5 pilastri della cultura degli Stati Uniti d’America

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5 pilastri della cultura degli Stati Uniti d’America BEST5.IT 2016-12-02 19:53:14
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Si fa presto a dire «America». Tutti sembrano conoscerla, molti l’hanno vista dal vero, i più in immagine (e come non vederla?

I film, le fotografie, le pubblicità, la televisione), oppure l’hanno sentita in musica e canzoni (e come non sentirla? il blues, il jazz, il rock, e l’enorme resto). 

Molti l’amano di un amore infantile, senza confini, che non accetta contestazioni o critiche (c’è pur sempre un «ma» da contrapporvi, e dopo quello un altro, e un altro ancora).

Altrettanti la odiano di un odio intenso e totalizzante, senza remissioni (e la realtà di ieri e di oggi, in parecchi suoi aspetti, non fa che complicare le cose).

Oggi parleremo di 5 storie legate strettamente alla storia ed alla cultura degli Stati Uniti molto utili da sapere.

Più in particolare cercheremo di capire l’origine e la genesi dell’espressione Big Apple, della festa del ringraziamento al Signore (Thanksgiving). Ci occuperemo anche del Grand Canyon, poi del famoso rotolo di pellicola flessibile ed infine del celebre marchio Kfc.

E per chi fosse interessato alla cultura americana, consigliamo la lettura dello straordinario libro di Mario Maffi intitolato “Americana. Storie e culture degli Stati Uniti dalla A alla Z”. Buona lettura.

 

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1. Big Apple

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«Scrapple from the apple», cantavano negli anni trenta e quaranta del Novecento i boppers – i musicisti jazz, per i quali New York era davvero una bella mela da addentare, l’occasione della vita, dove, secondo una opinione diffusa all’epoca, si suonava il jazz migliore di sempre.

Difficile tracciare le origini del termine, che si perde in mille rivoli, immagini e lingue.

Di sicuro, di New York come una mela già si parlava a inizi Novecento, quando Edward S. Martin, il curatore di un’antologia di storie della città intitolata The Wayfarer in New York (1909), sosteneva che «New York non è che uno dei frutti di quel grande albero le cui radici affondano nella valle del Mississippi e le cui fronde si estendono da un oceano all’altro: ma l’albero non ama molto il suo frutto. È incline a pensare che la grande mela riceva una quantità sproporzionata della sua linfa».

«Big Apple» era al contempo un’espressione usata in ambito sportivo per indicare le corse dei cavalli in Idaho, North Dakota e altri stati limitrofi, e in seguito legata a New York per questioni, potremmo dire, di «portate culinarie».  

Se infatti il duro lavoro coi cavalli sulle piste del Midwest era considerato il «pasto», la possibilità di debuttare sui turf di New York diventava il dessert, la ciliegina sulla torta: la Grande Mela, dicevano fantini (ed equini, notoriamente golosi di quel frutto).

A renderla popolare in quest’accezione fu un giornalista della pagina sportiva del Morning Telegraph, John J. Fitzgerald, che la usò con regolarità nei sette anni di servizio, dal 1921 al 1927, consolidandone così l’uso fra gli appassionati.

Agli inizi degli anni venti, l’espressione servì per traslato a indicare gli eventi importanti, i pezzi grossi del mondo finanziario e artistico, i successi strabilianti: così «grandi mele» potevano diventare di volta in volta Broadway, i concerti jazz, persino i balli (era stato così ribattezzato uno di questi, di moda al Savoy di Harlem: passi fra swing e charleston eseguiti da quattro o più ballerini in cerchio).

Insomma, tutto ciò che stava a indicare l’apice del successo, il frutto (talvolta proibito) che s’intravedeva fra le luci della metropoli e pendeva dai rami di una città che, come un albero, cresceva sempre più verso l’alto, nelle cui strade simili a radici scorrevano la linfa della vita, la frenesia e i sogni di successo.

