Dionigi il Vecchio… ma che bisognerebbe chiamare Dionigi il Grande

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Dionigi il Vecchio… ma che bisognerebbe chiamare Dionigi il Grande BEST5.IT 2019-03-20 05:45:49
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«Lo chiamano Dionigi il Vecchio, ma bisognerebbe chiamarlo Dionigi il Grande».

Dionigi è stato un personaggio molto importante agli inizi della storia italica soprattutto per l’evoluzione del pensiero politico greco.

Fu il primo a tentare l’esperimento di creare uno Stato territoriale che unisse le città greche della Sicilia e non solo.

In questa nuova concezione statale fu addirittura un precursore di Filippo il Macedone, padre di Alessandro Magno.

Il vero limite, per il quale il suo ambizioso progetto naufragò con lui, fu di non aver tenuto nel debito conto le contraddizioni tra poleis e Stato nazionale, questione che Filippo risolse con maggiore furbizia, lasciando un’apparente autonomia alle città.

Con Dionigi, però, Siracusa divenne il centro più potente e ricco di Grecia e Magna Grecia, e il suo impero fu il più esteso dominio territoriale costruito in Europa prima dei sovrani macedoni.

Ma chi era veramente Dionigi il Vecchio? Scopriamolo insieme.

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1. Nemici comuni

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Dionigi salì al potere da giovane, per meriti personali.

Nacque intorno al 430 a.C. da una famiglia siracusana non di primo piano, e gli anni della sua adolescenza furono segnati dall’assedio ateniese a Siracusa del 415-413 a.C., conclusosi con la vittoriosa difesa della città siceliota.

Sposò la figlia di Ermocrate, uno dei principali registi della vittoria finale contro Atene, che Dionigi in seguito aiutò in un fallito tentativo di prendere il potere. A Dionigi questo sodalizio costò l’esilio, ma rafforzò la convinzione che la democrazia fosse malata.

Rientrato a Siracusa, ebbe la sua occasione quando nel 407-6 a.C. i Cartaginesi misero in piedi un’imponente campagna militare contro le città greche della Sicilia Orientale, distruggendone molte e arrivando a mettere sotto assedio la stessa Siracusa.

Dionigi, che era un giovane ufficiale, riuscì a conquistarsi sul campo il ruolo di strategós autokrátor, capo supremo della resistenza, che si concluse quando venne raggiunto un accordo per la spartizione della Sicilia: a est i Greci, a ovest i Punici, che in questo modo sottomettevano anche alcune città greche.

Proprio lui, che aveva stipulato questo trattato, da allora iniziò a considerare i Cartaginesi i suoi avversari supremi, e ritenne che ogni mezzo fosse utile per unire le città greche e salvarle dal nemico.

Il tutto anche a prezzo di privare i Greci delle loro libertà e di combattere spietate guerre contro altre poleis che non volevano accettare la sua politica e il suo predominio.

Forte del suo prestigio, Dionigi lasciò che la vita politica e sociale interna a Siracusa procedesse autonomamente, ma assunse su di sé l’esclusiva della politica estera e militare.

Verso il 403 a.C. si proclamò sovrano (archon) della Sicilia Orientale. La sua fu una particolare forma di tirannide, senza il significato negativo che noi le diamo. In Sicilia il tiranno non era un demagogo ma un capo militare che guidava la resistenza contro i barbari.

E in qualche modo era paragonabile a un signore rinascimentale. I suoi oppositori infatti furono soprattutto gli aristocratici che avevano governato il vecchio regime siracusano, mentre i semplici cittadini (cui Dionigi diede anche lavoro con grandi opere edilizie) lo amavano e lo sostenevano.

Ciononostante, nel 405 e nel 404 Dionigi dovette affrontare due rivolte interne, in una delle quali perse la prima moglie. In seguito divenne sospettoso e si riservò l’isola fortificata di Ortigia, ma di fatto sconfisse l’opposizione interna costringendo all’esilio tutti i suoi nemici.

Nella foto sotto, i segni del potere. Il castello Eurialo, sull’altura di Epipoli, alle spalle di Siracusa: la fortificazione fu voluta nel IV secolo a.C. da Dionigi I.

