I vichinghi: scopriamo chi erano veramente

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I vichinghi: scopriamo chi erano veramente BEST5.IT 2020-02-19 14:36:24
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La grande vela bianca si strappò all’improvviso, lacerata dall’insidioso vento dell’Atlantico.

Ma la nave non si fermò. Lungo e affusolato, il robusto scafo di quercia continuò a solcare le onde, sollevando solo qualche spruzzo di spuma sul ponte.

Gli uomini remavano insieme con grande vigore, sospingendo lo scafo avanti, nel mare in burrasca. Fu solo grazie alle loro braccia se l’imbarcazione riuscì a raggiungere la costa. All’approdo, si riversarono sulla spiaggia: non erano più marinai, ma guerrieri.

Coperti di pesanti tuniche di lana, erano armati di lunghe lance acuminate e robuste asce da battaglia. Uno di loro, con voce possente, levò un urlo gutturale roteando in aria la spada. Gli altri risposero in coro, esaltati.

Il gruppo si avventò verso un grande edificio non lontano sulla costa. Era un monastero colmo di ori, gemme e buon cibo: delizie che attendevano, come frutti maturi, di essere raccolte. A difenderle, solo un pugno di frati imbelli, ignari del pericolo.

L’immagine del feroce invasore che assale inermi abbazie depredandole di tutti i beni, è la prima che affiora alla mente udendo la parola “vichingo”.

Prevale sempre la fama degli stupri e delle razzie, e infatti il termine stesso ha in sé una radice che lo collega al saccheggio. Si tende quindi a considerare i Vichinghi niente altro che pirati che rubavano a chi era troppo debole per difendersi.

Cosa che fecero eccome, spostandosi via nave dalla Scandinavia fin oltre le coste delle isole britanniche puntando villaggi e monasteri, massacrandone gli abitanti e razziando tutte le loro ricchezze.

A provarlo sono i resoconti dei testimoni di allora, ma anche i ritrovamenti odierni di piccoli o grandi tesori seppelliti in fretta e furia dai proprietari terrorizzati per salvarli dal saccheggio degli invasori.

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Tutto ciò, però, rappresenta solo una parte della storia. La potenza dei Vichinghi era sorretta da due fattori: le tremende razzie cui è legata la loro fama, ma anche la straordinaria abilità nei commerci.

Non solo fondarono colonie nelle terre via via conquistate, ma stabilirono rotte di scambio così fitte ed efficienti da trasformare in breve la loro civiltà in una delle più prospere del tempo.

Quando non erano impegnati nei saccheggi, ossia per la maggior parte dell’anno, gli stessi uomini che sarebbero partiti per il mare erano occupati a lavorare la terra.

E quando non coltivavano, creavano gli splendidi gioielli e i favolosi ornamenti per i quali sarebbero divenuti celebri nel mondo (foto sotto).

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I vichinghi avevano fama di sanguinari pirati che saccheggiavano villaggi inermi. Era vero, ma, grazie al dominio dei mari, i Vichinghi seppero anche gestire lucrosi traffici commerciali, scambiando ricchezze e cultura fra terre lontanissime. Scopriamo insieme chi erano veramente!

1. Viaggi verso l’ignoto

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Secoli prima che Cristoforo Colombo si imbattesse in quella che sarebbe stata chiamata America, i Vichinghi già solcavano l’Atlantico, affascinati dall’ignoto al di là dell’orizzonte.

Conoscevano perfettamente il sistema fluviale russo, lungo il quale avevano raggiunto il Medio Oriente.

E grazie ai loro viaggi erano riusciti a ritagliarsi un ruolo importante in un mondo che stava rapidamente cambiando. La loro civiltà prosperava su una sola eccellenza, la navigazione: tutto ruotava intorno alle navi.

Le loro erano le più grandi, le più leggere e veloci mai costruite. Poderose e funzionali, erano il risultato di un perfezionamento secolare che le aveva rese non solo resistenti alle terrificanti tempeste dell’oceano, ma capaci di scivolare nel ridotto alveo dei fiumi.

