Ogni guerra ha le sue regole

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Ogni guerra ha le sue regole BEST5.IT 2016-12-05 08:28:29
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Da sempre la guerra è fango e sangue, astuzia e raggiro. Un gioco brutto, anzi il peggiore di tutti. E ha bisogno di regole.

Quelle che dalla fine dell’Ottocento a oggi si è cercato di offrire attraverso le varie Convenzioni di Ginevra, dell’Aja e altre intese internazionali, lungo un percorso tutt’altro che facile.

Il risultato? Un insieme di norme che ha cercato, non senza qualche successo, di porre alcuni limiti alla macelleria umana del XX secolo.

Ma che oggi insegue a fatica i nuovi conflitti del terzo millennio che, tra attentati e guerriglia, rispettano sempre meno i manuali delle accademie militari.

Anche in battaglia si deve seguire la legge. Ecco qual è, a che serve, e quanto funziona.

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1. Norme di civiltà e ribelli in divisa

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  • Norme di civiltà
    Hanno ancora un senso oggi le “grammatiche” della guerra convenzionale? Nonostante tutto sì.
    Chi aderisce ai moderni trattati umanitari si impegna a rispettare certe norme di civiltà anche nei confronti dell’avversario che non le segue.
    Sembra un handicap, ma può anche rivelarsi un vantaggio: l’avversario, certo di essere trattato con umanità dal vincitore, sarà più incline ad arrendersi.
    Durante la Seconda guerra mondiale, per esempio, l’avanzata dei russi in Germania fu più lenta di quella alleata anche perché con l’Armata Rossa i tedeschi combatterono fino all’ultimo uomo, ben sapendo che non osservava le Convenzioni di Ginevra e dunque non avrebbe avuto pietà dei vinti.
    A differenza di oggi, allora la guerra era parte integrante della politica estera, la si poteva dichiarare con un atto formale anche solo ai fini dell’espansione territoriale.
    La nascita dell’Onu ha cambiato tutto, e oggi l’unica guerra ammissibile senza innescare sanzioni internazionali è quella difensiva.
  • Ribelli in divisa
    Tra un soldato e un guerrigliero restano comunque importanti differenze.
    Mentre il primo è combattente legittimo di per sé, al secondo occorrono precisi requisiti: una catena di comando chiara, segni distintivi addosso, armi bene in vista e soprattutto massimo rispetto delle leggi belliche.
    Non è un distinguo di poco conto: un militare che uccide indiscriminatamente un civile diventa un criminale di guerra e prima ancora, se catturato, un prigioniero di guerra; ma mantiene comunque lo status di combattente legittimo.
    Se un partigiano fa la stessa cosa, non ha rispettato le norme dei conflitti armati e quindi una delle condizioni obbligatorie per la sua legittimità: è considerato un criminale comune e perde lo status di combattente legittimo.

2. Diritto di uccidere

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Quali sono oggi i codici di comportamento per chi scende in campo?

Oltre al basilare principio di umanità, che almeno in teoria bandisce pratiche quali torture o uccisioni immotivate, esistono tre imprescindibili punti fermi.

Il primo è il “principio di distinzione” che riguarda sia le persone sia le cose: quindi soldati e civili, ma anche obiettivi militari e non. I primi possono subire la violenza bellica, i secondi hanno diritto a essere protetti.

Anche gli stessi combattenti non sono uguali: quelli legittimi, secondo le leggi internazionali, hanno il “diritto” di uccidere e non sono perseguibili per le loro azioni che, se rispettose delle leggi di guerra, vanno imputate alla nazione d’appartenenza.

E, soprattutto, in caso di cattura devono essere trattati da prigionieri di guerra, con prerogative e riguardi ben superiori a quelli del comune detenuto (che, vale la pena ricordarlo, è stato condannato per un crimine, a differenza del prigioniero di guerra, la cui unica “colpa” è di combattere tra le fila del nemico).

Un tempo, combattenti legittimi erano solo le Forze armate e le milizie a esse assimilate.

