L’aldilà nelle diverse culture

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L’aldilà nelle diverse culture BEST5.IT 2016-12-08 09:30:27
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Quante volte vi siete posti domande sull'aldilà? Fin dalle sue origini l’uomo si è interrogato sul senso della propria esistenza e sulle origini proprie e dell’universo. Queste domande ci vengono testimoniate dalle prime sepolture preistoriche pervenuteci, nelle quali, assieme al corpo, erano posti veri corredi, utili per la vita nell’Aldilà. Questa convinzione era diffusa anche fra gli agricoltori del Neolitico che, 10.000 anni fa, osservando il ciclo di morte e rinascita stagionale dei vegetali (pianta-seme-pianta), lo estendevano anche all’uomo e si facevano seppellire in posizione fetale, pronti per rinascere.

Alla domanda “Da dove veniamo?” ha da sempre fatto da complemento quella “Dove andiamo?”, determinando una riflessione sul destino dopo la morte e ipotizzando possibili mondi ultraterreni. Dunque, che ci creda o no nell’immortalità dell’anima (parola che in origine significava “soffio” e “respiro”: in greco pneuma e psyché, in ebraico nefesh) è innegabile che il suo concetto ci accompagna da tempo immemorabile ed è presente in quasi ogni cultura. Indicando il nostro io più intimo.

La nostra società, segnata dal pluralismo culturale e religioso, pone il membro di una determinata fede a confronto sia con le diverse forme di ateismo e di indifferenza religiosa, sia con i fedeli di diverse tradizioni religiose. Le nostre società ormai globalizzate e pluraliste offrono senz’altro nuove possibilità di confronto e di dialogo tra i credenti delle diverse tradizioni religiose. La credenza o la speranza nella vita dopo la morte è condivisa, seppur in maniera diversa, da tutte le grandi religioni.

Vedremo ora come alcune delle principali civiltà, alcune estinte altre non, abbiano risolto il problema dell'aldilà, prendendo atto di un ciclo naturale e contemporaneamente cercando di esprimere e manifestare delle vere e proprie teorie sul significato dell’esistenza.

LEGGI  Epicuro e alcuni punti fondamentali della sua dottrina

1. Civiltà Greca

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Nella cosmogonia greca, il mondo sotterraneo abitato dalle anime dei morti, era circondato da mura di ferro con portali che i defunti potevano varcare, accompagnati da Hermes, ma solo se avevano ricevuto sepoltura, perché in caso contrario le loro anime avrebbero dovuto vagare senza pace per cento anni. Superata la soglia degli inferi, le anime attraversavano i fiumi Stige e Cocito, per approdare al lago Acheronte.

Qui il famoso barcaiolo Caronte (dietro il pagamento di un obolo, una moneta posta dai parenti sotto la lingua del defunto) li trasferiva sulla riva opposta, dove Cerbero, il cane infernale, li faceva entrare nel vero e proprio regno dei morti e sorvegliava che non uscisse nessuno. Successivamente venivano giudicati di fronte a un tribunale previsto dallo stesso Ade. In base all’esito del processo, i giusti potevano accedere ai Campi Elisi, o Isola dei Beati, luogo luminoso di primavera, senza gioia né tristezza, dove ci si poteva dedicare alle occupazioni preferite.

L’isola era circondata dalle acque argentee del fiume Lete, che concedevano l’oblio a coloro che le bevevano e assicuravano quindi la felicità. In un primo momento, solo i mortali che hanno avuto particolare favore dagli dei è stato permesso di entrare, ma alla fine l'invito è stato esteso a tutti i buoni esseri umani. Omero ha descritto come un luogo di perfezione, senza lavoro o conflitti. Più tardi gli scrittori greci hanno identificato le isole dell'Egeo orientale o altre isole nell'Oceano Atlantico come possibili sedi del mondo reale per Elysium.