Quale posto migliore per coronarli dunque se non New York? Be', almeno fino agli anni della Grande depressione, quando si scoprì che la lucentezza della buccia nascondeva il marcio della polpa e quella Big Apple si trasformò in una «città perduta».

Così intitolava Francis Scott Fitzgerald uno dei suoi racconti più suggestivi, in cui l’autore, guardando dall’alto di un edificio la città-mondo che pensava infinita e ora senza il bagliore dorato degli «anni ruggenti», si rendeva conto che in realtà aveva dei confini.

Più che una mela invitante, la città pareva «una signora della notte, che alla luce del sole sembra più una ragazzina appena sveglia, che la sera prima è andata a dormire senza togliersi il trucco», come dirà un anonimo visitatore.

E la decadenza, l’altra faccia del suo fulgore, si irradierà ancora una volta dal suo centro: da Broadway e in particolare da Times Square che, da luogo di promessa e divertimento sfrenato, si era trasformata sempre più in sordido epicentro del vizio e del crimine.

Per circa tre decenni nessuno parlò più di mele e altri frutti proibiti: fino a quando, nel 1971, Charles Gillett, all’epoca presidente del New York Convention and Visitors Bureau, resuscitò l’espressione per rinverdire i fasti della città – e soprattutto per seppellire nel dimenticatoio il precedente e piuttosto patetico soprannome di «Fun City» in voga dagli anni sessanta.

Accanto alla mela, apparve anche il cuore – quello che il grafico Milton Glazer inserì nella frase «I Love New York»; e pace sembrò fatta fra la città e il successo.

Eppure, la Big Apple qualche baco lo rivela sempre: come all’inizio degli anni novanta, quando l’incremento di criminalità, vizio e corruzione spinse Time a proclamare ancora una volta «marcia» la Grande Mela.

Chiarita l’origine e la genesi dell’espressione? No di certo. Molte teorie ancora fioriscono, compresa quella di una «città-mondo» – sferica come la terra, e come una mela.

Anche se l’ipotesi più affascinante è forse quella per cui «Big Apple» nascerebbe addirittura nei bordelli di New Orleans e nei quartieri dei latinos, come traduzione di «manzana [= mela] principal», che indicava di traslato la strada o la zona centrale di una città, il luogo di svago e di divertimento. 

Un’espressione portata al nord dai boppers di cui si diceva, arrivati dopo lunghi e tortuosi viaggi dal Sud o da St. Louis a tentar la sorte e sbocconcellare il frutto del successo.

Mescolanza di lingue e di slang, di genti e migrazioni, di divertimenti e malaffare, di musica e strada: al di là di fantini, cavalli e invenzioni pubblicitarie, forse è questa la mela di cui, più di ogni altra, parliamo quando parliamo di New York.

2. Ringraziamento

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Le cerimonie di ringraziamento al Signore (Thanksgiving) per le presunte grazie ricevute, come l’incolumità dopo una battuta di caccia, la guarigione di un malato, l’arrivo di una nave dal Vecchio mondo, erano abbastanza diffuse, sia fra i primi esploratori del continente sia nelle colonie americane di inizi Seicento.

Nei documenti dell’epoca figura, per esempio, un «Ringraziamento» festeggiato nel 1578 nei territori controllati dalla Francia dall’esploratore Martin Frobisher, tornato indenne dalla spedizione alla ricerca del passaggio a Nordovest.

Non è dunque senza una buona dose d’incertezza che si fa risalire la prima «vera» festa del Ringraziamento in quello che diverrà il territorio statunitense intorno alla metà di ottobre del 1621: pare che i coloni di Plymouth volessero festeggiare con un pranzo luculliano il loro primo raccolto di granturco, cereale autoctono sconosciuto fino ad allora dagli europei, che alcuni nativi, fra cui l’indiano Squanto, avevano aiutato a coltivare.

