Coronavirus: come combattere l’inevitabile ansia

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Coronavirus: come combattere l’inevitabile ansia BEST5.IT 2020-06-05 13:08:28
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Il Coronavirus è “globale” come la paura che sta generando.

È ovunque, ma non possiamo né toccarlo, né vederlo, non possiamo dargli un volto come si fa col ‘nemico’.

C’è tanta preoccupazione, ansia e paura. Il timore del contagio è sempre più vivo nel nostro Paese dove nemmeno stando chiusi in casa ci sentiamo al sicuro. Qual deve essere il nostro comportamento di fronte a questo pericolo?

Innanzitutto, reagire a questa situazione tendendo a non uscire ( attualmente anche grazie alle misure restrittive sugli spostamenti, che l’Autorità ha imposto per aiutarci a uscire dalla crisi ), fuggendo dalle situazioni e persone potenzialmente a rischio.

Inoltre non toccarsi, abbracciarsi, baciarsi è sicuramente sentito strano da noi perché il contatto fisico è parte integrante della quotidianità.

Dobbiamo però anche cercare di essere meno parassitati dalla paura di essere contagiati e accettare che essere preoccupati , arrabbiati , disorientati , a volte spaventati o tristi per questa situazione di emergenza è normale e deve essere accettato.

Come tenere a bada la paura e conservare un atteggiamento razionale? Scopriamolo insieme.

 

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1. La paura della morte

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Lo scenario è da film di fantascienza: l’Italia si è fermata, paralizzata nella morsa del contagio.

Le strade sono deserte, presidiate dalle Forze dell’ordine e dall’Esercito, e un decreto governativo impone ai cittadini di rimanere in casa.

Il COVID-19, che un paio di mesi fa era ancora nei pipistrelli cinesi, ha scatenato una pandemia. Le uniche certezze sono che lo si conosce ancora troppo poco e che non esistono né vaccini né cure specifiche.

Il virus che circola nell’aria e ci contagia ha attivato in noi la paura più ancestrale dell’essere umano, cioè la paura della morte, ed è proprio questa specifica paura che si cela dietro a quella del contagio.

Nella vita di tutti i giorni “anestetizziamo” questa paura con atteggiamenti inconsapevoli di difesa "auto ingannevoli" (self-deception), meccanismi mentali funzionali grazie ai quali, presi dalla routine e dagli impegni quotidiani, in assenza di situazioni particolari mettiamo da parte il pensiero della morte e delle minacce alla nostra salute.

Tuttavia, eventi come questi ci rimettono davanti al fatto che siamo esseri fragili e vulnerabili, riattivando la paura atavica e ancestrale della morte dalla quale si diramano mille altre paure.

In generale, il meccanismo dell’ansia per tutti noi è un meccanismo fisiologico, sano , che attiva l’organismo di fronte ad un allarme ed è adattivo: fino ad un certo livello è utile e ci rende più reattivi di fronte a una minaccia.

Ma oltre a una certa soglia l’ansia diventa tossica e il pensiero catastrofico ( “andrà sempre peggio” ) manda l’organismo in totale stress psicofisico e provoca incapacità di reagire in modo adeguato e sofferenza.

In una situazione di questo tipo, le persone sono spaventate e si sentono impotenti e l’ansia diventa angoscia (corsa ai supermercati, accaparramento di mascherine, disinfettanti e guanti, diffidenza, caccia all’untore, etc).

In questo periodo del Coronavirus che non si ferma in frontiera e salta da una parte all’altra del pianeta possiamo adottare delle precauzioni nessuna delle quali però ci garantisce con certezza di non venire contagiati.

 

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2. Martellati dai media

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Tutto questo è amplificato dal martellamento dei media che ci raggiunge in ogni istante della giornata attraverso il computer, il telefonino e i social network, non di rado con notizie inattendibili da fonti poco qualificate, fake news e tiri mancini di mitomani.

A questo punto, il mix perfetto per creare il panico e la psicosi è servito. Se l’attacco del coronavirus fosse avvenuto anni fa, quando non c’era Internet, la paura non sarebbe salita a questi altissimi livelli.

Le comunicazioni istituzionali, che avevano perso credibilità dopo che, in pochi giorni, dai presunti zero casi in Italia si era passati a essere il secondo Paese più infettato al mondo dopo la Cina, oggi lanciano continui avvertimenti e aggiornamenti e sono quasi unanimi le valutazioni di virologi ed esperti sulla pericolosità della malattia.

Ben pochi sostengono ancora che il coronavirus sia poco più di un’influenza, visto il crescente numero degli infettati, dei decessi e delle persone in terapia intensiva, che hanno portato al collasso le nostre strutture sanitarie.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l’iniziale contraddizione nelle informazioni infodemia – o epidemia infodemica – cioè una sovrabbondanza di informazioni non sempre affidabili che disorienta chi cerca indicazioni sicure.

La paura ancestrale della morte che si è riattivata, combinata con una comunicazione contraddittoria, manda in tilt le persone dando vita a una risposta fobico-ansiosa collettiva.

 

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3. Il nemico invisibile che terrorizza i patofobici

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Il COVID-19 ha un diametro compreso fra 80 e 160 nanometri.

Dato che un nanometro corrisponde a un milionesimo di millimetro, le sue dimensioni vanno da 0,00008 a 0,00016 mm.

Al contrario di un pericolo “spettacolare”, come un’eruzione vulcanica, il minuscolo e misterioso agente patogeno costituisce una minaccia che sfugge ai nostri sensi.

