I rompiscatole dei social: ecco le regole per non diventare uno di loro

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I rompiscatole dei social: ecco le regole per non diventare uno di loro BEST5.IT 2016-12-04 16:12:10
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Quelli che condividono ogni istante della loro giornata, i falsi modesti, i pettegoli, gli allarmisti, gli aggressivi…

I social network pullulano di questi utenti e gli psicologi hanno studiato i loro profili.

Ecco le regole per non diventare, magari senza volerlo, uno di loro.

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1. Uno status di Facebook è fastidioso se è utile solo all’autore

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"Il 2012 è stato un anno bellissimo. Ho lasciato il mio fantastico lavoro alla Nbc per spostarmi a Chicago.
Ho cominciato a uscire con il mio angelo, Jaime Holland. Ho iniziato yoga. Ho scritto un album con Matthew Johannson.
Ho avuto
una conversazione su Barack Obama con David Gregory. Ho ballato. Mi sono unito a una squadra di kickball. Ho bevuto una quantità assurda di latte.
Ho visto gli Angels e i Lakers. Ho cucinato con Jaime. Ho guardato Homeland con Jaime.
Mi sono azzuffato con Jaime. Ho riso per ore con Jaime.
Mi sono innamorato della famiglia di Jaime. Ho suonato tantissimo la chitarra. Ho davvero trascorso un anno selvaggio e meraviglioso. Che meraviglia il mondo".

Questa è parte di un post che Tim Urban, autore del blog Wait but why, trovò sulla sua bacheca di Facebook a Capodanno 2013. Evidentemente l’autore di quelle righe voleva mostrare quanto piena e interessante fosse la sua vita.

«L’ho letto più e più volte, affascinato da come qualcuno potesse essere così sfacciatamente antipatico», scrive Urban. Quel post lo ha portato a riflettere sul perché alcuni utenti di Facebook risultano fastidiosi.

Del resto capita a tutti di imbattersi in comportamenti che sui social network appaiono ancora più irritanti di quanto non sarebbero nella vita reale. Ma che cosa esattamente ci fa storcere il naso?

Secondo Urban è semplice: «Dipende tutto da una semplice regola:  status di Facebook è fastidioso se è utile solo all’autore e non porta alcun beneficio a quelli che lo leggono».

Proviamo anche noi a stilare una classifica dei contenuti e degli utenti più antipatici della rete.

2. I vanitosi

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Come l’esempio citato da Urban chiarisce, tra gli utenti più odiosi c’è chi si vanta in continuazione della propria vita e dei propri successi.

L’obiettivo nascosto è quello di costruire un’immagine positiva di sé e gratificare il proprio narcisismo.

«Accordiamo il beneficio del dubbio e assumiamo che tu sia solamente entusiasta e voglia condividerlo con qualcuno», scrive Urban.

«Anche se il caso è questo, le sole persone con cui ha senso farlo sono gli amici stretti o i parenti ed è a questo che servono mail, telefono, sms e conversazioni dal vivo». Non certo un messaggio pubblico su Facebook.

Una forma ancora più fastidiosa di vanto è il cosiddetto humblebrag, come lo hanno battezzato gli americani. Un esempio è un post come questo, trovato online: «Ops, ho appena mangiato quindici cioccolatini. Devo proprio imparare a controllarmi quando volo in prima classe o altrimenti mi annulleranno il contratto da modella».

In altre parole, ci si vanta nascondendo l’autocelebrazione dietro una finta autocritica: «Da un lato queste persone sono abbastanza consapevoli da mascherare il loro vanto, dall’altro hanno la stessa motivazione di coloro che si vantano apertamente», spiega Urban. In entrambi i casi, l’obiettivo è quello di generare invidia.

Uno studio americano ha dimostrato che gli utenti che usano maggiormente Facebook tendono a considerare i propri amici come più felici e più fortunati di loro.

Secondo molti psicologi americani, questo effetto, che può portare anche allo sviluppo di sintomi depressivi, è legato a una vera e propria forma di “invidia digitale”, che nasce dal confronto sociale con i propri conoscenti.

In quest’ottica l’humblebrag può essere usato dalle personalità narcisistiche per segnalare la propria superiorità senza essere troppo evidenti oppure è un modo per contrastare il disagio provocato dall’invidia: sono deluso, ma in realtà anch’io posso cavarmela.

