Come vivremo nel 2050?

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Come vivremo nel 2050? BEST5.IT 2018-11-20 18:21:50
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Guardare al futuro è una prerogativa degli esseri umani.

E in un presente sempre più dominato dalla scienza e dalla tecnologia, molti interrogativi sono proprio relativi a come la ricerca e le innovazioni saranno in grado di plasmare la nostra vita quotidiana.

Per quanto sia arduo fare previsioni, è possibile già individuare le strade che si stanno intraprendendo e quali saranno le prossime mete. Il mondo di domani è già in costruzione.

Trent’anni per la tecnologia possono essere contemporaneamente un lasso temporale lungo e breve.

E allora come saranno le nostre città nel 2050? Come ci cureremo? E che cosa metteremo a tavola quando saremo oltre 9 miliardi di abitanti? In che modo la scienza e la tecnologia cambieranno il mondo fra trent’anni?

Dall’intelligenza artificiale alla domotica, dall’Internet delle cose ai computer quantistici ed alla medicina personalizzata, ecco come immaginano il futuro gli esperti italiani e internazionali.

 

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1. Intelligenza artificiale: uomo Vs robot

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Per molti è il futuro per antonomasia, la vera frontiera della tecnologia, ciò che segnerà la svolta rispetto alle possibilità attualmente disponibili.

È l’Intelligenza Artificiale (AI), un’innovazione che sembra rendere concrete le fantasie degli sceneggiatori hollywoodiani.

Gli esempi di algoritmi che si dimostrano in grado di apprendere, effettuare previsioni e svolgere incarichi di varia natura sono innumerevoli, tanto da domandarsi in quanti ambiti possa essere impiegata nei prossimi trent’anni.

“Mi aspetto che l’intelligenza artificiale venga utilizzata in tutte le aree che riguardano l’uomo”, dichiara Alan Winfield, professore al Bristol Robotics Laboratory&Science Communication Unit presso la UWE di Bristol.

“Chiedersi che cosa può fare l’intelligenza artificiale è come interrogarsi su cosa può fare uno smartphone”, precisa Jerry Kaplan, professore della Stanford University.

“È così ampio il campo di applicazione, che è difficile selezionare degli usi specifici. Detto questo, però, si può affermare che essa è in grado di aiutare le macchine a ‘vedere’ e ‘ascoltare’ in modi che ci consentiranno di costruire robot capaci di funzionare in sicurezza all’interno degli spazi occupati dall’uomo.
Di conseguenza è probabile che ne vedremo di moltissimi tipi! Inoltre, l’AI renderà più facile comunicare con i computer attraverso il linguaggio parlato e senza dubbio interverrà in molte cose che ancora devono essere inventate”.

Se oggi non è semplice fare previsioni relative a una tecnologia ancora molto recente, è probabile che in futuro avremo molta più confidenza con essa. “Entro il 2050 l’AI, così come la intendiamo oggi, sarà così comune che non useremo nemmeno questo termine per identificarla”, conferma Kaplan.

“L’intelligenza artificiale si può considerare come una nuova ondata di automazione, un miglioramento della nostra capacità di elaborare i dati. Troverà il suo posto naturale accanto ad altri aspetti della tecnologia e in particolare a innovazioni relative al software, proprio come Internet, gli smartphone e i giochi per computer.
Per offrire degli esempi concreti, direi che nel prossimo futuro l’AI verrà applicata a robot impiegati nella consegna o destinati a compiti che richiedono una coordinazione ‘occhio-mano’, come il giardinaggio, la chirurgia, i lavori di costruzione o la pulizia”.

Opportunità straordinarie che, però, a volte, generano anche paura. Serpeggia, infatti, il timore che l’intelligenza artificiale possa sostituirsi all’uomo dimostrando in qualche modo qualità superiori. “I computer non saranno ‘migliori’ di noi, perché sono diversi da noi”, tranquillizza Kaplan.