Da festeggiare, in realtà, non vi era poi molto, dal momento che solo la metà dei 102 pellegrini originari erano sopravvissuti all’inverno nel Nuovo mondo.

Tuttavia, sospinta da un ottimismo e da una fede in Dio e nelle nuove terre che diverranno cifre essenziali della storia americana, la cinquantina di abitanti di Plymouth capitanati dal governatore William Bradford si concesse l’abbondante festa di tre giorni che diede inizio alla tradizione.

Sebbene nel menù figurassero tutte le leccornie offerte dalla natura locale (ostriche e aragoste, carne di cervo, granturco, verdure, ciliegie e fragole) in quantità sufficiente da bastare per una settimana, è assai probabile che il piatto forte della giornata fosse costituito dai tacchini selvatici, all’epoca molto numerosi e facili da cacciare.

A rendere completo l’Abc culinario statunitense vale la pena di ricordare che, in occasione di questa cena originaria del Ringraziamento, fece la sua comparsa sulle tavole dei Padri Pellegrini anche uno fra gli snack più rappresentativi del continente: il popcorn, o popped-corn, com’era chiamato all’epoca.

Mentre le donne della colonia trascorsero la maggior parte dei tre giorni a cucinare, gli uomini diedero prova del loro valore gareggiando con gli ospiti, la novantina di indiani wampanoag che i coloni invitarono al proprio desco (o che, come altri scritti sostengono, si autoinvitarono), a testimonianza di quanto fra gli inesperti agricoltori bianchi e i ben più provetti nativi i rapporti fossero all’inizio buoni – e tali rimasero per circa mezzo secolo, fino alla guerra di re Filippo del 1675.

Vero è che i padroni di casa non furono certo in grado di offrire molti comfort: visto l’esiguo numero di edifici costruiti all’epoca nella colonia, è assai probabile che le libagioni siano state consumate all’aperto, con i commensali seduti per terra, su barili o altre sistemazioni di fortuna.

Non si sa bene come andarono i festeggiamenti l’anno successivo, ma se guardiamo il menù del 1623 ci accorgiamo che gli ingredienti per la perfetta cena del Ringraziamento ci sono già tutti: tacchino arrosto, salsa di cranberry e torta di zucca.

Per circa 140 anni, la ricorrenza s’impose nel New England e poi si affermò anche nei territori dell’Ovest e a Nord, anche se con calendarizzazioni diverse (in Canada viene ancora festeggiato il secondo lunedì di ottobre). 

Non prese invece piede nel Sud, dove l’iniziativa era rifiutata con sdegno dall’aristocrazia locale in quanto celebrazione religiosa di matrice puritana.

Dobbiamo aspettare quasi la fine della Guerra civile, ovvero quando Sarah Joseph Hall, direttrice del Ladies’ Magazine di Boston, riuscì a convincere il presidente Lincoln che il Ringraziamento potesse contribuire al senso di coesione nazionale, perché quest’ultimo figurasse tra le feste celebrate in ogni stato dell’Unione.

Il giorno prescelto fu il quarto giovedì di novembre – almeno fino al 1939, quando il presidente Franklin Delano Roosevelt provò ad anticiparlo di una settimana per dar modo ai negozianti di sfruttare un lasso di tempo maggiore per le vendite di Natale.

La decisione suscitò parecchio malcontento, sebbene nei secoli precedenti la festività avesse oscillato sul calendario fra luglio, agosto, ottobre e novembre; e così nel 1941 Roosevelt fu costretto dal Congresso a fare marcia indietro, o meglio avanti, di una settimana.

Con la rapida urbanizzazione e la crescente mobilità sociale e geografica che segnarono il secondo dopoguerra, la festa del Ringraziamento divenne sinonimo, al pari del Natale, di riunione di famiglia, immortalata con velata ironia da Norman Rockwell in tante celebri illustrazioni.