Le Convenzioni di Ginevra del secondo dopoguerra hanno incluso anche i movimenti di resistenza organizzati, memori soprattutto degli abusi compiuti sui partigiani: i nazisti – purtroppo con le leggi di guerra dell’epoca a loro favore – li impiccavano su due piedi.

I protocolli aggiuntivi del ’77 hanno ulteriormente ampliato la categoria ai movimenti di resistenza postcoloniale come quelli creatisi in Congo, Algeria, Vietnam... Insomma, il popolo in armi per la libertà diventava combattente legittimo.

Ma la cosa non piacque a tutti: gli Usa per esempio non ratificarono i protocolli, ritenendoli frutto di un approccio politicizzato.

3. Fucilate la spia e scudi umani

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  • Fucilate la spia
    Combattenti non legittimi per definizione, quindi senza diritti al trattamento di prigionieri di guerra, sono invece i mercenari e le spie.
    Lo 007, secondo le leggi di guerra, è colui che va a caccia d’informazioni in territorio nemico vestendo l’uniforme nemica oppure abiti civili.
    Un soldato che faccia la stessa cosa in divisa, assumendosene i relativi rischi, sta invece compiendo quella che in gergo si chiama “ricognizione ed acquisizione obiettivi”, cosa del tutto legittima.
    Anche sul fronte dei beni materiali non mancano in guerra situazioni controverse.
    Mettiamo il caso di una scuola in cui il nemico si sia acquartierato: in sé è un bene civile, ma per la presenza di truppe ostili all’interno diventa un obiettivo militare.
    Chi la attacca è giustificato, mentre chi la occupa commette una grave violazione.
  • Scudi umani
    Altro assioma-chiave del diritto umanitario è il “principio di proporzionalità”: vittime civili e danni non devono essere eccessivi rispetto al vantaggio militare previsto. Prendiamo ancora l’esempio della scuola occupata dalle truppe nemiche, magari con dei civili all’interno utilizzati come scudi umani: qui la proporzionalità è fondamentale, devo valutare se l’obiettivo da raggiungere vale gli evidenti e gravissimi “danni collaterali” che provocherei.
    Terzo e ultimo cardine è il “principio di necessità militare”, che permette di derogare ai limiti posti all’azione bellica quando siano in gioco preponderanti interessi militari. È il nodo più controverso.
    Senza criteri precisi, ogni comandante potrebbe con tale principio giustificare qualsiasi cosa: anche fucilare dei prigionieri perché gli rallentano la marcia!
    Per questo le Convenzioni di Ginevra specificano nel dettaglio le situazioni in cui può essere utilizzato. Ma facciamo un caso concreto.
    In una città nemica da me occupata, strategica per la conquista del territorio antistante, la visuale dei miei pezzi d’artiglieria è bloccata da alcuni condomini: posso abbatterli, ovviamente dopo averli sgomberati?
    Sì, anche se sono beni civili, perché la necessità militare è oggettivamente superiore.

4. Rappresaglia

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Non meno importanti sono poi i limiti su mezzi e modi del fare la guerra.

La rappresaglia è ammessa, con determinate procedure (per esempio si possono usare mezzi vietati, come le armi incendiarie, per rispondere a un analogo illecito comportamento dell’avversario) e non sui civili.

Così anche lo stratagemma, cioè l’inganno, comunque “leale”, per indurre in errore il nemico o trasmettergli false informazioni. Vietata invece la “perfidia”, cioè l’azione che inganni la buona fede del nemico, come fingersi feriti o utilizzare la bandiera bianca per un agguato.

Le truppe argentine che durante la guerra delle Falkland coprirono le loro caserme con i contrassegni della Croce Rossa, ad esempio, commisero un atto di abuso dell’emblema protettivo; i carri armati gonfiabili utilizzati dagli Alleati durante lo sbarco in Normandia per confondere i ricognitori tedeschi furono invece un semplice stratagemma.

Tutte queste norme, pensate per il confronto tra Stati, devono oggi vedersela con la casistica crescente dei “conflitti armati non internazionali” in corso all’interno di uno Stato.

