Che fine hanno fatto…

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Che fine hanno fatto… BEST5.IT 2017-05-29 22:58:41
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Dalla pecora Dolly al vaccino universale e dal nucleare al turismo spaziale.

E poi, infine, dalle terapie con le cellule staminali alla mappatura del genoma, vi raccontiamo che cosa ne è stato di promesse, allarmi e scommesse cha tanto hanno fatto discutere.

Scopriamole insieme.

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1. Il turismo spaziale

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Sono più di vent'anni che si parla di turismo spaziale, ma finora solo 7 persone sono andate nello spazio senza essere astronauti.

Essendo molto ricchi hanno potuto permettersi di sborsare da 20 e 40 milioni di dollari a testa per una gita spaziale di 8-15 giorni con tappa sulla Stazione spaziale internazionale.

Ma quando lo spazio sarà accessibile a tutti? La possibilità più concreta è quella di un volo suborbitale, cioè un volo di qualche ora, con una navicella speciale che porta i passeggeri a una quota superiore ai 100 km.

Il progetto più avanzato è la VSS Enterprise della Virgin Galactic di Richard Branson.

Il volo costerà circa 200.000 dollari, e già oltre 500 aspiranti hanno versato una caparra di 20.000 dollari. Il primo lancio potrebbe essere entro un paio d’anni.

Ma chi vuole provare l’assenza di peso tipica dello spazio (la microgravità), può fare un volo parabolico con un aereo, con l’agenzia statunitense Space Adventures: si sale inclinati a 47° fino a 7,5 km di quota, poi per qualche decina di secondi il velivolo toglie alimentazione ai motori.

L’aereo fa una parabola ascendente e poi discendente, durante la quale i passeggeri fluttuano nel velivolo. Il prezzo: sui 5.000 dollari.

2. Il vaccino universale

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A quando il vaccino universale dell'influenza? Le aziende produttrici lo promettono fra 3-5 anni.

Francis Collins, direttore dei National Institutes of health del governo americano, lo prevede fra quattro anni circa.

Ma Vincent Racaniello, virologo della Columbia University di New York, sostiene che ne passeranno 10 prima che il vaccino sia in uso.

Ogni anno in estate inizia la corsa per preparare il vaccino in grado di immunizzare i soggetti più deboli, bambini e anziani con gravi patologie, contro il ceppo influenzale in circolazione.

Produrlo per tempo, distribuirlo, somministrarlo a milioni di persone e poi buttarlo l'anno dopo, impone un enorme spreco di tempo e denaro.

Il virus infatti è un vero trasformista: ogni anno muta e si presenta con una faccia diversa e quindi la risposta del sistema immunitario non tutela dall'infezione con il ceppo dell’anno successivo.

Inoltre l'attuale capacità produttiva delle aziende farmaceutiche non è in grado di far fronte in modo tempestivo a un ceppo pandemico nuovo e aggressivo.

Un vaccino universale, capace di durare nel tempo e di immunizzare da tutti i virus influenzali, compresi i pericolosi ceppi di influenza degli uccelli (influenza aviaria), consentirebbe di vaccinare una sola volta nella vita tutti gli individui. Con parecchi vantaggi.

Nimalan Arinaminpathy della Princeton University ha calcolalo che, limitando la diffusione del virus, si potrebbe addirittura impedirgli di mutare.

In altre parole se fossero vaccinati i il 70% dei soggetti l'effetto gregge farebbe scendere a zero il rischio di infezione nella popolazione, tutelando quindi anche il 30% non vaccinato. Ma fra il dire e il fare...

Secondo Anthony Fauci, direttore del Niaid, il National Institute of allergy and infectious diseases dei National institutes of health del governo americano, un vaccino universale richiede sperimentazioni diverse da quelle ora in uso, che dovranno dimostrare l’effettiva immunizzazione contro tutti i ceppi virali.

Inoltre bisognerà dimostrare che la risposta immunitaria dura nel tempo, dall'infanzia fino all'età avanzata: negli anziani, infatti, il sistema immunitario è meno efficace e la risposta indotta dal vaccino potrebbe ridursi.

Quanto ai costi, nessuno si è ancora pronunciato. Costerà più del vaccino stagionale, ma potrebbe valerne comunque la pena.

3. Il nucleare

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Dopo l’incidente all’impianto di Fukushima Dai-lchi nel 2011 in seguito al terremoto e allo tsunami, la costruzione di impianti nucleari a fissione nel mondo ha rallentato, e alcuni Paesi (Svizzera, Germania e Italia) hanno deciso di uscire gradualmente dal nucleare.

Le conseguenze del disastro giapponese sono ancora presenti negli ecosistemi terrestri: le radiazioni dell’acqua scaricata in mare sono ancora percepibili a circa 300 km dalla costa giapponese, nell’oceano Pacifico, e sono state rilevate - a basse dosi - anche nei tonni pescati in California.

L’impianto danneggiato è, secondo il primo ministro giapponese, in situazione stabile ma, nonostante la fame di energia del Giappone, non si prevede la riapertura di nessuna delle unità dell’impianto stesso.

La stessa sorte subita anche dall’impianto nucleare di Chernobyl (Ucraina): dal giorno dell’incidente la zona è talmente radioattiva che non è possibile abitarla. C’è però la possibilità di visitarla ed è stato girato un film che mostra come la natura abbia ripreso possesso della zona.

Dopo Fukushima, in tutto il mondo c'è stata una battuta d'arresto; nel 2012 infatti sono stati aperti solo 2 cantieri (dal 2008 al 2010 le centrali di cui è partita la costruzione sono state 38).