Vediamo i riflessi del virus ma non il virus stesso e il suo essere subdolo e impercettibile mina gravemente la seconda forma di autoinganno funzionale dell’essere umano: l’illusione del controllo.

I progressi scientifici e le nuove tecnologie hanno radicato in noi l’idea di avere il controllo totale delle situazioni e della nostra vita, ma eventi come questi ci fanno sentire impotenti.

Gli stessi media, grazie ai quali ci eravamo illusi di poter tenere sotto controllo l’entità e la diffusione del contagio, hanno scardinato le nostre certezze.

“Quell’agente patogeno, mille volte più virulento di tutti i microbi: l’idea di essere malati”: questa frase dello scrittore francese Marcel Proust (1871-1922) mette perfettamente a fuoco il concetto di patofobia, cioè la paura di contrarre una malattia.

Il disturbo fa sì che la persona patofobica interpreti qualsiasi segnale inusuale o anomalo del proprio corpo come il sintomo di una possibile grave malattia.

Lo stato d’allarme per il coronavirus offre un terreno fertile al manifestarsi della patofobia o, perlomeno, può accentuare i tratti patofobici già presenti in alcuni soggetti, in primis il pensiero fisso di aver contratto il virus e la lettura in tale ottica del più lieve disturbo, dallo starnuto al colpo di tosse.

Tuttavia, temendo che la diagnosi confermi la malattia, il patofobico evita i controlli e gli esami diagnostici, mentre parla in continuazione con chiunque dei suoi disturbi, ottenendo risposte differenti che acuiscono la sua ansia.

 

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4. E gli ipocondriaci?

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Sia i patofobici sia gli ipocondriaci hanno un’iperattenzione per i temi della salute e sono in costante ascolto dei segnali del loro corpo, ma sono diversi gli uni dagli altri.

Il patofobico presenta un’ansia e una fobia verso una specifica malattia, mentre l’ipocondriaco manifesta ansia per le malattie in generale.

Dalla casistica diagnostica è emerso che il patofobico teme soprattutto le malattie fulminanti che uccidono in breve tempo (è il caso delle forme più gravi di coronavirus), mentre l’ipocondriaco ha più la paura – o la certezza - di soffrire di malattie degenerative gravi come i tumori o la SLA, che prima di condurre alla morte comportano una lunga sofferenza.

Inoltre, mentre il patofobico rifugge visite e accertamenti, l’ipocondriaco si sottopone a continui esami per cercare la conferma della sua malattia, senza tuttavia tranquillizzarsi dopo gli esiti negativi.

Le paure ritornano sotto altre forme perché queste persone soffrono di problemi pregressi e di una condizione d’ansia più profonda rispetto ai timori del momento. Che si tratti di coronavirus o d’altro, quindi, l’ansia non cessa.

Anche la meditazione aiuta... Stare isolati col terrore che si manifestino i sintomi del virus comporta un doppio stress: una dimensione temporale inconsueta, privi dell’ambiente di lavoro e dei contatti sociali, e l’ansia di aver contratto la malattia.
L’errore da evitare è trascorrere le giornate concentrati sui segnali del corpo e sull’argomento virus. Per salvarsi da solitudine, ansia e indigestione mediatica sono utili gli esercizi di meditazione e i contatti con gli amici e i gruppi online.
Lo stop forzato è anche un’occasione per concedersi piccoli piaceri quotidiani (come cucinare un piatto, guardare un programma tv, leggere) che i ritmi di vita abituali non permettono.

 

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5. Come vincere il panico in 4 mosse

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1. È indispensabile accettare che il panico da coronavirus possa innescare in noi ansia, paura e preoccupazione.
Entrare in contatto con le nostre emozioni, seppur negative, serve a tenerci lontani dalle minacce alla nostra vita. Guardata in faccia la paura, dobbiamo gestirla perché non prenda il sopravvento.

2. Stop all’indigestione di notizie su Internet e in particolare sui social, dove le informazioni sono spesso incontrollate.
Un aggiornamento quotidiano sul tema coronavirus è più che sufficiente, stabilendo a priori a quali fonti fare riferimento; sceglierne una autorevole, controllata e scrupolosa. Per il resto, attenersi alle indicazioni delle fonti istituzionali.

3. Evitare di parlare continuamente con tutti del problema.
Può sembrare un canale di sfogo, ma in realtà, parlare sempre di qualcosa che è fonte d’ansia non fa altro che alimentarne i sintomi.

4. Scrivere per razionalizzare.
Un ottimo esercizio terapeutico per gestire l’ansia eccessiva è la scrittura, che attiva un canale cerebrale diverso da quello che entra in gioco mentre si è in preda alla paura.
Quest’ultima fa capo alla parte più ancestrale e primitiva del nostro cervello (amigdala e ippocampo), deputata alle emozioni, mentre con la scrittura attiviamo le funzioni cognitive più razionali della neocorteccia, andando a rielaborare le emozioni.
Prendiamo dunque carta e penna e scriviamo nero su bianco tutte le paure, i pensieri e le emozioni negative che ci attanagliano. La scrittura va fatta di getto e senza censure, senza rileggere lo scritto (per non riattivare le paure).
Redigere un “diario delle ansie”, appuntamento giornaliero con la paura attraverso la scrittura, è importante quanto informarsi quotidianamente e richiede circa 10-15 minuti. Al termine si lascia scorrere normalmente la giornata.

 

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