“Un aereo può volare più veloce e più in alto di un uccello, ma non è un uccello meccanico e non ha senso fare un confronto fra i due. È lo stesso con gli esseri umani e i computer. Questi ultimi possono eseguire calcoli, archiviare e recuperare dati ed eseguire tutti i tipi di elaborazione più velocemente e meglio delle persone. Tutto ciò li rende strumenti utili, ma non entità in grado di esprimere un giudizio morale in relazione agli umani”.

E questo dovrebbe essere rassicurante quando si parla di robot. “Oggi sappiamo che possiamo parlare di cooperazione uomo-robot come nel caso della robotica collaborativa, in cui l’operatore guida il manipolatore robotico e collabora nella realizzazione di un determinato compito”.

“Qualcosa del genere avviene, per esempio, quando si montano o si assemblano sistemi molto complessi in cui il robot migliora l’accuratezza e allevia la fatica legata alla ripetitività. In futuro ci concentreremo sulla ‘simbiosi’ uomo-robot nel caso della robotica indossabile, che potrà avvenire quando un esoscheletro avvolgerà il corpo di un essere umano o parti di esso per sostenerlo e supportarlo nel compiere attività faticose e usuranti, compensando la gravità e alleviando il peso durante il cammino, la prensione e la manipolazione di oggetti. In questo caso la simbiosi prevede un’interazione fisica, attribuendo maggiore forza, ma anche uno scambio cognitivo, con la condivisione di obiettivi fra il robot e la persona”.

Eppure l’AI nasconde anche un lato oscuro. “L’Intelligenza Artificiale potrebbe consentire ai governi (o ad altri enti) di controllarci in modo molto più efficiente, con un impatto significativo sulla nostra privacy e libertà”, ricorda Kaplan. Aspetti preoccupanti che obbligano a una riflessione su quale effetto possa avere una tecnologia con capacità anche distruttive.

“Spero che non useremo l’AI e i robot con scopi bellici e che, entro il 2050, o anche prima, verrà steso un trattato internazionale che vieti l’uso di sistemi di armi autonome letali (una campagna che chiede un tale divieto è già in atto)”, conclude Winfield.

“Inoltre, spero che sarà illegale usare l’intelligenza artificiale per influenzare le elezioni (quello che io chiamo l’armamento politico dell’AI. Poiché sono idealista e ottimista, confido anche che l’immensa ricchezza creata dalla robotica, dall’automazione e dall’AI sarà condivisa da tutti nella società, riducendo così la povertà e consentendo agli esseri umani di lavorare di meno e di condurre una vita più appagante”.

 

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2. Internet del futuro: una rete più sicura e veloce

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Da tempo ormai Internet ha rivoluzionato le abitudini di milioni di persone, diventando in sostanza irrinunciabile.

Nei prossimi anni la rete è destinata ad accogliere novità sempre più coinvolgenti.

“L’Internet di oggi offre un’esperienza bidimensionale e piatta”, dichiara Roberto Viola, Direttore Generale DG Connect della Commissione Ue.

“È una realtà basata su ecosistemi tendenzialmente incapaci di cooperare e scambiare informazioni (come Apple o Google) e l’accesso avviene principalmente attraverso motori di ricerca con un’intelligenza ancora limitata.
Nel prossimo futuro, invece, la sovrapposizione di fatti e di dati del mondo reale consentirà di creare un’esperienza d’immersione totale in una realtà multidimensionale.
Con la realtà aumentata saremo in grado di aggiungere la dimensione 3D e temporale, visualizzando, per esempio, un monumento storico attraverso i secoli. Gli spazi chiusi si apriranno alla sfera individuale, trasformando i semplici strumenti di oggi (come Siri o Alexa) in un’interazione completa con l’intelligenza artificiale”.

Scambi di informazioni affascinanti che promettono di essere anche estremamente veloci e con caratteristiche del tutto nuove rispetto a oggi.

