Come mettere a punto il nostro cervello per far funzionare al meglio il nostro pensiero

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Come mettere a punto il nostro cervello per far funzionare al meglio il nostro pensiero BEST5.IT 2019-12-12 11:54:15
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Che sia mancanza di concentrazione, la tendenza a dimenticarci di dove abbiamo lasciato le chiavi o un blocco totale davanti all’ultima voce delle parole crociate, ci sono momenti in cui la nostra mente… sembra non voler collaborare.

Proprio come una macchina, anche il nostro cervello ogni tanto ha bisogno di una messa a punto.

Ecco quindi qualche consiglio pratico, basato sulla scienza, per far funzionare al meglio il nostro pensiero.

 

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1. ATTENZIONE

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Conosciamo bene tutti l’irritante sensazione di non riuscire a concentrarci su quel che dobbiamo fare.

Ma non dobbiamo essere troppo duri con il nostro cervello quando va per farfalle: si è evoluto per essere distratto, e non senza ragione.

La nostra capacità di concentrazione è preziosa, ma ci serve anche rimanere flessibili: se ci concentrassimo troppo su qualcosa, non sentiremmo lo scricchiolio delle assi del pavimento che segnala l’avvicinarsi di un intruso, o il refolo di fumo che annuncia un incendio.

L’attenzione ha dimostrato di essere un fenomeno più strano e complicato di quanto potrebbe sembrare. Se osserviamo attentamente qualcosa – la foto di un paesaggio, per esempio – probabilmente avremo l’impressione di cogliere ogni dettaglio, ma in realtà stiamo cogliendo solo alcuni frammenti, e solo un po’ per volta.

Ciò accade perché più ci concentriamo più si restringe la nostra visuale. Il fenomeno è stato chiamato “cecità attentiva” ed è stato dimostrato con una quantità di esperimenti: il più famoso è un video che mostra un gruppo di giocatori di basket che si passano la palla, e a un certo punto appare un uomo con un costume da gorilla che si ferma in mezzo al gruppo, si batte i pugni sul petto e poi se ne va.

Se chiedete a qualcuno che non ha mai visto prima questo video di guardarlo e concentrare la sua attenzione solo sulla palla, quasi nessuno noterà il gorilla. Il “raggio laser” dell’attenzione sarà così concentrato che lascerà fuori l’anomalia.

Anche il multitasking ha la sua parte in tutto questo. Una recente ricerca dell’Università di Princeton ha mostrato che la sensazione di riuscire a fare più cose contemporaneamente è un’illusione: quel che avviene in realtà è che il cervello passa a grande velocità da una cosa a un’altra.

Anche quando siamo concentrati su una singola operazione, la nostra attenzione si dirige altrove più volte al secondo: in pratica il cervello “si guarda attorno” per controllare che non stia accadendo nient’altro di importante, creando così micro-interruzioni nella sua concentrazione.

Quando cerchiamo di agire in multitasking, queste micro-interruzioni si allargano al punto che non riusciamo più a fare bene nessuna delle cose che stiamo tentando di fare. È precisamente questo che rende pericoloso usare il cellulare mentre si guida.

Sul piano fisico l’attenzione è gestita dall’attività neuronale nell’area del cervello collegata con l’oggetto dell’attenzione stessa: se per esempio ascoltiamo musica, si attivano i neuroni nella corteccia uditiva (vicino alle orecchie); se osserviamo un quadro, c’è attività nell’area visuale del cervello (nella parte posteriore del cranio); alcune aree dei lobi parietali (parte posteriore alta del cranio) dirigono l’attenzione nello spazio tridimensionale.

Più ci si focalizza su qualcosa, più l’attività cerebrale corrispondente diventa intensa e continua: le onde gamma del cervello, che si producono quando i neuroni si attivano più di venticinque volte al secondo, indicano grande concentrazione, mentre le onde con frequenza inferiore indicano un’attenzione più diffusa, che vaga senza meta.

La parte posteriore del lobo parietale è particolarmente importante perché è deputata a dirigere la nostra attenzione, un po’ come una mano che diriga la luce di una torcia elettrica.

