La dinastia Kim: i feroci dittatori della Corea del Nord

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La dinastia Kim: i feroci dittatori della Corea del Nord BEST5.IT 2019-06-26 22:46:32
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A capo di uno dei regimi assolutisti più chiusi del mondo, da tre generazioni la famiglia dei Kim è padrona della Corea del Nord.

Una dinastia arrivata al terzo successore senza alcuna legittimazione, né divina, come avveniva nel Medioevo, né popolare, ma che da settant’anni governa il Paese sulla base dei presunti meriti che la propaganda le attribuisce.

Ha condannato la Corea del Nord all’isolamento, ridotto gran parte della popolazione alla fame e negato ogni libertà di espressione.

Scopriamo insieme chi sono i protagonisti della dinastia Kim che da tre generazioni tiene in pugno il Paese senza alcuna legittimazione, ma soltanto sulla base di repressione e propaganda.

 

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1. Come una divinità

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Il capostipite Kim Il-sung ha fatto ancora di peggio: sotto di lui, questo piccolo stato ha rischiato il trascinare il mondo in una Terza Guerra Mondiale.

Kim Il-sung ha dominato incontrastato per quasi mezzo secolo.

In teoria è tuttora il presidente della Corea del Nord, anche se è morto nel 1994: la Costituzione lo ha immortalato in questo ruolo, come pure in quello di “eterno” segretario generale del partito nonché generalissimo dell’esercito.

Noto in vita come il “grande leader”, Kim Il-sung seppe fondare sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale una nazione autonoma e temuta. Kim Sung-ju, questo il suo vero nome, vide la luce nel 1912 in Siberia.

La sua prima lingua era dunque il russo. Secondo la biografia ufficiale, riportata in tutti i libri scolastici, invece, il “grande leader” sarebbe nato in un villaggio vicino alla capitale, Pyongyang, tutt’oggi meta di pellegrinaggi.

Sulla sua figura la propaganda costruì un’iconografia che produsse un culto della personalità al limite dell’idolatria. Al centro della capitale gli fu innalzata una statua colossale, mentre furono sparsi ovunque i suoi ritratti.

Il giorno della sua nascita venne proclamato festa nazionale e con i suoi “cimeli” personali fu riempito un museo di cento stanze, mentre in un altro, immenso palazzo vennero esposti gli omaggi ricevuti da diversi capi di stato, come i vagoni ferroviari di Stalin e di Mao.

In tutto, si contano regali di 130 Paesi, come indica un pannello sul quale tutte le vie del mondo portano a Pyongyang, novella caput mundi.

Per sé Kim Il-sung costruì una residenza degna di un imperatore, rivestita di marmo, con lampadari a più di duecento luci e chilometri di tappeti a ricoprire saloni e corridoi.

L’altra faccia del lusso ostentato e dei grotteschi eccessi erano le misere condizioni in cui versava gran parte della popolazione, anche a causa delle ingenti spese militari.

Queste rispondevano a due obiettivi: accrescere il peso della nazione in politica estera e prepararla a una guerra per conquistare l’altra metà della Penisola coreana, ovvero la Corea del Sud.

Guerra che Kim Il-sung scatenò nel 1950, due anni dopo aver assunto il potere. L’attacco provocò l’intervento dell’ONU (che mise in campo una forza multinazionale guidata dagli USA) ma anche quelli dell’URSS e della Cina.

Il rischio di una nuova guerra mondiale era enorme, come quello di un’ecatombe a causa delle armi nucleari di cui si erano dotati i contendenti.

Dopo continui rovesciamenti di fronte, la guerra che per tre anni aveva tenuto il mondo col fiato sospeso si risolse in un nulla di fatto, riportando il confine dov’era prima e lasciando dietro di sé quasi tre milioni fra morti, feriti e dispersi, di cui metà civili.

Nella foto sotto, il capostipite Kim Il-sung (a sinistra) insieme al figlio ed erede Kim Jong-il (a destra).

 

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2. Un Paese alla fame

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Le (vane) ambizioni di Kim Il-sung costarono al suo popolo l’isolamento internazionale, l’arretratezza dell’economia, conti pubblici prossimi alla bancarotta e ripetute carestie, che falciarono migliaia di vittime.

Fu questa l’eredità lasciata al successore, il figlio primogenito avuto dalla prima moglie: Kim Jong-il, designato in via ufficiale nel 1980.

Il “grande leader” morì per un attacco cardiaco nel 1994. Ai funerali parteciparono migliaia di persone in lacrime che invocavano il suo nome. Nel frattempo, il comunismo era crollato in Europa e in Russia.

Ma non in Corea del Nord, dove “Kim II” guidava il Paese come un sovrano assoluto, anche se formalmente era solo segretario del partito e membro di un triumvirato. Neppure Kim Jong-il era nato in Corea: venne al mondo nel 1941 in un campo militare in Siberia.

Anche nel suo caso, le biografie ufficiali negano questa circostanza, precisando che la nascita sarebbe stata accompagnata da eventi prodigiosi, come la comparsa di un doppio arcobaleno e di una nuova stella nel cielo.

Dopo una giovinezza vissuta nel lusso più sfrenato, continuò a soddisfare i suoi capricci servendosi delle poche ambasciate di Pyongyang all’estero come “centri acquisti” per le sue passioni, dalle escort ai film (possedeva più di 20.000 videocassette).

Il cinema era per Kim Jong-il una fissazione: arrivò a rapire un regista sudcoreano e la moglie, attrice, per costringerli a fondare una seconda Bollywood in Corea del Nord.

