Gioacchino Murat: un rivoluzionario con la corona

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Gioacchino Murat: un rivoluzionario con la corona BEST5.IT 2019-11-15 16:34:51
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Ambizioso e irruento, non senza merito, Gioacchino Murat scalò la carriera militare sotto l’ala protettrice del cognato, Napoleone Bonaparte, fino a diventare re di Napoli.

Dove visse il capitolo più straordinario (e fatale) della sua vita.

Figlio di albergatori dell’oscura provincia francese, avrebbe dovuto fare il prete di campagna. Invece intraprese un’avventura che lo portò prima sul trono di un regno lontano, poi davanti al plotone d’esecuzione.

Aveva soltanto 48 anni quando, il 13 ottobre 1815, attendeva le pallottole fatali, ritto di fronte ai soldati napoletani, nello spettrale panorama di Pizzo Calabro. Forse ripensava alla sua casa natale di Labastide-Fortunière, nella regione di Quercy, dov’era nato il 25 marzo 1767.

Rifiutando la carriera ecclesiastica sognata dai suoi genitori, Joachin Murat-Jordy si arruolò nell’esercito appena ventenne.

Era il 23 febbraio 1787 quando entrò nel 6° reggimento Cacciatori, i cui documenti lo descrivevano alto 5 piedi, 6 pollici e 2 linee, cioè con una statura di oltre 180 cm, notevole per l’epoca. Era un vero marcantonio, con folti capelli neri, occhi azzurri, volto ovale, naso aquilino e bocca volitiva.

Scrisse a suo fratello Pietro, nel novembre 1792: «Ora sono tenente e, se il colonnello sarà nominato generale, come non c’è dubbio, diventerò suo aiutante di campo e capitano. Alla mia età, col mio coraggio e il mio talento militare, posso andare anche più lontano».

Ma chi era veramente Gioacchino Murat? Scopriamolo insieme.

 

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LEGGI  Battaglia di Lipsia (1813): l'inizio della fine di Napoleone

1. A fianco dell’illustre cognato

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L’incontro che gli cambiò la vita fu quello con un giovanissimo generale, il còrso Napoleone Bonaparte.

Si trovarono insieme nel cuore di Parigi, alle Tuileries, per difendere i deputati della Convenzione repubblicana da 20 mila rivoltosi monarchici, contrari alla nuova costituzione.

Era il moto del 5 ottobre 1795, meglio noto come 13 vendemmiaio dell’anno IV, secondo il calendario rivoluzionario.

Proprio a Murat, Bonaparte affidò l’incarico di recuperare alcuni cannoni: senza di essi e con soli 5.000 uomini, il futuro imperatore dei francesi non avrebbe potuto battere i ribelli.

Murat assolse l’incarico e Bonaparte represse la rivolta, lasciando circa 200 morti davanti alla chiesa di San Rocco in rue Saint Honoré. Napoleone volle Murat ancora al suo fianco l’anno seguente, durante la campagna d’Italia, quando Murat venne promosso generale.

Dopo l’armistizio di Cherasco, Bonaparte lo inviò a Parigi con una lettera da consegnare a sua moglie Giuseppina. Si vociferò su presunti e assidui incontri fra Gioacchino e la moglie del generale, ma nulla è stato mai provato a questo proposito.

Poi venne la campagna d’Egitto, e i cavalieri di Murat si distinsero come i migliori nel corpo di spedizione che combatté all’ombra delle piramidi; tanto che, dopo la battaglia di Abukir, del 1799, Murat stesso finì in ospedale ad Alessandria.

Scrisse in una lettera al padre: «Un turco mi ha fatto la gentilezza di traversarmi la guancia con un colpo di pistola. È un colpo unico ed estremamente fortunato, poiché la palla è entrata da una parte, vicino all’orecchio, ed è uscita dall’altra parte senza offendere né mandibola né lingua, senza spezzare nessun dente».

Murat tornò dall’Africa insieme a Napoleone, e fu proprio lui a sostenere il colpo di stato del piccolo còrso che con una fulminea carriera divenne primo console e poi, nel 1799, imperatore. Fu allora che Gioacchino irruppe nell’aula dei deputati, scacciandoli al grido: «Buttatemi fuori questa gentaglia!».

