Abbai, guaiti e ululati: le tante voci del cane

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Abbai, guaiti e ululati: le tante voci del cane BEST5.IT 2020-11-27 17:03:27
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Non neghiamolo: spesso, dinanzi ad abbai, uggiolìi, gemiti e persino ululati, ci interroghiamo su che cosa voglia davvero dirci il cane, non essendo sempre chiaro il suo intento comunicativo.

Così, utilizzando la voce, gli chiederemo di rimando quale possa essere il messaggio, divenendo nella maggior parte dei casi destinatari del medesimo segnale vocale.

Insomma, il rischio è quello di non comprendere il contenuto dell’informazione sonora del momento o, anche peggio, di interpretarla nel modo sbagliato: potrebbero sorgere malintesi comunicativi che, a lungo andare, andrebbero a incidere negativamente sul rapporto con il nostro amico.

Quindi, meglio conoscere i differenti contenuti di ognuna delle tante sfaccettature attraverso le quali ogni cane si esprime, manifestando emozioni, volontà e disagio.

Il tutto andando oltre il “comune sentire”, per poi decidere se la nostra stessa risposta potrà essere ugualmente vocale o piuttosto posturale o, ancora, di paziente attesa. Si instaurerà, così, una… “sinfonia” di domande e risposte, tipica di un branco armonico e coeso!

In genere i nostri amici sono tutt’altro che silenziosi, lo sappiamo. Ma da dove nascono le loro espressioni vocali e che significato hanno abbai, uggiolìi, guaiti, ululati eccetera? Scopriamo cosa dice la scienza.

 

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1. In natura i lupi in realtà parlano poco... Perché anche il cane a volte ulula?

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Il notevole e diversificato impiego della voce da parte del cane domestico è un prodotto della selezione riproduttiva cui è stato sottoposto per migliaia di anni.

Infatti, per quanto possa sembrarci strano, il lupo, progenitore del cane, sembra attribuire una ridotta importanza ai segnali vocali, fatta eccezione naturalmente per l'ululato.

Dopo i primi mesi di vita, quando uggiolìi, gemiti e rapidi abbai squillanti vanno per la maggiore, l'impiego della voce da parte dei lupacchiotti si riduce presto al minimo, lasciando posto a segnali visivi di grande efficacia interpretativa.

Una delle ragioni risiede nella necessità di circoscrivere le interazioni all'interno del branco di appartenenza, essendo pressoché nulli i rapporti "amichevoli" con altri "abitanti" delle zone circostanti.

Inoltre, utilizzare la voce vuol dire di essere più rintracciabili, sia da parte di altri predatori sia da parte delle prede.

Così, a parte qualche abbaio isolato di allerta e gli ululati di segnalazione a grande distanza, nel mondo dei lupi quasi tutta la comunicazione si svolge in silenzio, tra segnali posturali, mimiche facciali e marcature odorose.

E' un suono ben noto a tanti, grazie soprattutto ai documentari, anche se sentirlo dal vivo è tutta un’altra cosa: l’ululato, infatti, è tra i suoni più emozionanti in assoluto, vero inno della natura selvaggia, capace di risvegliare in noi sensazioni ataviche mai realmente sopite.

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I lupi lo utilizzano per più scopi noti: per esempio raggruppare il branco quando si disperde sul territorio, comunicare da grande distanza, rispondere ad altri ululati di branchi lontani come a ribadire la propria presenza e il proprio dominio sull’area di residenza, ma anche per celebrare una caccia particolarmente fruttuosa.

E pare che ogni voce sia riconoscibile a livello individuale da parte degli altri membri del branco. A volte, però, anche i nostri cani ululano e non è raro che questo suono riecheggi molto da vicino per tono e profondità l’ululato originario.

Ma perché lo fanno, visto che lupi veri e propri i nostri amici non sono più, e da millenni ormai? In primo luogo, va detto che si tratta di un comportamento innato, un’eredità genetica del lupo, più o meno accentuata anche in base alla razza e alla tipologia.

Spesso è usato quando il cane resta solo e, ululando, spera di raggiungere il nostro orecchio e indurci a tornare da lui. Non è raro poi che alcuni suoni come sirene, campane o anche strumenti musicali e persino voci che cantano inneschino la risposta.

Infine, anche il dolore può indurre all’ululato, per richiamare la nostra attenzione, e così l’eccitazione.

 

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2. Il cane è un chiacchierone

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Al contrario del suo progenitore, il cane "parla" molto ed è portatore di numerose espressioni vocali simili a quelle dei cuccioli di lupo.

Come se il grado di sviluppo del nostro amico rispetto al suo antenato selvaggio si fosse arrestato ai primi mesi di vita.

In effetti, il processo selettivo delle razze e dei ceppi canini sembra aver seguito proprio questo percorso, tanto da poter affermare che quella creatura sdraiata accanto a noi sul divano sia un... "lupo mai cresciu­to".

