Cani abbandonati: per adottarli bisogna fare un test

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Cani abbandonati: per adottarli bisogna fare un test BEST5.IT 2019-06-26 18:33:31
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Non bastano più un paio di occhioni languidi a farci decidere quale cane portare a casa.

Oggi nei canili più all’avanguardia è la scienza che ci dice chi sarà il nostro futuro migliore amico a quattrozampe.

Questionari, test attitudinali, sopralluoghi domiciliari e assistenza professionale hanno infatti trasformato una scelta puramente istintiva in una pratica di adozione che può durare anche fino a qualche mese.

Cuore e sentimento sono sempre il motore propulsore in tema di adozione di animali, ma a questo oggi si aggiunge il contributo tecnico di esperti e ricercatori che puntano a contrastare il randagismo e a salvaguardare il benessere animale.

L’obiettivo oltre a svuotare i canili è anche quello di evitare che l’animale vi ritorni.

L’esperienza ha più volte dimostrato che chi adotta un cane spinto da un desiderio momentaneo, spesso finisce per riportarlo indietro dopo qualche mese.

Perciò amministrazioni locali e veterinari spingono verso adozioni guidate per ridurre costi e sofferenza dell’animale. Cerchiamo di capire come…

 

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1. Le varie fasi dell’adozione

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L’iter di adozione inizia prima che l’ipotetico affidatario entri in canile.

Uno staff di educatori cinofili ha il compito di preparare il cane. L’animale è valutato dal punto di vista comportamentale per capirne i punti di forza e le problematiche.

In seguito gli educatori attuano interventi mirati come insegnargli a camminare al guinzaglio o a socializzare con altri cani.

Quando un aspirante affidatario si presenta, prima si verifica attraverso questionari preliminari la sua reale motivazione a prendersi cura dell’animale, poi gli esperti cercano di combinare il profilo dell’animale in adozione con le esigenze dell’affidatario.

Se ad esempio la famiglia adottiva ha già un altro cane, gli si chiede di portarlo in canile per vedere se tra i due animali c’è compatibilità, così come se ci sono bambini piccoli, si chiede di portarli a conoscere il futuro compagno di giochi per osservare il loro grado di sintonia.

Si vaglia ogni parametro, dal comportamento del cane in macchina alle sue reazioni quando deve stare solo in casa. Si fanno tutte queste prove per ridurre spiacevoli sorprese.

Se si segue questo tipo di protocollo, raramente il rientro in canile avviene per colpa dell’animale. Semmai è la famiglia che non è più in grado di ospitare l’animale per sopraggiunti problemi socio-economici o di salute.

Il lavoro congiunto tra educatori e veterinari comportamentalisti permette di svolgere un percorso pratico di affiatamento cane-padrone che si conclude con un progetto educativo, cioè una relazione in cui vengono riportati consigli e interventi di gestione dell’animale a casa.

Si deve infatti considerare che prendere in casa un cane adulto (di rado si tratta di cuccioli) del quale non si conosce il vissuto può generare insicurezza.

 

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2. Controlli post affido

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Dopo che il cane è stato portato a casa, l’iter continua con sopralluoghi domiciliari post-affido.

Si va da controlli ogni 1-2 settimane sino a 1-2 mesi, a seconda delle esigenze del proprietario e della tipologia di cane.

Gli esperti del canile hanno il compito di accertare che l’inserimento dell’animale in una nuova famiglia proceda in modo positivo.

In molti casi è il proprietario stesso a richiedere l’intervento perché si rende conto del beneficio dato dal supporto degli educatori. Gli studi riferiscono che le adozioni che seguono questa procedura hanno più successo.

Un beneficio che si riflette sul rapporto di convivenza tra uomo e animale. Anche nei canili il benessere psico-fisico dell’animale è l’obiettivo principale. Nonostante ciò, più un animale rimane in canile e più ne paga le conseguenze.

Queste strutture non sono sempre ambienti idonei: si pensi allo stress provocato dalla convivenza forzata con altri cani, il continuo abbaio, la presenza di visitatori che generano agitazione, il confinamento in spazi ridotti.

L’adozione deve quindi avvenire in tempi brevi per non incorrere nel rischio che l’animale sviluppi disturbi comportamentali.

Il rientro nel caso di un’adozione non andata a buon fine potrebbe esporre il cane a un ulteriore stress da abbandono, riducendo per lui la possibilità di un’adozione in futuro.

Un problema di una certa importanza se si pensa che fino a pochi anni fa esistevano (e ancora esistono in molte zone) canili con un tasso di rientro pari al 15-50 per cento.

 

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3. Vuoi adottare un cane? Rispondi con sincerità a queste 8 domande

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Chi decide di accogliere in casa un cane (ma anche un gatto) deve aver bene in mente l’impegno che questa scelta comporta.

Ecco le domande da porsi per capire se siamo davvero in grado di accudirlo al meglio: solo risposte affermative ci renderanno potenziali buoni padroni.