Già, le famiglie: è indubbio che, nella letteratura come nel cinema, i festeggiamenti per il Ringraziamento si svolgano quasi sempre intorno a una tavola imbandita con genitori, prole e talvolta altri parenti riuniti.

E se nella fiction il Ringraziamento è sovente il momento in cui si ritrovano figli perduti, insperati benefattori o anche solo la pace domestica, come accade nel racconto per l’infanzia An Old-Fashioned Thanksgiving di Louisa May Alcott (1881), altre volte esso è occasione per il ritorno di familiari che si preferirebbe lontani per sempre, ricordandoci, come Nathaniel Hawthorne in John Inglefield’s Thanksgiving (1840), quanto la serenità familiare sia solo un momentaneo e illusorio interludio.

A differenza del Natale, il Ringraziamento si è sempre più allontanato dalla sua origine religiosa e, grazie a eventi sportivi e parate (famosa quella dei grandi magazzini Macy’s di New York), è presto diventato una festa associata a valori universali: val la pena di ricordare che, a differenza di molte altre festività, essa celebra insieme a un dio anche un incontro – fra i coloni, il Nuovo mondo, i nativi… e il povero tacchino.

3. Kodak

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Un rotolo di pellicola flessibile su cui imprimere immagini in sequenza e una piccola scatola fotografica in grado di contenerlo. 

Nel 1888, dopo un decennio di studi ed esperimenti, George Eastman e la sua Eastman Dry Plate and Film Company brevettarono un nuovo tipo di macchina fotografica, leggera, maneggevole, con il nome di «Kodak».

Era un termine che, non avendo alcun significato, evitava problemi di trademark e al contempo aveva un suono «breve e vigoroso», facile da ricordare, che rimandava per onomatopea all’idea di scatto e di velocità. Lo slogan «You press the button, we do the rest» («Tu premi il bottone, noi facciamo il resto»), altrettanto semplice e incisivo, sottolineava come la fotografia fosse ormai alla portata di (quasi) tutti.

Le prime macchine Kodak apparvero sul mercato qualche anno dopo al prezzo di 25 dollari, complete di tracolla e di una pellicola da cento esposizioni – circa dieci volte di più delle fotografie che una famiglia media possedeva all’epoca.

Una volta scattate tutte, la macchina doveva essere consegnata alla Eastman Factory, che dopo aver sviluppato le immagini la restituiva al proprietario con una nuova pellicola – al prezzo di 10 dollari.

Con Eastman, la fotografia divenne sia un bene di consumo sia una pratica sociale di massa che non necessitava di competenze particolari, poiché fondata sull’immediatezza dell’esecuzione e sulla rimozione della componente tecnica, affidata all’inizio alla ditta produttrice e in seguito ai laboratori fotografici.

Il boom della Kodak si ebbe a partire dagli anni del primo dopoguerra, grazie anche al benessere economico e alle rapide trasformazioni della società statunitense.

Con il nuovo mezzo, cambiarono ben presto anche i soggetti ritratti: se la produzione fotografica della famiglia media americana era stata riservata fino alla fine dell’Ottocento alle grandi occasioni e ai visi dei propri cari (inclusi i defunti, immortalati poco dopo la loro dipartita), dai primi decenni del Novecento in poi essa passò a documentare i momenti felici, sempre più legati al tempo libero e ai viaggi.

Le pose seriose dei ritrattisti e fotografi del secolo precedente furono così sostituite dalla leggerezza del sorriso, mentre le lunghe sedute di posa si trasformarono nella magia di un istante catturato con un semplice click – magia che raggiunse l’apice con le fotografie istantanee della Polaroid, ditta che negli anni trenta brevettò un foglio di plastica in grado di polarizzare la luce e lo utilizzò per le macchine fotografiche istantanee con pellicole autosviluppanti.

Il fotografo dilettante divenne così unico artefice e invisibile protagonista, in grado di plasmare il passato sempre più come una sfavillante fiction, epurata dei momenti più tristi.

