, ma pochi sanno che è stato il protagonista di un celebre caso giudiziario.

Padova, 20 gennaio 1976, ore 17.30.

Carlotto, che ha 19 anni e milita in Lotta Continua, passa in bicicletta davanti alla casa della sorella, sente delle grida provenire dall’interno, si ferma, sale nell’appartamento della vicina di sua sorella, Margherita Magello, 25 anni, e la trova a terra in un lago di sangue: è viva nonostante 59 coltellate.

La soccorre, ma lei muore e lui, sporco di sangue e sconvolto, scappa. A casa parla con i familiari che lo convincono ad andare dai Carabinieri. Le forze dell’ordine, però, non gli credono e lo fermano.

Dopo un anno di carcere, nel 1977 viene processato e assolto per insufficienza di prove dalla Corte d’Assise di Padova, ma nel 1979 è condannato a 18 anni di reclusione dalla Corte d’Assise d’appello di Venezia, pena che verrà confermata dalla Corte di Cassazione nel 1982.

Durante il processo di appello, dietro consiglio dell’avvocato, Massimo scappa prima a Parigi, poi in Messico. Nel 1985 viene fermato dalla polizia messicana e rimpatriato.

Torna in carcere e si ammala: arriva a pesare oltre 140 kg. Dopo essere stato stritolato da 17 anni, 11 sentenze, 7 processi, 86 giudici, 50 periti diversi, è sull’orlo del suicidio.

Nel 1993, Oscar Luigi Scalfaro gli concede la grazia dietro pressioni internazionali e un appello firmato da 18mila persone.



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