I sacrifici umani

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I sacrifici umani BEST5.IT 2017-09-25 18:54:19
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C’è chi non ci crede e li nega considerandoli soltanto un mito.

C’è chi preferisce non pensarci, visto l’orrore che evocano.

Ma per gli archeologi e gli antropologi i sacrifici umani sono una realtà documentata: fanno parte della nostra storia.

Secondo il filologo e storico delle religioni Walter Burkert (1931-2015), i sacrifici umani avrebbero anche una spiegazione su base biologica. Lo sosteneva nel libro La creazione del sacro , dove proponeva un parallelo fra uomini e animali.

Fra questi ultimi succede spesso di perdere un membro del gruppo che finisce in pasto a un predatore. Una tragedia per la vittima, ma un evento “utile” per gli altri membri del branco, che in questo modo non devono più vedersela con l’appetito del predatore.

L’analogia umana sarebbe il sacrificio rituale: la morte di uno per salvare il gruppo. I sacrifici umani evocano orrori inimmaginabili. Eppure li hanno praticati anche le civiltà più evolute.

E c’è chi li pratica ancora oggi, soprattutto in Africa, sebbene solo in determinate circostanze avvolte spesso nel mistero.

Di fronte a tutte le evidenze, viene da chiedersi “Perché?”. Scopriamolo insieme.

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1. Le ragioni

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Di fronte a tutte le evidenze, viene da chiedersi "Perché?”.

Su un punto gli studiosi sono concordi: non si tratta di follia. I sacrifici umani avevano scopi ben precisi.

Per esempio, contribuire a legittimare il potere assoluto di un capo e a "creare" le classi sociali.

Questa, in particolare, è la tesi di una ricerca dell'Università di Auckland (Nuova Zelanda), apparsa recentemente sulla rivista scientifica Nature, che ha ricostruito l'evoluzione delle uccisioni rituali in decine di culture.

La premessa è che fino a 12mila anni fa vi erano solo gruppi egualitari (sullo stesso piano sociale) di cacciatori e raccoglitori. Fu la successiva scoperta dell'agricoltura e la conseguente divisione in classi sociali a diffondere i sacrifici umani.

Scopo: punire violazioni di tabù, demoralizzare i subalterni e infondere paura nei confronti delle élite. Il tutto senza rischiare grandi ritorsioni: gli istigatori infatti trasferivano la responsabilità a entità soprannaturali, nel cui nome il sacrificio era eseguito.

I ricercatori hanno analizzato culture esistenti in buona parte del globo, dall’Africa alla Nuova Zelanda.

Sono state trovate poche evidenze di uccisioni rituali nelle società egualitarie, che erano invece presenti nel 37% di quelle moderatamente stratificate (cioè dove sono presenti gerarchie e classi) e nel 67% delle società molto stratificate.

Insomma, questi macabri riti non erano in genere cose da “selvaggi primitivi”; ma, al contrario, istituzioni di evolute società organizzate. Le occasioni più comuni per eseguirli erano il funerale di un capo e la consacrazione di una nuova casa o imbarcazione.

Tipicamente le vittime erano persone di basso livello sociale, come schiavi o prigionieri nemici, mentre gli istigatori erano sacerdoti o capi politici.

2. Greci e Romani

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Neppure la civilissima Grecia fu estranea a questa ritualità.

Lo suggerisce la storia di Agamennone, ucciso dalla moglie Clitemnestra al ritorno della guerra di Troia, perché anni prima aveva sacrificato una figlia ad Artemide. Non solo.

Durante i cortei dionisiaci, accadeva che alcune donne invasate, le menadi, assalissero un malcapitato e lo sacrificassero sul posto. Leggende? Pochi mesi fa è stata trovata una conferma archeologica.

In Grecia è stato rinvenuto lo scheletro di un adolescente vissuto 3.000 anni fa, senza cranio e disposto tra due file di sassi, con una lastra di pietra a coprire il bacino.

Il dato interessante è il luogo in cui si trovava: il Monte Liceo, sede del culto di Zeus, citato spesso nell'antichità in quanto dedicato ai sacrifici. La leggenda vuole che qui i ragazzi venissero immolati assieme ad alcuni animali, la cui carne veniva poi cotta e consumata.

Ma se degli animali erano già state trovate le tracce (dal XVI secolo a.C. al 300 a.C. qui ne furono sacrificati decine di migliaia), questa è la prima volta che vengono alla luce anche resti umani.

Tra le fonti storiche, non mancano le prove che riguardano i Romani. Plinio il Vecchio e Tito Livio raccontano di uccisioni praticate sia in età monarchica sia durante la Repubblica.

Le ultime si svolsero al Foro Boario nel 216 a.C., dopo la sconfitta di Canne inflitta dai Cartaginesi. Furono sepolti vivi una vestale, una coppia di giovani della Gallia e una della Grecia.

Il sacrificio umano è sempre stato considerato un rapporto di scambio con spiriti e divinità, con significato propiziatorio e di ringraziamento, il modo più alto per impegnare un dio.

Infatti non mancano gli esempi anche nella Bibbia. Secondo la religione cristiana, anche il Salvatore, Dio fatto uomo, “si è sacrificato” per l’umanità, riecheggiando così l’antica logica del sacrificio.

3. In guerra

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Su questo tema, comunque, è difficile superare la smania distruttiva che, in determinate circostanze, caratterizzò alcuni nativi americani.

