Dieci falsi miti sui gladiatori

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Dieci falsi miti sui gladiatori BEST5.IT 2018-10-20 08:53:22
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Erano schiavi, prigionieri di guerra, condannati e galeotti.

Ma c’erano anche uomini liberi ed ex legionari in cerca di fama e guadagno. I gladiatori erano amatissimi e celebrati dal popolo, ma la loro vita era dura e pericolosa.

Ecco dieci falsi miti sui gladiatori!

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1. Mestiere per soli uomini e “pollice verso”

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  • 1. Il gladiatore era un mestiere per soli uomini?
    No, esistevano anche combattenti donne.
    Per combattere nell’arena bisognava essere violenti, forti e spietati. In una parola, uomini.
    Esistono però prove che mostrano come a scendervi, per quanto raramente, vi fossero anche le donne.
    Oltre a Giovenale e a Petronio (che parla di un’essediaria che combatteva sul carro come Budicca, la bellicosa regina degli Iceni), Tacito narra che Nerone offrì a Roma e a Pozzuoli spettacoli in cui alcune senatrici si combattevano fra loro e donne di colore lottavano contro nani.
    Le citazioni letterarie trovano riscontro nei ritrovamenti archeologici, a cominciare dall’iscrizione di Ostia in cui un certo Ostiliano si vanta di essere il primo nella storia di Roma ad avere offerto giochi con la presenza di mulieres ad ferrum (donne armate).
    A questa si aggiunge una stele oggi al British Museum di Londra ma proveniente da Alicarnasso che mostra due donne, Amazon e Achillia, affrontarsi con il gladio a petto nudo, senza elmo ma con scudo e parabraccio. I nomi sono chiaramente d’arte.
    C’è infine un’urna ritrovata nel 2001 ancora una volta a Londra, nel borgo di Southwark, che parrebbe contenere le ceneri di una donna con alcune lampade dedicate ad Anubi – dio psicopompo (divinità che accompagna le anime dei defunti) al pari di Mercurio – e tracce combuste di pigne, il cui fumo aromatico veniva diffuso durante gli spettacoli per purificare l’aria dall’odore del sangue, del sudore e degli escrementi degli animali usati in combattimento.

 

  • 2. Per mandare un gladiatore a morte si indicava il “pollice verso”?
    No, è un’invenzione nata da un equivoco.
    Non è affatto certo che la vita o la morte del gladiatore fossero decise con il pollice verso, così come appare invece nel gesto delle Vestali immortalato nel celebre quadro omonimo dipinto da Jean- Léon Gérôme nel 1872.
    A usare l’espressione è il poeta Giovenale (verso pollice vulgus cum iubet) ma è l’unico autore latino a farlo.
    Recenti studi suggeriscono inoltre che in caso di esito fatale il pollice, almeno a Roma, non fosse rivolto all’ingiù ma all’insù.

 

2. Duelli all’ultimo sangue e "Morituri te salutant"

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  • 3. I duelli erano sempre all’ultimo sangue?
    No, un gladiatore valeva troppo per essere ucciso così a freddo.
    I combattimenti non erano certo tutti all’ultimo sangue.
    Esistevano anche la lusio e la prolusio, duelli con armi non cruente inscenati a volte come evento a sé, altre come “riscaldamento” in vista dello scontro vero e proprio.
    Va detto che i Romani non le amavano molto, preferendo sempre e comunque lo scontro vero e proprio.
    Anche quando i combattimenti erano autentici, era difficile che un gladiatore sconfitto fosse messo a morte: al di là dell’aspetto umano, ogni combattente rappresentava un valore e un investimento troppo alto, sia per il lanista che per l’editor, perché ne accettassero la perdita a cuor leggero.

 

  • 4. Prima di combattere i gladiatori salutavano l’imperatore dicendo: Morituri te salutant?
    Non è vero: la frase è diventata famosa ma è sostanzialmente falsa.
    È quanto meno dubbio che i gladiatori, prima di iniziare a battersi salutassero l’imperatore con il celebre Ave Caesar, morituri te salutant (Ave Cesare, coloro che vanno a morire ti salutano): l’uso in questo contesto non è attestato da alcuna fonte.
    Solo Svetonio, biografo dei Cesari, fa pronunciare, rivolta a Claudio, una frase simile - Ave imperator, morituri te salutant! - da alcuni condannati a morte i quali, nel 52 d.c., si accingevano a partecipare alle naumachie indette per celebrare la bonifica del lago Fucino.

 

3. "Panem et circenses" e la crisi del tardo impero

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  • 5. Gli imperatori davano al popolo panem et circenses per distrarlo?
    È vero solo in parte: in realtà durante i giochi ne subivano la pressione.
    È opinione comune che gli imperatori romani organizzassero i giochi per distrarre i cittadini dando loro ciò che volevano, ossia panem et circenses (pane e ludi circensi), in modo da potersi dedicare indisturbati ai loro affari.
    La cosa è vera solo in parte: se da un lato i potenti avevano interesse, soprattutto nei momenti di crisi, a tener lontane le masse dalle questioni politiche, dall’altra è evidente che proprio in occasione dei giochi i cittadini avevano l’opportunità di vedere l’imperatore e interagire con lui influenzando le sue decisioni.