Il 20 gennaio 1800, Gioacchino sposò la minore delle sorelle di Napoleone, Carolina, da cui ebbe quattro figli, due maschi e due femmine. Nel maggio 1804 fu promosso maresciallo dell’Impero e poi messo a capo della 12a coorte della Legion d’Onore.

Era dietro l’angolo anche la nomina a principe, ovviamente su pressione della moglie, che, come la sorella Elisa, si era lamentata con il potentissimo fratello poiché le era negata la qualifica di principessa, concessa invece ai fratelli di Napoleone e alle loro mogli.

Compiacente, l’imperatore dei francesi nominò le sorelle principesse, rendendo automaticamente principi anche i loro mariti: Murat e l’oscuro capitano Felice Baciocchi, coniuge di Elisa.

Fu sempre merito dell’ambiziosa moglie Carolina se, durante la campagna del 1805, Murat assunse il ruolo di comandante della Grande Armata del Reno. Carolina era infatti procacciatrice di amanti per il fratello imperatore e quest’ultimo non sapeva negarle nulla, dando un’ulteriore spinta alla carriera del cognato.

Comandante di cavalleria notevolmente dotato e grande soldato, Murat accompagnò Napoleone in tutte le sue azioni militari. Nella foto sotto, guida le truppe durante la battaglia di Aboukir (il dipinto, del 1807, è di Antoine-Jean Gros).

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2. L’ultimo ponte sul Danubio

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La travolgente scalata al potere di Gioacchino, però, non risultava gradita a tutti.

Fin dall’inizio dell’avanzata in Germania, Murat ebbe frequenti litigi con un altro famoso generale napoleonico, Michel Ney, che non voleva sottostare ai suoi ordini, e i due giunsero quasi a picchiarsi a Wertingen.

Gioacchino, occorre dirlo, sul campo non si risparmiava: forse non aveva doti di freddo stratega, ma compensava con le coraggiose incursioni di cavalleria, utilissime in molte occasioni per tagliare la ritirata al nemico.

Ma l’irruenza di Murat era talvolta eccessiva e perfino inutile, attirandosi le critiche del cognato. Quando i francesi erano a un passo dalla conquista della capitale austriaca, Napoleone lo ammonì così:
«Voi non pensate che alla gloria di entrare a Vienna. Non vi è gloria laddove non vi è pericolo e non vi sono pericoli a entrare in una città indifesa».

Infatti Vienna, di fronte all’impossibilità di resistere ai francesi, era stata dichiarata “città aperta”. Era il 12 novembre 1805 quando l’armata di Bonaparte giunse davanti alla città, ma l’ultimo ponte rimasto sul Danubio stava per essere minato. In quell’occasione Murat fu protagonista di una prodezza inaudita.

Ingannò i guastatori austriaci all’opera attraversando il ponte a piedi, con calma, sorridendo, come se tra i due eserciti fosse stato firmato un armistizio. Il nemico rimase sorpreso e la distruzione dell’ultimo ponte sul Danubio venne sventata.

In campo diplomatico, invece, Murat non era una volpe: durante la sfortunata campagna di Russia del 1812, si lasciò convincere dall’esercito zarista a firmare una tregua che consentì alle truppe del generale Bagration di ricongiungersi con quelle di Kutuzov e Napoleone, quella volta, si infuriò con lui.

Nonostante i contrasti, però, Bonaparte si fidava del cognato. Nel 1806 lo nominò granduca di Clèves e Berg, uno dei tanti staterelli sorti dalla riorganizzazione napoleonica del frammentato territorio tedesco.

Subito insediatosi nel granducato, che contava 900 mila abitanti, Gioacchino ne svecchiò le istituzioni secondo il modello francese. Divise la popolazione in arrondissements, ognuno diretto da un Consiglio, e impose tasse fondiarie uguali per tutti, in proporzione alle proprietà.

Governò per poco, in Germania, perché presto si rese vacante il ben più appetitoso posto di re di Napoli. Napoleone “spostò” il fratello Giuseppe dal trono di Napoli a quello di Madrid, poi diede a Murat la corona del Sud Italia, mentre i Borboni, spodestati, si rifugiavano in Sicilia.

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3. La còrsa regina dei napoletani

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L’investitura a re di Napoli (sempre ad opera del grande cognato) è del 1° agosto 1808, ma Murat entrò in città solo il 6 settembre.

