I Samurai: l’elite guerriera del sol levante

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I Samurai: l’elite guerriera del sol levante BEST5.IT 2016-12-05 08:36:11
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Sorta intorno al X secolo alla corte di Kyoto, questa casta di guerrieri divenne protagonista delle guerre genpei.

Da quel momento i samurai furono una potente élite militare che governò il paese per molti secoli.

Lo shogunato, il potere di governare al posto dell’imperatore, a partire da Minamoto no Yoritomo divenne un titolo ereditario. Abili arcieri a cavallo, i samurai divennero grandi maestri con la spada.

La funzione primaria che erano chiamati a svolgere professionalmente consisteva nell’eseguire gli ordini impartiti dai superiori cui avevano votato la propria fedeltà e quella delle loro famiglie.

Il legame che si stabiliva era talmente forte che, in genere, quando un daimyo moriva molti dei suoi samurai si toglievano la vita per seguirlo anche nella morte. Questa consuetudine  divenne  talmente  comune  che  fu  vietata  per  legge e, in tal modo, puniva infliggendo dure punizioni ai familiari del samurai.

Questi guerrieri agli ordini dei propri daimyo (signori) erano strutturati all’interno di categorie  e ranghi il cui numero e  la cui importanza variavano secondo la  posizione  del loro padrone  nella gerarchia centrale provinciale del Buke, la grandezza e la ricchezza del clan cui appartenevano e la funzione che erano chiamati a svolgere nel loro clan.

I samurai seguivano un rigido codice di condotta chiamato bushido, “la via del guerriero”, nel quale lealtà e onore erano al primo posto. se un guerriero perdeva il suo onore, poteva recuperarlo solo per mezzo del seppuku (conosciuto in occidente anche come hara-kiri) ovvero un suicidio rituale.

Secondo questa filosofia di vita, la meta dei samurai era quella di raggiungere la perfezione fisica e spirituale. Perciò, praticavano la meditazione zen e seguivano un duro addestramento.

Ma vediamo da dove deriva il termine samurai, l’origine di questa casta di guerrieri, gli scontri dei clan per il potere e tante altre cose ancora.

LEGGI  5 strane rovine del XX secolo

1. Cosa significa "samurai"

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Nel 794, il cinquantesimo imperatore del Giappone, Kanmu, decise di spostare la corte dell’Impero nell’attuale Kyoto, che allora era stata battezzata Heian-kyo, ovvero “la città tranquilla e pacifica”, al fine di rafforzare la propria autorità.

Ebbe inizio così una nuova fase della storia giapponese, il cosiddetto periodo Heian (794-1185), che fu segnato dal dominio della grande aristocrazia di corte riunita nella nuova capitale imperiale del Giappone medievale e dedita alle arti e alla letteratura, che fiorì sotto l’influenza della raffinata cultura cinese.

Tuttavia, lontano da Kyoto, nelle provincie più lontane del Paese, cominciò a fare la sua comparsa una classe di guerrieri feudali che nei secoli successivi avrebbe imposto la propria supremazia e incarnato così lo spirito giapponese per più di un millennio: i samurai.

Questo termine deriva dal verbo samurau o saburau, che significa “essere al servizio di qualcuno”, pertanto i samurai erano i servitori di un padrone o signore.

In origine, i guerrieri samurai erano esperti cavalieri e molto abili nel tiro con l’arco. Questa arma fu maggiormente utilizzata nelle battaglie giapponesi fino al XII secolo, quando i samurai svilupparono una grande abilità nel maneggiare la spada lunga o katana.

Lo yoroi fu l’armatura tradizionale dei samurai per secoli; nel corso del tempo ebbe solo qualche piccolo cambiamento.

Era composta da una corazza formata da diverse placche di cuoio e metallo legate con lacci; queste erano unite a una serie di protezioni sulla testa, le spalle, le braccia e le mani, e a una gonna imbottita che proteggeva le gambe.

Questo sistema permetteva di alleggerire l’armatura e renderla più flessibile.

2. L'origine dei samurai

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Sulla loro origine esistono diverse teorie. Alcune tradizioni sostengono che i samurai furono dei cacciatori provenienti dalle provincie dell’Est, altri dei marinai dell’Ovest.

Riguardo alle loro tecniche di guerra, si afferma che i samurai combattevano sia a cavallo sia a piedi ed erano particolarmente esperti nell’uso dell’arco.

Solo quando i Mongoli invasero il Giappone nel corso del XIII secolo, i samurai modificarono le tecniche di combattimento e la spada divenne l’arma principale e l’emblema della loro superiorità e del loro status.

Nell’antico Giappone e fino al XI secolo, i samurai erano i soldati che difendevano il palazzo dell’imperatore.

In epoca feudale, questo termine iniziò a designare più in generale il mestiere delle armi e fu, perciò, sinonimo di bushi o buke, che significa “guerriero”.I samurai erano al servizio dei daimyo, i grandi signori feudali delle provincie giapponesi.

