Il “Genio” militare romano: anche merito suo se Roma conquistò il mondo

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Il “Genio” militare romano: anche merito suo se Roma conquistò il mondo BEST5.IT 2019-11-20 12:52:19
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La gestione di una guerra moderna richiede il supporto indispensabile del Genio militare, una specializzazione dell’esercito costituita da operatori e tecnici qualificati per costruire ponti, strade, porti, aeroporti e tutte le strutture civili necessarie per affiancare, facilitare e spesso risolvere le operazioni militari vere e proprie.

Nel mondo mediterraneo antico le prime esigenze di disporre di mezzi tecnici e ingegneristici adeguati nacquero con gli assedi.

Ιn tremila anni di storia Assiri, Egizi, Greci e molti altri popoli misurarono le loro capacità belliche, e spesso il successo delle loro imprese militari, con la capacità di conquistare una città difesa da potenti mura.

Furono però i Romani a raggiungere le vette della perfezione, con una tecnologia raffinata ed efficace che, unita alla loro proverbiale tenacia, gli permise di conquistare tutto il mondo allora conosciuto.

A differenza dell’attuale organizzazione degli eserciti moderni, quello romano non aveva uno specifico corpo del Genio, ma si avvaleva degli stessi legionari, diretti e coordinati alla bisogna da particolari figure di ingegneri specialisti, gli architecti.

Già dall’Età Regia l’organizzazione militare romana contemplava la presenza dei cosiddetti fabri, figure di tecnici addetti alla costruzione delle macchine da guerra, anche se non è chiara la loro collocazione all’interno della struttura organizzativa.

In epoca repubblicana l’esercito romano era composto da tutti i cittadini con diritto di voto, i quali da civili svolgevano di norma i mestieri più diversi: era quindi estremamente diffusa la presenza nei ranghi di falegnami, fabbri, artigiani, lavoratori agricoli, specialisti ricchi di competenze tecniche e quindi in grado di svolgere qualsiasi lavoro.

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Anche nell’esercito professionale di epoca imperiale la presenza di tecnici qualificati era altamente apprezzata, al punto che le numerose figure tecniche riconosciute, i cosiddetti immunes, erano esentate dai lavori pesanti.

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In realtà, tutti i soldati romani erano chiamati a svolgere i lavori necessari alle opere di fortificazione e di assedio, e tutti erano dotati di attrezzi personali: il più diffuso era la dolabra, una sorta di combinazione tra una scure e un moderno piccone, che veniva trasportato assieme alle armi e al carico individuale.

Secondo Corbulone, generale di Nerone, le guerre si vincevano più con la dolabra che con il gladio. La capacità di costruire, oltre che di combattere, fu sempre ritenuta una caratteristica distintiva del soldato romano, che doveva essere non solo un valoroso guerriero ma anche un portatore di civiltà e di sviluppo.

Sulla Colonna Traiana i legionari, distinguibili dagli ausiliari per le loro corazze a fasce metalliche, sono raffigurati quasi sempre indaffarati a costruire qualcosa, mentre il compito dei combattimenti è lasciato per lo più agli ausiliari.

Strade, accampamenti, ponti, fortificazioni e gigantesche rampe d’assedio furono le carte vincenti che permisero a Roma di soverchiare gli avversari. Opere impressionanti le cui tracce sono in parte visibili ancora oggi.