Mostrò subito di amare i napoletani, diversamente dalla moglie Carolina Bonaparte, che avrebbe preferito diventare regina di Spagna.

Fin dai primi tempi in Italia, si consumò una frattura tra Gioacchino e la consorte, che per conto di Napoleone cercava di spingere Murat a fare maggiormente gli interessi della Francia, mentre questi nel suo nuovo ruolo di re voleva operare nell’interesse dei sudditi.

Napoleone lo ammonì: «Ricordatevi che io non vi ho fatto re che per il mio sistema». Al che Murat rispose: «Uno non è re per obbedire!». Gioacchino governava su 5 milioni di sudditi, che formavano lo Stato più popoloso dell’Italia preunitaria.

Contrariamente a quanto Napoleone e Carolina pretendevano, volle nel suo governo numerosi ministri napoletani, anziché francesi; su tutti, il ministro dell’Interno Giuseppe Zurlo, originario del Molise.

Murat varò anche molte riforme progressiste, abolendo il feudalesimo e introducendo, dal 1° gennaio 1809, il Codice Civile francese. Per rilanciare la cultura, fondò una grande biblioteca, battezzata la “Gioacchina”.

Sul fronte militare le prospettive non erano tranquille: dalla Sicilia, i borbonici, con il supporto della flotta inglese, minacciavano il regno di Napoli.

Ma l’esuberante ufficiale che aveva scorrazzato a cavallo fra tutte le battaglie d’Europa ora voleva la pace, e il suo amore per Napoli e per i napoletani cresceva ogni giorno: quella era ormai la sua patria.

Scrisse a Napoleone: «Questo Paese non è ben conosciuto da voi. Vostra Maestà ha una cattiva opinione dei napoletani ed essa non corrisponde alla realtà». In verità, napoletani e calabresi gli ponevano anche molti problemi, e governare quel piccolo regno turbolento non era facile.

Non era stata bene accetta l’imposizione della leva militare secondo il modello francese, perché sottraeva manodopera agricola, mentre imperversavano formazioni di briganti in parte legate al precedente regime borbonico.

Oltretutto, l’adesione del Regno di Napoli al blocco continentale, una sorta di mercato comune europeo escogitato da Napoleone per tenere fuori dal continente le merci inglesi, danneggiava larghi strati del ceto mercantile e agricolo locale, tanto che Murat stesso dovette fare qualche concessione al contrabbando, in barba agli strali del cognato.

Non si può dire che Murat non avesse cura del suo regno, anche a costo di scontentare l’imperatore: come, per esempio, quando ordinò che le uniformi dell’esercito napoletano venissero confezionate con lana locale per salvaguardare l’economia nazionale, anziché col panno di produzione francese (spingendosi a far importare dalla Spagna pregiate pecore merinos per migliorare gli ovini locali).

Addirittura, il 14 giugno 1811 emanò un decreto che obbligava tutti gli stranieri che ricoprissero cariche pubbliche a naturalizzarsi cittadini napoletani. Ovviamente doveva valere anche per i francesi, ma Napoleone, infuriato, emise a sua volta il 6 luglio una legge imperiale secondo la quale ogni francese doveva considerarsi di diritto anche cittadino del Regno di Napoli.

Il decreto di Murat risultò quindi svuotato del suo significato principale, che era riaffermare l’indipendenza dalla Francia. A malincuore il re francese di Napoli dovette rientrare nei ranghi quando, il 22 giugno 1812, Napoleone si lanciò nella folle avventura di invadere la Russia con la sua Grande Armée.

Nella steppa, fra gli orrori della guerriglia cosacca, dell’incendio di Mosca e della disastrosa ritirata dell’Armée tra le nevi, Murat perse definitivamente la sua fede (già vacillante) nell’imperatore.

La mattina del 17 gennaio 1813 lasciò il quartier generale dell’armata a Vilna per tornare a Napoli, dove s’immerse in una pericolosa politica doppiogiochista. Nella foto sotto, il re visita l’albergo dei poveri in un dipinto di Benjamin Rolland.

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4. Il voltafaccia

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Frattanto Napoleone, dopo la sconfitta nella decisiva battaglia di Lipsia (16-19 ottobre 1813), doveva far fronte al crollo del suo impero.

Abbandonato da tutti, anche Murat gli voltò le spalle in modo clamoroso, firmando, nel gennaio del 1814, un’alleanza con Austria e Gran Bretagna.