Grazie alle navi, i Vichinghi colonizzarono parti del mondo ancora sconosciute: dedicare tempo ed energie al miglioramento degli scafi rappresentava quindi un investimento molto fruttuoso.

Mentre gli altri regni faticavano a difendere le proprie coste, i Vichinghi utilizzavano l’incontrastata supremazia marittima per commerciare ovunque, privilegiando sempre il trasporto sull’acqua e avvantaggiandosi della sua maggiore rapidità: una spedizione commerciale di 5 giorni per mare poteva equivalere a un mese via terra.

Spingendosi verso terre inesplorate e remote, essi sbarcarono in Islanda e in Groenlandia, e probabilmente raggiunsero addirittura il Nord America. È suggestivo immaginare quelle robuste e affusolate navi solcare baldanzose le onde, guidate dalle maestose e arcigne teste di drago fissate a prua.

Ma non così affascinante doveva essere la vita per chi stava a bordo. Poiché non c’erano ripari a coperta, di notte ci si rifugiava sotto le vele, distese a mo’ di tenda. Per coprirsi, i Vichinghi usavano rudimentali sacchi a pelo ricavati dalle pelli.

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Il cibo era frugale: carne essiccata o conservata sotto sale irrorata con birra, latte acido o semplice acqua. I naufragi non erano infrequenti: durante il viaggio verso la Groenlandia, Erik il Rosso perse ben 11 delle sue 25 navi.

In questi casi, la mancanza di comunicazione e di soccorsi precludeva ogni possibilità di salvezza e la notizia stessa del disastro impiegava settimane, mesi o addirittura anni per giungere alle orecchie di chi era rimasto in patria.

Ma fu proprio la determinazione con cui superavano ogni difficoltà a spronarli ad affrontare enormi rischi pur di tentare la via del saccheggio. Verso la fine dell’VIII secolo i Vichinghi invasero l’Inghilterra; intorno all’860 re Hastein saccheggiò e distrusse Luni, sulla costa toscana, assaltò Costantinopoli e, una ventina d’anni dopo, risalì la Senna per minacciare Parigi.

I Vichinghi avevano già visitato gran parte del mondo ben prima della nascita dei più grandi esploratori e dell’invenzione di strumenti come bussole, satelliti e radio. Ci riuscirono grazie al coraggio e all’esperienza.

Si lasciavano guidare dalla natura. Studiavano la posizione delle stelle e del sole e deducevano la distanza della terraferma dal colore del mare e dai movimenti delle onde.

Terminato il viaggio, i marinai trasmettevano i dettagli della navigazione a chi si accingeva a compiere lo stesso tragitto e in tal modo queste nozioni passavano di generazione in generazione.

I pochi ausili tecnologici conosciuti a quell’epoca servivano per registrare il moto del sole e controllare la correttezza della rotta: nei giorni di nebbia era utile la “pietra del sole”, un minerale che, se traguardato, cambiava colore indicando la posizione dell’astro solare nascosto tra le nuvole.

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2. Le razzie

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Erano arrivati nel cuore della notte. Le tenebre erano così profonde che i monaci non si erano accorti di nulla.

Quando avevano visto la nave approdare sulla spiaggia, era ormai troppo tardi. Uno dei confratelli era corso a svegliare i compagni gridando: «Sono qui! I demoni stanno arrivando!».

Era scoppiato il pandemonio. Alcuni invocavano aiuto, altri tentavano di mettere in salvo gli oggetti sacri nascondendoli tra le pieghe della tonaca. Ma gli invasori erano già nel monastero, rapidi come saette.

Uomini giganteschi, più grandi di quanto i poveri chierici potessero immaginare. E con quei biondi capelli e le armi in pugno sembravano davvero diavoli assetati di sangue. Tutto si consumò in pochi attimi: i predoni si avventarono sui monaci inermi con una violenza senza pari.