 

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1. LA COSTRUZIONE DI ACCAMPAMENTI E STRADE PERFETTE

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- ACCAMPAMENTI PERFETTI

La prima manifestazione visibile dell’ingegneria romana fu senza dubbio quella dei campi militari (castra). 
Ne vennero costruiti a migliaia, dalla Scozia alla Mesopotamia, perché ogni esercito romano, alla fine della giornata di marcia, alzava un campo fortificato in grado di accogliere tutti gli uomini e i bagagli al seguito, pronti a ripartire il giorno dopo per la tappa successiva.
Il campo più comune aveva una forma tendenzialmente quadrata, e si sviluppava attorno all’incrocio tra due assi principali, detti cardo e decumano. Le sue dimensioni variavano in funzione delle dimensioni dei reparti da accogliere: un campo per due legioni (circa 10mila uomini) occupava più di 50 ettari, l’equivalente di 80 campi di calcio. 
La prima operazione della costruzione del campo consisteva nello scavo di un fossato (fossa) profondo almeno un metro, e nella realizzazione di un terrapieno (agger) e di un muro di protezione (vallum).
Quindi si montavano le tende del comandante e degli ufficiali (tribuni) al centro del campo, e solo allora era possibile montare le tende dei soldati.
Il campo veniva costruito sempre allo stesso modo, e costituiva non solo un rifugio sicuro per la notte, ma anche un’occasione di riposo e di distensione per i legionari che, montando la tenda ogni volta sempre nello stesso punto, si ritrovavano nel campo come in un ambiente familiare e accogliente.
Il campo mobile fortificato, pur nascendo con obiettivi difensivi, non era però una fortezza, e non aveva lo scopo di resistere a un assedio.
La dottrina e la filosofia tattica dell’esercito romano prevedevano tradizionalmente l’immediato attacco frontale delle forze nemiche, anche in condizioni di inferiorità numerica: per questo le strade interne erano larghe abbastanza da consentire la raccolta e il veloce afflusso all’esterno dei reparti.
Con il tempo molti di questi campi, da temporanei e mobili, divennero permanenti, sostituendo le tende o le costruzioni in legno con edifici in pietra, e costituirono il nucleo di base di numerose città italiane ed europee, come Firenze, Torino, Parigi, Londra, nei cui centri storici è ancora oggi possibile riconoscere l’impianto fondamentale del castrum romano.
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- TRACCIARE STRADE

Per assicurare il rapido spostamento delle truppe, e per garantire il regolare afflusso dei rifornimenti durante le campagne di conquista, gli eserciti romani dovettero realizzare adeguate strutture lastricate in pietra, che chiamarono viae stratae, da cui il moderno termine strada (in inglese street, in tedesco Strasse).
Le strade dovevano essere costruite in modo da sostenere il peso dei carichi trasportati, soprattutto carri pesanti trainati da buoi o cavalli, e garantirne il funzionamento per molti anni e con qualsiasi condizione di tempo.
I tracciati delle strade romane, attentamente studiati, erano preferibilmente rettilinei, e nel caso di ostacoli naturali si procedeva senz’altro alla costruzione di grandi opere civili (ponti, rilevati, scavi), molte delle quali sono ancora oggi in uso.
Una volta stabilito il percorso, la prima operazione consisteva nel tracciare due solchi che costituivano i bordi della strada. Quindi si scavava il terreno compreso tra i due solchi fino a trovare uno strato solido.
Si stendeva un primo strato (statumen) costituito da un letto di pietre di grandi dimensioni, un secondo strato (rudus) costituito da pietre più piccole e materiale inerte mescolato con calce, e un terzo strato (nucleus) con frammenti di terracotta mescolati a calce.
Infine veniva realizzato lo strato superficiale, il pavimentum, che nei casi più semplici consisteva in terra battuta o ghiaia, mentre nelle città e nei tratti più importanti era costituito da grandi pietre poligonali opportunamente tagliate e disposte a mosaico.
Il profilo di tutte le strade era poi sagomato “a schiena d’asino”, cioè in modo tale da avere un rialzo al centro e una leggera inclinazione verso l’esterno per tenere l’acqua lontana. La larghezza delle vie variava dai circa 2 metri delle strade più piccole ai 4-5 metri delle strade consolari.
Con il tempo le strade divennero un canale indispensabile per avviare ed espandere i commerci e i traffici in tutto l’impero, intessendo una rete di collegamenti che costituisce ancora oggi l’impianto base delle vie di comunicazione di molti Paesi d’Europa.
Nella foto sotto, la Via Appia, costruita per unire Roma a Capua e poi a Benevento e Brindisi.
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2. PONTI SPETTACOLARI

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Per superare i corsi d’acqua (fiumi, fossi) dovettero essere realizzati numerosi ponti e viadotti.