“In un futuro ormai non troppo lontano si passerà dall’Internet attuale al cosiddetto ‘quantum Internet’. Esso effettua il teletrasporto dell’informazione e non la sua trasmissione tramite onde elettromagnetiche come accade oggi.
Per far ciò, sfrutta una proprietà della meccanica quantistica denominata entanglement, secondo cui se due particelle (per esempio fotoni o elettroni) sono entangled (correlate quantisticamente fra loro), lo stato di ciascuna particella è intimamente legato a quello dell’altra, così che un’azione effettuata su una delle due particelle produce un effetto istantaneo sull’altra, indipendentemente dalla loro distanza geografica”.

Una vera rivoluzione che affonda le sue radici negli anni Settanta (da un’intuizione di Stephen Wiesner della Columbia University) e che mira, tra le altre cose, a offrire una maggiore protezione rispetto alla rete attuale.

Una caratteristica fondamentale, è la risoluzione definitiva del problema della sicurezza, che notoriamente affligge la rete dei nostri tempi: il teletrasporto dell’informazione scongiura il pericolo che questa venga copiata da un ente terzo.

Un vantaggio che si rifletterà anche in una delle innovazioni che nei prossimi anni potrebbe cambiare molte delle nostre abitudini: l’Internet of Things.

Eduardo De Filippo prontamente rispondeva: ‘La Televisione? E allora io so’ ‘o frigorifero!’. Sembrava soltanto una battuta ironica perché evocava l’interazione tra due oggetti e invece anticipava ciò che da alcuni anni è reso possibile dall’Internet of Things.

Ormai si va affermando un modello in cui gli oggetti, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico (machine learning), saranno in grado di cooperare sempre di più o in modo indipendente o attraverso l’ausilio dell’uomo”. Una realtà che potremo verificare già in un futuro molto prossimo.

“Attualmente meno dell’1 per cento degli oggetti sono connessi a Internet, ma nel 2020 passeremo a quasi 6 miliardi di connessioni IoT all’interno dell’UE (rispetto a circa 1,8 milioni nel 2013)”, dichiara Viola.

“Questa crescita della connettività porterà grandi benefici economici e renderà la nostra vita più facile, più sicura ed ecosostenibile (con un migliore controllo sugli oggetti e sui consumi). Allo stesso tempo, l’Internet delle Cose potrebbe portarci a uno stile di vita sovra-controllato, con rischi di cybersicurezza dove prodotti e servizi diventano il vettore o l’obiettivo di un attacco informatico. Ed è per questo che la sicurezza informatica e l’etica sono alla base della strategia della Commissione europea per l’intelligenza artificiale e l’IoT”.

Riflessioni obbligatorie, soprattutto in virtù dell’enorme scambio di dati previsto e che porterà allo sviluppo proprio dei cosiddetti Big Data. “Potremmo definire i Big Data come i grandi flussi di dati raccolti dai sensori”, dichiara Steph Stoppenhagen, Smart Cities Business Development leader di Black&Veatch. 
Le tipologie sono moltissime: informazioni sul vento, sul clima, sulla qualità dell’aria, sul traffico o sull’utilizzo di energia domestica”.

Naturalmente per gestirli tutti saranno necessarie tecnologie all’avanguardia, come il nuovissimo superalgoritmo messo a punto dalla Tufts University, che consente la comunicazione dei dispositivi senza passare dai ripetitori, la cui presenza dovrebbe aumentare a dismisura con il crescere degli oggetti connessi.

In ogni caso, la mole di informazioni a nostra disposizione renderà gli ambienti che frequenteremo più interattivi per andare incontro alle esigenze dei cittadini. “La raccolta di Big Data può aiutarci nel momento in cui dovremo prendere decisioni”, conclude Stoppenaghen.

“Per esempio, quelli immagazzinati attorno a un incrocio molto trafficato in una grande città, ci consentiranno di capire se le segnalazioni sono sufficientemente lunghe da permettere alle persone di attraversare la strada ed evitare incidenti. Inoltre, le telecamere possono trasmettere grandi set di dati per smascherare qualsiasi attività sospetta”.

Di certo, insomma, il mondo sarà sempre più connesso!

 

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3. Le città del 2050: grattacieli e domotica sempre più presenti

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Si spopolano le campagne e si riempiono le città. È una tendenza sempre più diffusa, che ha portato e porterà alla nascita di megalopoli che assumono le sembianze di giganteschi formicai.

