Il cane e i suoi spazi: una questione vitale

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Il cane e i suoi spazi: una questione vitale BEST5.IT 2020-10-26 04:37:41
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Per il nostro amico, lo spazio che lo circonda costituisce un qualcosa di fondamentale, un insieme di “zone” da occupare e vivere nel modo più funzionale possibile.

Per “spazio” intendiamo, infatti, il luogo dove si trova il cane nonché l’ambito in cui potrà sentirsi sicuro, e infine tutte quelle aree che percorrerà nel corso dell’esistenza.

In tali circostanze “spaziali”, ogni individuo attiva differenti comportamenti o, per essere precisi, tutti i comportamenti che ritiene opportuno esprimere.

Di rimando, il cane comprende che vi sono altri spazi a propria volta occupati da soggetti della stessa e di diversa specie, e in questo alternarsi di ambiti più o meno delimitati vi sarà l’obbligo di portare il massimo rispetto per la controparte.

Sapere come il nostro amico percepisce, e vive, gli spazi propri e altrui ci aiuterà, quindi, a comprenderne le risposte, garantendo nei suoi confronti la giusta attenzione. Ciò anche allo scopo di prevenire pericolosi malintesi comunicativi.

Come possiamo facilmente capire pensando per esempio ai nostri “spazi personali”, infatti, si tratta di una questione davvero vitale. Conoscere, rispettare e far rispettare le esigenze “spaziali” del cane è fondamentale per una convivenza serena tra lui e il resto del mondo.

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LEGGI  Come riconoscere e gestire le situazioni di emergenza del nostro cane

1. Come cerchi concentrici con il cane al centro

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Se decidessimo di disegnare il nostro cane dentro il mondo che lo circonda, dovremmo innanzitutto posizionarlo al centro di un foglio bianco, un puntino che, in quell’ambiente specifico, determinerà una serie di cerchi ad allargamento progressivo e con significato variabile. In termini tecnici, si parla di “bolle prossemiche”, identificabili in distanze dal differente valore. Eccole.

- Distanza pubblica: partendo dall’area più esterna, osserveremo la“distanza pubblica”, ossia la zona entro la quale potranno comparire, emergere e permanere “stimoli” di diversa tipologia. La presenza di questi stimoli non determinerà, di per sé, alcuna reazione particolare, poiché il cane considera quel che vede come un normale scorrere di eventi.

- Distanza sociale: riducendo l’ampiezza, ci ritroveremo nella “distanza sociale”, per effetto della quale il nostro cane sarà nelle condizioni di interfacciarsi con altri individui del tutto sconosciuti. Se questi attori “non protagonisti” manterranno invariato il loro posizionamento, l’entità dell’eventuale interazione non subirà sollecitazioni emozionali e tutto potrà scorrere liscio.

- Distanza personale: riducendo ulteriormente la distanza dal cane, entriamo nella “bolla personale”, mediamente al di sotto del metro e mezzo: Qui potranno emergere risposte specifiche, si tratti di volersi allontanare, del voler scacciare, di rimanere immobili o... di fingere di non esistere.

- Distanza intima: le reazioni potranno esacerbarsi qualora l’ultimo tassello di spazio venisse infranto, determinandosi un contatto diretto tra il cane stesso e l’altra parte, un altro cane, una persona o un altro essere vivente.
Qui, infatti, ogni confine immaginario è stato violato ed è ben comprensibile come una tale opportunità sia spesso consentita solamente a soggetti conosciuti, come i componenti della famiglia e coloro che, a vario titolo, avranno raggiunto una significativa confidenza comunicativa.
Ma è altrettanto vero che il cane potrà anche decidere di accettare positivamente l’ingresso di uno sconosciuto nella sua “bolla intima”: è in questo modo che si estrinsecano le più ampie capacità di interazione sociale dei nostri amici.

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Rispetto alle distanze ad allargamento concentrico, le “bolle” di cui sopra, gli studi specifici hanno inoltre permesso di produrre un’ulteriore classificazione; parleremo, infatti, di "distanze “fisse” e di “spazi variabili”, a seconda che esse siano riferibili a tutti i soggetti viventi, ovvero divengano differenti in relazione al singolo individuo.