A oggi sono visibili i resti di più di mille ponti romani, la maggior parte dei quali in pietra, ma almeno altrettanti furono certamente fatti in legno.

Il più famoso ponte in legno fu quello costruito nel 55 a.C. da Cesare sul Reno, nel pieno delle sue campagne di Gallia. Chiamato in aiuto dal popolo gallico degli Edui, Cesare aveva appena sconfitto in una grande battaglia il temibile Ariovisto, capo delle tribù germaniche che avevano invaso la Gallia.

Per intimorire le turbolente tribù germaniche al di là del Reno, e per dissuaderli dal ritentare l’impresa, decise quindi di effettuare una serie di incursioni nel loro territorio, passando il confine naturale, il fiume Reno.

Ritenendo poco dignitoso attraversarlo con delle semplici imbarcazioni, ordinò la costruzione di un ponte stabile in legno, un’opera inconcepibile per le capacità realizzative dell’epoca.

Il Reno è un fiume largo e ricco di forti correnti, profondo fino a 9 metri, e anche se non si conosce il punto esatto della costruzione, il ponte avrebbe dovuto essere lungo non meno di 400 metri.

Nel fiume fu infissa una serie di coppie di pali appuntiti lunghi almeno 15 metri, inclinati per meglio resistere alla spinta della corrente, e collegati tra loro a distanza di 60 centimetri. A circa 12 metri da questi venne infisso, in modo speculare, un numero uguale di coppie di pali.

Entrambe le file di pali vennero poi collegate tra loro con una grossa trave lunga 8 o 9 metri, e l’insieme venne irrobustito con traverse di consolidamento e con un ulteriore palo di sostegno, inclinato a valle della corrente.

Per l’infissione dei pali nel letto del fiume furono realizzati appositamente dei grandi battipali galleggianti. Sulle travi vennero infine appoggiate le campate del ponte (si calcola che ne furono realizzate almeno 50), distanti le une dalle altre circa 8 metri, e sopra di esse venne stesa la carreggiata vera e propria, costituita da pali e tavole.

L’intera opera fu portata a termine, secondo quanto riferito da Cesare stesso, in soli 10 giorni, e il ponte fu poi demolito alla fine della spedizione.

Il forte segnale che Cesare volle dare alle tribù germaniche era che un esercito romano era in grado di arrivare ovunque nel giro di pochi giorni, e che nessuno avrebbe potuto sentirsi al sicuro, neanche al di là di un grande fiume.

Nella foto sotto, il grandioso ponte ligneo eretto da Cesare sul fiume Reno nel 55 a.C., in un disegno di John Soane del 1814.
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Ma il ponte più spettacolare costruito dall’esercito romano fu senza dubbio il Ponte di Traiano sul Danubio. Edificato in pietra nel 105 d.C. dall’imperatore Traiano in occasione della seconda invasione della Dacia, rimase per oltre mille anni il più lungo ponte del mondo.

Progettato dall'architetto Apollodoro di Damasco, era lungo 1.130 metri e largo 15. Poggiava su 20 colossali pilastri alti quasi venti metri sul pelo dell’acqua, e le campate tra un pilastro e l’altro furono costruite con archi di legno lunghi quasi 40 metri.

Per arrivare al ponte, Traiano fece fare inoltre una spettacolare strada lungo le gole del Danubio, oggi scomparsa, per metà scavata nella roccia viva e per metà costruita su supporti di legno sporgenti dalla parete.