Ma come vivremo in questi centri sovraffollati? Già da qualche anno più del 50 per cento della popolazione mondiale vive nelle metropoli.

Gli Emirati Arabi Uniti sono indubbiamente il posto in cui certe novità vedranno prima la luce.

La leadership del governo, infatti, è proiettata verso l’innovazione, l’orografia della nazione permette un’agile realizzazione delle infrastrutture e la capacità finanziaria per costruire opere faraoniche non manca.

Proprio a Dubai negli ultimi anni ha attirato l’attenzione a livello mondiale un arcipelago costituito da isole artificiali posizionate a circa 4 chilometri dalla costa.

Possono essere una soluzione intelligente in situazioni specifiche (per esempio mancanza di suolo edificabile in zone i cui fondali sono molto bassi e facilmente modificabili con sabbia da riporto), ma non è certo un format esportabile in ogni angolo del mondo. Inoltre, le isole artificiali non sono nemmeno strutture così innovative. Le vere novità saranno altre e dovranno essere sempre a misura d’uomo. È fondamentale che la città del 2050 abbia spazi aperti di qualità.

In questo tessuto urbano, si ergeranno nuovi edifici che dovranno essere performanti dal punto di vista energetico, garantire consumi minimi e massimo comfort degli spazi interni ed essere facilmente manutenibili e gestibili. Ciò che più conta, però, è il modo in cui dialogheranno con le altre costruzioni preesistenti. A modificare i modelli attuali potrebbero intervenire peraltro tecnologie non strettamente collegate con l’architettura.

L’uso massiccio di mezzi a guida automatica magari dotati di software per l’ottimizzazione dello spostamento delle masse e l’uso di droni per il trasporto individuale via aerea (air-taxi) potrebbero mettere in discussione gli standard urbanistici a cui siamo abituati oggi: il numero di parcheggi necessario sia negli edifici, sia negli spazi pubblici potrebbe ridursi drasticamente e lo stesso potrebbe accadere alle sezioni stradali, potenzialmente restituendo spazio al verde e agli spazi pubblici nelle città.

Anche il sistema Hyperloop (una sorta di treno formato da capsule speciali che si muovono dentro un tubo pressurizzato e levitano grazie a una combinazione di magneti posti all’esterno delle “carrozze” e sulle pareti della galleria), attualmente in fase di testing e sviluppo, ha un enorme potenziale, promettendo di trasportare persone e merci via terra a una velocità di 1.220 chilometri orari.

Questa realtà potrebbe rivoluzionare il concetto di città e di ‘pendolarità’ spingendo l’area di influenza di un grande centro urbano molto più lontano di quanto sia immaginabile oggi. Sia Dubai sia Abu Dhabi hanno siglato accordi con la società sviluppatrice di Hyperloop per l’implementazione negli Emirati Arabi Uniti di questo pionieristico sistema di trasporto.

Inoltre, Dubai ha appena inaugurato un sistema di taxi aereo basato su droni elettrici a singolo passeggero, guidati in automatico da un centro di controllo (non ancora aperto al pubblico).

Novità nel campo della mobilità che possono influenzare le architetture delle città. Come saranno, però, gli edifici? Presumibilmente saranno i grattacieli a dominare i centri urbani. Negli anni recenti gli immobili a sviluppo verticale hanno modificato sostanzialmente lo skyline di molte città con costruzioni spettacolari e fortemente iconiche.

L’edificio alto è divenuto matrice dell’ampliamento di molte delle grandi metropoli, come accade per esempio in Oriente. Inoltre, i grattacieli hanno il vantaggio di occupare meno suolo e questa è una necessità ambientale importante. Anche le tecniche costruttive si stanno evolvendo.

È ragionevole ipotizzare l’utilizzo di nuovi materiali e di inediti sistemi di costruzione (in particolare da qualche anno si parla molto di edifici realizzati in 3D Printing o con montaggio automatizzato).