Il cognato lo bollò come “straordinario traditore”, ma il re di Napoli ormai non aveva che un pensiero: approfittare della situazione per evitare l’invasione del suo regno, scongiurare il ritorno dei Borboni, ed espandersi annettendo quelle parti dell’Italia che erano ancora sotto il tallone dell’esercito francese.

Ma dopo l’abdicazione di Napoleone, nell’aprile del 1814, ecco l’amara sorpresa di un altro voltafaccia, stavolta contro di lui: i nuovi alleati si rifiutarono di riconoscerne la legittimità preparando il ritorno sul trono di re Ferdinando, esule in Sicilia dal 1806.

Lavorando febbrilmente a nuove alleanze, nel marzo del 1815 Murat riuscì a mettere in piedi un nuovo esercito alla testa del quale risalì la penisola per affrontare gli austriaci.

Sconfitto a Tolentino nelle Marche, non lontano dai fiumi Chienti e Potenza, il 2 maggio 1815, dovette rifugiarsi in Provenza mentre la moglie Carolina si consegnava agli inglesi e Ferdinando IV di Borbone tornava trionfalmente nella sua Napoli.

Voce di popolo cantò nei giorni seguenti:
“Tra Macerata e Tolentino/
è finito re Gioacchino/
Tra il Chienti e il Potenza/
finì l’indipendenza”.

Intanto erano arrivati i giorni di Waterloo, e Murat dovette abbandonare la Provenza per trovare scampo in Corsica, dove comunque cercò di riorganizzarsi per un’impossibile riscossa, sognando di riconquistare il suo regno perduto.

Forse ci credeva davvero, forse fu attirato in una trappola da agenti segreti borbonici e inglesi, desiderosi di toglierlo di mezzo una volta per tutte: in ogni caso, con magre forze (appena 250 fedelissimi) il 28 settembre di quel fatale 1815 salpò da Ajaccio sapendo di godere ancora di molte simpatie fra gli ex-sudditi che, delusi dal ritorno dei Borbone, lo rimpiangevano. Intendeva sbarcare e tentare il tutto per tutto, sperando in una sollevazione popolare in suo favore.

Aveva con sé le copie di un “proclama ai napoletani” da distribuire al popolo:
“Il vostro Gioacchino vi è restituito. Esso ritrovasi in mezzo a voi, le sue e le vostre afflizioni sono terminate. Il vostro re annunziandosi a voi, non vi annunzia un perdono. Voi non l’offendeste giammai, ma egli rinnova ai suoi figli il giuramento, che loro fece, cioè di renderli felici”.

Prometteva patria e costituzione, dando inizio senza saperlo al Risorgimento. Sbarcò a Pizzo Calabro l’8 ottobre, ma fu sopraffatto dalle guarnigioni locali e fatto prigioniero insieme ai suoi uomini. Cinque giorni dopo, la fucilazione. Il sipario che era calato sull’era napoleonica archiviava anche la sua straordinaria avventura.

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5. Curiosità e tappe salienti

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♦ Le origini della famiglia di Murat

Le origini della famiglia di Murat si perdono nell’oscurità del Medioevo e benché fossero in grande maggioranza pastori e contadini, arricchitisi a poco a poco fino a rientrare nell’alveo della piccola borghesia, dopo che Gioacchino divenne famoso, ricerche negli archivi locali del Quercy gli appiopparono un antenato giudice e uno cappellano.
Ma si disse anche che discendessero dal saraceno Murad (donde il nome), al seguito del condottiero arabo Abd er Rahman durante l’invasione islamica della Francia nell’VIII secolo dopo Cristo, prima che il re dei franchi Carlo Martello fermasse i maomettani con la battaglia di Poitiers del 732.
Origini dunque arabe, o più probabilmente berbere, data la composizione degli eserciti risaliti dal Nordafrica attraverso la Spagna e i Pirenei. Una voce, mai confermata, che veniva accreditata dal temperamento e dallo sguardo magnetico.
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♦ Per il figlio, trono mancato

