Gengis Khan, il “Signore universale”

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Gengis Khan, il “Signore universale” BEST5.IT 2017-07-23 04:50:13
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Ha battuto tutti i suoi rivali uno a uno, ha reso una miriade di tribù antagoniste un popolo coeso con un esercito imbattibile, ha sterminato milioni di persone con un’imperturbabilità senza eguali, facendo più morti di una pandemia.

Ha edificato il più vasto impero della Storia dell’Umanità.

Dal Pacifico all’Adriatico, dagli Urali al Caucaso, dalla Cina al Mar Nero, dalla Siberia all’Oceano Indiano c’era solo un grande signore: Gengis Khan.

Con l’appellativo di Mongoli siamo abituati a definire collettivamente quello che in realtà non era un popolo unico e omogeneo, ma un mosaico di gruppi umani diversi e di popolazioni varie che ancora nel XII secolo si trovavano nelle sterminate steppe asiatiche ed erano accomunati da uno stile di vita nomadico analogo.

Al loro interno però avevano origini, nomi e culti differenti che spaziavano dal politeismo tribale, al taoismo fino al cristianesimo nestoriano (dottrina propugnata dal vescovo siriano Nestorio).

Sebbene le steppe fossero, con tutta evidenza, meno abitate rispetto alla Cina o all’Europa e avessero inoltre un’urbanizzazione limitata a pochi centri, è un errore ritenere che fossero demograficamente quasi deserte.

Quell’area immensa era attraversata da arterie fondamentali come le vie carovaniere attraverso cui passavano beni preziosi, derrate alimentari, schiavi e informazioni e di cui conosciamo soprattutto la celebre “Via della Seta”.

Essere nomadi, in quel contesto, non corrispondeva affatto a vagare senza meta, ma era un modello di esistenza transumante dove ci si spostava periodicamente in zone note per approfittare al meglio delle risorse ambientali e dei pascoli utili a mantenere mandrie e cavalli in quantità.

Ma, insieme alla pastorizia e all’allevamento, il sistema economico dei nomadi delle steppe si poggiava anche su un altro aspetto: la razzia. Il principio era che quando si voleva qualcosa, si andava a prenderselo. Non era uno sfogo di violenza incontrollata e gratuita, ma una forma di sussistenza.

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I Mongoli erano, inoltre, popoli del cavallo: vivevano in assoluta comunione con questi animali, fondamento della loro società. A cavallo si muovevano, facevano incursioni, combattevano, trasportavano gli averi e le famiglie.

In un ambiente sconfinato come quello delle steppe non avere un mezzo di trasporto veloce e affidabile, per chi era costretto a percorrere grandi distanze, sarebbe stato un cataclisma.

Oggi scopriremo le imprese di Gengis Khan, che costruì il più grande impero terrestre del mondo. L’uomo che riuscì a trasformare un popolo di nomadi in uno degli eserciti più forti della Storia!

1. Da Temujin a Gengis Khan

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I Mongoli, alla metà del XII secolo, vivevano sparsi a macchia di leopardo in tribù o clan familiari in feroce competizione tra loro ed è su questo sfondo di violenza, di lotta e di vita durissima che nasce, cresce e trionfa l’uomo destinato a diventare il loro primo grande imperatore.

L’anno di nascita di Gengis Khan è quanto mai incerto e controverso.

Collocato dagli studiosi tra il 1155 e il 1167, si crede che Temujin – questo il nome originale del condottiero – sia nato intorno al 1162, sebbene oggi in Mongolia è il 1167 a essere indicato come data ufficiale.

La madre di Temujin, Hoelun, apparteneva alla tribù dei Merkit. Ed era stata rapita in giovane età (ma era già sposata con un ragazzo del suo clan) da Yesugei che sarebbe poi diventato il suo sposo definitivo e padre di Temujin.