Le persone in cui quest’area del cervello è danneggiata possono diventare “cieche” a intere sezioni del mondo circostante, per esempio a tutto quel che sta nella metà sinistra del loro campo visivo. In realtà possono fisicamente vedere quel che c’è lì, ma non lo registrano, perché la loro attenzione non lo coglie da sola: lo può fare solo se qualcun altro la dirige appositamente.

Tuttavia la “cecità attentiva” è un fenomeno che, in misura minore, sperimentiamo tutti nella nostra vita quotidiana: ci sono persone beatamente ignare di abitare in una casa lurida, di essere amate o odiate da qualcuno, di indossare sempre calzini spaiati o di venire tradite dal partner.

A volte l’ignoranza è un bene, ma può portare anche al disastro. Riuscire a concentrarsi su quel che si sta facendo è una capacità fondamentale, ma a volte allargare lo spettro dell’attenzione può essere ugualmente importante.

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METTERE A PUNTO L’ATTENZIONE:
- Scrivete uno schema della vostra vita dividendolo in sezioni come lavoro, famiglia, salute, eccetera. Consultatelo regolarmente, chiedendovi se una o più sezioni richiedono particolare attenzione: se è così, fate un segno su quella sezione e lasciatelo finché non avete risolto il problema. Mirate a tenere il più possibile lo schema privo di segni. Osservando la vostra vita “ad ampio spettro”, potrete assicurarvi che non vi state concentrando su un’area a discapito delle altre.
- Leggete, ascoltate o guardate qualcosa di nuovo ogni giorno. I soggetti e gli argomenti insoliti stimolano aree poco usate del cervello, facilitano l’attivazione futura delle relative cellule cerebrali e in generale aiutano ad aumentare l’attenzione
- Se dovete concentrarvi a lungo su un’operazione, prendetevi delle brevi pause. Quando è costretto a fare la stessa cosa per tanto tempo, il cervello tende a considerare via via meno importanti gli stimoli continuati e si distrae sempre più facilmente.
- Fate esercizio fisico prima di qualunque attività che richieda particolare concentrazione. Uno studio dell’Università dell’Illinois ha appurato che bambini di nove anni si concentravano meglio dopo venti minuti di camminata sul tapis roulant piuttosto che dopo venti minuti di riposo. Anche le misurazioni della loro attività cerebrale dopo l’esercizio hanno mostrato schemi precedentemente associati con l’attenzione focalizzata.

2. APPRENDIMENTO

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Imparare qualcosa di nuovo – che si tratti di nuove conoscenze o di nuove abilità – è un vero e proprio processo fisico che ristruttura l’architettura del cervello.

Per capire perché, dobbiamo esaminare quel che accade al cervello quando affidiamo qualcosa alla memoria.

Ogni esperienza che viviamo è creata dall’attivazione simultanea di milioni di neuroni: potete immaginare il processo come un groviglio di lucine che si accendono continuamente con schemi sempre diversi. Ma, a differenza delle lucine, quando più neuroni si “accendono” insieme subiscono minuscoli cambiamenti che li predispongono ad accendersi di nuovo all’unisono in futuro.

La maggior parte degli schemi così generati si produce solo una volta, perché inizialmente questi micro-cambiamenti sono assai fragili, ma alcuni vengono registrati dall’ippocampo, una piccola struttura a forma di ferro di cavallo situata nelle profondità del cervello. Questo incoraggia l’attività registrata a ripetersi nuovamente e, dopo varie ripetizioni, i neuroni coinvolti protendono dei filamenti che li collegano gli uni agli altri e creano un percorso permanente. Così nasce un ricordo fissato nella memoria.

Gli avvenimenti insoliti, impressionanti, importanti o dolorosi vengono registrati con maggiore facilità di quelli più banali perché l’attività neuronale che scatenano è più intensa. Per esempio vedere una fiamma e rimanerne scottati provoca la rapida e furiosa accensione di neuroni visuali (l’immagine della fiamma), somatosensoriali (la sensazione fisica) e limbici (l’orrore davanti all’esperienza).

In futuro la vista di una nuova fiamma riattiverà l’intero schema, inclusi i neuroni che avevano registrato la sensazione dolorosa. Il ricordo, anche se inconscio, guida la nostra risposta alla situazione: anziché toccare di nuovo la fiamma, ci ritraiamo. Abbiamo imparato la lezione. Le reti di neuroni collegati tra loro si disfano e si riformano più facilmente nei cervelli giovani che in quelli vecchi: è per questo che i bambini imparano – e dimenticano – così in fretta.