Ancora a Dubai, per esempio, ha visto la luce un primo progetto pilota usando tecnologia 3D Printing. Negli Emirati Arabi Uniti l’obiettivo è di realizzare dal 2030 in poi il 25 per cento dei nuovi immobili usando questo sistema. Piccole e grandi rivoluzioni riguarderanno anche l’interno delle strutture abitative.

La domotica prenderà sempre più piede, sia perché il costo della tecnologia si abbasserà ulteriormente, sia perché installare sistemi intelligenti per la gestione degli edifici si potrà fare con opere di ristrutturazione semi-ordinaria e non particolarmente invasive.

Un esempio concreto potrebbero essere il robot destinato a svolgere la raccolta differenziata o i sistemi che igienizzano i sanitari grazie ai sensori che individuano la sporcizia. Inoltre, l’invecchiamento della popolazione implicherà cambiamenti nell’interior design, per un arredamento adatto alle esigenze degli anziani.

Nel frattempo, è già quasi realtà la “smart home”, grazie ad assistenti digitali che si attivano con il suono della voce e che sono stati testati di recente negli USA. Le funzionalità disponibili saranno numerose (come accendere le luci, mandare una mail, controllare gli elettrodomestici) ma un’interattività sempre più massiccia implica anche rischi per la privacy.

Infatti, come è stato sottolineato da uno studio dell’Università di Berkley, è possibile ingannare gli assistenti con comandi nascosti all’interno di canzoni. Insomma, anche in questo caso esiste un rovescio della medaglia, da valutare con attenzione e gestire di conseguenza, prima di entrare davvero nel futuro.

 

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4. L’incredibile potenza dei computer quantistici

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Considerando il mondo di oggi è ragionevole pensare che nel futuro i computer saranno sempre più presenti nelle nostre vite. Ma in quali modalità?

“Il futuro fa rima con tecnologia quantistica”, afferma Tommaso Calarco, direttore del Centro per le tecnologie quantistiche dell’università di Ulm e primo firmatario del Quantum Manifesto, un documento che sprona l’Unione Europea a investire in questa nuova tipologia di informatica.

Per chi lavora con i computer dovrebbe essere una sorta di sogno che diventa realtà, poiché la potenza teorica di queste macchine sarebbe di molto superiore a quella del PC più performante oggi a disposizione.

“Sono incredibilmente potenti, grazie a un nuovo approccio nell’elaborazione delle informazioni”, puntualizza Jerry M. Chow, manager del gruppo di Computazione Quantistica Sperimentale di IBM.

“In sostanza, un computer quantistico è un dispositivo in grado di manipolare delicati stati quantistici in modo controllato, non molto diversamente da come un normale computer manipola i suoi bit”. Si tratta, di fatto, di una tecnologia diversa da quella attuale, che, però, non implica l’eliminazione dei terminali oggi in uso.

“L’informatica quantistica non sostituirà i computer classici, poiché probabilmente lavoreranno insieme. Infatti i ‘vecchi’ terminali codificano le informazioni in bit, che possono assumere i valori 1 o 0.
Questi 1 e 0 agiscono come interruttori on/off che alla fine controllano le funzioni della macchina. I computer quantistici, invece, sono basati su qubit (abbreviazione di quantum bit), che operano secondo due principi chiave della fisica quantistica: sovrapposizione ed entanglement.
La sovrapposizione implica che ogni qubit può rappresentare sia un 1 sia uno 0 allo stesso tempo. Entanglement significa che i qubit in una sovrapposizione possono essere correlati l’uno con l’altro; cioè, lo stato di uno (che sia 1 o 0) può dipendere dallo stato di un altro.
Utilizzando questi due principi, i qubit consentiranno ai computer quantistici di risolvere problemi estremamente difficili che non è possibile trattare con i terminali di oggi”.

Sarà proprio la sovrapposizione dei due stati a consentire di realizzare in contemporanea un numero di operazioni inimmaginabili oggi. La difficoltà, però, nel mantenere stabile tale sovrapposizione (anche solo per pochi milionesimi di secondo) impone una protezione del chip dal calore, rendendo questa una caratteristica che distingue i computer quantistici da quelli classici.