I malvagi, invece, venivano precipitati nel Tartaro, una voragine oscura circondata da un triplice muro, attorno al quale scorreva il fiume di fuoco Flegetonte. E qui subivano punizioni terribili corrispondenti alla crudeltà e spietatezza delle pene commesse.

2. Civiltà Atzeca

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La nascita dell'universo secondo la civiltà azteca si realizzò attraverso l'avverarsi di 5 età e cioè attraverso l'età dei 4 giaguari, dei 4 venti, delle piogge, delle acque e dei terremoti. Ciascuna di queste ere inizia e finisce con la vita del sole. È un universo caratterizzato dalla devastazione e dall’incompetenza degli dei di assicurare un assetto ed una sistemazione duratura, permanente e armoniosa, in quanto ogni dio ha la specifica mansione di reggere il sole.

L'avvenuta distruzione di tale sole ( e di conseguenza anche della specifica era in cui tale sole era collegato) coincide con il fallimento della divinità di occuparsi seriamente del sole affidatogli. Il dio vincitore ha quindi il compito di occuparsi del nuovo sole. Gli atzechi credevano nell’esistenza di 3 differenti regni dei morti.

Nel primo, la casa del Sole, dimoravano coloro che venivano uccisi nei sacrifici, i caduti in battaglia e le donne morte di parto; La Casa del Sole era circondata da splendidi giardini, godeva di un clima perfetto e vi si gustavano i cibi più raffinati. Era il Giardino dell'Eden, il Giardino di Allah, il paradiso; si credeva, infine, che tutti quelli che condividevano l'onore di abitare in questo posto magnifico, dopo 4 anni tornavano sulla terra in forma di colibrì.

Nel secondo regno, Tlalocan, corrispondente al regno del dio della pioggia Tlaloc, si trovavano i morti per annegamento, idropisia o lebbra oppure quelli colpiti da fulmine, i lebbrosi e i paralitici.

La maggior parte delle persone, invece, cioè che moriva di malattie, di incidenti o di vecchiaia, andava nel luogo Oscuro ossia nel terzo regno sotterraneo del dio Mictlantecutli, chiamato Mictlàn. Mictlán era il regno sotterraneo su cui regnavano il re Mictlantecuhtli e la regina Mictecacihuatl, e dove andavano i defunti dopo un lungo e duro viaggio di 4 anni dalla terra al regno di Mictlán. Il regno era costituito da 9 luoghi; nei primi 8 i morti dovevano affrontare numerose lotte, mentre nel nono -il più profondo- potevano godere del riposo eterno.

3. Popoli dell'Europa del Nord

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Nelle religioni e nelle mitologie dell’Europa del Nord, fra i popoli germanici e scandinavi, si veneravano le divinità degli Asi, dominate da figure quali Odino, Thor, le Valchirie, che rispecchiano le abitudini guerriere di quei popoli.

Per tutti questi popoli, l'universo sarebbe stato creato dal corpo del gigante progenitore Ymir, e più in particolare dalla sua carne le divinità avrebbero creato la terra, dal suo sangue il mare, dalle sue ossa le montagne, dal suo cranio il cielo, dalla fronte le nuvole e dai capelli gli alberi e la vegetazione. Il mondo dove vivevano gli uomini si chiamava "il regno Midgard"(“reggia intermedia”), mentre al suo esterno, secondo le credenze di tali popoli,era situato un regno avventuroso, tempestoso e brutale, chiamato Utgard, il cosiddetto regno turbolento dei giganti e dei demoni; al di sopra di questi due regni si elevava Asgard, il mondo degli dei con i dodici castelli degli Asi.

La religione di questa gente era legata esclusivamente alla guerra (la guerra ha un valore fondamentale) e di conseguenza, tutti i guerrieri caduti eroicamente in battaglia, venivano presi dalle Valchirie (le giudicatrici dei morti) sul campo di battaglia ed accompagnati nel Walhalla, una sorta di paradiso chiamato dai norvegesi la Sala degli eroi benedetti. In questo posto si trovava il trono di Odino e di altre divinità. Qua, i guerrieri defunti potevano combattere tutti giorni, e alla fine di questi divertenti scontri, ricomposti e guariti da tutte le ferite, pranzare lautamente in compagnia del dio Odino bevendo birra e idromele nei crani dei loro nemici. Molti storici ritengono che in tale posto potevano finire anche le donne, non necessariamente guerriere e uccise in battaglia.