Purtroppo il ponte rimase attivo solo per pochi anni: l’imperatore Adriano, il successore di Traiano, nel 125 mise fuori uso le arcate superiori per prevenire incursioni barbariche, e nel 270 Aureliano, a seguito dell’abbandono definitivo della Dacia, lo fece demolire per evitare un’invasione dei Goti.

Nella foto sotto, acquaforte acquarellata d'epoca raffigurante il ponte di Traiano sul Danubio.

 

3. TRAPPOLE MICIDIALI

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L’esercito romano era anche in grado, con opere colossali di scavo e di movimento terra, di costruire lunghi e profondi canali per trasportare truppe e rifornimenti su barche.

Ne è un esempio la Fossa Drusiana, un canale che collegava il Reno con il Mare del Nord, fatto costruire nel 12 a.C. da Druso, generale di Augusto, durante la prima delle sue campagne militari in Germania.

Oppure la Fossa Corbulonis, un canale artificiale lungo ben 34 chilometri costruito sotto Claudio per collegare il vecchio corso del Reno con la Mosa, e per consentire alla flotta del Reno, che aveva imbarcazioni a fondo piatto, di trasportare truppe e materiali senza affrontare il mare aperto.

Ma i contesti in cui l’esercito romano faceva valere, più che in altre situazioni, la sua implacabile superiorità tecnica, erano senza dubbio gli assedi delle città.

Nessuna città o fortezza che avesse osato opporsi alla potenza di Roma avrebbe potuto resistere a lungo, e infatti nessuna vi riuscì. I Romani non avevano fretta, e per nessuna ragione al mondo avrebbero rinunciato ai loro obiettivi.

L’assedio di Veio (396 a.C.) durò dieci anni, fino a quando i genieri romani riuscirono a scavare un cunicolo che gli permise di penetrare in città. E pur di continuare l’assedio per tutto questo lunghissimo periodo, venne per la prima volta pagato uno stipendio ai soldati in modo da compensarli dei disagi subiti.

Siracusa (212 a.C.) fu presa dopo due anni, a dispetto delle geniali macchine difensive di Archimede. Gli assedi di Cartagine nella terza guerra punica (146 a.C.), e quello di Numanzia (133 a.C.), l’ultima roccaforte dei ribelli celtiberi spagnoli, furono condotti con spietata determinazione ed efficienza per due anni, senza lasciare scampo agli sfortunati assediati.

La tecnica più diffusa per prendere d’assalto le mura di una città era quella della costruzione di una rampa d’assalto o di un terrapieno (agger) che, partendo da una certa distanza e mantenendo una pendenza costante, consentiva di raggiungere la sommità delle mura. Il terrapieno poteva essere realizzato con pietre, terra o tronchi d’albero, e doveva essere abbastanza solido da resistere al peso di eventuali macchine d’assedio.

Una rampa da assalto poteva essere lunga anche 150 metri e larga 20, e alta più di 20 metri. Durante la costruzione della rampa dovevano essere avvicinate alle mura delle torri da assalto dotate di macchine di lancio, per mantenere chi lavorava al sicuro dal tiro nemico.

Dove assediati e assedianti si trovavano all’incirca alla stessa quota, i Romani non lasciavano scampo: inesorabilmente, prima o poi, arrivavano con il terrapieno a ridosso delle mura e prendevano la città. La questione si complicava dove la città assediata era arroccata molto in alto, e soprattutto quando non c’era il tempo o si aveva il nemico anche alle spalle, come ad Alesia.

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Ad Alesia, la città gallica in cui Vercingetorige si era rifugiato con 80mila uomini, il genio militare di Cesare, unito alle formidabili capacità realizzative dei costruttori dell’esercito romano, diede il meglio di sé.

Quando seppe che le altre tribù galliche avevano organizzato un poderoso esercito di soccorso di 200mila uomini, che marciava per prenderlo alle spalle, Cesare comprese di trovarsi in una situazione delicata: ma sapeva anche di avere con sé i più ingegnosi e tenaci costruttori della storia.