Edulcorare la realtà ricreando negli spot contesti idilliaci, era ed è l’imperativo dell’industria dei consumi subito fatto proprio dall’azienda.

Il successo della Kodak fu senza dubbio dovuto in gran parte alla strategia pubblicitaria scelta: in anni in cui le trasformazioni sociali rendevano necessarie non poche rassicurazioni sul ruolo dei legami familiari, la Kodak puntò sulla centralità della famiglia – o meglio, della «nuova» famiglia: senza ingombranti parenti, ovviamente bianca, in cui i bambini sono sorridenti, le madri premurose e i padri atletici e sportivi.

Soprattutto, puntò sul fatto che «ciò che può essere fatto», cioè ricordare e documentare fotograficamente ogni istante della vita, «deve essere fatto».

Con un’abile mossa, la Kodak instillò nei fotografi dilettanti non solo la consapevolezza della transitorietà del presente, ma il dovere morale di preservarlo attraverso l’immagine: e così le dieci fotografie patrimonio della famiglia media di fine Ottocento divennero sì e no sufficienti a documentare una breve escursione pomeridiana.

Dunque, se tornate da una settimana di vacanze con seicento fotografie che non avrete mai il tempo di guardarvi, ora sapete con chi prendervela.

4. Grand Canyon

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Il Grand Canyon, che nello stato dell’Arizona s’attorciglia per quasi 450 chilometri, largo fino a 30 chilometri e profondo fino a 1800 metri, scavato dal Colorado River con l’aiuto dell’affluente Little Colorado River qualcosa come 17 milioni di anni fa, è un buon esempio di come un luogo fisico venga creato e trasformato in icona.

Una spaccatura nella terra tanto netta, tanto improvvisa e profonda da risultare quasi invisibile a chi non si spinga fin sull’orlo – e invisibile infatti il Grand Canyon rimase per lungo tempo: se non alle popolazioni preeuropee che abitavano nella regione (i Pueblo lo consideravano un luogo sacro).

Ci vorranno secoli di esplorazioni, di dibattiti, di ricerche, di riflessioni sulla terra, le sue origini, la sua conformazione e composizione, per mutare quest’approccio indifferente; e, in quell’America che da spagnola diventava yankee, ci vorrà una serie di fenomeni e trasformazioni via via radicali, sociali ed economiche, per fare di quell’impressionante e fascinosa spaccatura verticale il «Grand Canyon» – dove grand non vuol dire «grande», ma «imponente», «maestoso», «grandioso».

Non c’erano né oro né argento, in quegli strapiombi e altopiani rossastri, né altri minerali più volgari ma non meno preziosi. Non si poteva coltivare nulla su quei plateaux aridi e assolati. Non si potevano costruire città o villaggi in prossimità di quei fiumi incassati (e difficili da navigare). Che fare di quella spaccatura della terra?

Ma, nei primi decenni dell’Ottocento, vennero dapprima alcuni trappolatori guidati da James Ohio Pattie e i mormoni, dopo la fuga da Nauvoo, in Illinois, e l’insediamento in Utah, e conobbero meglio il luogo.

E poi gli «esploratori»: nel 1857, Edward F. Beale, incaricato di aprire una pista nei dintorni, e Joseph C. Ives che, dovendo verificare la navigabilità del fiume Colorado, condusse con sé due artisti tedeschi (H.B. Möllhausen e F.W. von Egloffstein, i quali restituirono di quegli scenari immagini molto romantiche.

Nel 1858, il geologo John Strong Newberry, che cominciò a porsi domande sulla storia del luogo, a interrogare le pareti e le acque; quindi, dopo quell’altra spaccatura, nel tempo e nella storia, che fu la Guerra civile, nel 1869, il maggiore John Wesley Powell, che, con una spedizione di 9 uomini e 4 battelli, discese il fiume Colorado, dando del canyon la prima vera e affidabile descrizione, con grafici, rapporti di geologi (G.K. Gilbert), fotografie (di Timothy O’Sullivan, uno dei padri – insieme al maestro Matthew Brady – della fotografia americana) e, in seguito, illustrazioni (di Thomas Moran, uno degli artefici della «scuola americana di pittura»).