Chi, invece, era morto per cause naturali (non da guerriero in battaglia), finiva a Helheim, un altro regno dei morti, un posto oscuro, tenebroso e tetro, dove le anime dei defunti si aggiravano come ombre senza corpo e senza meta.

4. Islam - Cristianesimo - Ebraismo

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L’Islam condivide con il Cristianesimo e l'Ebraismo la fede in una creazione del mondo ad opera di Dio, con uno svolgimento temporale: «Veramente il vostro Signore è Allah, che creò il cielo e la terra in sei giorni ed è saldamente stabilito sul trono, a regolare e governare tutte le cose» (Corano, 10, 3). In numerosi versetti del Corano è chiaramente identificato come la “prima causa” e a Lui è attribuita la proprietà di qualsiasi atto creato. Alla fine dei tempi avrà luogo il Giudizio Universale, che sarà preceduto da immani catastrofi naturali (terremoti, incendi, caduta delle stelle…), nel corso del quale le buone e le cattive azioni degli uomini, che sono state registrate su un libro, saranno posate su una bilancia.
Gli infedeli diventeranno schiavi dell’inferno e bruceranno tra le sue fiamme; i credenti invece potranno giungere in paradiso. Il paradiso islamico, dove scorrono ruscelli d’acqua, latte, vino e miele, è un luogo di piacere, dove si può godere anche della visione di Allah. Per i credenti musulmani vale quanto specificato nel Corano XIII, 35: «S'assomiglia il Giardino promesso ai timorati di Dio a qualcosa sotto la quale scorrono i fiumi, e i suoi frutti saranno perenni, e la sua ombra. Questa sarà la Dimora Finale di quelli che temono Iddio, ma la Dimora Finale degli empi è il Fuoco». Il più alto livello del Paradiso è quello in cui sono posti i profeti, i martiri e i più religiosi.  

Nel Nuovo Testamento la parola paradiso (questa volta sotto la forma greca paràdeisos) è citata tre volte: in 2 Cor 12,3-4 che identifica il paradiso con il terzo cielo («E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare); in Ap 2,7 (alla Chiesa di Efeso: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio») e in Luca 23, 43, dove il Cristo stesso dice al buon ladrone: «Oggi sarai con me nel paradiso». Per il resto nei Vangeli si usa la parola Cielo per indicare il regno di Dio. 
Per i Cristiani, con la morte avviene il giudizio individuale, l’incontro personale del singolo uomo con Cristo, nel quale egli sarà giudicato sull’amore dato, ricevuto, mancato (Mt 25, 31-46). In seguito a tale giudizio, l’anima immortale dell’uomo potrà: a) purificarsi (il purgatorio è il luogo della purificazione, nel quale transitano tutti quei defunti che al momento della morte erano liberi da colpe gravi, ma che dovevano ancora scontare alcuni peccati con pene temporanee); b) unirsi a Dio e vivere in paradiso, cioè in uno stato di felicità suprema e definitiva, conservando la sua identità e il suo nome; e c) rifiutare Dio e finire nell’inferno (condizione di lontananza da Dio, dove la sofferenza che ne deriva è causata dalla separazione eterna da Dio, che solo può dare all’uomo la felicità per cui è stato creato e a cui aspira). 