La definizione scientifica parla di "pseudo neotenia", teoria fondata sul principio secondo il quale ogni cane mantiene in età adulta le caratteristiche infantili del suo stesso progenitore selvatico, diversificate secondo la tipologia di cane ma sempre risalenti a un determinato periodo della fase infantile del lupo.

Ebbene, tra questi tratti di infantilismo rientra anche l'impiego diffuso e variegato della voce, insieme a caratteristiche somatiche e comportamentali senza le quali nessun cane sarebbe diventato cane.

Dunque, per il cane uno stesso segnale vocale può cambiare di significato in base al contesto del momento, divenendo di volta in volta, come nel caso dell'abbaio, allerta, intimidazione, saluto, invito al divertimento, richiesta, pretesa e sobbalzo dinanzi al nuovo.

Tante modalità di espressione vocalizzata, ognuna delle quali porta in sé un preciso significato, a propria volta derivante dallo stimolo/segnale che l'ha provocata.

Parleremo, così, di comunicazione "verbale", distinguendola da quella "para verbale" che raggruppa le differenze di frequenza, intensità e durata di ciascuna manifestazione vocale. "

Verbale" e "para verbale" andranno avanti insieme e potranno essere supportate, esacerbate od esplicate dall'altra grande branchia del linguaggio comunicativo: il "meta verbale", fatto di gesti e segni a sostegno della voce.

 

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3. Quando inizia l’abbaio? Dalla nascita all'attivazione dei sensi

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Gli studi sulle vocalizzazioni del cane hanno permesso di ottenere una classificazione fondata sulle fasi di sviluppo e sul significato comunicativo.

Fin dai primi giorni di vita, il cucciolo esprime le proprie richieste mediante segnali di pretesa, sostegno e cure.

Si tratta, in gergo tecnico, di istanze "et epimeletiche", ossia rivolte alla madre in funzione dell'allattamento, del calore e della eliminazione di feci e urina.  Tali esigenze fisiologiche vengono esibite attraverso emissioni acute intervallate da gemiti e "pigolìi".

Di rimando la mamma, avendo nel proprio codice genetico la capacità di accogliere e interpretare quelle esigenze vocali, si prodiga nel soddisfare i bisogni manifestati dai cuccioli, rispondendo a un istinto primordiale, la tutela dei suoi stessi geni.

Lo sviluppo più compiuto dei sensi, dalla terza settimana di vita, consente poi un approccio consapevole con il mondo esterno: iniziano le interazioni con i fratelli di cucciolata e le tonalità delle emissioni assumeranno un significato differente.

Parleremo, in particolare, di guaiti e uggiolìi, i primi attivati da condizioni fisiche del momento e i secondi da esigenze contingenti. Nel gioco tra fratelli, infatti, vi saranno anche "morsi" e il destinatario manifesterà il proprio dissenso mediante brevi e intense "grida acute", i guaiti appunto, tali da bloccare l'autore di tale ingerenza.

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Al contrario l'uggiolio, fatto di segnali vocali elevati e ripetuti, esprimerà irrequietezza e richiesta di attenzione. Tanto i guaiti quanto gli uggiolìi rimarranno presenti nel repertorio vocale del cane adulto, che se ne servirà in diverse circostanze.

I primi verranno prodotti a fronte di reazioni "nocicettive", causate cioè dal dolore fisico, mentre i secondi si manterranno inalterati nella loro espressione di disagio, frustrazione e, soprattutto, eccitazione.

Quando inizia l’abbaio? A partire dalla piena consapevolezza del mondo esterno, quindi dopo la terza settimana di vita, ma spesso più oltre, potremmo sentire i primi accenni di abbaio, perlopiù intesi come invito all’interazione e quali richieste di attenzione.

Nel corso del tempo, gli abbai si faranno sempre più consapevoli, divenendo il principale mezzo di comunicazione vocale con il mondo.

Il ringhio, sorto anch’esso nel corso delle interazioni all’interno della cucciolata, si vestirà del solo significato di intimidazione e avvertimento, ma per essere emesso richiederà un sufficiente grado di autostima e determinazione.

Le grida vere e proprie, poi, saranno “ figlie” degli stessi guaiti, tuttavia riferite a un malessere di tipo psicologico, quale il distanziamento dal proprietario. Giunti all’avvento della pubertà, la totalità dei segnali vocali avrà raggiunto un pieno vocabolario comunicativo.

 

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4. Vari tipi di abbaio. Il legame tra vocalizzi ed emozioni

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Tra tutti i segnali vocali del mondo canino, l'abbaio è il vocalizzo di maggior utilizzo. A seconda delle circostanze presenta differenti tonalità, con ripetitività e durata variabili. Vediamo alcuni abbai "classici" e il loro significato.

Tra i più frequenti vi è senza dubbio l'abbaio di richiesta, quell'insieme di note reiterate e costanti che sembrano avere una cadenza precisa; potrà essere rivolto al proprietario o a un altro cane e avrà come denominatore la volontà di ottenere qualcosa, l'attenzione della controparte, un beneficio tangibile come il cibo e così via.

Tale forma di abbaio, di origine genetica, si mantiene per effetto delle conseguenze che provoca: se sono quella auspicate dal cane, è facile che si trasformi da richiesta in pretesa.

