Coronavirus: il pericolo è nell’aria?

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Coronavirus: il pericolo è nell’aria? BEST5.IT 2020-10-01 16:57:00
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Sono sempre di più quelli che sostengono che il virus possa rimanere sospeso nell’aria e infettare le persone a lunga distanza.

Quali sono le prove? Facciamo il punto della situazione.

 

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1. Quale è il modo principale con cui il coronavirus si diffonde e che cos'è la trasmissione via aerosol?

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- QUALE È IL MODO PRINCIPALE CON CUI IL CORONAVIRUS SI DIFFONDE?

Gli scienziati concordano che il Coronavirus si diffonde principalmente attraverso "goccioline respiratorie” (droplet): gocce di saliva o muco cariche di virus che vengono emesse dal naso o dalla bocca di una persona infetta quando tossisce, starnutisce, parla o canta.
Questi droplet hanno un diametro superiore a 5 micron (μm- un micron= un millesimo di millimetro) e non viaggiano per più di uno o due metri prima di soccombere alla gravità e cadere a terra.
Se ci sono altri nelle vicinanze, le goccioline possono finire direttamente nel loro naso, negli occhi o nella bocca. Si può entrare in contatto con esse anche attraverso superfici contaminate, come le maniglie delle porte o i sacchetti della spesa.
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- CHE COS'È LA TRASMISSIONE VIA AEROSOL?

Quando respiriamo, parliamo, tossiamo e così via, anche noi produciamo piccoli droplet di muco e saliva.
Quelli con un diametro inferiore a 5μm sono sufficientemente piccoli per rimanere sospesi nell’aria (diventando ciò che chiamiamo “aerosol”) dove possono restare per alcuni minuti o addirittura ore, muovendosi su distanze più lunghe rispetto alle goccioline più grandi.
Il morbillo, per esempio, è una malattia che si trasmette principalmente attraverso piccolissimi droplet.
Nella foto sotto, droplet più grandi (in verde), emessi con tosse e starnuti, viaggiano solo per uno o due metri, ma numerosissimi droplet più piccoli (in rosso) possono rimanere in sospensione più a lungo e potenzialmente propagarsi nell’aria per più tempo e più spazio.

 

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2. Il coronavirus può essere trasmesso in questo modo?

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Gli scienziati stanno valutando alcune possibili prove. Primi fra tutti gli studi di laboratorio. In uno, svolto di recente, è stata utilizzata luce laser per rilevare le goccioline emesse quando un partecipante parlava.

I ricercatori hanno calcolato che un minuto di discorso ad alta voce può generare fino a 1000 piccole goccioline contenenti virus, che potrebbero rimanere in aria per otto o più minuti.

Altri scienziati hanno creato aerosol carichi di virus utilizzando un dispositivo chiamato nebulizzatore e una ricerca ha scoperto che il virus in queste goccioline era ancora contagioso dopo 16 ore.

Tuttavia, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha puntualizzato che aerosol creati artificialmente come questi “non riflettono le normali condizioni della tosse umana”. Altre ricerche hanno analizzato campioni d’aria per cercare il virus nel mondo reale.

A Wuhan, la città in cui è iniziata la pandemia, è stato trovato materiale genetico del virus in campioni d’aria di due ospedali, anche se i ricercatori hanno detto di non sapere se il virus era ancora contagioso. Infine, i ricercatori hanno indagato su eventi specifici nei quali la trasmissione aerea potrebbe aver avuto un ruolo.

Uno di questi riguarda un focolaio di Coronavirus scoppiato all’inizio del 2020 a Guangzhou (Gina), quando 10 persone di tre famiglie diverse sono state infettate. Tutte e tre le famiglie avevano pranzato, in occasione della vigilia del Capodanno cinese, nello stesso ristorante.

Non c’era stato nessuno stretto contatto tra esse, ma erano tutte sedute nel flusso d’aria creato dall’impianto di climatizzazione. Questo ha portato i ricercatori a concludere che molto probabilmente il contagio si è propagato per via aerea.

Il 6 luglio, oltre 200 scienziati hanno firmato un articolo sulla rivista Clinical Infectious Diseases, sollecitando i medici e gli enti di sanità pubblica dei vari Stati a prendere in considerazione il rischio di una trasmissione causata dall’aria.