Il terzogenito di Murat, Luciano, nato a Milano il 16 maggio 1803, avrebbe potuto diventare re di Napoli, pur alla non più verde età di 56 anni, scalzando i Borboni e ripristinando la casata di Gioacchino.
Ma solo se fossero stati osservati gli accordi preliminari di Plombières stipulati nel 1858 fra l’imperatore francese Napoleone III, nipote del grande Bonaparte, e il primo ministro del Piemonte sabaudo, Camillo Benso conte di Cavour.
Il patto franco-piemontese prevedeva infatti, una volta battuta l’Austria, che a Vittorio Emanuele II e a casa Savoia andasse un regno dell’Alta Italia nato dall’annessione al Piemonte di tutto il Nord, mentre l’Italia centrale doveva formare un regno affidato a un rampollo dei Bonaparte e infine sul trono del Regno di Napoli doveva salire appunto Luciano Murat.
Ma quando la Francia firmò unilateralmente con gli austriaci l’armistizio di Villafranca dell’11 luglio 1859, lasciando soli i piemontesi, i patti di Plombières divennero carta straccia.
A Luciano Murat, massone e senatore, le prebende non mancavano. Gli spiacque di non raccogliere l’eredità paterna, ma visse ancora a lungo, morendo a Parigi il 10 aprile 1878.
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♦ “Ammiraglio” a cavallo

È poco noto che nella pletora di titoli onorifici collezionati da Gioacchino Murat ci fu anche quello di ammiraglio: piuttosto singolare per un uomo esperto del frenetico macinio degli zoccoli dei cavalli sull’umido terreno dell’Europa continentale, ma certo non del veleggiare dei vascelli sui marosi e con burrasche all’orizzonte.
Eppure fu quanto stabilito nel febbraio 1805 dal Senato francese che gli concesse il prestigioso grado di grand’ammiraglio dell’Impero su ordine dello stesso Napoleone, il quale aveva così motivato la sua decisione:
«Senatori, abbiamo nominato Grande Ammiraglio dell’Impero nostro cognato, il maresciallo Murat. Noi abbiamo voluto riconoscere non soltanto i servigi che egli ha reso alla Patria e l’affetto che ha mostrato di nutrire per la nostra persona in ogni circostanza della sua vita, ma anche dare ciò che è dovuto allo splendore e alla dignità della nostra Corona elevando al rango di Principe una persona che ci è tanto vicina per i legami di sangue».
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♦ Tappe salienti

- 23 FEBBRAIO 1787
Rigettata la carriera ecclesiastica, il ventenne Murat si arruola nella cavalleria francese, precisamente nel 6° Reggimento Cacciatori. Dopo la rivoluzione del 1789 la sua carriera si farà folgorante.
- 5 OTTOBRE 1795
Partecipa con il giovanissimo generale Napoleone Bonaparte alla repressione della rivolta del 13 vendemmiaio anno IV. Lasciando 200 morti davanti alla chiesa di San Rocco, a Parigi, inizia il loro sodalizio.
- 10 NOVEMBRE 1799
Irrompe con i suoi soldati nell’aula dell’assemblea trasferita a Saint Cloud da Parigi, scacciando i deputati e fornendo il supporto materiale al colpo di Stato di Napoleone, assurto a primo console della repubblica.
- 20 GENNAIO 1800
Murat sposa civilmente Carolina Bonaparte, la sorella minore di Napoleone, e due anni dopo con nozze religiose. Diviene cognato del padrone assoluto della Francia, garanzia di ulteriori avanzamenti di grado.
- 18 MAGGIO 1804
È nominato “Maresciallo di Francia” come riconoscimento del ruolo della sua cavalleria in tante battaglie. Poco dopo sarà anche a capo della 12° coorte della Legion d’Onore, nonché “principe” con Carolina.
- 6 SETTEMBRE 1808
Si insedia a Napoli come re, inviato da Napoleone. Ma inizia subito a mettere al primo posto gli interessi del suo nuovo popolo a quelli della Francia, contrastato da Carolina, che ne informa il fratello.
- 8 GENNAIO 1814
Dopo i disastri della ritirata di Russia e della battaglia di Lipsia, Murat si sgancia dal traballante carro francese e patteggia con l’Austria. Tradito Napoleone, vuole estendere il Regno di Napoli sull’Italia.
- 2 MAGGIO 1815
Viene battuto nella battaglia di Tolentino dagli austriaci, che ora vogliono restituire Napoli ai Borbone. Fuggirà in Corsica, da dove tenterà l’azzardo di Pizzo Calabro, finito tragicamente pochi mesi più tardi.

 




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