Verranno poi altre esplorazioni e studi, come, negli anni settanta-ottanta, quelli importanti di Clarence E. Dutton sulla conformazione del suolo. Ma soprattutto venne la ferrovia.

La domanda in quei decenni, inespressa ma fondamentale, era ancora la medesima: al di là dell’esplorazione e degli studi di geologia e idrologia, che fare del canyon? La risposta la diede per l’appunto la ferrovia.

Man mano che la rete si sviluppava in senso trasversale e, dalla direttrice est-ovest, si diramava verso nord e verso sud, anche queste regioni lontane furono attratte verso il centro della vita civile e sociale.

I primi piccoli insediamenti (di minatori e di mormoni; di artisti come Mary Colter, in cerca di scenari nuovi e di un diverso contatto con la terra; di imprenditori nel campo della ricerca e dello sfruttamento minerari) costituivano altrettanti avamposti preziosi, e la Atchison, Topeka and Santa Fe Railroad fece il resto: portando «coloni», visitatori, turisti.

Gli stati del Sudovest stavano diventando il luogo prediletto di uno sviluppo particolare, di cui l’imprenditore di origini inglesi Fred H. Harvey fu un tipico rappresentante: impiegato da numerose linee ferroviarie, creò la prima catena di ristoranti negli Stati Uniti e in particolare, per la Atchison, Topeka and Santa Fe, una serie di caffè, hotel, trattorie intorno alle principali stazioni, specializzandosi nel settore alberghiero.

Lì stava la risposta a quella domanda inespressa: che arrivassero artisti in cerca di luci e forme nuove, malati di tubercolosi in cerca di sole e aria secca, visitatori e turisti in cerca di relax e stupore romantico in un’epoca di metropoli, macchine e confusione, il canyon e i suoi dintorni ora potevano entrare in una logica di uso proficuo, avere un proprio ruolo «nazionale».

L’«America agli Americani» voleva dire anche questo. Fu così che il luogo fu creato come simbolo e icona, in quegli stessi anni in cui simboli e icone (la Statua della Libertà, il Brooklyn Bridge, la White City, e così via) proliferavano da una spiaggia all’altra del continente: nel 1908, la sua trasformazione (a opera di Theodore Roosevelt) in «monumento nazionale» e nel 1919 in parco nazionale coronò questo processo. E così il Canyon divenne davvero Grand.

5. Kfc (Kentucky Fried Chicken)

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L’immagine è rassicurante, l’abbiamo vista in innumerevoli film e telefilm dagli anni sessanta a oggi: la faccia sorridente di un simpatico vecchietto (il colonnello Sanders) che spunta da un rosso secchiello di cartone traboccante di pezzi di pollo fritto, così dorati da leccarsi le dita – «finger lickin’ good», il logo del Kfc.

Insieme a McDonald’s, Taco Bell, Pizza Hut, Burger King, T.G.I. Friday’s, il marchio Kfc – con quartier generale a Louisville, nel Kentucky – costituisce infatti uno dei fast food più diffusi sia negli Stati Uniti sia all’estero.

Eppure, se pensate che quella del pollo fritto sia una ricetta semplice (o veloce), ricredetevi e munitevi di zenzero e peperoncino secchi in polvere, foglie tritate di salvia, rosmarino, origano messicano e timo selvatico, maggiorana dolce, pepe, prezzemolo, farina, passata di pomodoro, sale all’aglio e alla cipolla, cubetti di brodo di pollo concentrato, uova, latte, zucchero di canna – e pollo tagliato a pezzi.

