La talpa: una vera forza della natura

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La talpa: una vera forza della natura BEST5.IT 2017-11-23 07:10:33
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L’eterocefalo glabro (Heterocephalus glaber) è sicuramente uno tra i mammiferi più atipici oggi esistenti sul nostro pianeta.

Chiamato anche “talpa senza pelo”, è un roditore del centro Africa (Etiopia, Kenia, Somalia) che vive in colonie sotterranee.

L’eterocefalo glabro o talpa senza pelo è un roditore ed è un caso unico fra i mammiferi poiché è un animale a sangue freddo.

Non può regolare la sua temperatura corporea e per sopravvivere necessita di un ambiente con una temperatura costante.

Inoltre è un animale estremamente longevo in rapporto alle dimensioni (si stima possa superare agevolmente i 23-25 anni di età, quando, per raffronto, un ratto non supera i 2-3 anni).

Piccolo ma potentissimo… Grossi denti e zampe robuste: è con questi attrezzi che l’eterocefalo glabro scava i suoi tunnel.

Non fatevi ingannare dal suo aspetto… poco attraente: in realtà questo roditore è una vera forza della natura! Scopriamolo insieme!

Carta d’identità
Nome comune: Eterocefalo glabro
Nome scientifico: Heterocephalus glaber
Altri nomi: talpa senza pelo, ratto talpa nudo
Peso: 35 g
Dimensioni: lunghezza 12 cm
Dove vive: nord del Kenia, Somalia, Etiopia
Segni particolari: senza pelo, denti sporgenti, occhi socchiusi
Habitat: colonie sotterranee nella savana arida
Cosa mangia: tuberi, bulbi, radici, insetti.

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1. Tutti al servizio della regina

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Con i lunghi denti sporgenti, gli occhi quasi serrati, la pelle rosa raggrinzita e senza pelo, non è un granché a livello estetico, ma questo piccolo roditore è davvero sorprendente.

È l’unico mammifero al mondo che ha una regina, squadre di operai e nutrici come termiti, api e altri insetti “eusociali”, che cioè si organizzano nell’interesse della comunità.

È l’eterocefalo glabro (Heterocephalus glaber): lungo solo 12 cm, vive sotto terra, a mezzo metro di profondità, nelle savane del nord del Kenia, dell’Etiopia e della Somalia.

Forma comunità di 70-80 individui, che possono arrivare a 300, scava reti di gallerie alla ricerca di tuberi, radici e bulbi (o, se serve, vermi e insetti), usa i denti come picconi e le zampe come pale.

In questa incredibile comunità di mammiferi in scala ridotta, troneggia una regina grande il doppio dei suoi sudditi.

Nella sua “camera centrale” sotterranea lei dispone di un harem di tre maschi con cui si accoppia in continuazione, mentre gli altri lavorano: partorisce anche 20 piccoli alla volta, con un ritmo di cinque parti all’anno.

Il risultato è una colonia in cui sono tutti parenti, quasi sempre figli e figlie della regina, organizzati in una società ordinata in cui tutti sono motivati dall’interesse comune di mantenere la colonia per portare nel futuro i propri geni.

Un esempio, insomma, di disciplinata cooperazione fra parenti, nella quale i compiti lavorativi vengono divisi senza distinzione di sesso: ci sono eterocefali sentinelle, minatori, trasportatori di cibo, nutrici della regina e dei piccoli, eletti dell’harem.

Questi ultimi, però, cambiano dopo un certo tempo,a discrezione della regina, perché servono energie fresche e variabilità genetica per rafforzare la discendenza.

2. Campioni di longevità

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Le ricerche sugli eterocefali hanno portato ad altre scoperte sorprendenti.

Prima di tutto sulla loro longevità: vivono circa 25 anni, cioè molto più di altri roditori, soprattutto quelli di piccola taglia che vivono in media due-tre anni.

Due ricercatori, dell’Università di New York, Scott Williams e Milena Shattuck, comparando centinaia di specie di mammiferi, hanno confermato che in genere quelli più piccoli vivono meno di quelli più grossi, ma chi sta sottoterra ha un “bonus” di longevità.

Ancor più se si è altamente cooperativi, come gli eterocefali. Williams e Shattuk hanno quindi concluso che la vita fra i mammiferi dura più a lungo anche in rapporto al grado di socialità e al numero dei compagni di una comunità.