Per impedire ogni rifornimento ad Alesia e prendere i suoi difensori per fame, fece subito costruire intorno alla città una possente linea di fortificazioni lunga 15 chilometri, detta “circumvallatio”. La palizzata era alta tre metri e mezzo, e integrata da una serie di torri di guardia, a 25 metri di distanza l’una dall’altra, tutte armate con macchine da lancio.

Davanti alle fortificazioni fece scavare una doppia fossa larga quattro metri e profonda due, una delle quali allagata dalle acque di un vicino fiume, mentre la pianura davanti ad Alesia venne disseminata da una serie di ostacoli e di micidiali trappole, come i “cippi”, gli “stimoli” e i “gigli”.

Per difendersi alle spalle dall’arrivo dell’esercito gallico di soccorso, Cesare fece costruire una seconda linea di difesa lunga oltre venti chilometri, identica alla prima e rivolta verso l’esterno, detta “controvallatio”, e sistemò le sue legioni nello spazio compreso tra le due linee di fortificazioni.

In questo modo Cesare, che disponeva di soli 50mila uomini, ebbe la possibilità di muovere le sue forze in assoluta sicurezza all’interno del perimetro, spostandole dove necessario per riequilibrare l’inferiorità numerica, e vincere così la grande battaglia finale.

Nella foto sotto, le fortificazioni erette da Cesare di fronte ad Alesia, ultima roccaforte dei Galli, sono state ricostruite meticolosamente e oggi si possono ammirare in loco.

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4. RAMPE PASSATE ALLA STORIA

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Per un qualsiasi esercito tuttavia, se la città assediata era arroccata molto in alto e disponeva di mezzi di sostentamento illimitati (acqua e viveri), una conquista poteva sembrare impossibile pur avendo molto tempo a disposizione.

Eppure neanche in questa circostanza fu possibile fermare l’esercito romano, come dimostrò la presa della fortezza di Masada.

Nel 73 d.C., dopo la conquista di Gerusalemme e la conclusione della Prima guerra giudaica, un migliaio di irriducibili ribelli giudei (chiamati i Sicarii) si era asserragliato nella fortezza di Masada, una rocca nei pressi del Mar Morto difesa da pareti rocciose a strapiombo alte più di 100 metri, virtualmente inespugnabile.

Per soffocare anche quest’ultimo simbolo di rivolta il governatore della provincia, Lucio Flavio Silva, strinse d’assedio la rocca con una legione, la Decima Fretensis, e altre truppe ausiliarie: i ribelli disponevano però di riserve di acqua e viveri praticamente inesauribili, e minacciavano di protrarre l’assedio all’infinito.

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Flavio Silva ordinò allora la costruzione di un enorme terrapieno nel punto in cui il dislivello era più ridotto, pari comunque a non meno di 130 metri.

Contemporaneamente volle l'erezione di una torre d’assalto alta quasi 30 metri, in grado di raggiungere le mura dopo aver percorso la rampa in salita; la torre fu costruita in posizione coricata, dietro una collina dove non era visibile dagli assediati.

Il lavoro di costruzione del terrapieno durò molti mesi, ma alla fine le migliaia di metri cubi di terra e di pietre accumulate pazientemente dai legionari avevano costituito una rampa colossale, visibile ancora oggi dalle foto satellitari.

Pur a fronte di un’opera così imponente, i ribelli dovettero ritenere che la rampa sarebbe stata insufficiente per raggiungere le mura, o che comunque avrebbe richiesto ancora molti anni di lavoro.

Con grande sorpresa però una mattina vi videro avanzare la gigantesca torre d’assalto, ricoperta di ferro e dotata di ariete e altre macchine d’assedio, e capirono che la loro avventura sarebbe durata ancora per poco.