Le prime riguarderebbero gli spazi “pubblici” e “sociali”, mentre le seconde si riferirebbero alle aree “personale” e “intima”. Di nuovo, un paragone con il nostro “sentire” in tal senso aiuta a comprendere facilmente di cosa stiamo parlando.

 

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2. L’importanza del rispetto

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Più ci addentreremo negli spazi privati e intimi del nostro amico, più l’interazione che avremo con lui risulterà delicata.

Infatti, il cane applicherà alla massima potenza la categorizzazione tra “conosciuto” e “sconosciuto”, sulla base delle esperienze e dei vissuti acquisiti sino a quel momento.

Minore sarà la confidenza con l’interlocutore, maggiore dovrà essere la cautela da parte di quest’ultimo, soprattutto se l’intenzione finale sarà quella di arrivare al contatto.

Ricordiamoci, infatti, che per ogni cane vi saranno differenti tipologie di “umani”; i totali sconosciuti, i conoscenti saltuari, i conoscenti veri e propri e, se non è un randagio, i componenti del “branco famigliare”.

Ebbene, i primi dovrebbero sempre mantenersi, almeno all’inizio, al di fuori della “bolla personale”, occupando uno spazio sociale che potrà consentire maggiore tranquillità.

Le persone con le quali vi saranno stati incontri occasionali in tempi abbastanza recenti saranno legittimate a transitare nello spazio personale, ma con l’accortezza di non eccedere in tentativi esagerati di contatto.

Solamente gli “amici” e i famigliari avranno il privilegio di entrare direttamente nell’intimità del nostro amico, accarezzandolo, toccandolo o anche proponendo giochi di collegamento diretto.

La definizione degli spazi sarà correlata anche alle modalità di conoscenza di coloro che sino a quel momento erano considerati perfetti estranei. A differenza delle convenzioni “umane”, ove il primo incontro tra persone prevede un avvicinamento reciproco, il cane preferisce di gran lunga esercitare la “facoltà di scelta”.

Infatti, il nostro amico si aspetta che il nuovo conoscente si ponga ai limiti della sua distanza personale, così da decidere se muoversi verso di lui infrangendo la soglia minima consentita.

Solo allora si attiveranno le procedure di “presentazione”, l’equivalente della nostra stretta di mano, consistenti nell'annusare l'interlocutore, nel toccargli il palmo e, in caso di massima accettazione, non sempre accessibile, nel voler essere accarezzato da lui. In tale ipotesi, ideale sarà sfiorare la zona del mento, del collo e del petto, evitando di allungare subito la mano sulla testa e sul dorso.

Anche la postura diventerà fondamentale: abbassarsi sulle ginocchia, per incombere meno, mostrare il fianco e indirizzare lo sguardo lontano da quello del cane sono le scelte più apprezzate ed educate, in ottica canina.

Sempre in tale ottica, lasceremo che sia il cane ad allontanarsi una volta conclusa l'interazione, quasi si trattasse di un muoversi ad "elastico" rispetto all'essere divenuti noi temporanei "manichini".

 

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3. La privata proprietà

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Sempre in merito agli spazi del cane, un ruolo centrale appartiene al cosiddetto “spazio vitale”, quell’area comunemente denominata “territorio”.

Gli studi sull’argomento hanno permesso di trovare un comune denominatore relativo alla quasi totalità del mondo animale, compresa la nostra specie, per il quale l'esistenza di un luogo "sicuro" e "sotto controllo" è sinonimo di sopravvivenza.

Infatti, solamente disponendo di una zona ritenuta invalicabile potrà essere garantito il compimento di tutti i comportamenti votati alla sopravvivenza: cacciare, riposare, corteggiare, accoppiarsi, partorire, curare la prole e così via.

In natura, la titolarità di una zona territoriale è il passaporto fondamentale per ogni maschio diretto al corteggiamento della femmina: quest’ultima, in assenza di un territorio, non potrà accogliere le “avances” dei pretendenti, perché conscia che i figli generati non potrebbero trovare adeguata protezione.