Pochi giorni dopo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha aggiornato le sue indicazioni su come il virus può diffondersi, affermando che questo tipo di trasmissione può potenzialmente verificarsi in ambienti chiusi e affollati, scarsamente ventilati e che è necessario svolgere “ulteriori urgenti ricerche”.

 

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3. Quanto può essere importante il ruolo del virus trasportato dall'aria?

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Secondo Hassan Vally, epidemiologo ed esperto di malattie infettive presso La Trobe University di Melbourne, in Australia, non è una domanda a cui è facile rispondere.

“Questo tipo di trasmissione è chiaramente possibile, ma non sappiamo di quale percentuale di nuovi casi sia responsabile”.

Vally sottolinea anche altre due incognite: quanto tempo può sopravvivere il virus all’interno delle goccioline più piccole e a quale quantità di queste goccioline dovresti essere esposto per contrarre la COVID-19.

“Indipendentemente da quali nuove prove si aggiungeranno, non credo che cambierà il fatto che la via di trasmissione prevalente è quella dovuta ai droplet più grandi”, dichiara.

La certezza che il distanziamento sociale è stato efficace nell'arrestare la diffusione del virus, è “un’ulteriore prova che le persone contraggono la malattia più spesso a causa dello stretto contatto tra loro”.

Attualmente sono in corso studi sulla capacità dei virus di attaccarsi alle polveri sottili presenti nell’aria e di essere così trasportati dal vento per ampie distanze o restare in sospensione nell’aria.

Ma ad oggi NON ci sono evidenze scientifiche della permanenza del nuovo coronavirus nell’aria al di là delle distanze di sicurezza, ovvero in assenza di sistemi che producono aerosol che invece possono trovarsi in ambiente ospedaliero nell’assistenza a pazienti COVID-19.

 

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4. Se si scoprirà che il virus si trasmette come aerosol bisognerà cambiare le indicazioni per la salute pubblica?

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Se il virus può davvero essere trasportato dall’aria e rimanere contagioso nelle goccioline più piccole, ciò significa che le persone hanno maggiori probabilità di infettarsi senza un contatto stretto.

Ma Vally non pensa che questo porterà a una revisione delle politiche sanitarie.

“Probabilmente significherà solo che dovremo incoraggiare maggiormente l’uso della mascherina, per non consentire alle goccioline di raggiungerci”, aggiunge.

Un altro modo per ridurre la trasmissione aerea sarebbe garantire che gli spazi chiusi siano ventilati con aria esterna pulita, invece di far ricircolare la stessa aria.

“ Forse possiamo anche fare qualcosa per ridurre la capacità di sopravvivenza del virus negli aerosol”, dice Vally, “chissà, magari cambiando la temperatura o l’umidità [dell’edificio]”.

“Non credo che le regole del gioco verranno messe in discussione”, conclude. “È solo un’altra cosa da imparare su questo virus molto complesso”.

La modalità di contagio preminente ad oggi è relativa alla trasmissione del virus attraverso le goccioline di saliva emesse da persone infette con la tosse, gli starnuti o parlando.

Questa accertata modalità di trasmissione si esaurisce in circa un metro di distanza. Restare in casa o, in caso si sia costretti ad uscire, osservare la distanza di sicurezza dalle altre persone.

Insomma, tutto starebbe nell’atteggiamento da assumere. Una maggiore precauzione potrebbe significare, ad esempio, la necessità di indossare le mascherine al chiuso anche se si è a distanza sufficiente.

 

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5. COVID-19: abbiamo sbagliato cura?

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A mano a mano che vengono confermati nuovi sintomi, diventa più chiaro che la COVID-19 non è una normale infezione respiratoria. Dovremmo affrontare il suo trattamento in modo diverso?

A gennaio 2020, quando il Coronavirus era "nuovissimo" e ancora confinato a Wuhan, era stata fatta l'ipotesi che la COVID-19 fosse più o meno una normale malattia respiratoria.

I sintomi descritti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità erano "principalmente febbre e pochi casi di difficoltà a respirare" con alcuni pazienti che sviluppavano polmonite. Con il passare del tempo, tuttavia, l'elenco si è allungato.