Alcune cose sono più facili da imparare di altre: camminare e parlare, per esempio, vengono abbastanza naturali se un bambino vede abitualmente persone che fanno questo attorno a lui. Capacità spontanee come queste in genere emergono in momenti specifici della vita, quando il cervello dei bambini è geneticamente programmato per svilupparle.

Altre più “esotiche”, come leggere e fare di conto, devono venir apprese con uno sforzo deliberato, e lo stesso vale per conoscenze non intuitive come le regole del calcio o le leggi della termodinamica. In ciascun caso, lo studio e la ripetizione rafforzano le reti neurali associate con quella specifica conoscenza e aiutano a fissare quest’ultima nella memoria.

Alcuni generi di apprendimento sono facilitati dai cosiddetti “neuroni-specchio”: cellule cerebrali che si attivano quando si vede qualcun altro fare qualcosa. Se per esempio vediamo qualcuno alzare un braccio, nel nostro cervello alcuni neuroni deputati a compiere l’azione di alzare un braccio cominciano ad attivarsi. In pratica i neuroni-specchio provocano risposte imitative automatiche, che risultano particolarmente utili nell’apprendimento delle capacità motorie come ballare o giocare a tennis.

L’ippocampo non ha solo la funzione di convertire le esperienze in ricordi, ma in una certa misura anche quella di registrare quei ricordi. Un celebre studio svoltosi sui taxisti di Londra che avevano memorizzato una dettagliata mappa della città aveva appurato che il loro ippocampo era apprezzabilmente più grande del normale.

Un altro settore del cervello importante per l’apprendimento è la cosiddetta area fusiforme facciale, una parte della corteccia situata dietro le orecchie e deputata a registrare i volti. Possiede inoltre collegamenti con aree relative al linguaggio e alle emozioni, che ci fanno ricordare i nomi e producono determinate risposte emotive quando vediamo un volto che ci è familiare.

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METTERE A PUNTO L’APPRENDIMENTO
- Prendete appunti e rileggeteli spesso. La ripetizione aiuta a non dimenticare le informazioni perché riaccende la rete neurale che conserva quella specifica conoscenza e ne favorisce il consolidamento. Potete provare il sistema Cornell (lsc.cornell.edu/notes.html):
1. Trasformate in appunti le informazioni di una lezione
2. Preparate delle domande da esame basate sui vostri appunti
3. Rispondete a ciascuna a voce alta, senza consultare gli appunti
4. Riflettete sulle vostre risposte e sugli appunti
5. Rileggete i vecchi appunti con regolarità
- Ripassate per un esame in una stanza in cui aleggi un profumo insolito, poi mettetevi un po’ di quel profumo sui polsi prima dell’esame e annusatelo se avete un vuoto di memoria. Il sistema funziona soprattutto se l’argomento ha una componente emotiva: in uno studio eseguito nel 2011 dall’Università di Utrecht alcuni volontari hanno guardato un film emotivamente coinvolgente in una stanza che profumava di cassis (l’aroma del ribes nero) e la successiva esposizione a quello stesso profumo ha riattivato ricordi intensi della visione.
- Suddividete le informazioni in “pezzi”. Per esempio la sequenza numerica 8, 3, 2, 4, 9, 0, 1, 9, 8 si può trasformare in 832-490-198 e diventa più facile trattenerla nella “memoria di lavoro”, il sistema del cervello che tiene una nuova informazione bloccata in un loop di ripetizione neuronale finché non viene utilizzata, memorizzata definitivamente o sostituita da informazioni nuove. Nel nostro esempio, “fare a pezzi” il dato trasforma una sequenza di nove elementi in una di tre.

3. MEMORIA

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Come abbiamo spiegato nella sezione precedente, l’apprendimento trasforma l’esperienza in conoscenza. Ma è la nostra capacità di ricordare successivamente quella informazione a rendere utile la conoscenza. E questo ci porta alla memoria.

Il nostro cervello è molto selettivo su quel che decide di memorizzare: la maggior parte delle esperienze ci attraversano e cadono nell’oblio, perché sarebbe inutile ingombrare la memoria di materiale che assai poco probabilmente si rivelerebbe utile.