A narrarci particolari salienti sulla vita dell’imperatore sin dai suoi primi vagiti è la Storia segreta dei Mongoli, una fonte straordinaria, nonostante i palesi toni declamatori ed encomiastici verso il personaggio, artifici retorici imprescindibili per creare il mito e avvalorare la tesi che dal punto di vista divino egli fosse un eletto.

Si tratta pertanto sia di una storia nazionale sia di un’agiografia e prende il titolo dal fatto che sia stata redatta per uso esclusivo della famiglia imperiale e del popolo mongolo, risultando così per gli altri segreta.

Altra caratteristica significativa che distingue nettamente i Mongoli dalla stragrande maggioranza degli altri popoli nomadi delle steppe è che essi conoscevano la scrittura.

Il mongolo è vicino alle lingue altaiche come il turco ed è attualmente scritto con alfabeto cirillico, ma nel Medioevo oltre a un alfabeto mongolo verticale (oggi usato da alcune comunità in Cina) si traslitterava sovente in arabo.

Nella "Storia segreta" il piccolo Gengis Khan nasce stringendo in pugno un grumo di sangue: è questo il primo segno inequivocabile del suo futuro di signore della guerra e poiché nello stesso momento il padre catturava il nemico Temujin, del popolo dei Tatari, il neonato prende questo nome.

A soli nove anni Temujin è in viaggio con il padre. Questi viene ospitato dal capo della comunità degli Ungrat che ha una figlia di un anno più grande del ragazzino, Börte. I genitori si accordano per il loro futuro matrimonio e Temujin resta dal suocero per essere da lui allevato e istruito.

Ma appena pochi giorni dopo il padre del giovane viene avvelenato dai rivali: per la madre, sola con molti figli, si apre un periodo di gravi difficoltà. Gli altri clan li derubano e per il ragazzino e la sua famiglia inizia un percorso di sussistenza disperata, dove solo il più forte e il più risoluto riesce a sopravvivere.

Temujin diventa un guerriero valoroso, scaltro e abilissimo, ma ha anche il dono del comando e spiccate doti politiche, organizzative e diplomatiche.

La giovane promessa sposa viene rapita e la furia di Temujin si innesca: nel giro di pochi anni lotta e vince le altre tribù che serpeggiano per le steppe e che si facevano strenuamente la guerra tra loro.

Sul finire del XII secolo è contro i Merkit che deve combattere: si tratta della tribù da cui, prima della sua nascita, era stata sottratta la madre e in un clima di faide e vendette continue l’occasione si faceva anche politica per il dominio del territorio. Temujin vince ancora. Ogni volta, come di consueto, gli uomini delle popolazioni sottomesse ingrossano il suo esercito. 

Al di là della potenza e delle spaventose abilità militari del comandante è comunque da sottolineare che dopo tanta guerra quei popoli avevano disperatamente bisogno di una guida che garantisse loro anche pace, leggi e un’entità di tipo statale. Attraverso l’unione con Börte, della tribù degli Ungrat, Temujin era entrato anche in linea successoria con il clan della moglie.

Sono tutte quelle genti – in un misto di ammirazione e paura – a eleggerlo proprio capo. Il condottiero muove anche contro il Xi-Xia, l’impero di Tangut e Tibetani. Inizialmente sconfitto e addirittura imprigionato, riesce a liberarsi e a punire in maniera terribile i suoi avversari.

Agli inizi del Duecento, quando i domini di Temujin diventano sterminati egli è eletto Gengis Khan, ovvero “Signore universale”, dove il termine Gengis sta anche per “oceanico”. Inizia così la storia dell’Impero mongolo.

2. La macchina militare

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Uno degli aspetti da sempre più incredibili dell’ascesa di Gengis Khan è stato quello di essere riuscito a convertire nomadi renitenti e selvaggi in una macchina bellica dalla disciplina ferrea e dallo spirito corporativo solidissimo.

L’esercito mongolo era strutturato su base decimale progressiva.

Ogni armata era chiamata Tumen ed era costituita da 10mila combattenti, a loro volta suddivisi in corpi da mille, i Minghaan, e poi in gruppi da cento, gli Yagun, fino ad arrivare a unità di base composte da soli dieci uomini, dette Arban.