"Le persone manifestano moltissimi sintomi differenti, parecchi dei quali però non vengono subito correlati all'infezione", dice Ajay Shah, professore di cardiologia al King's College di Londra. "Ci sono persone con diarrea, altre in stato confusionale e altre ancora hanno dolore al petto".

Ma non finisce qui. Alcuni pazienti riferiscono di eruzioni cutanee, come la "COVID toe", che appare sui piedi. E anche se la tosse e la febbre si risolvono, i malati possono finire per soffrire di un attacco di cuore, di ictus o di insufficienza renale.

In effetti, uno studio ha scoperto che i problemi cardiaci hanno svolto un ruolo nel 40 per cento dei decessi per COVID-19. Quindi come si spiega che una malattia simile all'influenza causi così tanti sintomi diversi?

"Il punto di partenza è che certamente non si tratta di una semplice infezione", continua Shah. "Verrebbe da pensare che ad avere la maggiore probabilità di contrarre una forma grave della COVID-19 siano le persone che hanno avuto problemi al petto, come la malattia polmonare cronica ostruttiva o l'asma. In realtà, sono molto più a rischio quelli che hanno patologie cardiovascolari preesistenti".

Nella foto sotto, il paziente di Coronavirus George Gilbert, 85 anni che fa parte di una sperimentazione farmacologica, viene curato all'ospedale di Addenbrooke a Cambridge, Gran Bretagna, 21 maggio 2020.

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Si è scoperto che la COVID-19 colpisce l'endotelio, che è lo strato di cellule che riveste l'interno dei vasi sanguigni, come descritto in uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet. “In effetti il virus utilizza un particolare recettore sulle cellule endoteliali”, afferma Nicola Mutch, biologo molecolare dell'Università di Aberdeen.

Una volta che si è attaccato a questo recettore, SARS CoV-2 trova la sua strada all'interno della cellula endoteliale e da lì provoca una enorme risposta immunitaria infiammatoria chiamata “tempesta di citochine". “Quando affrontiamo un'infezione tutti abbiamo una risposta infiammatoria. Ma nella maggior parte delle persone questo avviene in maniera corretta", spiega Shah.

Anche se non è ancora chiara la ragione per cui la risposta immunitaria differisca da paziente a paziente, una risposta infiammatoria esagerata provoca più problemi di quanti non ne risolva: può causare un'insufficienza in alcuni organi e portare persino alla morte. “Sembra proprio che questo sia uno dei motivi principali per cui le persone che hanno contratto la COVID finiscono in ospedale", aggiunge.

Shah crede che la progressione della malattia possa essere suddivisa in fasi. La prima è questa infiammazione esagerata, la tempesta di citochine. La seconda è un problema con la coagulazione del sangue, noto come coagulopatia.

“Quasi subito abbiamo notato che molti sviluppavano coaguli ovunque", spiega Shah. “Molti hanno coaguli nei polmoni, altri nel cuore e altri ancora nel cervello". Uno studio pubblicato sulla rivista Thrombosis Research ha confermato che i coaguli di sangue sono collegati a un aumento del rischio di morte nei pazienti COVID-19.

“Se soffri di questo tipo di coagulopatia sistemica è facile immaginare come la malattia possa andare fuori controllo e iniziare a colpire parti diverse del corpo", continua Shah. Un coagulo che impedisce il flusso sanguigno può provocare, per esempio, un ictus oppure l'insufficienza di qualche organo.

Fortunatamente, abbiamo già diversi trattamenti pronti che possono essere usati anche per la COVID-19. “Abbiamo un certo numero di anticoagulanti che hanno già avuto qualche successo", afferma Mutch. "Anche se, a essere onesti, siamo sempre alla ricerca di nuovi farmaci anticoagulanti".

Ma si può provare ad anticipare tutto questo. “Un’altra possibilità è trattare la risposta infiammatoria anche per fermare la trombosi [formazione di coaguli di sangue]", spiega Mutch. Il desametasone, un antinfiammatorio steroideo a basso costo, è un possibile trattamento: nel giugno scorso, ha mostrato la capacità di ridurre fino a un terzo le morti tra i pazienti che necessitavano di ventilazione.

"Il messaggio più importante è far capire che si tratta di una malattia molto complicata, che non è uguale per tutti ", conclude Shah. “C'è bisogno di un esame attento di ogni singolo paziente, per poi decidere quale sia il trattamento migliore per lui".

 

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