Quando memorizziamo qualcosa il meccanismo può essere di tre tipi, ciascuno dei quali impiega un diverso processo cerebrale.

La memoria di lavoro usa neuroni “ad accensione rapida” per trattenere temporaneamente nuove informazioni per uso immediato; la memoria a breve termine è un sistema separato che si basa su cambiamenti temporanei negli schemi neuronali; la memoria a lungo termine implica cambiamenti permanenti nel tessuto del cervello, che difficilmente si cancellano a meno che il tessuto stesso non muoia o subisca danni.

Man mano che si invecchia diventa più difficile tenere a mente le cose perché i neuroni deputati a sopprimere le distrazioni si fanno via via meno efficienti. Assimilare ricordi a lungo termine è più difficoltoso, perché il cervello diventa meno plastico, e anche accedere alle conoscenze ben note non è più così facile, forse perché non ci sono più connessioni neuronali dirette.

In quella fase della vita la memoria è “stato-dipendente”: ha bisogno di essere attivata da qualcosa che abbia a che fare con il ricordo da richiamare. Per esempio un avvocato in pensione potrebbe avere ancora “in magazzino” tutte le conoscenze nel campo legale di sua competenza, ma non riuscire a richiamarle a meno che non visiti il suo vecchio ufficio o il tribunale in cui lavorava.

La nostra memoria fallisce quando non riusciamo a ricordare qualcosa che vorremmo. Una diversa forma di fallimento è quando ricordiamo in maniera inaccurata, o creiamo veri e propri ricordi fasulli.

Ricordare qualcosa che ci è accaduto equivale a rivivere parzialmente l’esperienza: se per esempio richiamiamo il ricordo di un giorno di pioggia durante una vacanza, si riattivano gli stessi neuroni sensoriali che all’epoca avevano generato la sensazione delle gocce d’acqua e la vista del cielo rannuvolato, nonché i neuroni che avevano prodotto le emozioni associate all’esperienza (per esempio la delusione di non poter passare la giornata in spiaggia).

Potrebbero attivarsi anche i neuroni che hanno registrato i volti delle persone con cui ci trovavamo in quel momento e quelli stimolati dal cibo che stavamo mangiando. Tuttavia, per quanto simile a quella avvenuta all’epoca dell’evento, l’attività neuronale innescata dal ricordo non è mai identica.

Anche mentre pensiamo al passato, il cervello tiene costantemente conto del presente: i nostri neuroni non sono stimolati solo dal ricordo ma anche dai suoni, dalle immagini e dagli odori che ci circondano, e gli schemi neuronali conseguenti si fondono insieme. In altre parole ogni volta che richiamiamo un ricordo mescoliamo ad esso qualcosa del presente.

Se ad esempio stiamo mangiando una pizza mentre ripensiamo a quel giorno di pioggia in vacanza, la pizza stessa potrebbe entrare a far parte del ricordo e in futuro potremmo ricordare di aver mangiato una quattro formaggi mentre pioveva quel giorno. Queste distorsioni sono inevitabili, e a volte anche pericolose. Alcuni decenni fa la psicologa Elizabeth Loftus dimostrò che si possono installare ricordi falsi nella mente delle persone con notevole facilità.

Oggi gli scienziati hanno scoperto un nuovo fenomeno: la “cecità di scelta”, ovvero l’incapacità di una persona di notare quando le sue stesse affermazioni sono false. Il fenomeno ha implicazioni enormi sulla giustizia penale, che si basa sulle testimonianze dirette. In uno studio eseguito nel 2016 dall’Università della California, ad alcuni volontari è stato chiesto di identificare in una fila di sospetti il colpevole di un finto crimine inscenato appositamente.

Due giorni dopo è stato chiesto loro di confermare l’identificazione, ma è stata mostrata loro la foto di una persona diversa: due terzi dei volontari lo hanno identificato ugualmente come il colpevole del crimine. Insomma, è chiaro che la memoria è un’entità sfuggente e questo suggerisce di considerare sempre con un po’ di sospetto i nostri ricordi.