Se un uomo sbagliava, venivano puniti anche gli altri nove ed è per questo che l’attenzione e l’aggregazione erano molto forti. Temujin, inoltre, aveva grande intuito e sceglieva con oculatezza i khan delle sue milizie tra gli uomini che non soltanto avevano dimostrato grandi attitudini marziali, ma anche autorevolezza e fedeltà.

Così come i Mongoli erano un popolo del cavallo, allo stesso modo erano integralmente soldati del cavallo. Le truppe mongole erano quindi costituite da cavalieri che, più che nello scontro frontale, risultavano micidiali a distanza, in quanto arcieri abilissimi.

I cosiddetti Tartari (come preferivano chiamarli le fonti latine) adoperavano razze di cavalli selvatici piccoli, panciuti e scattanti, probabilmente dei Tarpan (estinti all’inizio del Novecento) o comunque esemplari di andamento ambio, cioè in cui gli arti dell’animale si muovono simultaneamente per lato con un movimento bipede laterale.

Sella e staffe particolari consentivano ai soldati una grande stabilità e di conseguenza una buona capacità di movimento per prendere le frecce dalle faretre e schioccarle. La lunghezza di gittata arrivava anche ad alcune centinaia di metri.

C’erano inoltre strali con punte metalliche più pesanti per le azioni ravvicinate, oltre a dardi avvelenati o incendiari. La fuga simulata, i bluff e le più raffinate tecniche di guerra psicologica sono ingredienti fondamentali di quello che è stato un successo senza pari.

I Mongoli fingono spesso di ritirarsi, per tornare poi alla carica contro nemici che pensavano di aver ormai evitato il pericolo. Di solito si dividono in più contingenti, così da attaccare contemporaneamente da più punti e arrivare alle spalle, dove di norma le retroguardie sono meno forti o più stanche delle fresche e potenti avanguardie.

I Mongoli utilizzano spesso anche manovre di accerchiamento che riescono a compiere in maniera eccezionale: non di rado aspettano ad attaccare, inducendo gli avversari a farlo per primi e poi avvolgendoli terribilmente in una morsa, dopo che si sono spinti troppo all’interno dello schieramento opposto.

Le tecniche psicologiche erano varie e tutte atte a spaventare il nemico e a indurlo alla resa anche senza colpo ferire. Le fonti testimoniano che i Mongoli arrivavano a montare fantocci sui cavalli per far credere di essere in numero molto superiore agli effettivi.

Mandavano pure spie e interpreti non solo a sondare la situazione del territorio, ma pure a spargere notizie di efferatezze, stupri e stermini da loro perpetrati, così da creare una vera e propria psicosi e spingere le popolazioni locali ad arrendersi subito al loro arrivo.

3. Il “Signore universale”

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Dopo aver sottomesso la miriade di popolazioni e tribù delle steppe, Gengis Khan estende i suoi domini con slancio inarrestabile.

Si rivolge prima all’estremo Oriente che confinava a est con i suoi territori. Conclusa la conquista della regione dello Xi-Xia, punta ai potentati settentrionali della Cina.

Riesce ad aggirare la Grande Muraglia, fa a lungo pressione contro la capitale (la futura Pechino) e alla fine la prende con un furore dirompente e una notevole astuzia, grazie anche all’uso di macchine d’assedio, una novità per dei nomadi. Inizia così quello che sarà il fenomeno di sinizzazione della dinastia imperiale mongola.

Non pago, in seguito a un grave smacco diplomatico da parte dello scià di Corasmia, corrispondente a grandi linee con l’antica Persia, muove anche verso questo impero.

I suoi eredi faranno di quei possedimenti uno dei domini mongoli più importanti, tanto da convertirsi in gran parte all’islamismo a partire dal 1272. Dal Medio Oriente, l’imperatore manda a quel punto truppe e generali verso l’Europa, attaccando i più grandi principati russi.