3. Gli aggressivi e chi vive di pettegolezzi

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  • Gli aggressivi
    Quante persone nella vita reale sono mansuete e remissive mentre dietro il monitor tirano fuori il peggio di sé! In molti casi utilizzano la rete per commentare in modo forte e offensivo gli aggiornamenti di status degli altri, non di rado, di politici o persone famose.
    Il problema, soprattutto per chi, meno giovane, era abituato alla separazione tra online e realtà tipica del mondo delle chat e dei forum, è la fusione tra reale e digitale.
    Nella vita offline la relazione con i conoscenti è di solito regolata da ruoli: sono docente con i miei studenti, sono genitore con i genitori degli amici di mia figlia, sono tifoso allo stadio. In ogni contesto mi comporto in maniera corretta seguendo le regole.
    Con i social network invece sono sempre sia docente, sia genitore, sia tifoso. Possono quindi nascere dei problemi se su Facebook mi comporto da tifoso, dimenticando di avere il mio capo come amico.
    Senza più distinzioni di ruoli, l’aggressività, che in un certo contesto è accettabile, in altri può essere fuori luogo.
  • Chi vive di pettegolezzi
    È vero, Facebook è la versione digitale del bar sotto casa. Ai tempi delle chat e dei forum, il mondo online era chiaramente separato dal mondo offline.
    I social media, associando in maniera univoca una persona al proprio profilo, hanno collegato in modo evidente le persone ai comportamenti.
    Così oggi è più facile fare gossip perché l’identità degli utenti è chiaramente identificabile con la persona in carne e ossa.
    In compenso, però, la mancanza di fisicità ci fa sentire molto più liberi di sparlare degli altri.

4. Chi fa allarmismo e i falsi solidali

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  • Chi fa allarmismo
    Sono fastidiose le persone che online diffondono informazioni allarmistiche, spesso infondate, alimentando la paura e la “caccia alle streghe”.
    "Le informazioni false sono particolarmente pervasive sui social network", ha scritto Walter Quattrochiocchi della Northeastern University di Boston (Usa) a commento di un suo studio sui profili Facebook attivi in Italia, che ha dimostrato come gli utenti condividano le notizie senza verificarne la fondatezza, accrescendo così il rischio di diffusione di informazioni allarmistiche.
    I social network si fondano infatti su “catene di credibilità”: quando non possiamo verificare la veridicità di un’affermazione ci crediamo se chi ce l’ha riferita è un amico fidato. Poiché su Facebook verificare è difficile, finiamo col fidarci di tutti i nostri contatti. In questo contesto vulnerabile, chi alimenta informazioni infondate non è visto di buon occhio.
  • I falsi solidali
    Gli utenti che postano video di sevizie ad animali per “sensibilizzare” contro la violenza fanno un errore enorme.
    A prescindere dalla bontà della loro causa, sfortunatamente non riusciranno a convertire nessuno pubblicando milioni di contenuti truculenti e sparando pesanti insulti.
    Non si combatte la violenza con la violenza (verbale), soprattutto su Facebook. Se amate davvero le vittime, evitate di vituperarne la dignità.

5. Dai like che mettiamo sui social si capisce chi siamo

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In generale le persone mettono i like a contenuti che rispecchiano il loro stato emotivo e personalità.

Non a caso analizzando i like di una persona se ne ottiene un profilo psicologico più dettagliato di quello ricavabile con altri strumenti.

Lo ha dimostrato uno studio pubblicato dai Proceedings of the National Academy of Sciences nel 2014 e firmato da Wu Youyoua, Michael Kosinskib e David Stillwella delle università di Cambridge (Regno Unito) e Stanford (Usa).

Gli studiosi dimostrarono come i giudizi tratti dai like e dalle scelte operate sui social network possono essere persino più accurati di quelli dati dai conoscenti stretti.

In generale ottengono i like commenti, immagini o video che sono in grado di generare emozioni o un valore in chi li vede.

Ma quali sono i post migliori? Quelli utili o divertenti! In rete non mancano utenti che condividono ogni attimo della propria esistenza.

Tuttavia, post come «Adesso in palestra, poi di corsa a lezione» oppure «E ora, maccheroni!» non interessano a nessuno e rivelano soltanto solitudine e narcisismo da parte degli autori.

Secondo gli studiosi di psicologia dei social media, per non essere fastidioso uno status di Facebook deve avere almeno uno di questi due requisiti:

  1. Essere interessante e informativo.
  2. Essere divertente e piacevole.



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