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METTERE A PUNTO LA MEMORIA:
- Assumere molta vitamina B (da grano, semi, noci e fagioli) può aiutare molte funzioni del cervello – inclusa la produzione di neurotrasmettitori – a operare meglio. Uno studio ha appurato che dosi elevate di vitamina B dimezzano l’atrofia cerebrale nei soggetti con problemi di memoria non gravi (per quanto la questione sia ancora controversa).
- Usate tecniche mnemoniche come le rime (“Trenta giorni ha settembre”) e gli acronimi, entrambi sistemi ben testati dal tempo per aiutare a ricordare le informazioni.
- Create un’immagine mentale di un luogo che vi è familiare, per esempio casa vostra, e posizionate le cose che volete ricordare nelle varie stanze: così potrete fare una “passeggiata immaginaria” attraverso i ricordi che avete immagazzinato, un po’ come il “palazzo della mente” di Sherlock Holmes.
- Scrivete una lista di cose da fare ogni mattina e consultatela più volte durante la giornata, per mantenerla fresca nei vostri ricordi.
- Createvi delle abitudini fisse, per esempio appendere le chiavi allo stesso gancio ogni volta che entrate in casa. In questo modo la vostra mente creerà dei collegamenti tra gli oggetti (in questo caso, tra le chiavi e il gancio), così quando avrete bisogno delle chiavi penserete automaticamente al gancio anziché dover lottare per ricordarvi dove le avete messe.

4. CREATIVITÀ

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La creatività umana è rimasta per lungo tempo un mistero, ma una scoperta del tutto fortuita ci ha permesso di gettare nuova luce su questo sfuggente argomento.

La maggior parte dei test sul cervello consiste nel far fare qualcosa ai volontari – per esempio le parole crociate o dei calcoli – mentre li si sottopone a qualche genere di scansione cerebrale.

Ciò ha permesso agli scienziati di creare “mappe” piuttosto dettagliate di quel che accade mentre compiamo una specifica azione. Ma per molto tempo a nessuno è venuto in mente di controllare come si comporta il nostro cervello quando non stiamo facendo nulla. Per fortuna possediamo una gran quantità di dati a questo proposito, perché buona parte degli studi sul cervello contengono anche periodi in cui ai volontari viene detto di non fare niente e non pensare a nulla in particolare.

L’attività cerebrale durante queste fasi generalmente veniva archiviata insieme al resto, ma ignorata. Alla fine, per puro caso, si è notato che l’attività del cervello durante questi periodi di “non pensiero” è praticamente identica in tutti gli esseri umani. Lo schema neuronale corrispondente è stato battezzato default mode network (DMN), e si è scoperto che in esso risiede la chiave della creatività umana.

Il DMN è l’opposto di un’altra rete cerebrale chiamata executive control network (ECN), che si attiva quando ci concentriamo per fare qualcosa. In questa seconda rete i neuroni si accendono rapidamente, ma in un numero di aree relativamente ridotto: un’attività diretta verso uno scopo preciso, che incanala la mente nel pensiero focalizzato.

Quando però smettiamo di fare quel che stavamo facendo, il cervello torna automaticamente alla rete DMN, caratterizzata da bassa attività in aree numerose e ben diffuse. I pensieri che sorgono in questo stato di relax tendono a ruotare attorno all’individuo e a scenari sociali del passato oppure immaginari: per esempio ci tornano in mente conversazioni del giorno precedente, o pensiamo a quello che vorremmo dire in una conversazione futura.

Nel DMN l’immaginazione diventa protagonista. Libero dal doversi concentrare su una funzione particolare, il cervello può intrattenersi con un gran numero di idee differenti, immaginando e confrontando i loro esiti. In questo stato accade anche che pensieri e ricordi si combinino tra loro in forme inusuali creando un caleidoscopio interiore quasi surreale, in cui i pesci possono volare e i maiali parlare. Immaginazione e creatività non sono comunque sinonimi.

Un cervello lasciato “a briglia sciolta” può senz’altro partorire moltissime immagini insolite, ma senza collegamenti o coerenza. Per essere creativi servono idee utili nella pratica (per esempio un nuovo genere di trappola per topi) o infuse di talento (per esempio un dipinto di Dalì). Insomma, per utilizzare fattivamente quanto prodotto dal DMN il cervello deve passare almeno in parte all’ECN.