L’impero di Temujin è ormai sconfinato, ma Gengis Khan non era solo un formidabile condottiero e uno dei più grandi capi militari della Storia, ma anche un politico scaltro e avveduto.

Fa istruire i suoi uomini di governo, dà leggi e indicazioni, inquadra rigorosamente l’esercito, percepisce tasse, mutua i sistemi organizzativi delle aree che conquista prendendone il meglio ed estendendolo all’amministrazione mongola, non si irrigidisce su vecchie strutture, ma è quanto mai aperto alle novità.

Forma una classe diplomatica di messi e interpreti tra le più importanti del XIII secolo. Quando, infatti, costituisce un impero, non è a tradimento che attacca i Paesi stranieri: le invasioni sono sempre anticipate da una richiesta di resa o collaborazione. Le cause della morte di Gengis Khan non sono chiare.

La Storia segreta dei Mongoli parla di una serie di complicanze dovute a una brutta caduta da cavallo durante l’ennesima campagna militare. Gengis Khan nell’agosto del 1127 si spegne nel suo accampamento dopo aver diviso l’impero tra i suoi eredi e aver segnalato il successore al titolo imperiale.

La salma viene inumata in un luogo sperduto, facendo camminare più volte i cavalli sopra la terra per nascondere le tracce della sepoltura. Nonostante le assidue ricerche, la sua tomba non è ancora stata ritrovata.

La potenza inarrestabile del più grande impero della Storia sarebbe durata ancora un secolo, contraendosi mano a mano fino al nuovo impeto conquistatore di Tamerlano.

4. Le più importanti battaglie di Gengis Khan

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  1. Conquista delle Steppe
    Nell’ultimo decennio del XII secolo, Temujin – destinato a diventare Gengis Khan, il “Signore universale” – sottomette progressivamente tutte le popolazioni che si muovono per le steppe asiatiche.
    Si tratta di tribù e di clan rivali, da anni in lotta tra loro. Dopo aver battuto i Merkit, la sua ascesa è inarrestabile.
    Chi non è brutalmente sconfitto in guerra, decide di asservirsi spontaneamente a Temujin, eleggendolo come proprio capo politico e militare.
    È attraverso l’organizzazione del territorio e la garanzia della cosiddetta pax mongolica che Gengis Khan edifica solide basi per il suo impero.
  2. Campagne cinesi
    Nella prima decade del XIII secolo le mire espansionistiche di Gengis Khan sono rivolte ai territori cinesi che costituiranno uno dei nuclei principali dell’impero mongolo, tanto che successivamente si innescherà anche uno smaccato processo di sinizzazione.
    Nel 1205 i primi attacchi sono inflitti allo Xi- Xia, l’Impero di Tangut e Tibetani, assoggettato definitivamente nel 1227.
    Le azioni successive – lunghe e molto impegnative – porteranno al superamento della Muraglia cinese, all’assedio della capitale (la futura Pechino) e alla conquista della Cina.
  3. Invasione della Corasmia
    Tra il 1219 e il 1221, attraverso una serie di fitte operazioni militari e politiche, Gengis Khan conquista la Corasmia, un impero islamico che comprendeva grosso modo l’area dell’antica Persia.
    Le fonti sostengono che all’inizio l’imperatore mongolo non avesse alcuna intenzione di invadere il territorio, ma solo di allacciare rapporti commerciali.
    L’atteggiamento dello scià al-Din Muhammad, con l’umiliazione e l’uccisione di alcuni ambasciatori mongoli – che per convenzione diplomatica non dovevano essere toccati – innesca la terribile reazione di Gengis Khan.
  4. Battaglia di Kalka
    Alla fine di maggio del 1223, i generali Subodei e Jebe (dietro ordine diretto di Gengis Khan che vuole allargare l’impero) infliggono una cocente sconfitta al principato della Rus’ di Kiev nei pressi del fiume Kalka, oggi in Ucraina.
    Si tratta solo di un primo atto di penetrazione dell’Impero mongolo in area russa.
    A difesa del principato slavo partecipano anche i Cumani, un’altra popolazione nomade delle steppe, ritenuta fino dell’ascesa della potenza mongola la più importante e temibile delle steppe euro-asiatiche.
    La conquista dei principati russi sarà poi completata tra gli anni Trenta e Quaranta del XIII secolo dal nipote di Gengis Khan, Batu Khan – a cui era stato assegnato l’Ulus occidentale, confinante con l’Europa – che in seguito muoverà ancora verso ovest, determinato a conquistare la Cristianità.