Non vi fu tempo nemmeno per invocare pietà. Spade e asce roteavano senza sosta. In pochi istanti l’oasi di pace e preghiera si trasformò in un macello inondato di sangue. Un solo monaco si salvò. Era riuscito a farsi strada tra i fendenti fino a nascondendosi nell’erba alta.

Aveva visto i confratelli trascinati fuori dalle loro celle e massacrati uno dopo l’altro. Aveva visto gettarne i corpi in mare, a picco giù dalla scogliera. Qualcuno era ancora vivo. Infine, aveva visto le sante mura ardere come una torcia, illuminando la notte.  Riusciva persino a sentire il calore del fuoco sul volto.

Mestamente, il monaco guardò il calice d’oro, l’unica cosa che fosse riuscito a prendere prima di scappare, e lo strinse a sé. Tutto il resto, reliquie e oggetti preziosi, era ormai nella stiva dei predoni. Fulminei come erano arrivati, salparono e scomparvero nelle tenebre.

Era il 793 quando un’orda vichinga attaccò il monastero di Lindisfarne. Quella strana costruzione di pietra esposta sul mare e colma di ricchezze come uno scrigno di pietre preziose era un frutto troppo succulento per non suscitare l’ingordigia dei predoni del mare.

Fu solo l’inizio di una lunga serie di scorrerie. Nell’855, un gruppo di guerrieri appartenenti alla Grande armata danese invase l’Anglia orientale, mettendo a ferro e fuoco la campagna, cacciando i governanti locali e tiranneggiando le popolazioni.

Altre invasioni scandinave coinvolsero le coste d’Irlanda e raggiunsero anche il continente, seminando terrore fino al Baltico, al Mar Nero e perfino alla lontanissima Persia.

Sulle ragioni che mossero i Vichinghi alle continue scorrerie non c’è accordo tra gli studiosi, divisi tra chi pensa a una reazione all’espansione del Cristianesimo e chi invece le addebita alla sovrappopolazione e alla semplice fame di ricchezze.

Forse fu solo insaziabile sete di avventura. Indipendentemente dalle motivazioni che li mossero, comunque, di certo i Vichinghi lasciarono una memoria indelebile nei territori che ebbero la sventura di subire i loro soprusi.

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3. I traffici

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Per quanto i saccheggi fruttassero benefici economici immediati, non erano l’unica risorsa dei Vichinghi.

In realtà, essi dedicarono molte più energie a tessere una formidabile rete di traffici commerciali.

Grazie all’estrema perizia acquisita nel campo delle costruzioni navali, riuscivano a raggiungere terre lontane riportando in patria merci esotiche e beni di valore. I loro mercantili, detti knorr, erano in grado di trasportare fino a 35 tonnellate di carico, metalli preziosi e bestiame compresi.

I loro primi mercati sorsero verso la metà dell’VIII secolo lungo il Baltico occidentale, e attiravano da ogni dove persone interessate allo scambio di mercanzie.

A causa del crescente successo delle loro attività, in breve tempo attorno agli scali sorsero insediamenti permanenti che si svilupparono in vere e proprie città: Birka in Svezia, Kaupang in Norvegia e Hedeby in Danimarca, per esempio, si svilupparono prepotentemente e si popolarono di mercanti e artigiani.

Importanti rotte commerciali sorsero anche nelle isole britanniche, con York e Dublino che divennero i maggiori centri di scambio. Con l’aumento dei traffici, i Vichinghi attraversarono il mar Baltico, risalendo i fiumi russi e fondando città di scalo nel principato di Kiev e di Novgorod.

Giunsero addirittura fino a Costantinopoli, la grande capitale del ricco Impero bizantino, in un viaggio che non fu certo privo di pericoli a causa dell’ostilità degli abitanti. Ma non si persero d’animo e si spinsero oltre, fino a Gerusalemme e Baghdad, scambiando pelli e schiavi con spezie e sete preziose.

