I veri pericoli della cannabis

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I veri pericoli della cannabis BEST5.IT 2016-12-03 21:51:05
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L’abbiamo sempre chiamata “droga leggera”, ma leggera non è.

Le nuove varietà di canapa causano danni permanenti.

Studi scientifici autorevoli confermano che l’uso abituale della cannabis (o canapa indiana) comporta per esempio un rischio da 3 a 4 volte maggiore di sviluppare schizofrenia e disturbi simili soprattutto fra gli adolescenti.

Soprattutto nel cervello degli adolescenti, che perdono il senso della realtà, la capacità di concentrazione e l’equilibrio nei rapporti con gli altri. E rischiano di non poterne fare più a meno.

Ciò è tanto più evidente quanto più precoce è l’età in cui si inizia a consumare la droga. Si stima che oltre il 25 per cento dei casi di psicosi potrebbe essere prevenuto eliminando l’uso di cannabis nella popolazione.

Ma vediamo quali sono i veri pericoli della cannabis e perché.

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1. Non è più l’erba di Woodstock

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Studi scientifici autorevoli confermano che l’uso abituale della cannabis (o canapa indiana) comporta per esempio un rischio da 3 a 4 volte maggiore di sviluppare schizofrenia e disturbi simili soprattutto fra gli adolescenti.

Si stima che oltre il 25 per cento dei casi di psicosi potrebbe essere prevenuto eliminando l’uso di cannabis nella popolazione.

Fino a pochi anni fa non si parlava molto di questi effetti.

Ma c’è un dato da registrare: la cannabis che oggi si usa come droga, acquistabile tramite le consuete vie illegali e sempre di più anche su Internet in forma di semi per le colture idroponiche “fai da te” in casa (senza bisogno di suolo), è diversa dall’erba che andava tanto di moda a cavallo tra gli anni 60 e 70.

Oggi la cannabis contiene quantità molto maggiori di tetraidrocannabinolo (THC), la sostanza con più spiccato effetto psicoattivo tra quelle presenti nella pianta: anche 10 volte di più di quelle contenute nella cannabis che si consumava nei decenni scorsi.

La diffusione del virus Hiv e dell’Aids a partire dai primi anni 90 causò un crollo del consumo di eroina, molto più di quanto non avessero determinato fino a quel momento le morti per overdose o per epatite C.

Pertanto, le grandi organizzazioni criminali lanciarono un nuovo modello di consumo, molto diverso dal precedente e associato al concetto di “sballo”, che significa perdere i freni inibitori e sentirsi molto più capaci di interagire con le altre persone, anche dal punto di vista sessuale.

Ecco perché il consumo di droga non è più un gesto solitario, ma ha il suo luogo preferenziale nelle discoteche.

2. Il consumo comincia a 12 anni

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Le droghe che sostengono lo sballo sono nuove, come l’ecstasy che è di sintesi, oppure sono vecchie ma prepotentemente riportate sul mercato, come la cocaina, o vecchie e modificate come la cannabis che, attraverso progressivi incroci, è stata selezionata in nuove varietà chiamate skunk, super skunk, sinsemilla.

Rispetto alle varietà di canapa non modificate, le skunk contengono alte concentrazioni di THC, il cui effetto non è contrastato da quello inibitore e rilassante del cannabidiolo, che è poco presente in queste nuove piante.

Le sostanze contenute negli stupefacenti producono malattia mentale, causando soprattutto alterazioni della percezione della realtà, che in linguaggio tecnico si chiamano “aberrazioni della salienza”, cioè della capacità di attribuire la corretta importanza ai fatti.

La sostanza che più di ogni altra produce psicosi è la cocaina, ma anche la nuova cannabis ha effetti devastanti, soprattutto perché il suo consumo oggi comincia molto presto, nei ragazzini di 12- 13 anni d’età, che fumano 2-3 spinelli di skunk al giorno e che hanno un cervello in piena fase di sviluppo sul quale i danni si ripercuotono in modo drammatico e permanente.

Si calcola che oggi nel mondo il 30% della schizofrenia sia dovuta alla skunk. Il dato si deve anche incrociare con fattori genetici, ma significa comunque che un numero enorme di persone, e in particolare di giovani, fumando ogni giorno cannabis sviluppa un disturbo grave e invalidante.

3. Effetti a lungo termine

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Studi condotti su giovani in Australia e Olanda documentano, in chi ha usato cannabis, una maggiore incidenza di psicosi, crisi depressive e di ansietà anche dopo 10-15 anni dal consumo dell’erba.

A questi effetti si aggiungono poi i danni a lungo termine provocati dal fumo, analoghi a quelli della sigaretta.