Tale predisposizione è a tutt'oggi "sfruttata" dall'uomo in diverse attività: molto frequente l'impiego della segnalazione vocale per evidenziare il ritrovamento di un disperso o anche di una sostanza pericolosa, per esempio.

Molto comune anche l'abbaio di difesa del territorio, altrettanto istintivo. Emerge con l'avvento della pubertà, quando i cambiamenti ormonali e chimico cerebrali inducono il nostro amico a considerare lo spazio in cui si trova come altamente prezioso, per ovvie ragioni,

Appaiono facilmente ripetuti abbai di tonalità medio-bassa, volti ad ottenere l'allontanamento del possibile intruso. Se ciò avviene (anche se quasi mai è per l'abbaio ma perché in realtà "l'intruso" è un semplice passante... e quindi passa), il nostro amico sarà indotto a comportarsi allo stesso modo nei confronti di ogni altro portatore di minaccia, convinto che ciò provocherà il repentino andarsene dello sgradito ospite (si parla in gergo tecnico di "credenza", cioè convinzione radicata).

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Parente stretto dell'abbaio territoriale è quello per la "distanza", preposto appunto a impedire che un estraneo, della stessa o di diversa specie, violi quel particolare confine di tipo sociale che ogni cane traccia a livello mentale. S

i parla, in questi casi, di aggressività reattiva, manifestata solo a seguito dell'eccessiva penetrazione della zona "sociale", o addirittura "personale", del cane. Di tutt'altra altra natura l'abbaio di invito al gioco, spesso accompagnato da balzi laterali e da inequivocabili "inchini".

Ancora, con l'abbaio si può esprimere un saluto a famigliari e amici, mentre in talune situazioni l'emis­sione "stereotipata" di questo vocalizzo vorrà dire... insopportabile noia o solitudine.

Gli studi effettuati sulle vocalizzazioni del cane hanno dimostrato come queste vengano espresse sulla base del rapporto tra lo "stimolo" e la "risposta". Si tratta, in altre parole, di una prima espressione "involontaria" ove l'emergere di una certa situazione, lo stimolo, comporta l'emissione di una determinata "reazione", la risposta.

L'involontarietà delle vocalizzazioni consente di collocarle nel grande teatro delle emozioni, con particolare riferimento alla gioia, alla collera o alla paura. Parleremo, così, di "riflessi non condizionati".

Ma il cane proseguirà e raffinerà la sua risposta esibendola dinanzi a indizi che preludono l'avvento dello stimolo originario, definibili anche come "segnali premonitori". In entrambi i casi, ci troveremo dinanzi a "perturbazioni" temporanee dello stato emotivo del nostro amico che vengono combattute attraverso l'utilizzo della vocalizzazione ritenuta più adeguata.

 

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5. I segnali vocali e le voci silenziose

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La collocazione dei segnali vocali nella grande area della "involontarietà" ci dà preziose informazioni su come agire.

Quando il cane sta utilizzando la voce non è nelle migliori condizioni per darci ascolto e l'unico modo perché ciò avvenga è sottrarlo dalla situazione che lo sta coinvolgendo; solo riportato in un sufficiente stato di equilibrio sarà in grado di ascoltarci.

Un'altra caratteristica dei segnali vocali riguarda il loro emergere su base innata. Ciò vuol dire che essi si ritrovano all'interno del codice genetico di ogni individuo e la loro emersione dipende da un duplice fattore: lo stimolo "attivatore" e il periodo di sviluppo.

Lo stimolo attivatore è quell'evento che, per caratteristiche specifiche, risveglia una determinata reazione vocale, mentre le diverse fasi di sviluppo del cane fanno sì che determinate vocalizzazioni emergano fin dalla nascita e che altre richiedano invece il raggiungimento di una sufficiente maturità psicofisica.

Accanto ai segnali vocali del cane vi è un'altra categoria non comprensiva di un compendio effettivo di... note. Si tratta dei "segnali non vocali", suddivisibili nell'ansimare, nel sospirare e nello sbattere i denti.

L'ansimare, se non dovuto a sforzi fisici, è tipico di un'alterazione temporanea delle condizioni neurovegetative, quasi sempre associate a uno stato ansiogeno intermittente. Il nostro amico aumenta il ritmo della respirazione al fine di incrementare la quantità di ossigeno necessaria a superare una situazione considerata critica.

Con lo scorrere dei minuti, e dell'essersi abituato alla nuova condizione, il respiro ritornerà a livelli ordinari. Il sospirare, invece, può essere riferito a momenti di noia prodotta da prolungata inattività o al dover compiere azioni con basso piacere remunerativo.

Infine, il battere i denti riguarda condizioni di alto impatto emotivo, spesso correlate alla paura di un qualcosa di concreto; in altri casi, invece, questo comportamento è dovuto alla percezione di odori di intenso valore comunicativo, quali i feromoni di attrazione sessuale o di minaccia. Di nuovo, comunque, stimoli e risposte.

 

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