1. Sono certo di aver meditato a lungo sulla scelta di prendere un cane e di non essermi fatto prendere da un desiderio improvviso? 

2. Sono in grado di assicurare al mio cane almeno un paio di ore al giorno per le passeggiate, per socializzare con gli altri cani e per fare i bisogni?

3. Sono certo che non faccio questa scelta per accontentare un capriccio dei miei figli?

4. Mi sono già organizzato perché il cane non resti da solo tutto il giorno a casa o in giardino? 

5. Sono in grado di far fronte alle spese veterinarie e per l’alimentazione dell’animale?  Sono consapevole che tali spese possono diventare onerose in caso di malattie o incidenti?

6. Sono in grado di non arrabbiarmi se il cane sporca in casa e magari rovina oggetti o suppellettili, ad esempio rosicchiando tappeti o tavoli?

7. So già a chi lasciare il cane durante le vacanze estive o per un weekend?

8. Sono consapevole che dovrò portarlo fuori tutti i giorni più volte al giorno, la mattina presto e la sera tardi, con qualsiasi condizione di tempo: freddo, pioggia, neve o solleone?

 

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4. Così si contrasta il randagismo

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Così si contrasta il randagismo:

1. Anagrafe canina e microchip
L’iscrizione all’anagrafe canina è un atto obbligatorio in base alla legge 281 del 1991.
Chi possiede un cane è tenuto a comunicare alle autorità preposte nel proprio comune la detenzione dell’animale.
La legge inoltre stabilisce che tutti i cani devono essere provvisti di microchip di identificazione, un dispositivo grande pressappoco quanto la punta di una matita che il veterinario applica in modo del tutto indolore sotto la pelle del collo dell’animale.
Grazie al microchip rilevato da un apposito lettore è possibile rintracciarne i dati con quelli del padrone.

2. Sterilizzazione
È un intervento finalizzato alla prevenzione di cucciolate indesiderate difficili da collocare, soprattutto nel caso di cani non di razza e di grossa taglia o di gatti randagi. Spesso è sovvenzionata in toto o in parte da comuni o associazioni di protezione degli animali.

3. Campagne di prevenzione
Sono promosse da comuni o regioni soprattutto in prossimità dei periodi in cui c’è un maggior rischio di abbandono, come prima delle vacanze quando non si sa a chi lasciare in custodia il proprio animale.

4. Evitare cuccioli dai Paesi dell’Est
Secondo una stima de Il Sole&24ore in Italia circa 8mila cuccioli vengono introdotti illegalmente dall’Est per una valore di 5 milioni e 600mila euro.
Di questi, quasi 4mila muoiono nelle prime settimane a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie sofferte nel viaggio.
Negli anni questi animali spesso manifestano disturbi comportamentali o problemi di salute perché tolti alla madre troppo presto o portatori di difetti genetici.

 

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5. Sono raddoppiati i cani abbandonati

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Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Salute in riferimento al 2016, sono 88.862 gli esemplari presenti nei canili sanitari con un costo di almeno 310mila euro all’anno.

In base al rapporto 2018 della Lega italiana antivivisezione (LAV), invece, nei canili del nostro Paese vi sarebbero 114.866 cani con un costo di gestione pari a ben 402.031 euro al giorno (dai 3 ai 10 euro al giorno per cane).

Ancora più difficile è stimare i dati sul randagismo: si parla di 700mila cani vaganti soprattutto nelle regioni del Sud e di un numero di abbandoni raddoppiati negli ultimi due anni.

Il fenomeno randagismo può alimentare comportamenti illeciti come il commercio e l’adozione di animali provenienti da canili non certificati italiani ed esteri, ma anche contribuire alla sopravvivenza di pseudo associazioni che lucrano su rimborsi od offerte per “salvare” animali dalla strada o che gestiscono malamente dei canili per ricavarne profitti.

La prevenzione consiste nell’intervenire sull’origine del fenomeno (educazione, sterilizzazioni, iscrizione all’anagrafe). In caso contrario, viene il dubbio che la permanenza dei randagi sia funzionale ai personaggi che ci “vivono” e ne hanno fatto un lavoro.

Ma esistono adozioni guidate anche per i gatti? Sì, anche per i gatti esistono progetti di adozione personalizzati.

In questo caso, dal momento che i felini sono animali territoriali, gli esperti del gattile cercano di prestare una maggiore attenzione alle caratteristiche della futura casa del gatto in adozione.

Così, dopo il colloquio preliminare, viene effettuato un sopralluogo presso l’abitazione del richiedente e valutati spazi, luoghi appropriati per la sistemazione della lettiera, eventuale presenza di balconi o finestre a rischio cadute.

Il supporto degli esperti in questa fase è fondamentale perché essi sono in grado di fornire utili consigli per prevenire disturbi comportamentali nel felino.

Per ottenere un’adozione di successo è importante valutare l’attitudine dell’animale a vivere dentro o fuori casa e a condividere gli spazi con bambini piccoli o con altri animali (siano essi altri gatti o cani).

 

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