È soprattutto qui che il sistema mostra la corda: Dichiarare la sussistenza di questo tipo di conflitto spetta al governo in carica, che però in genere se ne guarda bene in quanto creerebbe una situazione per lui sfavorevole.

Tutti preferiscono considerarla una questione di ordine pubblico e poter trattare gli avversari da dissidenti ed eversori, con molti meno diritti, anziché da combattenti legittimi.

È ciò che, nel silenzio della comunità internazionale, ha fatto la Russia con gli indipendentisti ceceni negli anni Novanta. Un problema in più, uno dei tanti in una materia scivolosa.

E decisamente fluida: almeno quanto lo sono i cambiamenti nell’estenuante rimpiattino tra il nuovo diritto umanitario e l’antica scienza di uccidere in nome della ragion di Stato.

5. Che cosa decidereste se foste voi al comando?

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  1. Durante il conflitto in Vietnam i guerriglieri vietcong (comunisti), se catturati dai militari Usa, venivano consegnati alle autorità sudvietnamita. Era una decisione corretta?
    NO. Dovevano essere considerati dagli americani combattenti legittimi, in quanto membri di milizie collegate ed “ausiliarie” dell’esercito nordvietnamita regolare; andavano quindi trattati come prigionieri di guerra.
    Per questo non dovevano essere consegnati alle autorità sudvietnamite, che li trattavano alla stregua di criminali comuni.
  2. Quale forza occupante potete appropriarvi delle riserve auree nazionali e dei contanti depositati nei conti correnti dello Stato occupato?
    SÌ delle riserve auree, perché sono pubbliche.
    NO dei conti correnti, che sono beni civili privati.
  3. I “contractor” possono essere considerati mercenari?
    NO, se sono dipendenti di multinazionali che li impiegano con funzioni difensive.
    SÌ, nei casi in cui sono stati invece utilizzati in ruoli offensivi.
  4. Un battaglione nemico, privo di altri luoghi di acquartieramento, si stabilisce all’interno di una scuola. È una violazione del diritto internazionale umanitario? Si può attaccare?
    SÌ, se non ci sono civili, altrimenti bisogna valutare se i danni collaterali non siano eccessivi rispetto al vantaggio militare – concreto e diretto – previsto.
  5. Quello in corso in Libia è un conflitto armato “non internazionale”?
    Tecnicamente SÌ, è un conflitto interno gestito da milizie tribali che hanno il controllo su porzioni di territorio; giuridicamente NO, perché il nuovo governo “legittimo” non ha mai dichiarato l’esistenza di questo tipo di conflitto, ma ha sempre parlato di gruppi criminali che hanno il controllo di alcune zone.
  6. Comandate una piazza nemica occupata; in un programma tv il giornalista dichiara che l’indomani rivelerà dov’è acquartierato il vostro comandante in capo. Potete eliminare il cronista?
    È un caso limite. Non è scritto nelle convenzioni, ma in pratica SÌ: il giornalista è un civile, ma il suo comportamento lo equipara a un combattente.
  7. A un posto di blocco siete avvicinati da un centinaio di facinorosi che vi bersagliano con un tiro di sassi: i vostri uomini vi chiedono l’autorizzazione ad aprire il fuoco con l’arma di squadra. Date l’autorizzazione?
    Teoricamente non c’è proporzione tra sassi e mitragliatrici; qui però la decisione va presa in base al pericolo da scongiurare. Bisogna dunque rispondere con la minima forza possibile che gli uomini possono utilizzare, cioè in questo caso il mitra. Quindi una volta sparato in aria, se gli avversari non si disperdono l’unica azione possibile per difendere i commilitoni è sparare sulla folla.
  8. Anno 2000: nel teatro afghano catturate dei Talebani e li consegnate alle autorità statunitensi perché vengano tradotti nel carcere di Guantanamo. Decisione corretta?
    NO: all’epoca i Talebani erano milizia regolare di un governo, sebbene non riconosciuto dalla comunità internazionale, e andavano dunque trattati da prigionieri di guerra. La detenzione a Guantanamo era illegittima.



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