Per la nostra specie, il concetto si è focalizzato ovviamente sull’abitazione e, non a caso, ogni violazione della stessa viene vissuta in modo traumatico e difenderla, anche con la forza, è un comportamento istintivo.

Il concetto del “territorio”, ancestrale quanto irrinunciabile, è ben presente nei geni del nostro amico: il cane domestico identifica la propria zona territoriale nella casa di abitazione e nell’eventuale giardino attiguo.

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E' un’area di tipo circolare, perlomeno nella sua mente, dove il cane potrà avvalersi di specifiche risorse: cibo, spazi utili di vario genere, contatto con i membri della famiglia e così via.

Non dovremo, quindi, stupirci che un tale contesto ricco di elementi a favore venga difeso a volte anche ad ogni costo, persino più di quanto si farebbe per l’agognato partner sessuale.

Percepita la presenza di un possibile intruso, il nostro amico emetterà una serie di abbai in sequenza volti ad allontanare il malcapitato prima possibile, anche se si sta solo avvicinando al territorio.

Se l’abbaio sortisce l’effetto voluto, il cane dirà a se stesso di essere riuscito nell’intento, garantendo la medesima risposta di allerta in situazioni future. Proprio per la delicatezza del compito, la consapevolezza dello spazio territoriale emerge a seguito dell’avvenuta maturità sessuale, quasi tutto a un tratto il nostro amico si rendesse conto di essere cresciuto.

La sua intelligenza “spaziale” aumenterà ulteriormente e gli ormoni dell’adolescenza consentiranno di “marcare” i confini territoriali in modo assai preciso, soprattutto mediante l’urina.

 

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4. Anche all’esterno

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Il cane non si limita a difendere il suo territorio stanziale ma può adottare lo stesso comportamento anche all’esterno, per tutelare ciò che ritiene di sufficiente interesse.

Così, il “sub territorio” per eccellenza diventerà l’automobile, quale mezzo non soltanto di trasporto ma anche di contenimento di una serie di “risorse”, tra le quali... noi stessi.

Non è raro assistere, a macchina ferma, ad abbai dissuasivi rivolti a coloro che si avvicinano molto al veicolo, un atteggiamento molto simile a quanto il nostro amico fa normalmente a casa, finalizzato a evitare che un intruso possa divenire minaccia per quello spazio ristretto.

Altra particolare attenzione potrà essere rivolta a oggetti che il cane ha vicino a sé e che ritiene di sua proprietà. Si tratta, in questo caso, della cosiddetta “zona di possesso personale,” un triangolo immaginario con il vertice all’altezza del mento e la base più o meno a terra.

Dentro quest’area potrà essere collocato un giocattolo, un pezzo di legno, un cibo particolarmente gustoso eccetera. Spesso nessuno, compresi i membri del branco famigliare, può avvicinarsi a quell’oggetto, a maggior ragione con l’intento di sottrarlo.

Non è strano, anzi: gli studi sulle dinamiche di branco, in riferimento ai lupi, hanno dimostrato che anche l’ultimo dei gregari difende il proprio “oggetto di interesse”, se vuole, e che persino i soggetti di rango più alto rispettano questo diritto assoluto. In analogia al suo progenitore, anche il cane manterrà il medesimo diritto, trattandosi di una zona “iper personale” da non violare.

In queste situazioni, se l’intento fosse quello di appropriarsi di ciò che vi è tra le zampe, si dovrà procedere a uno “scambio”, rilasciando qualcosa il cui valore sarà pari o superiore al “bene” da sottrarre (foto sotto).

Così facendo, mediante una sorta di “patto silenzioso”, il nostro amico non subirà alcuna perdita, rendendosi collaborativo in eventuali situazioni successive analoghe. Rientrando nell’abitazione, infine, vi potranno essere altre “aree” di specifico interesse, per esempio la famosa “cuccia”.

Che si tratti di un grande cuscino, di un tappetino o di un trasportino portatile, questo spazio sarà dedicato al relax, al riposo e al sonno. Il nostro amico avrà, quindi, posto attorno a questo luogo una sorta di “cerchio immaginario” e il miglior modo per rispettarlo consisterà nel richiamarlo verso di noi, piuttosto che invadere la zona.