Era impossibile, per loro, resistere al richiamo della Via della seta e delle leggendarie ricchezze d’Oriente. I mercanti nordici si facevano pagare con monete d’argento, valutate in base al peso.

Spesso venivano poi fuse per ricavarne gioielli, a loro volta messi in commercio. Si può solo cercare di intuire il volume d’affari di tali traffici: ne danno conto i tesoretti di monete coniate in terra inglese e ritrovati in Svezia, così come un gruppo di 40mila monete arabe e 38mila di area germanica.

Nel tempo, il suolo inglese dominato dai Vichinghi ha restituito anche eleganti recipienti provenienti dal Nord Europa, seta dal Mediterraneo e teste di ascia fucinate sulle coste del Mar Baltico.

Questa vastissima e lucrosa rete di commerci attrasse al Nord un gran numero di artisti e artigiani: c’era chi utilizzava il vetro importato dall’Europa occidentale per produrre elementi colorati di collane e monili, mentre l’ambra che giungeva copiosa dal Baltico, dove veniva raccolta fin da tempi preistorici, era lavorata in magnifici gioielli e pedine da gioco.

Gli abili artigiani vichinghi sapevano creare pregevoli suppellettili e splendide fibule di bronzo, e ricavavano pettini finissimi lavorando le corna di cervo. Erano aperti al gusto delle genti con cui scambiavano merci, e ciò ne fece evolvere lo stile.

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4. La dieta vichinga

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I Vichinghi avevano una dieta basata sui frutti della terra e sul bestiame che erano prevalenti nei territori. Solitamente consumavano due pasti al giorno, uno al mattino e uno alla sera.

Le principali fonti proteiche sono prevedibili: pesce di ogni tipo (con prevalenza di merluzzo e aringhe) e carne rossa, soprattutto bovina e suina. Carni e pesci venivano quasi sempre essiccati al sole e affumicati.

I Vichinghi mangiavano anche animali selvatici (amavano moltissimo cimentarsi in ogni tipo di caccia): cinghiali, cervi, foche, balene e trichechi. L’orzo era il tipico “grano” scandinavo, fondamentale come base della dieta nordica.

Vi si ricavava farina e malto, essenziali per la produzione di alimenti e bevande. In misura minore, i Norreni coltivavano anche segale, avena e, dove il clima lo permetteva, un po’ di grano.

Nella cucina vichinga il pane era molto apprezzato e non mancava mai, anche se i cereali venivano consumati in grande quantità soprattutto sotto forma di “grautr” (una farinata o pappa d’avena).

I Vichinghi coltivavano verdure, con una particolare predilezione (anche lungo le coste atlantiche) per piselli, fagioli, rape e cavoli. Nei calderoni e sui tavoli finivano anche aglio selvatico (o talvolta coltivato), angelica e noci.

I frutti del bosco o degli arbusti che crescevano sulle scogliere erano comunemente consumati, talvolta spremendone il succo (per berlo fresco oppure dopo una lavorazione che portava a una bevanda vinosa). In Islanda, si sa con certezza che i Vichinghi mangiavano anche alghe marine commestibili.

Nella grande isola vichinga, del resto, c’era un grande amore per ogni forma di alimento vegetale (al punto che qualche studioso ha avvalorato l’idea che l’origine del termine Vinland, il termine dato al territorio americano scoperto dai Vichinghi, non volesse significare “Terra del vino” ma, piuttosto, “Terra erbosa”).

Il mare offriva soprattutto il pesce: gli Uomini del Nord solitamente preferivano consumarlo essiccato piuttosto che fresco. Tra i derivati della carne, sulla tavola non mancava il latte, il burro, il formaggio. C’era poi lo skyr, simile all’ambrosia.

I Vichinghi bevevano diverse bevande alcoliche e, secondo un’antica usanza, lo facevano spesso utilizzando come bicchieri grossi corni bovini. I corni, pur avendo dimensioni e capacità molto variabili, erano accomunati da una caratteristica: a causa della loro forma potevano essere appoggiati sul tavolo solo lateralmente.