A partire dal X secolo, quando il potere imperiale cominciò a indebolirsi lasciando emergere i clan familiari delle provincie, i samurai si affermarono sempre più fino a diventare una classe sociale di grande prestigio e potere.

La loro condizione era fortemente legata al signore delle terre ai quali erano vincolati da un giuramento di fedeltà e che garantiva loro titoli, onori e proprietà terriere.

L’attività dei samurai non era solo proteggere i possedimenti dei loro signori, ma anche espanderne il loro dominio, senza i daimyo i samurai non avevano alcun potere e il loro status sociale ed economico era compromesso.

Le lunghe guerre tra i clan del Medioevo diedero importanza al mestiere delle armi, tanto che nella prima metà del XII secolo i samurai erano considerati indispensabili e formavano una casta privilegiata di stampo militare.

A questo si aggiunse anche una formazione filosofico-religiosa ispirata alle grandi correnti del pensiero orientali, come il Buddhismo. Si formò persino un codice di comportamento, mai messo per iscritto, chiamato bushido, “la via del guerriero”, un sistema di ideali, di norme, di principi morali che permeava tutta la vita dei samurai.

3. Scontro tra clan per il potere

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Nel 1156 ci fu una guerra tra eredi al trono: il 74° imperatore Toba fece salire al trono il figlio di soli cinque anni, Sotoku, per poi spodestarlo in favore di un altro figlio, Konoe.

Alla morte di quest’ultimo, Sotoku tentò di riprendere il potere, ma gli fu impedito nuovamente, scatenando la cosiddetta guerra civile dell’era Hogen a cui parteciparono anche esponenti della nobiltà e diverse caste di samurai.

Quattro anni più tardi si scatenò un altro conflitto per dispute legate alla successione imperiale, chiamata ribellione Heiji. Questi avvenimenti rivelarono alla corte giapponese la propria debolezza e segnarono il definitivo emergere del potere militare dei samurai.

Alle guerre Hogen e Heiji seguirono dei conflitti ancora più decisivi, conosciuti come guerra Genpei (1180-1185). Questa denominazione deriva dal nome dei due clan di samurai che si affrontarono nel conflitto: Gen, i Minamoto, e Pei, i Taira (o Heike secondo la versione cinese).

Questi ultimi erano saliti al potere dopo la ribellione Heiji con Kiyomori (1118-81), che aveva dato inizio all’era dei Taira con una serie di alleanze e matrimoni combinati che portò sul trono il nipote Antoku di soli due anni.

Taira Kiyomori era un nobile guerriero della provincia, violento e spietato, che governò per oltre venticinque anni. Si schierò contro i monaci buddhisti, i quali cercarono soccorso e diedero sostegno all’altro clan di samurai, quello dei Gen.

Il loro capo, Minamoto Yoritomo, figlio del samurai sconfitto da Kiyomori, riuscì a mettere insieme una forza militare per contrastare i rivali Taira: il fratello Yoshitsune e altri superstiti dei Gen si unirono ad altri clan minori, intraprendendo una guerra che sarebbe durata cinque anni.

Uno dei protagonisti di questo conflitto fu il giovane e coraggioso samurai Gen Yoshitsune. Nella lotta contro il nemico, al comando di un gruppo di guerrieri egli si calò lungo un pendio scosceso di una montagna cogliendo di sorpresa i Taira nel loro accampamento e vincendo la battaglia di Ichi-no-tani, nel 1184.

L’anno successivo, Yoshitsune si lanciò in uno scontro navale con i Taira, a Yashima, nel sud del Paese. Si avventurò in mare in una notte tempestosa e, dopo aver obbligato i marinai a dirigersi sulla sponda dove si trovava il nemico, vi giunse dopo appena quattro ore.

Questo fu l’inizio della battaglia di Yashima, che si concluse con un trionfo dei Minamoto. Gli Heike si videro obbligati a ripiegare, portando con sé il giovane erede imperiale, Antoku, che all’epoca aveva otto anni.

Poco dopo la battaglia di Yashima, le due flotte nemiche si scontrarono nelle acque dello stretto di Dan-no-ura, tra le grandi isole di Honshu e Kyushu, nel sud del Giappone. 

La flotta dei Gen, sotto il comando di Yoshitsune, era formata da tremila navi, mentre quella degli Heike contava circa mille navi e decine di imbarcazioni cinesi. La battaglia si scatenò con un fitto nugolo di frecce al quale seguì il combattimento corpo a corpo.

Secondo le cronache,“le grida di guerra salirono con gemiti di dolore sino al paradiso del dio Bonten, mentre il dio Kenro-Chijin era costernato”.

Inizialmente, la battaglia sembrò volgersi a sfavore degli Gen; ma la strategia bellica adottata da Yoshitsune e il mutamento delle maree portarono alla sconfitta della flotta degli Heike.

Il mare presto si tinse di rosso per il sangue dei samurai uccisi, e i guerrieri a due a due si gettarono in acqua con le loro pesanti armature: preferirono morire piuttosto che cadere prigionieri del clan nemico.