 

  • 6. I giochi gladiatori scomparvero a causa della crisi del tardo impero?
    Sì, ma non solo: un ruolo determinante fu giocato anche dal Cristianesimo.
    È un dato di fatto: dal III secolo in poi, i giochi gladiatori perdono sempre più slancio e vengono organizzati con meno frequenza. Perché?
    Di certo per una ragione economica: complice la crisi che attanagliava l’impero, il senso di instabilità e le continue guerre ai confini per arginare la pressione dei barbari, il clima invogliava ben poco agli svaghi e c’erano meno risorse da dedicare ai ludi.
    Ma la ragione va cercata anche nella mutata sensibilità diffusa. Già Costantino disertava i giochi perché non li apprezzava per nulla.
    Con l’avvento del cristianesimo la predicazione dei padri della Chiesa puntò il dito non tanto contro le violenze dei circhi ma contro la prassi finale di chiedere la grazia da parte dei gladiatori sconfitti.
    Solo Dio poteva decidere la sorte di un uomo, non certo il pubblico di un circo e men che meno l’imperatore.

 

4. I gladiatori erano dei mercenari itineranti, schiavi oppure liberi?

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  • 7. I gladiatori erano dei mercenari itineranti in cerca di gloria?
    No, la loro vita “sportiva“ trascorreva generalmente sempre nella stessa caserma.
    Il cinema hollywoodiano, e in particolare il famoso film il Gladiatore di Ridley Scott (2000), mostra gruppi di gladiatori itineranti che vagavano di circo in circo e di caserma in caserma, come mercenari, alla ricerca di onore e gloria.
    Niente di più falso: reclutati dai lanisti, i veri gladiatori trascorrevano la loro vita da combattenti nei ludi, vere e proprie fortezze-prigione, dove erano sottoposti a una ferrea disciplina e da cui uscivano quasi solo per combattere.

 

  • 8. Erano schiavi oppure liberi?
    Un altro luogo comune vuole i gladiatori alla stregua di normali schiavi, posseduti dai lanisti come merce e privati di ogni libertà personale e capacità di azione autonoma. Ma non era così.
    Certo, tra gladiatore e lanista esisteva un rapporto stretto: entrando nel ludus, il primo giurava obbedienza al secondo, che lo adottava nella familia dei gladiatori, e da quel momento, secondo lo scrittore Petronio, accettava di essere bruciato, legato, picchiato e ucciso a fil di spada dando al lanista il potere di vita e di morte.
    Nonostante questo sappiamo che alcuni di essi si sposarono ed ebbero dei figli.
    Ecco due testimonianze suggestive: un’epigrafe ritrovata a Verona eretta in memoria del modenese Glauco, morto a 23 anni, dalla sua sposa Aurelia, e la lapide “milanese“ di Urbicus, fiorentino di origine, che dopo tredici incontri morì ventiduenne lasciando la moglie Lauricia e le due figliolette Fortunense e Olimpia, di soli cinque mesi.

 

5. La tomba del “Gladiatore” del film di Ridley Scott e le sorti dei gladiatori sconfitti

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  • 9. È vero che è stata trovata la tomba del “Gladiatore” del film di Ridley Scott?
    No, è solo un caso mediatico: Marco Nonio Macrino era un generale bresciano e l’accostamento al film è frutto di una interpretazione errata di quanto detto dagli archeologi.
    Ha destato clamore la scoperta, avvenuta nel 2008 a Roma, in via Vitorchiano lungo l’antica Flaminia, di un grande mausoleo di marmo accompagnato da un’iscrizione suggestiva.
    Si trattava del sepolcro, recitava la lapide, di Marco Nonio Macrino, un ricco senatore di origine bresciana vissuto nel II secolo dopo Cristo.
    Equivocando quanto affermato dagli archeologi, che paragonarono la vita di Macrino a quella del Massimo Decimo Meridio del film di Ridley Scott interpretato da Russel Crowe, la scoperta fu subito battezzata la “tomba del Gladiatore” ma in realtà le similitudini tra i due personaggi si fermano al fatto che entrambi avevano accompagnato l’imperatore Marco Aurelio nella spedizione contro i Quadi e i Marcomanni.
    Macrino infatti morì benestante, il secondo in disgrazia, da schiavo e privato della famiglia. Non fu lui, quindi, a ispirare il personaggio del film.
    In occasione di scavi successivi, l’area intorno al mausoleo ha restituito altri edifici, la tomba della moglie del senatore e una vera e propria necropoli militare con stele di pretoriani e soldati sepolti tra il II e il IV secolo.

 

  • 10. Era il pubblico a decidere la sorte del gladiatore sconfitto?
    No, semmai a farlo era l’editor, ossia il magistrato che offriva lo spettacolo.
    Falso, o perlomeno forzato, è ritenere che a decidere la sorte dello sconfitto (soprattutto la sua morte) fosse il pubblico.
    A farlo era l’editor il quale poteva o meno tener conto delle pulsioni della folla, ma raramente pronunciava il fatidico “Iugula!” (sgozzalo) preferendo anche per le già dette ragioni economiche il più clemente “Mitte!” (lascialo).

 




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