Il gruppo, insomma, offre protezione, ma per funzionare deve garantire un numero di individui ottimale che gli eterocefali mantengono con una vita individuale più lunga.

Per quanto la regina si sforzi di procreare, infatti, le nuove nascite non potrebbero compensare una mortalità più precoce, visto che le altre femmine non fanno figli per “motivi di lavoro”.

Quando la regina degli eterocefali muore, si scatena una competizione fra le operaie più prossime a lei per la conquista della successione. E così ha inizio un altro lungo mandato.

3. Insensibili al dolore

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Ma come fanno gli eterocefali a vivere tanto?

I loro tessuti cellulari, come hanno accertato i ricercatori del Trinity College di Dublino, sono stabili e poco soggetti a stress ossidativi.

Proteine specializzate, all’interno dei tessuti, aiutano a prevenire l’invecchiamento e il cancro.

Un gene, denominato P3, blocca lo sviluppo di eventuali tumori.

In aggiunta a questi meccanismi, gli eterocefali possono resistere alla fame per molti giorni e hanno una bassa temperatura corporea per risparmiare energia.

Praticamente sono a sangue freddo, ma riescono a sopravvivere grazie alla temperatura stabile (circa 30 °C) delle camere e delle gallerie sotterranee in cui trascorrono il loro tempo.

Inoltre hanno una bella “pellaccia” e sono praticamente immuni alla sensazione del dolore: quando si graffiano o si feriscono non sentono nulla, e vanno avanti imperterriti a lavorare.

4. In "apnea" sottoterra

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Inoltre, gli eterocefali non corrono il rischio di morire per asfissia nella loro incessante attività di minatori.

Possono resistere 18 minuti in completa mancanza di ossigeno (caso unico nel mondo animale), mentre in un essere umano dopo un paio di minuti inizia la morte cerebrale.

Questo insieme di meccanismi “salvavita” che caratterizza gli eterocefali potrebbe essere molto importante per la ricerca clinica, e per questo è oggetto di studio di un gruppo di ricercatori del Max Delbrück Centrum di Berlino per la medicina molecolare e dell’Università dell’Illinois a Chicago.

In tutti gli altri mammiferi, se le cellule cerebrali sono carenti di ossigeno, non riescono più a sfruttare la loro fonte di energia, il glucosio, perché si blocca il metabolismo di questo zucchero, e quindi muoiono.

Si è scoperto che gli eterocefali, analogamente alle piante, in assenza di ossigeno liberano invece nei tessuti il fruttosio, come “carburante” alternativo delle cellule cerebrali.

5. Una speranza per l'uomo

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Altri mammiferi, in realtà, possono liberare fruttosio, ma solo in organi come fegato e intestino, mai nel cervello.

In laboratorio si è visto che i battiti cardiaci degli eterocefali in assenza di ossigeno scendono da 200 a 50 al minuto, mentre le altre attività vitali restano come “sospese” per tornare alla normalità nel momento in cui si ha di nuovo ossigeno a disposizione.

Dato che nelle gallerie, lunghe anche centinaia di metri, l’aria è poca e vi è un grande affollamento, spesso gli eterocefali (già in difficoltà a causa dei loro polmoni in proporzione molto piccoli) devono affrontare situazioni di ipossia, cioè di scarsità di ossigeno, che può scendere a una percentuale del 5% (normalmente nella composizione dell’aria rappresenta il 20,9% del totale).

Con il “trucco” del fruttosio riescono a sopravvivere in queste condizioni addirittura per cinque ore, mentre un topo morirebbe nel giro di un quarto d’ora.

I ricercatori ritengono quindi che una migliore comprensione di come gli eterocefali riescano a cambiare “carburante” per le cellule, possa essere molto utile per gli esseri umani.

«Questi roditori sono riusciti a riadattare alcuni elementi costitutivi del metabolismo di base» dice Thomas Park, uno degli autori dello studio.

«Per esempio nell’uomo, in caso di ictus o di un attacco cardiaco, se si interrompe il flusso di ossigeno al cervello, le cellule cerebrali cominciano a morire nel giro di pochi minuti.
Al contrario, se potessimo utilizzare anche noi il fruttosio, come avviene nell’eterocefalo, potremmo far aumentare in modo significativo quel lasso di tempo, salvando molte vite».



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