Si stima che gli Aztechi sacrificassero, in base all’incidenza di carestie o epidemie, dai 15mila ai 250mila prigionieri l’anno.

Questo popolo aveva una vera ossessione per i sacrifici ed entrava in guerra anche al solo scopo di procurarsi prigionieri da immolare.

Fra le teorie che cercano di spiegare il fenomeno c’è quella proposta qualche anno fa dall’antropologo Marvin Harris, nel suo libro Cannibali e re.

Harris sostiene che, una volta offerto il cuore alla divinità, i corpi rotolassero giù dalle piramidi per essere macellati e distribuiti al popolo, cannibale per necessità.

La fauna dell’attuale Messico era troppo limitata e di piccole dimensioni per fornire proteine animali a una popolazione sempre in aumento e che periodicamente subiva crisi alimentari dovute a cattivi raccolti di mais.

Gli Aztechi, infatti, non ebbero successo nei tentativi di addomesticare animali di grossa taglia. E per fronteggiare questa mancanza di proteine animali, sostiene Harris, istituzionalizzarono i sacrifici umani con una religione che li richiedeva. Erano riti raccapriccianti, che preferiremmo relegare al passato. Ma non è proprio così.

Oggi i sacrifici umani sono rari, ma certamente esistono. Sul finire degli anni '80, per esempio, il re tradizionale di Gonja (in Ghana) Timu I contattò Cesare Poppi che insegna antropologia all'Università di Zurigo.

Gli disse che lo avrebbe avvisato nel caso in cui la diagnosi della sua malattia, un tumore, fosse stata confermata, in modo che lo portassi all’ospedale della missione. Non voleva essere ucciso dai suoi dignitari, come prevedeva la tradizione. Ma l’informazione non arrivò.

E poco più tardi l'antropologo seppe che Timu I era stato sacrificato secondo le regole del regicidio rituale: soffocato, sezionato e i suoi resti sparsi in vari punti del regno a futura prosperità.

4. Tempi moderni

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Per quanto possa sembrare strano, un avvenimento di questo tipo ha una sua ragion d’essere.

Serve a rendere immortale il ruolo del re. Il sovrano, infatti, non può ammalarsi né indebolirsi, altrimenti cessa la prosperità, la rigenerazione dei campi della natura.

Anche fra gli Shilluc del Sudan è stata registrata la messa a morte del re anziano o malato.

Dopo il sacrificio, la sua anima passa in un contenitore sacro, il quale viene posto vicino al nuovo re per diversi giorni affinché l’essenza del potere s’incarni nel successore.

E visto che in passato dietro al re dovevano morire anche servi, familiari e sudditi vari, qualcuno ha pensato bene di tenere viva la tradizione.

Nel 1999, sempre in Ghana, quando morì il re degli Ashanti Okopu Ware II sparirono diverse persone, e l’evento fu messo in relazione con sacrifici umani in suo onore.

Le vittime preferite in questi rituali sono, purtroppo, quasi sempre bambini. Fra i Bambara del Mali, i feticci più potenti, fino a 20 anni fa, erano i boliw, modelli di toro fatti di sterco con dentro la cassa toracica di un fanciullo sacrificato.

Cose vecchie? Non proprio: il 12 settembre 2001 venne trovato a Londra, in riva al Tamigi, il corpo di un bambino africano smembrato che la polizia denominò Adam, concludendo che era stato portato alcuni giorni prima dalla Nigeria per un’uccisione rituale.

I fatti dell’11 settembre misero in secondo piano la notizia. Ma in Gabon si parla di 20 casi di bambini sacrificati dallo scorso gennaio. Lo ha denunciato l’Association de Lutte Contre les Crimes Rituels (Alcr).

È stata fondata da due papà, Jean-Elvis Ebang Ondo e Mne Garba (nella foto), i cui figli dodicenni e compagni di giochi, Eric e Ibrahim, furono rapiti e uccisi ritualmente nel 2005 dalla stregoneria.

5. Strage di innocenti e salviamo gli albini

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  • Strage di innocenti
    Secondo l’Alcr, i bambini sacrificati in Gabon sono stati 123 fra il 2013 e il 2015.
    Le città più colpite: Lambarenè e Foligamou, dove si svolgono manifestazioni di piazza per sensibilizzare le autorità (l’ultima lo scorso aprile).
    Anche in Uganda e in Mali sembra che si vada ben oltre l'innocua leggenda esotica.
    Con l'aggravante che questi rituali anziché servire alla "difesa magica" della collettività, alimentano un vero e proprio mercato. Il possesso di feticci umani garantirebbe potere e
    successo a quei pochi che possono permetterselo.
    Cioè ricchi, sette clandestine come gli "uomini leopardo” (società segrete tradizionali africane), politici e imprenditori corrotti.
  • Salviamo gli albini!
    Il 12 maggio del 2014 Mungo Lugata stava dormendo quando due stregoni entrarono nella sua casa di Mwachalata (Tanzania), le tagliarono due dita e una gamba e la lasciarono morire. Mungu Lugata era albina.
    In Tanzania, dove la percentuale di albini è molto più alta che altrove (1 per 1.400 abitanti), il 2008 è stato l’anno peggiore, con 28 omicidi.
    Il loro corpo, secondo la superstizione, avrebbe un potere magico.
    Come spiega un rapporto dell’Alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu, diffuso nel 2013, parti di individui albini vengono inglobate in feticci e talismani dopo essere state tagliate alle vittime ancora vive, affinché siano più efficaci.



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