Il risultato? Una volta riempiti, andavano svuotati completamente, dato che non potevano essere appoggiati sul tavolo con dentro la bevanda. Questa era spesso idromele, bevanda divina per eccellenza.

Il suo potere, ritenuto magico e non a caso al centro di molti miti nordici, veniva da un processo di fermentazione durante il quale agivano le forze vive della natura. I suoi ingredienti sono l’acqua e il miele (corrispettivo del fuoco), per cui i Vichinghi assommavano nell’idromele i due principi della vita.

I Vichinghi erano gran bevitori di birra. L’importanza di questa bevanda è riflessa nello stesso vocabolario scandinavo, dove si trovano diverse parole associate a diversi tipi di birra: “ol”, birra; “bjorr”, birra forte; “mungat”, birra fatta in casa; “virtr”, birra che fermenta.

Fin dall’Antichità, quando su diverse iscrizioni runiche apparve la parola bene augurante “alu” (dalla quale deriverebbe proprio il successivo “ol”, birra), i Vichinghi associarono questa bevanda a una fausta simbologia.

La birra, indispensabile nelle celebrazioni e nelle feste, era la bevanda del guerriero, corrispettivo più comune dell’idromele, bevanda degli dei.

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5. I Normanni in Italia

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Uno dei loro più importanti e vasti regni fu proprio nel Sud della nostra penisola.

Circa 150 anni dopo le sanguinose scorrerie lungo le coste dell’Italia tirrenica, i discendenti dei Vichinghi tornarono a visitare l’Italia, questa volta per rimanerci.

Partirono dalla Normandia, che avevano colonizzato un secolo prima (e che da loro appunto prende il nome), e giunsero nel Mezzogiorno d’Italia verso l’anno Mille.

Dapprima per scortare i fedeli lungo le grandi vie di pellegrinaggio, poi come mercenari al soldo dei Bizantini allo scopo di difendere le coste dagli attacchi saraceni o sedare le rivolte interne.

Presto, però, i Normanni si radicarono sul territorio sfruttando la confusa situazione politica locale e le divisioni tra potentati. In molti casi rovesciarono i Bizantini e li sostituirono.  In Puglia si distinsero i membri della famiglia Drengot, il cui capo, Rainulfo, costituì un potentato ad Aversa.

Vennero poi gli Altavilla, che con Roberto il Guiscardo riuscirono nel 1077 a prendere Salerno, scalzando l’ultimo principe longobardo e avviando un aggressivo programma espansionistico.

La Sicilia venne strappata agli Arabi e destinata, con l’incoronazione di Ruggero II d’Altavilla nel 1130, a diventare l’epicentro di un nuovo vasto regno che comprendeva il Mezzogiorno italiano, l’attuale Tunisia e parte della costa libica.

Entrati sulla scena come predoni o mercenari, i Normanni si dimostrarono sovrani intelligenti e capaci. Si distinsero nelle Crociate e adottarono una politica lungimirante, che attuò una mirabile sintesi tra le culture mediterranea, latina, nordica e orientale.

Seppero anche ritagliarsi un ruolo di primo piano nelle complesse vicende che opponevano il Papato al Sacro romano impero.

Il potere venne organizzato su base gerarchica feudale e consolidato per mezzo di un efficiente apparato amministrativo, che produsse un’importante attività legislativa. Ma proprio questa rigida struttura finì per mortificare le espressioni più dinamiche della vita locale.

Alla lunga, essa determinò i presupposti per una sempre più accentuata differenza tra il Mezzogiorno accentratore e burocratico e l’Italia centrosettentrionale, che proprio negli stessi anni conosceva invece il fenomeno delle libertà comunali, basate sull’intraprendenza commerciale e artigiana.

Un divario, quello fra Nord e Sud, destinato a persistere nei secoli e che si avverte ancora oggi. Sotto, Guglielmo II, re di Sicilia, che fece erigere il Duomo di Monreale.

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