Il nostro cane: scopriamo il lupo che è in lui

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Il nostro cane: scopriamo il lupo che è in lui BEST5.IT 2020-10-23 22:02:03
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Spesso lo dimentichiamo ma il nostro cane è, innanzitutto, un “predatore”, cioè fa parte di quelle specie che, per garantirsi la sopravvivenza, necessitano di cibarsi di altri animali, i “predati”.

Il fatto di aver rimpiazzato la caccia attraverso i due pasti quotidiani da noi forniti nella ciotola non ha per nulla cambiato la natura di chi abbiamo a fianco: il cane porterà sempre nei propri geni la predisposizione a “predare”.

D’altra parte non potrebbe essere altrimenti, se pensiamo che il tipo ancestrale originario da cui provengono tutti i cani, il lupo, rappresenta una delle massime espressioni viventi di specie predatrice.

E pur essendo passati migliaia di anni, molti dei quali dedicati alla sua selezione da parte nostra, il cane è rimasto nient’altro che una forma giovanile del lupo celata sotto sembianze variabili, avendone mantenuto il medesimo corredo cromosomico.

Tenendo a mente quanto sopra, quindi, sarà più facile comprendere il perché di certi comportamenti (che in fondo appartengono in parte anche a noi, predatori a due zampe), oltre a fare in modo che l’esigenza “predatoria” possa essere adeguatamente soddisfatta, per il benessere del nostro amico.

Cacciare è quanto di più naturale ci sia, per un cane. E tutti i nostri amici, chi più chi meno, hanno questa necessità. Scopriamo perché è tanto importante per loro (in realtà, lo è stato anche per noi…)

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1. Questione di istinto

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Appartenere all'ambito delle specie predatrici significa possedere una predisposizione innata a uccidere per predisposizione innata a uccidere per sopravvivere.

Questa predisposizione è traducibile nel concetto di “istinto” quale espressione volontaria e non appresa che consente di attivare comportamenti di differente tipologia.

Lo studio degli "istinti nasce insieme alla scienza che più di altre si è dedicata alla “filogenesi”, l’etologia. Questa è rivolta all’osservazione delle azioni espresse da un individuo senza che quest’ultimo sia stato sottoposto a un preventivo processo di apprendimento.

L’istinto è, quindi, ciò che spinge qualcuno a fare ciò che fa, in assenza di un precedente programma di acquisizione e memorizzazione di una determinata competenza. Così la madre si prende cura della prole spontaneamente, e ugualmente la stessa prole richiede l’intervento materno in modo altrettanto immediato.

Oppure, se si ritiene in pericolo, il nostro amico fuggirà, attaccherà, rimarrà immobile o cercherà di “pacificarsi” con la controparte, tutto quanto senza che nessuno in precedenza gli abbia fornito le indicazioni sul da farsi.

Dal punto di vista storico, i primi studi sui comportamenti istintivi avevano ritenuto che esistesse un solo grande “istinto”, un qualcosa di “superiore” che, per chissà quale forza metafisica, inducesse gli esseri viventi ad agire in risposta a determinati stimoli.

Solo a seguito di lunghe ricerche si è concluso che ogni essere vivente dotato di sistema nervoso centrale porta in sé un cosiddetto “parlamento degli istinti”, denominando ogni azione volontaria e innata con una connotazione specifica.

In termini tecnici, il “parlamento degli istinti” è chiamato “etogramma”, ossia l’insieme delle azioni istintive ascrivibili a una determinata specie. Per quanto riguarda il cane, al vertice di tale “parlamento” troveremo certamente l’istinto di predazione, considerabile a tutti gli effetti il padre di ogni altro comportamento innato.

Ma che cosa significa predare? Significa dedicare tempo e fatica all’individuazione di una possibile energia vitale alla quale attingere per rimanere in vita. Solo in questo modo, nutrendosi, il predatore potrà poi dedicarsi a identificare un “partner” con cui riprodursi, trasmettendo i propri geni alle generazioni successive.

Predare, quindi, per sopravvivere ed esprimere, nel corso dell’intera vita, altre azioni a valenza istintiva.

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2. Non è aggressività

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Per quanto cruenti possano apparire i comportamenti predatori, dobbiamo precisare che la predazione non va mai confusa con l’aggressività.

Quest’ultima infatti implica l’impiego di ogni mezzo offensivo diretto a eliminare la competizione da parte di un estraneo, appartenente alla stessa o a una diversa specie.