Di solito l’attivazione dell’ECN disattiva automaticamente il DMN e viceversa: il nostro cervello passa sempre da uno dei due stati all’altro. Tuttavia la ricerca ha appurato che le persone creative sono in grado di usarli entrambi in contemporanea In uno studio svoltosi l’anno scorso, alcuni volontari sono stati monitorati mentre tentavano di immaginare metodi fantasiosi per usare un calzino, una saponetta e la carta di una gomma da masticare.

Alcuni volontari sono risultati del tutto incapaci di svolgere il test: riuscivano a pensare solo cose come “coprirsi un piede”, “fare bolle” o “avvolgere una gomma da masticare”. Altri hanno suggerito di usare gli oggetti rispettivamente come filtro per l’acqua, collante per le buste e un cavo per un’antenna. In questi pensatori creativi si è riscontrata un’attività simultanea delle due reti cerebrali, assente negli altri volontari.

È dunque possibile imparare a usare le due reti contemporaneamente? Finora non sono stati fatti test a riguardo, ma l’attività del cervello è abituale, proprio come i comportamenti che produce: se vi accorgete di mancare di creatività, potete sicuramente incoraggiarla a crescere.

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METTERE A PUNTO LA CREATIVITÀ:
- Quando siete su un mezzo pubblico, guardate fuori dal finestrino invece che usare il cellulare. Gli studi dimostrano che annoiarsi un po’ e sognare a occhi aperti aiutano la mente a vagare e a diventare più creativa.
- Ritagliate le parole da una pagina di giornale e sistematele in un nuovo ordine per produrre dei nonsense grammaticalmente corretti. Se rispettate le regole della grammatica, la nuova frase avrà una sorta di senso e costringerà il vostro cervello a considerare il contenuto da un punto di vista insolito, e questa è una capacità utile per il pensiero creativo.
- Abbassate le luci: uno studio eseguito nel 2013 dalle Università di Stoccarda e Hohenheim, in Germania, ha appurato che la luce fioca stimola la creatività. Pare che l’oscurità generi un senso di libertà e inneschi processi esplorativi più “rischiosi” del normale.
- Quando leggete una storia, fermatevi a metà e immaginate cinque possibili finali diversi.
- Trasformate in qualcosa di strano la vostra esperienza visiva del momento: per esempio immaginate che gli oggetti intorno a voi si rovescino sottosopra. Vi vengono in mente modi insoliti per utilizzarli in questa nuova situazione?
- Interrompete un sogno a occhi aperti e domandatevi se esistono modi per impiegarlo nella vita reale, magari trasformandolo in una storia o in un aneddoto da raccontare.

5. CAPACITÀ DECISIONALE

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Ogni decisione che prendiamo è il punto di arrivo di un processo neuronale incredibilmente complesso.

Anche se abbiamo l’impressione di stare decidendo, in realtà quel che accade è completamente guidato dall’attività automatica dei neuroni: gli studi sul cervello mostrano che le azioni di una persona si possono prevedere osservando la sua attività cerebrale anche dieci secondi prima che la persona stessa sappia cosa vuole fare.

Tutto ciò ha implicazioni enormi sul concetto stesso di libero arbitrio, un’idea a cui tanto alcuni filosofi quanto alcuni scienziati si aggrappano ancora oggi. Numerosi studi neuroscientifici hanno provato che persino le decisioni più importanti, quelle su cui ci arrovelliamo a lungo, di fatto sono automatiche come il riflesso di un ginocchio, solo più complicate.

Il senso di libera scelta sembrerebbe un’utile illusione creata dal nostro cervello, utile perché ci dà una sensazione di responsabilità e ci induce a regolare di conseguenza il nostro comportamento. I processi decisionali iniziano nell’amigdala, area nascosta nelle profondità del cervello, formata da due nuclei a mandorla, che ha la funzione di generare le emozioni.

L’amigdala registra le informazioni provenienti dagli organi di senso e produce risposte istantanee, inviando attraverso il cervello segnali che producono reazioni come scappare, lottare, afferrare o immobilizzarsi, a seconda di come è stato classificato lo stimolo sensoriale iniziale.