“È una nuova tipologia di PC che non assomiglia a nulla di ciò che in questo momento ognuno di noi ha sulla scrivania”, conferma Chow. “Si tratta di una struttura, supportata da più scaffalature di apparecchiature elettroniche e alloggiata in una grande unità nota come frigorifero di diluizione”.

Un dettaglio tutt’altro che irrilevante, senza il quale non sarebbe possibile sviluppare questa tecnologia. “Il chip è all’interno di un contenitore a temperature estremamente basse per mantenere intatte le sue proprietà quantistiche”, aggiunge Calarco.

Quando si supereranno queste difficoltà tecniche cambierà tutto. “In cinque anni, gli effetti dell’informatica quantistica andranno oltre il laboratorio di ricerca”, dichiara Chow.

“Il computer quantistico sarà adoperato in maniera intensiva da nuove categorie di professionisti e sviluppatori che lo utilizzeranno per risolvere problemi considerati attualmente irrisolvibili”.

Sono, infatti, molte le possibili applicazioni di una tecnologia che promette di processare i dati come mai prima è stato fatto. “In generale, alcuni problemi di ottimizzazione, come può essere la gestione del traffico, si spera saranno gestiti con ben altra potenza rispetto a quella attuale”, afferma Calarco.

“I sistemi quantistici saranno in grado di districare la complessità delle interazioni molecolari e chimiche che portano alla scoperta di nuovi farmaci e materiali”, aggiunge Chow.

“Potranno consentire di migliorare la logistica e di creare catene di approvvigionamento ultra efficienti. Potranno anche aiutarci a trovare nuovi modi per modellare i dati finanziari e, isolando i principali fattori di rischio globali, portarci verso investimenti migliori. Infine, potrebbero rendere l’apprendimento automatico dell’intelligenza artificiale molto più veloce e potente”.

I vantaggi elencati da chi sta sviluppando i computer quantistici sono davvero numerosi e in grado di ammaliare. C’è, però, anche il lato B di una tecnologia così potente. Per esempio, i sistemi crittografici oggi utilizzati per garantire affidabilità ai dati sensibili e a strutture critiche potrebbero essere facilmente aggirati da macchine tanto performanti.

E così oggi si sta già lavorando a un tipo di crittografia (chiamata Lattice Field) che pare in grado di resistere agli attacchi dei computer quantistici. Il futuro insomma affascina e spaventa nello stesso tempo. Non possiamo però che lavorare da subito perché sia il migliore possibile.

 

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5. Medicina del futuro: personalizzazione e robotica... a portata di tutti (o quasi)

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Il corpo umano è una macchina straordinaria che, però, necessita talvolta di essere riparata, a causa del naturale invecchiamento e dei danni che può subire.

Anche in futuro, come oggi, avremo bisogno delle cure mediche per restare efficienti, ma nel 2050 avremo a nostra disposizione risorse che vanno ben oltre quelle attuali.

È probabile che allora il malato verrà curato direttamente a casa e in modo “originale”. Infatti, tra le sfide di domani c’è la cosiddetta medicina di precisione o personalizzata.

La necessità di trovare farmaci che siano davvero in grado di essere efficaci su chi li assume (i farmaci oggi non hanno lo stesso effetto su tutti i pazienti) spingerà sempre più verso trattamenti rivolti alle singole persone. Tra le patologie che si punta a sconfiggere figurano naturalmente i tumori.

La medicina di precisione, intesa come l’utilizzo di farmaci mirati a combattere una neoplasia con scarsi effetti collaterali sulle cellule sane purtroppo è ancora una chimera, perché le cellule malate e quelle sane hanno molte cose in comune e quindi, finora, non è stato possibile essere così selettivi.

In ogni caso, la conoscenza delle caratteristiche molecolari delle neoplasie ci ha consentito di costruire medicine ben più efficaci della tradizionale chemioterapia e nel futuro si potrà fare sicuramente meglio.

Fra trent’anni avremo strumenti per comprendere nel dettaglio i processi che guidano l’origine delle malattie e dei tumori e sicuramente anche la capacità per personalizzare le cure, e auspico che anche in tema di diagnosi precoce saremo decisamente più avanti di oggi.