Quando l’ariete della torre arrivò a battere il muro, tentarono di contrastarne l’azione costruendo un secondo muro interno, ma quando gli assaltatori romani appiccarono il fuoco alle loro difese, pur di non cadere nelle mani dei legionari romani, i ribelli decisero di porre fine al loro tentativo con un impressionante suicidio collettivo.

La determinazione, la pazienza, la perizia costruttiva degli specialisti dell’esercito romano avevano compiuto un’impresa ritenuta impossibile.

Nella foto sotto, l'impressionante rampa costruita dall'esercito romano nel 73 d.C. per prendere la fortezza di Masada, in Giudea: i suoi resti sono ben visibili ancora oggi.

5. VIGILARE I CONFINI

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Quando l’impero romano, a partire dalla metà del II secolo d.C., fu costretto ad arginare numerose invasioni barbariche, iniziò a pianificare una serie di imponenti opere di difesa.

Una delle più famose, ancora oggi ben visibile, è il Vallo di Adriano.

In Britannia, le cui zone settentrionali erano esposte alle incursioni dei Caledoni, nel 122 d.C. l’imperatore Adriano ordinò la costruzione di una nuova linea difensiva, costituita da un muro continuo che avrebbe tagliato in due l’Inghilterra settentrionale, dalla foce del fiume Tyne sul Mare del Nord fino al Solway Firth nel Mare d’Irlanda.

La costruzione del muro e delle opere connesse fu intrapresa dalle legioni e dalle unità ausiliarie di stanza in Britannia, che ultimarono i lavori in appena dieci anni. Il muro, lungo circa 120 chilometri, era costruito interamente in blocchi di pietra, ed aveva uno spessore medio di 3 metri, con un’altezza di almeno 4 metri.

Davanti al muro fu realizzato un grande fossato a forma di V, profondo 3 metri; lo scavo venne omesso solo nei tratti in cui l’orografia o gli ostacoli naturali del terreno lo rendevano superfluo. Il terreno di scavo fu depositato sul lato esterno per aumentare ulteriormente la profondità del fossato, e venne accuratamente spianato per non ostacolare la visibilità e per non offrire ripari agli aggressori.

Tra il fossato e il muro fu lasciata una banchina larga da due a sei metri, con lo scopo di garantire la stabilità del muro a fronte dell’erosione del terreno.

All’interno del vallo venne costruita una strada pavimentata, parallela al tracciato del muro e larga fino a 6 metri, e un ulteriore fossato detto vallum, per delimitare visivamente la zona interdetta all’accesso, ma anche come linea di difesa contro eventuali minacce dall’interno.

Per garantire una sorveglianza più immediata ed efficace, furono costruiti, incorporandoli nella struttura stessa del muro, 17 forti ausiliari, a circa 10 chilometri l’uno dall’altro, ovvero l’equivalente di mezza giornata di marcia. Ognuno di essi venne presidiato da un’unità di fanteria o di cavalleria ausiliaria, forte di circa 500 uomini.

Furono costruiti inoltre, incorporati nella struttura del muro, circa ottanta fortini intermedi (i cosiddetti milecastles), posti a distanza di un miglio romano (1.480 metri) l’uno dall’altro, con lo scopo di costituire un piccolo presidio per eventuali interventi di piccola entità e di fornire il personale di guardia lungo il muro.

Ospitavano un numero di soldati variabile da 8 a 30, ed erano dotati di porte di accesso da entrambi i lati del muro. Il Vallo di Adriano rimase presidiato fino al V secolo, pochi anni prima della caduta dell’impero d’Occidente, quando le truppe romane abbandonarono la Britannia per far fronte alle invasioni barbariche sul continente.

E nonostante il trascorrere dei secoli, le sue rovine sono ancora oggi ben conservate e visibili. Nella foto sotto, i resti del milecastle n. 39, fortino intermedio facente parte del Vallo di Adriano: siamo nel Northumberland inglese, sul confine con la Scozia.

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