Tra le vittime suicide vi era anche la vedova di Kiyomori, il capo dei samurai Heike, che si gettò in mare portando con sé il giovane nipote, l’imperatore bambino Antoku.

I giapponesi ancora oggi sostengono che il carapace dei granchi pescati nel Dan-no-ura ha linee che sembrano riprodurre il viso angosciato dei samurai morti nella guerra Genpei.

Questa serie di battaglie segnò un nuovo inizio per i guerrieri che fino al XIX secolo furono protagonisti della vita del Giappone.

4. La fine tragica dell’eroe

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Yoshitsune, vincitore a Dan-no-ura e attore principale della guerra Genpei, diventò appena ventiseienne il samurai più celebre del Paese, l’immagine ideale di guerriero, giovane e coraggioso, bello e astuto.

Figlio di Minamoto Yoshitomo, egli riuscì a salvarsi, ancora bambino, assieme al fratello Yoritomo dalla tragica fine dei Minamoto, sconfitti e assassinati dai Taira.

I due fratelli però rimasero separati per tanto tempo: il più giovane, Yoshitsune, fu accolto ed educato dalla comunità monastica di Kurama, che tentò invano di dargli un’educazione diversa tenendolo all’oscuro delle sue origini e della sorte della sua famiglia e mantenendolo lontano dalle armi.

Ma all’età di circa 14 anni, Yoshitsune, scoperta la verità sui suoi antenati, abbandonò il convento e si unì alla causa della sua casata. Divenuto un samurai invincibile e un eroe indiscusso del Giappone medievale, Yoshitsune non poté tuttavia gustarsi il trionfo fino in fondo.

Presto entrò in conflitto con il fratello maggiore Yorimoto, il leader del clan Minamoto, con cui aveva combattuto fianco a fianco nella guerra Genpei.

Il giovane Yoshitsune aveva sposato una nobile e aveva pertanto accettato onorificenze dalla famiglia imperiale, ma questa unione era avvenuta senza il benestare dell’erede Minamoto.

La violazione del codice d’onore dei samurai e l’invidia di Yoritomo, consapevole che il popolo riservava a Yoshitsune grande affetto e temendo di perdere il titolo di capo della casata Gen, spinsero il samurai ad accusare il fratello di tradimento.

Così, il destino del giovane vincitore delle guerre Genpei, immortalato nella letteratura epica e in diverse opere d’arte, fu di vagare per lungo tempo inseguito dai samurai, finché Yoshitsune, con la sua famiglia e i fedeli seguaci tra cui il suo inseparabile amico Benkei, vide i compagni che l’avevano seguito cadere uno dopo l’altro.

Anche il fedele Benkei, gravemente ferito, si batté per lui e resistette fino all’ultimo per dare tempo a Yoshitsune di compiere il dovere finale della vita di ogni samurai: togliersi la vita per mezzo del seppuku, il suicidio rituale previsto dal bushido dei samurai. Egli aveva solo trent’anni.

La sua morte lo rese un eroe immortale molto caro al popolo giapponese sino ai nostri giorni, poiché l’onore contava più di ogni altro valore per un guerriero del tempo.

Conosciuto in Occidente anche con l’espressione harakiri (che significa “sventramento”), il suicidio onorevole del seppuku era un modo estremo per un samurai per ristabilire l’onore del proprio signore e della propria famiglia, nonché di adempiere all’obbligo di fedeltà e lealtà se egli avesse fallito nella propria missione.

5. L’epopea della guerra Genpei

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Le guerre Genpei formano il nucleo narrativo di una famosa opera storica giapponese sui primi samurai: si tratta del testo intitolato Heike Monogatari, “Storia della famiglia Taira o Heike”, un poema epico di cui esistono tre tipi di testi, ognuno in più versioni.

Quello maggiormente diffuso e utilizzato è in 12 volumi e 170 capitoli, scritto da un autore sconosciuto probabilmente verso la metà del XIII secolo. 

L’opera esercitò una grande influenza su tutta la letteratura posteriore, soprattutto grazie all’attività dei monaci girovaghi.

Da un punto di vista storico il testo non è attendibile, poiché molti elementi sono esagerati o inventati e il testo tende a far emergere il punto di vista dei Taira su quello dei rivali.

Una forte influenza delle tematiche religiose e filosofiche legate al Buddhismo rende la vicenda altamente drammatica.

Il motivo patriottico e quello della caducità e brevità dell’esistenza sono il filo conduttore dell’opera poetica e fra tutti i temi emerge con grande forza quello della morte.

Inoltre i guerrieri che come Yoshitsune sono presentati in quest’opera ci mostrano i tratti che caratterizzarono i samurai e il loro bushido: l’orgoglio per la propria origine, l’attaccamento all’onore, la disciplina e l’arte della guerra, l’insensibilità per la morte e l’assoluta lealtà al proprio signore.

L’associazione tra il suicidio e l’onore, esemplificati nel personaggio di Yoshitsune e nelle centinaia di samurai Heike che scelsero di perire nelle acque del Dan-no-ura, è testimonianza dello spirito tragico e della mentalità dei guerrieri medievali giapponesi.



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