Dal punto di vista tecnologico nel 2050 saranno diffusi i dispositivi che consentiranno trattamenti poco invasivi e a distanza. Le operazioni chirurgiche avverranno grazie a microrobot pilotati dai medici e, nei casi di trapianto, non sarà più necessario attendere la donazione degli organi perché le stampanti biologiche 3D potranno fornirne di artificiali su misura.

Già oggi esistono prototipi capaci di costruire organi anche complessi, come cuore e polmoni, usando un inchiostro costituito da uno zucchero speciale chiamato isomalto.

Si tratta di una tecnologia sviluppata dall’Università dell’Illinois che offre come vantaggio principale la possibilità di realizzare filamenti molto sottili, capaci di dissolversi dopo la crescita delle cellule intorno alle strutture stampate.

Anche i dispositivi di monitoraggio indossabili (in grado di fornire dati quali la pressione sanguigna, la temperatura corporea, il battito cardiaco o l’ossigenazione del sangue) giocheranno un ruolo importante nella partita contro le malattie, ma a dominare la rivoluzione tecnologica sarà soprattutto la robotica applicata all’uomo.

“Sicuramente nel 2050 alcune delle innovazioni che oggi sono in via di sviluppo faranno parte della nostra quotidianità”, afferma Lorenzo De Michieli, coordinatore del Rehab Technologies Lab dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT).

“La protesica di derivazione robotica già ora è una realtà, anche se uno dei problemi è l’accessibilità di tali tecnologie che sono spesso riservate a una fascia ristretta della popolazione che può permettersi di pagarle”.

Ma non sarà sempre così. Per esempio, recentemente, grazie alla collaborazione fra l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) e l’Inail, è stata presentata un’innovativa mano robotica dai costi contenuti.

“Si chiama Hannes e costerà il 30 per cento in meno rispetto agli altri arti protesici simili attualmente in commercio. È stata progettata affinché conformazione e qualità dei movimenti siano quanto più possibile equiparabili a quelli di un arto reale, per aiutare le persone amputate a percepire la protesi come una parte di sé e non come un elemento estraneo”, racconta De Michieli.

“Il suo sistema di controllo è di tipo mioelettrico, sfrutta cioè gli impulsi elettrici che provengono dalla contrazione dei muscoli della parte residua dell’arto e implementa strategie basate su algoritmi di intelligenza artificiale.
Questa tecnologia fa sì che i pazienti possano comandare Hannes semplicemente pensando ai movimenti naturali e senza la necessità di alcun trattamento chirurgico invasivo. Inoltre, la nostra protesi si diversifica dalle altre per la durata della batteria e per una migliore capacità e performance di presa”.

Oltre al contenimento dei costi, indispensabile per rendere queste tecnologie di alto livello disponibili a tutti, sono diversi gli ambiti su cui è importante lavorare.

“Per esempio la meccanica degli arti protesici, in modo che risultino sempre più simili al funzionamento di quelli naturali; i materiali, per contenere il peso delle protesi e aumentarne la resistenza; la semplicità e la praticità d’uso”, afferma De Michieli.

Ma con questi progressi esisterà ancora la “disabilità” fra trent’anni? “La disabilità non è una caratteristica di una persona, ma una conseguenza delle barriere architettoniche e strutturali della società”, dichiara Maria Chiara Carrozza, professoressa presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

“Per questo motivo, la tecnologia robotica può essere uno strumento con cui spostare i limiti imposti da un trauma o una malattia al fine di recuperare una qualità della vita soddisfacente, consentendo di muoversi, di lavorare e di avere una vita sociale a chi oggi è costretto a sentirsi marginalizzato. Il mio sogno di ricercatrice per il futuro poi sarebbe quello di permettere a una persona paralizzata di camminare grazie all’utilizzo di un esoscheletro robotico opportunamente comunicante con il sistema nervoso centrale”.

Un perfetto esempio di scienza al servizio dell’uomo.

 

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