Nell’aggressività, quindi, emergono azioni funzionali alla tutela di sé stessi, o dell’intero “branco”, con la volontà di allontanare o eliminare prima possibile colui che si ritiene una minaccia.

Gli studi sui comportamenti aggressivi hanno dimostrato come l’ausilio delle “armi” a disposizione divenga fondamentale, soprattutto se la controparte si dimostra potenzialmente pericolosa.

L’agire aggressivo comporta, quindi, caratteristiche di valutazione che implicano la minaccia, la tipologia di stimolo, l’età della vittima, l’intensità e la tipicità dei morsi.

Questi elementi, valutati in base a coefficienti specifici, permettono di indicare il livello di pericolosità dell’aggressore, sapendo che il comportamento di aggressività si basa sul rapporto tra l’inibizione di chi aggredisce, la forza a disposizione e la predisposizione latente a essere aggressivi.

Al contrario, nelle azioni predatorie non vi è traccia di questi elementi: il predatore deve agire come tale a scapito della vittima perché quest’ultima diventi fonte di nuova energia vitale, e questo esclude che vi possa essere aggressività nei confronti di una potenziale garanzia di sopravvivenza.

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3. Entrano in gioco aree diverse

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A conferma di quanto appena espresso è importante sapere che gli studi sui comportamenti di aggressione e di predazione hanno evidenziato come le parti del cervello coinvolte in queste azioni siano del tutto differenti.

In particolare, l’esecuzione di azioni aggressive attiva l’ipotalamo ventromediale mentre lo svolgimento di un’attività di caccia “accende” l’ipotalamo laterale.

Ancora, in termini emozionali l’agire aggressivo porta in sé uno stato di collera e, in alcuni casi, di successiva prostrazione. Diversamente, il compimento di azioni di caccia coinvolge le emozioni di gioia e di curiosità, senza produrre rabbia o paura.

Per un canide cacciare vuol anche dire testare le proprie capacità atletiche, stabilendo la migliore strategia per raggiungere l’obiettivo e coinvolgendo perciò le attività cerebrali del ragionamento e della memoria.

La preda, inoltre, diventa “vittima” senza essere identificabile dall’aggredito. Parleremo, in altre parole, di due differenti espressioni istintive: una preposta alla difesa di se stessi e l’altra votata a garantire la sopravvivenza.

Buona parte delle razze canine che ci circondano è stata selezionata proprio sulla base del comportamento di predazione. Infatti, la formazione di ceppi morfologici e caratteriali omogenei si è verificata in relazione alle mansioni cui gli stessi componenti erano stati sottoposti.

Vi erano, già nella notte dei tempi, cani votati a condurre e/o proteggere gli armenti, altri preposti a segnalare la presenza delle prede con il solo fermarsi, altri specializzati nel recupero e riporto di quanto cacciato, altri ancora eccellenti nell’inseguimento tramite l’olfatto.

Tali specializzazioni, denominabili come “pattern motore”, furono poi mantenute e trasmesse alle generazioni successive secondo un rigido protocollo di selezione.

Le singole razze che oggi conosciamo sarebbero poi divenute l’anello finale di questa procedura selettiva, ognuna di esse specializzata in azioni coincidenti con una particolare fase del comportamento di predazione.

Abbiamo così, oggi, gruppi di razze votate allo svolgimento di mansioni specialistiche e, in quanto tali, non portatori dell’intera gamma predatoria. Si pensi ai cani riportatori, a quelli da cerca o da ferma: si tratta di differenti razze da caccia votate al compimento di azioni specifiche e a tale fine selezionate per obiettivi altrettanto precisi.

Del resto, anche nell’ambito dei cani di tipo più o meno “lupoide” vi sono soggetti preposti alla conduzione delle greggi che, in base alla razza di appartenenza, svolgono tale mansione in modo differente.

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4. I cani da caccia. Sono tuttora la maggioranza

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A riprova del fatto che la nostra specie si è dedicata con grande impegno e fin dall’antichità alla selezione del cane da caccia differenziandone le abilità in modo estremamente variegato, basta osservare l’elenco delle razze riconosciute dalla Federazione Cinologica Internazionale e quindi anche dall’Enci.

Su dieci gruppi ben cinque (gruppo 4, gruppo 6, gruppo 7, gruppo 8 e gruppo 10) sono costituiti esclusivamente da cani da caccia, mentre altre razze utilizzate anche per questi compiti le troviamo nel gruppo 5 e nel gruppo 3.