 

2. La costruzione dello Stato

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Dionigi consolidò il suo potere conquistando uno dopo l’altro i centri indigeni dei Siculi, poi si rivolse contro le città greche della Sicilia Orientale.

Distrusse Leontini e Naxos e sottomise Catania ed Enna, imponendo ovunque colonie militari siracusane e nuovi abitanti a lui fedeli. Ma non si limitò all’isola.

Dionigi costruì il nucleo del futuro Regno delle Due Sicilie. Si espanse in Calabria e la tradizione gli attribuisce una moglie di Locri (che addirittura avrebbe simbolicamente sposato contemporaneamente a una donna siracusana).

Realizzò uno Stato territoriale fino a Lamezia e Squillace, progettando addirittura di tagliare l’istmo di Lamezia con un muro o con un canale.

I suoi oppositori si erano però radunati a Reggio, così Dionigi gli mosse guerra e sconfisse la lega delle città greche guidate da Crotone nella Battaglia dell’Elleporo (388 a.C.), dopo la quale assediò e rase al suolo Reggio edificando al suo posto un maestoso palazzo reale che si affacciava sullo Stretto.

La devastazione dell’antica polis reggina gli costò l’appoggio di Platone: il grande filosofo era venuto a Siracusa proprio per studiare il progetto di Dionigi di superamento della polis verso lo Stato nazionale, ma il prezzo apparve all’ateniese troppo alto.

La tradizione – non confermata – racconta che i due proprio non si potevano soffrire. Intanto però il tiranno siracusano aveva portato sotto il suo controllo la Magna Grecia affidando la guida delle poleis all’alleata Taranto.

Nella foto sotto, il quadro ottocentesco La spada di Damocle che illustra la leggenda secondo cui Dionigi I fece passare un giorno da re a tale Damocle, invidioso delle sue ricchezze. Nel mezzo dei bagordi, il tiranno gli fece notare che sulla sua testa pendeva una spada appesa a un filo, simbolo dei pericoli che ogni giorno incombevano sul tiranno.

 

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3. La visione italica

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Quando Dionigi diceva “Italia”, non pensava solo alle coste ioniche come si faceva allora.

Dedicò la stessa attenzione al Tirreno e all’Adriatico, mostrando di possedere un respiro strategico quasi pionieristico.

Lui, che non si era limitato a distruggere città, ma ne aveva fondate diverse in Sicilia, fu anche un abile colonizzatore.

Per crearsi a oriente un impero che gli potesse fornire le risorse per combattere quello che Cartagine aveva a occidente, creò una fitta rete di colonie che gli garantivano ricchi commerci e rifornimenti di materie prime attraverso l’Adriatico: Adria, Ancona, Spalato, Lissa, Traù.

Sul Tirreno invece si oppose agli Etruschi – storici alleati dei Cartaginesi – e per fare questo non esitò a stringere intensi rapporti diplomatici con i Celti dell’Italia Settentrionale, fu il primo ad arruolarli nelle sue file come mercenari.

Dionigi con la sua flotta saccheggiò nel 384 Pyrgi, porto e santuario di Caere (Cerveteri), e nello stesso periodo combatté gli Etruschi persino in Corsica.

Proprio negli anni tra il 390 e il 367 a.C. i Galli invasero l’Etruria arrivando a occupare Roma, ma non sappiamo se lo fecero autonomamente o magari sollecitati proprio dal loro alleato siracusano.

Nella foto sotto, l’“orecchio di Dionigi”, una grotta profonda oltre 60 metri scavata in una cava di pietra di Siracusa. Si narra che il tiranno vi rinchiudesse i suoi prigionieri e li ascoltasse di nascosto, sfruttando la potenza dell’eco della cavità.

 

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4. Cartagine, la bestia nera

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Il nemico giurato del dittatore restavano però i Cartaginesi.

Dopo il primo conflitto (405 a.C.) che aveva portato alla spartizione della Sicilia, nel 398 a.C. Dionigi lanciò un attacco che lo portò quasi a espellere i Punici dall’isola, arrivando a distruggere l’estremo caposaldo nemico di Mozia.

Ma i Cartaginesi reagirono sbarcando nel 396 con un esercito enorme che, dopo aver distrutto Messina, assediò la stessa Siracusa. Intanto, il fratello di Dionigi, Leptine, veniva sconfitto in una battaglia navale davanti a Catania.