 

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5. Da cane a cane

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Quanto scritto fin qui è valido a livello generale ma, come sempre, ricordiamoci che “ciascuno cane è un mondo a sé”, cioè un individuo unico e irripetibile.

Ecco perché non tutti i cani manifesteranno la medesima definizione degli spazi, in particolar modo riferendoci alle diverse distanze.

Vi saranno soggetti con distanza “sociale” e “personale” molto ampia mentre per altri esse si ridurranno al minimo. Queste diversità dipendono da diversi fattori, quali le caratteristiche
individuali, le esperienze vissute e le peculiarità di razza.

Sotto il primo profilo, ogni cane potrà essere di per sé più diffidente, timoroso, sociale o indifferente, e questi elementi riguarderanno la sua stessa personalità. Anche il passato avrà importanza, soprattutto i primi mesi di vita, quando ogni evento quotidiano assume la massima importanza categoriale.

Infatti, se i contatti con gli estranei saranno stati piacevoli, vi sarà una maggiore predisposizione alla volontà di interazione, mentre se vi saranno stati inconvenienti la reazione potrà essere respingere il potenziale “pericolo” oppure sottrarvisi.

Tornando per un attimo alle fasi di sviluppo del cane, ricordiamo che la consapevolezza del concetto di “spazio” raggiungerà il livello massimo con l’avvento della pubertà, per effetto di modificazioni chimico-cerebrali ed ormonali che si verificano nell’organismo.

Tutto a un tratto, le distanze prima ridotte potranno essere incrementate, raggiungendo ampiezze anche molto elevate. Ma con l’andare del tempo e sulla scorta delle esperienze, tali distanze potranno poi ritornare a livelli meno estremi.

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Per quanto riguarda la cosiddetta “memoria di razza”, cioè quella gamma di comportamenti selezionata nel corso dei decenni e a volte dei secoli, vi sono ceppi che hanno insito il compito di mantenere una certa delimitazione spaziale tra se stessi e il mondo, per esempio i pastori difensori degli armenti e, pur se in modo diverso, quelli conduttori delle greggi.

I primi tendono a stabilire le distanze in condizioni statiche, mentre i secondi perseguono l’obiettivo con movimenti circolari. Al contrario, le razze votate alla protezione attiva dell’abitazione avranno nei geni una forte predisposizione a farlo, quasi si trattasse di una grande “tana” da difendere ad ogni costo.

Diversamente, le razze da caccia, in particolare quelle da “cerca” e da “riporto”, potranno ridurre al minimo i loro cerchi “prossemici”, provando un evidente piacere anche nel contatto diretto con estranei.

Dinanzi a queste differenze di approccio agli spazi, siamo noi bipedi a doverci muovere correttamente in base al cane che abbiamo di fronte. Il che, però, implica competenze tuttora non così diffuse nel mondo della cinofilia d’affezione.

Come molti dei comportamenti "spontanei" del nostro amico, anche la definizione degli spazi e la reazione alla loro violazione può essere modificata attraverso specifiche tecniche che includono desensibilizzazione e controcondizionamento, le due strategia di base per qualunque intervento di questa natura.

Dovremo, infatti, sostituire le reazioni di aggressività o di fuga con comportamenti di volontaria e serena interazione o, perlomeno, di equilibrata indifferenza.

Le percentuali di successo dipenderanno dall’età del singolo individuo, dalla predisposizione di “razza” e dalla ripetitività delle precedenti azioni ritenute "inadeguate", oltre cha dalla piena collaborazione dei proprietari.

E spesso è qui che si riscontrano le difficoltà oggettive maggiori, perché l’impegno e l’attenzione richiesti non sono alla portata di tutti o, altrettanto spesso, la motivazione a risolvere il problema non è così fondata.

In ogni caso, il supporto di esperti del settore, con adeguata preparazione specifica, risulterà determinante per il raggiungimento degli obiettivi sperati. Mettendo in conto che servirà tempo.

 

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