Tuttavia, prima che traduciamo in azioni gli impulsi dell’amigdala, questi ultimi passano al vaglio di aree più sofisticate del cervello, incluse quelle che generano i pensieri consci e le emozioni. Le aree deputate al riconoscimento esaminano quel che sta accadendo, quelle deputate alla memoria lo confrontano con esperienze precedenti e quelle deputate al ragionamento, al giudizio e alla pianificazione elaborano appropriate strategie d’azione.

La strategia migliore – se siamo fortunati – viene poi scelta e messa in pratica. Se invece qualcosa va male in questa catena di processi, è probabile che tentenneremo o faremo qualcosa di stupido. I vari stati di questo processo sono contraddistinti da diverse frequenze nell’attività cerebrale.

Quella più rapida (le onde gamma), che si colloca tra i 25 e i 100 Hz, genera una consapevolezza acuta dei vari fattori che devono essere tenuti in conto per arrivare a una decisione: se per esempio dobbiamo scegliere che panino mangiare, le onde gamma generate dalle cellule nelle aree deputate al sapore riporteranno alla mente e confronteranno i sapori di prosciutto, hummus, pane integrale, lievito e così via.

Tuttavia, per quanto possa sembrare utile avere informazioni sull’intera gamma delle possibili scelte, troppi input possono rendere la decisione più difficile, dunque i fattori irrilevanti vengono scartati automaticamente e in maniera inconscia: davanti alla vetrinetta dei panini, quello al pomodoro e formaggio per esempio potrebbe suscitare solo un lievissimo e trascurabile interesse neuronale.

Dopo questa “tempesta di attività” che caratterizza la fase di confronto delle opzioni, il cervello passa a onde di minor frequenza (da 12 a 30 Hz) e le onde gamma si spengono quasi tutte, tranne che per un singolo “punto luminoso” che segnala l’opzione scelta.

Anche se non esiste nessun “noi” al di là del nostro cervello che decide quel che facciamo, possiamo aiutare noi stessi a prendere decisioni migliori mettendoci in condizione di far funzionare il processo il meglio possibile.

Fare qualcosa di fisicamente o mentalmente stimolante prima di prendere una decisione può aiutare il cervello a produrre le onde gamma che favoriscono la presa di coscienza delle opzioni, ma allo stesso tempo emozionarsi troppo impedisce il successivo passaggio alle onde di frequenza più bassa e rende dunque più difficile fare una scelta.

Un’emozione molto forte può anche aiutare a “scaldare” i collegamenti tra l’amigdala e le aree cerebrali deputate all’azione e causare reazioni di panico o comportamenti puramente impulsivi.

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METTERE A PUNTO LA CAPACITÀ DECISIONALE:
- Fate una lista di tutte le vostre peggiori decisioni e cercate dei collegamenti tra di esse: magari erano tutte dei compromessi, o delle scelte fatte troppo in fretta? Quando trovate il collegamento, analizzate la strategia mentale che avete usato e per un po’ di tempo provate a usare deliberatamente la strategia opposta: se il vostro problema è la fretta, per esempio, provate a ritardare le vostre decisioni, e fate attenzione anche ai fattori più vaghi che dovessero passarvi per la mente.
- Riflettete bene prima di una decisione, poi dormiteci sopra prima di metterla in atto. Proprio come il pensiero creativo, quello decisionale beneficia dell’incubazione inconscia, durante la quale la mente vaga libera e prende in considerazione ricordi potenzialmente utili. Dormire è la forma più estrema di incubazione, e anche nei sogni possono manifestarsi indizi che renderanno la decisione più chiara al risveglio.
- Fate mentalmente un passo indietro dalla situazione e domandatevi che cosa farebbe un altro al vostro posto. In questo modo costringerete il vostro cervello a considerare le cose da una diversa prospettiva, che potrebbe rivelare nuovi fattori di cui prima non avevate avuto sentore.
- Provate a scrivere la vostra opzione preferita e a sottolineare le parole che esprimono emozioni. Poi cancellatele: senza di esse, l’opzione continua a sembrarvi buona? Se non è così, allora sono quelle parole la vera ragione dietro la vostra decisione. Per esempio, “attraente” ed “eccitante” sono validi motivi per decidere di uscire con qualcuno, ma non per scegliere un commercialista.




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