Fu una pestilenza a salvare i Greci: tanto che il generale cartaginese Imilcone per potersi ritirare dovette anche versare un tributo a Dionigi. Anche le sorti del successivo conflitto tra siracusani e Punici furono altalenanti.

Quando, nel 392, i Cartaginesi si allearono con le città magnogreche ostili a Siracusa e tornarono all’attacco, Dionigi fu costretto a una pace sfavorevole. Ma quando le ostilità ripresero, nel 383, Dionigi vinse a Cabala, dove morì il comandante cartaginese Magone.

Sembrava fatta e il tiranno siracusano era ormai convinto di poter cacciare i Punici dalla Sicilia: invece subì una rovinosa disfatta, a Cronio. A quel punto fu stipulato un nuovo accordo che fissava il confine al fiume Alico, frontiera che rimase invariata fino alla conquista romana dell’isola.

Dionigi provò a cambiarlo nel 368 con una nuova breve guerra, ma senza risultati. Nel 367 il tiranno morì, ma come? Le fonti antiche hanno fantasticato parecchio.

Dionigi era un uomo di cultura e uno scrittore, e in quell’anno una sua tragedia vinse il prestigioso concorso ateniese delle Lenee: il tiranno non sarebbe sopravvissuto agli sfrenati festeggiamenti.

Per altri fu avvelenato: dal figlio, il futuro Dionisio II (nella foto in alto a sinistra) ansioso di succedergli oppure da congiurati per vendicare le vecchie repressioni. Forse morì solo a causa dell’età avanzata e della vita movimentata.

Di certo con lui tramontò il suo grande sogno. Un sogno grande quasi quanto l’Italia. Nella foto sotto, il filosofo Platone viene presentato a Dionigi da un altro tiranno, Dione.

 

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5. La cattiva fama e Siracusa la splendida

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La cattiva fama venne dopo la morte per colpa delle malelingue

Dionigi rimase al potere per 38 anni e, per i suoi contemporanei, fu il più grande dei Greci. La cattiva fama di tiranno venne dopo la sua morte.
A Dionigi si attribuirono i peggiori vizi: paranoico, spietato, ambizioso, avido, sospettoso, dissoluto e crudele al punto che, si dice, arrivò a far vendere schiavo Platone.
Persino Dante lo relega all’Inferno tra i peggiori tiranni.
In realtà dai suoi contemporanei – in virtù dei suoi successi militari e politici – fu considerato il più grande dei Greci. Inoltre, fu mecenate di artisti e filosofi, oltre che uomo di cultura egli stesso.
In guerra seppe essere spietato ma in più di un’occasione mostrò clemenza. Cornelio Nepote lo assolve dall’accusa di avere i quattro difetti tipici dei tiranni e cioè lussuria, lusso, avarizia e avidità.
Secondo lo storico greco Polibio, Scipione l’Africano lo considerava “un uomo efficiente, dotato di un coraggio unico mitigato però dalla prudenza”.

 

 

Siracusa la splendida

Fondata da coloni corinzi nel 733 a.C., Siracusa fu a lungo tra le più potenti città dell’epoca, tanto che ancora Cicerone la descriveva come la più grande e bella città della Grecia.
Vi nacquero e vi risiedettero alcuni dei maggiori artisti, filosofi e scienziati greci, da Eschilo a Pindaro e Archimede. Il suo splendore divenne proverbiale.
Fu spesso governata da tiranni e capi militari che la guidarono soprattutto nelle sue secolari guerre con i Cartaginesi, nonché con gli indigeni siculi, con gli Etruschi e con le altre città greche, compresa Atene.
Il nucleo originario della città era l’isola di Ortigia, che poi Dionigi fortificò rendendola quasi un corpo a parte dal resto della polis.
Furono molti i maestosi monumenti che punteggiarono la città, dai templi di Zeus, Apollo e Atena fino alle fortificazioni e ai possenti porti che proprio Dionigi sviluppò.
Nel 212 a.C., dopo un sanguinoso assedio, Siracusa cadde in mano ai Romani e iniziò una nuova storia. Nella foto sotto, la mappa della città in epoca romana.

 

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