Per gli Ebrei, dopo la morte fisica esiste una sopravvivenza ultraterrena fondata su due capisaldi: l’immortalità dell’anima e la retribuzione. Si legge in Gen 2,8: «Poi il Signore Dio piantò un giardino (gan) in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato». Sciolta dal corpo dopo la morte terrena, l’anima sopravvive in eterno e deve affrontare il giudizio di Dio, cui segue la ricompensa o il castigo. La ricompensa permette di entrare nel Gan Eden (paradiso), luogo di delizie sublimi; il castigo, invece, caccia le anime in un luogo di sofferenza e dannazione, il Gehinnom o Sheol (inferno). La storia biblica si apre con questa immagine: la primissima dimora dell'uomo fu il paradiso terrestre e questo paradiso era un giardino coltivato da Dio.
"Eden", nome di ignota localizzazione geografica, significava originariamente «steppa» (accadico edinu, «deserto») e soltanto successivamente, nella versione greca dei LXX, diventò «paradiso», per suggestione dell'iranico pairidaza, da cui deriva l'ebraico pardes, giardino appunto. Dopo la morte, l'entità celeste, anche quando macchiata da gravi peccati, essa può sostare nel Ghehinnom per essere purificata completamente. Dopo la purificazione completa ogni anima può quindi ascendere al Gan Eden (giardino dell’Eden) dove sono presenti molti livelli secondo i meriti e la natura dell'anima che vi giunge. 

5. Induismo

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L’induismo ha una multiforme ed eterogenea visione della creazione del mondo. Si basa sulla ciclicità della vita e sulla reincarnazione delle anime per migliaia e persino milioni di volte, fino all'eventuale purificazione finale, che
porta al Nirvana, una coscienza libera dal ciclo di morte rinascita, da dolori, e da paure (una specie di paradiso). In questo stato di assoluta quiete, l'anima si unisce all'oceano cosmico dell'Assoluto (brahman). Per raggiungere il Nirvana, occorrono: amore, opere buone e conoscenza, oltre alla pratica dello yoga (esercizio mentale), penitenze, veglie, digiuni.

Per l'induismo non esiste inferno, purgatorio e paradiso come destinazioni definitive dell'anima. Questi luoghi spirituali sono pur sempre momentanei perché lo scopo dell'anima è ottenere la liberazione dalle rinascite e dal karma, secondo cui ogni volta si rinasce a un livello superiore o inferiore a seconda di come ci si è comportati nella vita precedente. La condizione di coloro che si sono liberati dai vincoli della reincarnazione (moksa) è rappresentata in diversi modi: come un soggiorno permanente in un mondo ultraterreno alla presenza di Dio, come la totale scomparsa di ogni elemento individuale e il trapasso nello Spirito universale.I paradisi (svarga) hindu sono pertanto regioni angeliche dove il beato è obbligato a ritornare sulla terra per conquistare la liberazione.

Così, l’uomo buono e liberato dalle passioni terrene vivrà nella compagnia del Signore: godrà della vita eterna, della felicità eterna e della perfetta conoscenza in un mondo di luce. Gli induisti, infatti, credono che gli dei, in cambio di preghiere e di sacrifici, facciano dono agli uomini del sukhavati, il paradiso di felicità, mentre se una persona si è comportato male in questa vita, dopo la morte, la sua anima torna a vivere in un altro corpo per espiare i peccati commessi.

La destinazione finale per le anime che hanno raggiunto la "salvezza", è Vaikuntha, il più alto dei cieli nell'Induismo, in cima al monte Meru (l'Olimpo dell'induismo) dove dimora il dio Vishnu. Viene rappresentato in genere sotto forma di un giovane uomo a quattro braccia, con ogni braccio che brandisce uno dei suoi attributi, o anche steso, mentre riposa su Cesha, il serpente dalle mille teste. Nell'induismo la respirazione di Visnu determina i cicli (kulpa) del mondo. Alla fine di ogni kulpa, il male trionfa nell'universo. Allora Visnu esce dalla sua meditazione eterna e si incarna in un uomo, o in un animale, per lottare contro il male. Vaikunta non è né il Cielo né il Paradiso, bensì uno stato di esperienza non duale e piena di gioia. Quando arrivano a Vaikuntha, le anime dei defunti entrano in comunione con Vishnu, che dura per l'eternità. 



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