La fotografia globale racconta che sono in costruzione un totale di 60 impianti nucleari, la maggior parte dei quali nei Paesi asiatici. Quelli in attività (435) forniscono circa il 13,5% dell’elettricità prodotta sul pianeta.

La grande maggioranza delle centrali in costruzione sono impianti a fissione, che sfruttano cioè la rottura di atomi pesanti, come l'uranio, per la produzione di energia.

Quelli esistenti sono quasi tutti reattori di 2a generazione: quelli di 3a generazione - che si basano sullo stesso principio ma hanno notevoli miglioramenti progettuali e di sicurezza - non hanno ancora grande diffusione.

Uno di essi è in costruzione in Finlandia, a Olkiluoto, ma anche in questo caso non sono mancati ritardi nei lavori e aumento di costi. Un altro tipo di reattore nucleare, a fusione, sfrutta l’unione di due nuclei di idrogeno per ricavarne energia.

A tutt’oggi, però, non ci sono ancora centrali funzionanti; il problema più difficile da superare è il confinamento (ovvero il controllo) del materia­ le di fusione.

4. Le terapie con le cellule staminali

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Se non se ne sente più parlare è solo perché i tempi della ricerca sono lenti e bisogna evitare inutili speranze e sofferenze ai pazienti.

Negli anni 70 del secolo scorso si sperimentavano le cellule staminali del sangue che, 40 anni dopo, hanno curato tumori e malattie genetiche di 1.400 italiani.

Oggi si sperimentano le terapie di domani. Angelo Vescovi, biologo e farmacologo italiano, direttore scientifico della Casa Sollievo della Sofferenza, ha ottenuto l’autorizzazione per trapiantare staminali cerebrali nel midollo spinale di 18 pazienti con Sla (Sclerosi laterale amiotrofica) avanzata per dimostrare la sicurezza dell’intervento.

A settembre del 2012 sono arrivati i risultati della sperimentazione su 3 pazienti paralizzati alla spina dorsale condotta a Zurigo, in Svizzera: due percepivano il tocco leggero, il calore e lievi scariche elettriche nell’area sopra l’ombelico prima completamente insensibile.

L’elenco delle sperimentazioni controllate per qualità e contenuto è on line nell’International clinical trials registry platform, dell’Organizzazione mondiale della sanità, che raccoglie e aggiorna settimanalmente i dati dei registri europeo, statunitense, australiano e via elencando.

Ma la cautela è d’obbligo: le staminali possono fare guai. La rivista Plos medicine ha segnalato due tumori, uno nel cervello e uno nel midollo spinale, in un bambino israeliano trattato con staminali presso un centro moscovita per una grave malattia neurodegenerativa (atassia teleangectasia).

E recentemente la rivista New Scientist ha segnalato il decesso di una donna, affetta da malattia renale, per una terapia effettuata a Bangkok in Thailandia: sperimentazione che l’Europa aveva già sospeso sei anni fa quando su 50 pazienti trattati 12 erano deceduti e 1 su tre aveva avuto ricadute.

5. La clonazione degli animali e la mappatura del genoma

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  • La clonazione degli animali
    La pecora Dolly (nella foto accanto) è finita imbalsamata dopo 7 anni di vita, ma da allora molte altre specie sono state clonate.
    Ora si prova a far risorgere persino un mammut.
    Dopo una serie di altre specie, come drosofile, rane e topi, il primo mammifero clonato a partire da una cellula adulta fu la pecora Dolly, in Scozia.
    Visse dal 1996 al 2003, quando mori per complicazioni polmonari.
    Da allora la tecnica (produrre organismi manipolando i geni di cellule) e altre simili sono state usate per ragioni sperimentali o commerciali su molti altri animali: cavalli, capre e mucche.
    La clonazione è stata usata anche per salvare dall’estinzione specie in pericolo come il toro selvatico gaur (clonato nel 2001, il vitellino sopravvisse solo 2 giorni), lupi (nel 2007) e lo stambecco dei Pirenei (clonato nel 2009; il piccolo morì poco dopo).
    Ci sono altri progetti che coinvolgono specie minacciate, come il rinoceronte bianco del Nord, una specie africana, e il crisocione, un lupo dalle lunghe zampe delle savane del Brasile.
    Un altro progetto vorrebbe far “risorgere" con la clonazione il mammut siberiano: ma per ora le difficoltà tecniche sono considerate eccessive.
    Un progetto italiano, infine, si rivolge all’antenato dei bovini domestici, l’uro, che si vorrebbe far rinascere con incroci selettivi, cercando cioè di ricostruirne il patrimonio genetico facendo accoppiare animali di razze esistenti.
  • La mappatura del genoma
    Iniziata nel 1990, la lettura del genoma umano (un progetto del Dipartimento dell’energia e del National institute of health degli Stati Uniti, oltre che della Celerà Genomics, istituto privato di Craig Venter) fu completata nel 2003, anche se mancava ancora la decrittazione precisa di tutti i cromosomi, finita nel 2006.
    Nel 2008 è nato il progetto “1.000 genomi”, per identificare le variazioni i geniche tra le popolazioni della Terra, scoprendo differenze di sequenza del Dna presenti almeno nell’1% delle popolazioni studiate.
    Le sequenze, che riguardano tutti i 1.092 genomi usati per lo studio, sono state pubblicate dalla rivista Nature nell’ottobre 2012. Il passo successivo sarà il confronto tra le varie popolazioni.
    Obiettivo finale: identificare l’effettiva funzione di ogni singolo gene, per prevenire e curare le malattie genetiche.



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