Kim junior si dedicò a ogni ambito di governo, dalle arti alla ricerca scientifica, dalla produzione industriale, dove si piccava di introdurre le innovazioni che riteneva necessarie, fino alle forze armate: assunse la carica di comandante supremo pur non avendo mai svolto il servizio militare.

Per distinguerlo dal padre fu appellato il “caro leader”: i media compiacenti lo celebravano come campione sportivo, musicista, compositore, poeta, paragonandolo persino a Leonardo da Vinci.

Dopo la sua morte, nel 2011, fu innalzata la sua statua accanto a quella del padre. Eppure, di grande Kim Jong-il fece ben poco.

Sarebbe stato lui a ordinare di attaccare esponenti del governo sudcoreano in visita in Birmania, provocando la morte di quattro persone, e di collocare una bomba su un aereo sudcoreano, che costò la vita a tutti i 115 passeggeri.

Nella foto sotto, il capostipite Kim Il-sung (a sinistra) insieme al figlio ed erede Kim Jong-il (a destra).

 

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3. Costantemente minaccioso

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Kim Jong-un, il terzo dei Kim ora al potere, è soprannominato “piccolo generale”.

Avrebbe studiato in Svizzera e all’università di Pyongyang; capo delle forze armate, non ha cambiato di una virgola il modo di esercitare il potere.

Le denunce di violazioni dei diritti umani si sprecano, come gli aneddoti su di lui.

Si sarebbe spinto a indicare ai cittadini come vestirsi – banditi gli abiti con scritte in inglese e i pantaloni per le donne – e come acconciarsi, osteggiando i capelli lunghi perché danneggerebbero il cervello.

Più serie le iniziative militari con ripetuti esperimenti nucleari e provocazioni agli USA e per preservare il potere.

In quest’ambito rientra l’eliminazione di uno zio, viceministro della sicurezza, accusato di aver organizzato un golpe, giustiziato con un lanciafiamme o dato in pasto a cani.

Anche il fratellastro Kim Jong-nam è stato ucciso nel 2017 in Malesia con un agente nervino. Nessuno deve minacciare il potere del “piccolo generale” che, sposato con una cantante, avrebbe almeno due figli, di cui uno maschio: sarà lui Kim IV? Nella foto sotto, Kim Jong-un.

 

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4. L'arsenale nucleare di Pyongyang

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Dall’ascesa al potere di Kim Il-sung, la Corea del Nord ha investito enormi somme di denaro per la produzione di armamenti e per le forze armate, destinandovi più del 15 per cento del prodotto interno lordo (negli USA è meno del 4, in Italia circa l’1).

L’esercito è uno dei più grandi del mondo, con oltre un milione di soldati in servizio attivo.

I test nucleari e i ripetuti lanci di missili a medio e lungo raggio hanno indotto le Nazioni Unite a emanare sanzioni economiche nei confronti di Pyongyang, ma ciò non le ha impedito di sviluppare il suo programma nucleare civile, avviato negli anni 60 con la collaborazione dell’URSS, e militare, intrapreso nel 1980.

Oggi la Corea del Nord possiede migliaia di missili, compresi vettori balistici intercontinentali in grado di raggiungere ogni punto degli USA, armi chimiche e batteriologiche e fra le 15 e le 60 bombe nucleari.

La Corea del Nord è un immenso lager fuori dal mondo in quanto i cittadini non hanno contatti con l’esterno e ogni notizia sgradita al regime viene censurata; non esiste libertà di pensiero né di religione.

Nell’ultimo rapporto annuale di Amnesty International si legge che nei campi di prigionia politica sono detenute 120.000 persone, sottoposte a lavori forzati, maltrattamenti e torture.

Anche i cittadini stranieri possono essere arrestati e detenuti per lunghi periodi. I lavoratori nordcoreani all’estero, invece, sono strettamente controllati e i loro salari vengono pagati dal governo, che ne trattiene larghe quote.

Pur di lasciare il Paese, c’è chi ricorre ai trafficanti di esseri umani, ma quanti vengono rimandati forzatamente in patria finiscono ai lavori forzati o sono torturati.

 

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5. Perché il confine tra le due Coree è al 38° parallelo?

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La divisione della Penisola coreana in due stati è un’eredità della Seconda Guerra Mondiale.

Al ritiro dei giapponesi, nel 1945, seguì l’occupazione dei sovietici a nord, fino al 38° parallelo, e degli americani al di sotto.

La divisione coincise con il punto di incontro tra i due eserciti, uniti nella lotta contro l’Asse (Germania, Italia e Giappone, cioè le nazioni che parteciparono al conflitto mondiale contro gli Alleati) e in attesa della riunificazione della penisola in un unico stato.

Ma la crescente rivalità tra USA e URSS e l’esplodere della guerra fredda congelarono la situazione. Così in Corea si insediarono un governo comunista filorusso a nord e uno nazionalista filoamericano a sud.

Il ritiro degli eserciti vincitori fece precipitare gli eventi, generando repressioni interne e scontri di confine sempre più accesi, fino a quando l’esercito del Nord invase la metà meridionale.

La guerra si concluse con un armistizio che rifissava la demarcazione al 38° parallelo. La tensione è tornata a salire nel 2009, quando Pyongyang si è dichiarata fuori dall’armistizio.

Nel 2018, la svolta: i capi di stato delle due Coree hanno aperto negoziati per un trattato di pace e per la denuclearizzazione dell’intera penisola.

Pochi mesi dopo, in giugno, Kim Jong-un ha incontrato il presidente americano Trump. E sul 38° parallelo, finalmente, sono soffiati venti di pace.

Nella foto sotto, il capo della Corea del Nord, Kim Jong-un, e il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, durante il loro incontro definito storico, vicino alla località di Panmunjom, al confine tra le due Coree, nel 2018.

 

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