A questo punto, mettete tutti gli ingredienti – tranne pollo, uova, farina e latte – in un frullatore e mescolateli per 3-4 minuti. Poi, sbattete le uova e aggiungete il latte. Quindi, aggiungete il composto di erbe frullate e spargete la farina su un foglio di carta da forno.

Immergete i pezzi di pollo nella mescola, impanateli nella farina e friggeteli in una pentola a pressione per 20-30 minuti. Scolate i pezzi di pollo sulla carta da forno e serviteli caldi.

A dire il vero, però, così come per la Coca-Cola, quale sia la ricetta «segreta» del fortunato «pollo fritto del Kentucky» (Kfc) con cui il suddetto Harland Sanders – insignito del titolo onorario di «colonnello» dal governatore del Kentucky – si costruì un impero commerciale a partire dagli anni cinquanta del Novecento è rimasto, per volere dello stesso Sanders, un mistero.

Nato e cresciuto in Indiana, Sanders si trasferì a Corbin, in Kentucky, durante la Grande depressione per gestire una stazione di servizio, presso la quale aprì un piccolo punto di ristoro, il Sanders Court Café, che aveva come pezzo forte il pollo fritto.

Nel 1939, con il Colonel Sanders’ Fried Chicken (diventato una specialità conosciuta in tutto lo stato e con una clientela sempre più numerosa), Sanders trovò il modo di accorciare i tempi di preparazione usando una pentola a pressione per la frittura: una vera svolta.

Negli anni cinquanta, tuttavia, il colonnello dovette chiudere il suo ristorante in seguito alla costruzione dell’Interstate 75, una grande arteria stradale che, non passando per Corbin, avrebbe ridotto il traffico di auto e quindi la mole degli affari.

Superati i sessant’anni, Sanders diventò così un pioniere del franchising mettendosi a viaggiare per il paese alla ricerca di ristoranti interessati all’acquisto della sua ricetta. Fu a South Salt Lake, nello Utah, che, nel nel 1952, aprì il primo negozio del marchio registrato Kfc: entro la fine del decennio, ne sarebbero spuntati duecento su tutto il territorio nazionale.

Con le loro insegne luminose, i Kfc sparsi per il paese contribuirono a quell’architettura «effimera» – legata a luoghi di servizio come fast food, motel, benzinai, minigolf, drive-in – che tra gli anni cinquanta e sessanta stava prendendo le forme giganti del cosiddetto «moderno esagerato».

Così, nel 1963, la sagoma di un pollo alto diciassette metri sarebbe comparsa sul tetto di un Kfc di Marietta, in Georgia, superando per imponenza e altezza i dieci metri di archi gialli al neon dei McDonald’s  che avevano fatto il loro debutto in California una decina di anni prima.

La catena in franchising fu però venduta da Sanders nel 1964 e, da quel momento in poi, secondo le dichiarazioni rancorose del vecchio colonnello, niente sarebbe rimasto del sapore della ricetta originale, con una salsa paragonata a «una fanghiglia dal gusto di tappezzeria».

In tempi più recenti, il marchio Kfc è stato al centro dell’attenzione pubblica per una lunga serie di proteste e di rivendicazioni: Greenpeace denuncia i danni all’ambiente e alle popolazioni amazzoniche (Kfc compra da Cargill, uno dei colossi dell’industria americana della carne, il quale impoverisce il suolo dell’Amazzonia con la coltura della soia impiegata nei mangimi).

Gli animalisti si battono contro la macellazione industriale dei pennuti; i sindacati lottano per la tutela delle condizioni di lavoro degli inservienti della catena di fast food; gli uffici di igiene sono allarmati dalla sporcizia che alberga nelle cucine dei ristoranti.

Ma si sa: quando si parla di carne, negli Stati Uniti come altrove, non c’è mai da stare tranquilli. Con buona pace del colonnello Sanders e della sua faccia rassicurante.



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