5. Batu e Tamerlano, i discendenti più sanguinari di Gengis

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Alla morte di Gengis Khan, come da sua indicazione, il titolo imperiale era passato al figlio Ögödei, ma i vasti territori conquistati dal condottiero erano stati divisi tra i quattro eredi.

Il primogenito Joci era morto prima del padre e, in automatico, l’area a lui destinata era passata a suo figlio Batu (1205-1255).

Il nipote di Gengis era ancora molto giovane e poco esperto quando prese possesso della sua eredità, corrispondente grosso modo ai domini posti più a ovest dell’impero mongolo, protesi in modo allettante verso l’europa e, di riflesso, verso nuove possibilità di conquista.

Batu diede presto dimostrazione di un carattere molto esuberante e bellicoso e lo si può a buon diritto definire il più grande erede ideale, oltre che di sangue, di Gengis Khan, almeno fino alla comparsa, molto tempo dopo, di tamerlano.

Batu Khan fu affiancato da un autentico veterano di grande prestigio e abilità marziali, l’anziano Subodei che aveva diretto diverse campagne militari per il nonno, nella cui cerchia dei fedelissimi era entrato a pieno titolo, nonostante le umili origini.

Ma il disinvolto pragmatismo dei Mongoli, è facile da comprendere, premiava maggiormente le attitudini sul campo di battaglia che il ceto. Anche grazie all’aiuto e alle competenze di Subodei, Batu riuscirà a mettere a ferro e fuoco l’Europa Orientale.

Dopo aver piegato alcuni principati russi, e costituito il nerbo dell’Orda d’Oro, Batu con un piano molto scrupoloso muoverà contro Polonia, Ungheria e Croazia. L’operazione era già stata decisa durante l’ultima assemblea generale, il kurultai, e autorizzata dall’imperatore, zio del giovane comandante.

I Mongoli, infatti, non colpivano mai casualmente. Il Regno d’Ungheria – all’epoca uno dei più estesi d’europa, confinante con l’Italia e comprensivo di Slovenia, Croazia, Dalmazia, Slovacchia e parti delle attuali Serbia, Boemia e Ucraina – era vessato da lotte di potere e da un notevole indebolimento della famiglia reale.

L’imperatore Federico II, inoltre, era distratto dall’inesauribile diatriba con il papa e, per di più, poco dopo, il papa stesso morì, lasciando il seggio vacante per lungo tempo. In altre parole, Batu sapeva bene di andare a colpire un paese che sarebbe rimasto abbandonato a se stesso.

Come aveva fatto il nonno contro la Persia, anche lui decise di penetrare contemporaneamente attraverso tre direttrici diverse, dividendo le sue armate.

Ormai pronto ad avanzare ancora verso occidente, per una serie complessa di ragioni – tra cui, ma non solo, la repentina morte di Ögödei e la nuova elezione imperiale – Batu si allontanò dall’Europa, conservando il khanato dell’Orda d’Oro da lui fondato.

Più focalizzato sull’Asia centrale, e determinato a ristabilire l’antica potenza dell’impero mongolo, è stato nel Trecento il generale Tamerlano che aveva scelto come sua capitale la splendida città di Samarcanda.

Tamerlano arriverà in India, attaccherà il Sultanato dei Mamelucchi e altri territori, ma alla ne troverà la morte in Cina nel 1405 durante la fallimentare spedizione, atta a riconquistare la zona perduta dai Mongoli nel 1385 con l’ascesa della dinastia Ming.



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