Inoltre, è documentato che la cannabis apre poi le porte al consumo di altre droghe.

Un altro danno che gli esperti registrano sui giovani abituali consumatori di cannabis è la cosiddetta “sindrome amotivazionale” da THC con forti cali, per esempio, del rendimento scolastico.

Alcuni studi hanno evidenziato che gli adulti con una lunga dipendenza da cannabis, iniziata da adolescenti, perdono diversi punti nei test per la misura del quoziente intellettivo (QI).

Nel fenomeno è coinvolta soprattutto la produzione di dopammina. Il THC stimola la produzione di una grande quantità di dopamina e di acido glutammico, sostanze che nel cervello hanno una funzione eccitatoria, a cui segue però una loro riduzione e la morte dei neuroni dopaminergici.

Il risultato è l’apatia. Il consumo abituale di THC tende a fare diminuire l’interesse per il mondo esterno, la curiosità, l’attenzione, le capacità di apprendimento, favorendo nei giovani il senso di distacco in un periodo della vita in cui, al contrario, dovrebbe essere molto intenso il rapporto con gli altri, la capacità di interagire con le persone e di instaurare amicizie.

4. Sotto controllo la cannabis si usa come farmaco

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Il consumo mondiale di cannabis per uso medico nel 2013 è stato di 51 tonnellate.

Secondo i dati pubblicati dall’International Narcotics Control Board, agenzia delle Nazioni Unite, i Paesi produttori di cannabis per uso terapeutico sono Canada, Regno Unito, Olanda, Danimarca e Israele.

Nel nostro paese è in corso un progetto pilota di produzione nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, in base a un accordo siglato tra il Ministero della Difesa e il Ministero della Salute.

È somministrata, per esempio, per curare spasticità e dolore nella sclerosi multipla o nelle lesioni del midollo spinale, come analgesico nel dolore cronico quando altri farmaci siano inefficaci, contro la nausea e il vomito da chemioterapia e terapie per Hiv.

Spesso si giustifica l’impiego della cannabis “ricreativa” con il fatto che, siccome può essere usata anche come terapia, non faccia male all’organismo. Ma è un grave errore. Sarebbe come giustificare l’uso “ricreativo” della morfina.

Tra l’altro, gli studi scientifici sugli effetti terapeutici di alcuni preparati contenenti principi attivi della cannabis per ora non sono solidi, anche perché condotti confrontando i preparati con placebo e non con farmaci già esistenti sul mercato e di provata efficacia.

5. Quante specie di cannabis ci sono?

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La cannabis è una pianta erbacea delle Cannabaceae. Raggiunge i 2 metri di altezza.

Secondo numerosi scienziati, comprende un’unica specie, la Cannabis sativa, di cui esistono diverse varietà e sottospecie. Secondo altri, si distinguono invece tre specie: C. sativa, C. indica e C. ruderalis.

  • QUANDO NON È UNA DROGA
    Ci sono varietà selezionate libere da principi psicoattivi, le cui fibre sono usate per ricavare tessuti o corde. In passato con la canapa si produceva anche la carta.
    Nel 1937 l’imprenditore statunitense Henry Ford creò la Hemp Body Car, un’auto quasi tutta in canapa e alimentata a etanolo di canapa.
    Purtroppo morì sei anni dopo e nel 1955 gli Stati Uniti proibirono la coltivazione di quest’erba, così la vettura non entrò mai in produzione.
    I semi di canapa, ricchi di proteine e grassi omega-3 e omega-6 in rapporto ottimale, sono usati anche come alimento: spremuti forniscono un olio, utilizzato anche nella cosmesi, mentre macinati danno una farina da cui si ricava anche la pasta.
  • QUANDO È UNA DROGA
    Come droga si usano solo alcune parti della pianta: i fiori femminili (marijuana) e la loro resina (hashish).
    Le due principali molecole psicoattive nella cannabis sono il cannabinolo (9-tetraidrocannabinolo indicato anche come THC) e il cannabidiolo.
    Entrambe si legano a dei recettori nel cervello, chiamati CB1, presenti sul neurone gabaergico che è inibitorio.
    Tuttavia, gli effetti di THC e cannabidiolo sono opposti: il THC inibisce il neurone gabaergico, rompendo i freni inibitori e favorendo i comportamenti associati allo “sballo”. A questo effetto segue poi, soprattutto nei consumatori abituali, una riduzione dell’eccitazione, il disinteresse, l’apatia, la depressione e forme di psicosi.
    Il cannabidiolo stimola il neurone gabaergico che, essendo inibitorio, produce effetti di rilassamento muscolare e analgesia.



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