Le specializzazioni di queste numerose razze coprono praticamente ogni tipo di esigenza venatoria, su qualsiasi territorio e per ogni tipo di preda. In altre parole, ciascuno di questi cani svolge un’attività di predazione, più o meno limitata, di tipo specialistico.

Se poi pensiamo al fatto che in ogni angolo del mondo esistono tante altre razze da caccia non riconosciute dalla Fci ma da altre associazioni oppure mai sottoposte a riconoscimento, capiamo quanto l’istinto predatorio del cane sia apprezzato dalla nostra specie.

La maggior parte dei cani da caccia è stata selezionata per non spingere la sequenza predatoria fino all'uccisione, lasciando questo compito al membro umano del team. Ma ci sono anche razze che, invece, possiedono l’intero compendio predatorio e ciò a prescindere da una possibile necessità di consumazione.

Proseguendo nella scala evolutiva, le razze dei Bassotti, quelle dei Terrier e a volte anche quelle dei Segugi prevedono il raggiungimento della preda e la sua eventuale uccisione.

E non dimentichiamo i levrieri, cacciatori “a vista” per eccellenza: dinanzi al muoversi di un qualcosa di interessante galopperanno a velocità incredibile fino a raggiungere la preda e assestarle un morso potenzialmente letale.

In relazione anche alle caratteristiche predatorie è stata poi formulata la teoria della “neotenia”, fondata sulla correlazione tra i diversi ceppi di cane domestico e i periodi di sviluppo del lupo.

Infine, un collegamento tra capacità predatorie e tipologia di razza lo possiamo trovare anche nella “cinognostica”, la scienza dedicata allo studio delle caratteristiche morfo-funzionali del cane domestico.

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5. Una necessità soddisfatta dagli sport

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Nell'immaginaria "piramide dei bisogni” del nostro amico, il comportamento di predazione si trova al terzo livello, successivamente ai bisogni di sopravvivenza e a quelli di sicurezza.

Assolti gli elementi correlati al rimanere in vita, quali il cibo, l’acqua, la salute e il sonno, e garantita la possibilità di trovare un luogo ove sentirsi sufficientemente protetto, il cane evidenzia la necessità di attivare i numerosi comportamenti istintivi, primo tra tutti quello di predare.

Trattandosi di un bisogno, e in quanto tale dev’essere soddisfatto, il “pattern predatorio” potrà essere manifestato attraverso azioni mirate e funzionali. Anche in tale ottica sono sorti numerosi sport cinofili, ognuno dei quali può garantire l’esecuzione dei differenti “schemi motore” della predazione.

Nell’utilità e difesa, la seguita della pista e il morso sulla manica del figurante richiamano l’inseguimento della preda e l’attacco, mentre nell’Agility il muoversi velocemente lungo un percorso fatto di salti, palizzate, bascule e passerelle rievoca il districarsi in boschi immaginari in direzione di un obiettivo “ipotetico”.

Nel Retrieving, lo scovare e il riportare appositi riportelli in tela vuol dire dilettarsi nel cacciare finti volatili, e anche la ricerca dei dispersi, a scopo civile o ludico, consiste nel voler ritrovare una possibile preda nascosta chissà dove.

Esistono poi prove più naturali, come lo Sheepdog, la conduzione sportiva delle greggi, e le effettive gare di caccia.

Non tutti lo sanno ma lo scopo originario di molti sport cinofili è individuare i soggetti maggiormente inclini a esprimere la cosiddetta “memoria di razza”, consentendo così la definizione di accoppiamenti diretti a trasmettere i geni alle generazione successive.

Trattandosi di "caratteri innati", saranno trasmessi nei discendenti, selezionando ulteriori soggetti predisposti a determinati compiti.

Per garantire un minimo appagamento del predatorio senza dedicarsi ad attività cinofile specifiche, l’impiego di palline, trecce da mordere o frisbee da lanciare (non in ambito di Disc Dog ma a scopo ludico) può bastare, in alcuni casi, in altri invece no: dipende dal singolo individuo.

Comunque sia, sarà indispensabile programmare il “piacere predatorio” quotidiano nel rispetto delle capacità psicofisiche di ogni individuo, calcolando età, esperienza, salute e morfologia di chi abbiamo a fianco.

Rispettati questi parametri, la simulazione di una possibile predazione diverrà un eccellente strumento di appagamento a lungo termine... cane felice!








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