La Terra dopo gli umani

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La Terra dopo gli umani BEST5.IT 2017-11-20 07:47:51
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Stiamo vivendo la fase iniziale di una nuova era per il nostro Pianeta: l’Antropocene.

Gli umani con le loro attività, dall’accensione di fuochi alla pratica dell’agricoltura, hanno sempre modificato aspetti dell’ambiente circostante.

Ma gli effetti di Homo sapiens sulla Terra hanno raggiunto oggi livelli tali da definire anche la nostra stessa epoca geologica.

Dall’inquinamento degli strati superiori dell’atmosfera fino ai frammenti di plastica disseminati nelle profondità oceaniche, è quasi impossibile trovare un luogo, nel nostro mondo, che l’Umanità non abbia in qualche misura raggiunto.

Ora, si profilano nuvole nere all’orizzonte: è noto che ben oltre il 99 per cento di tutte le specie terrestri mai esistite si è estinto, soprattutto a causa di cataclismi analoghi a quello che ha spazzato via i dinosauri.

L’Umanità non ha mai dovuto affrontare un evento di tale portata: ma prima o poi, una catastrofe simile accadrà. Le minacce alla sopravvivenza della nostra specie sono tante: dall’impatto di un asteroide ai cambiamenti climatici, fino a un conflitto nucleare.

Se scomparissimo domani, che cosa accadrebbe? E in quali condizioni lasceremmo il Pianeta? Scopriamolo insieme!

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1. La fine è vicina

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Gli scienziati non si chiedono “se”, ma “quando” si estinguerà la nostra specie: alcuni, poi, ritengono che accadrà in tempi relativamente brevi.

Nel 2010, l’eminente virologo australiano Frank Fenner ha dichiarato che gli umani, probabilmente, scompariranno nel corso del prossimo secolo a causa della sovrappopolazione, del degrado ambientale e dei cambiamenti climatici.

Naturalmente, senza di noi, la Terra continuerà a vivere: le nostre metropoli saranno distrutte, i campi verranno sommersi dalla vegetazione spontanea e i ponti crolleranno.

“La natura finirà per riappropriarsi di tutto: seppellirà ciò che non riuscirà a distruggere”, sostiene Alan Weisman, autore, nel 2007, del saggio Il mondo senza di noi, che ipotizza che cosa accadrebbe al nostro Pianeta se gli umani cessassero di esistere.

In un futuro non troppo lontano, tutto ciò che resterà di noi sarà una memoria fossile rappresentata da un sottile strato di plastica, isotopi radioattivi e ossa di pollo (macelliamo ogni anno 60 miliardi di questi animali). Ne è prova l’aspetto delle aree del Globo che siamo già stati costretti ad abbandonare.

In Ucraina, nella zona di alienazione che circonda Chernobyl (una fascia larga 30 chilometri, massicciamente contaminata in seguito alla fusione del nocciolo del reattore nucleare, nel 1986), piante e animali oggi prosperano come non mai.

Uno studio condotto nel 2015, finanziato dal NERC (Consiglio di Ricerca Ambientale Naturale), ha riscontrato localmente una “abbondante presenza di flora e fauna selvatiche”: questa osservazione suggerisce che l’uomo rappresenta per l’ambiente una minaccia addirittura peggiore di un’esposizione trentennale a radiazioni permanenti.

La velocità con la quale la natura si riappropria del paesaggio dipende molto dalle condizioni climatiche: nelle zone desertiche del Medio Oriente sono ancora visibili rovine risalenti a migliaia di anni fa, mentre lo stesso non può dirsi di città di poche centinaia di anni, costruite nelle selve tropicali.

Nel 1542, quando gli europei giunsero per la prima volta nelle foreste pluviali brasiliane, descrissero grandi agglomerati urbani, strade e campi lungo le rive dei principali fiumi. Dopo che la popolazione fu decimata dalle malattie portate dagli stessi esploratori, tuttavia, queste città vennero rapidamente riassorbite dalla giungla. 

La deforestazione e le tecniche di rilevamento a distanza, oggi, ci danno un’idea piuttosto precisa di ciò che è accaduto in passato e potrebbe ripetersi: le rovine di Las Vegas resisteranno molto più a lungo di quelle di Mumbai.

Le specie vegetali e animali che hanno stretto relazioni stabili con gli umani saranno quelle più a rischio, dopo la nostra scomparsa. Le colture che oggi sfamano il mondo, grazie all’uso regolare di pesticidi e fertilizzanti, verrebbero rapidamente sostituite dai loro precursori.

“Soccomberanno in tempi brevi”, conferma Weisman. “Le carote cederanno il posto alla loro variante selvatica, Daucus carota; il mais potrebbe regredire in teosinti come la specie Zea mays originaria, che formava spighe non molto più grandi di quelle del frumento”.

L’improvvisa sospensione dell’uso di pesticidi farà esplodere, inoltre, le popolazioni di insetti; questi animali sono mobili, si riproducono a ritmi elevati e sopravvivono praticamente in qualsiasi ambiente. Ciò li rende una classe altamente resistente, anche quando gli umani tentano con ogni mezzo di sopprimerli.

“Sono soggetti a rapide mutazioni e si adattano più velocemente di ogni altra forma di vita del Pianeta, a eccezione forse dei microbi”, spiega il saggista. “Qualunque cosa abbia un aspetto appetibile, finirà divorata dagli insetti”.

La proliferazione di questi organismi, a sua volta, sosterrà la crescita di altre specie che di essi si cibano: uccelli, roditori, lucertole, pipistrelli e ragni, e successivamente, la diffusione di altre ancora, che predano questi ultimi animali e così via, lungo tutta la catena alimentare.

A un certo punto, però, la progressione si invertirà: popolazioni numericamente così rilevanti non saranno sostenibili a lungo termine, una volta consumate tutte le scorte di cibo lasciate dagli umani.

L’impatto della nostra scomparsa sugli equilibri alimentari avrà ripercussioni per un centinaio di anni, finché si instaureranno nuove relazioni tra specie.

Alcune varietà selvatiche di bovini e ovini potranno sopravvivere, ma questi mammiferi, per la maggior parte, si sono ormai adattati a uno stile di vita protetto e non sono più in grado di procurarsi autonomamente il cibo: moriranno perciò in massa.

“Credo che finiranno preda di carnivori selvatici o inselvatichiti, che invece prospereranno”, ipotizza Weisman. Tra quei carnivori predatori ritroveremo i nostri animali d’affezione, più facilmente gatti che cani: “Su questi ultimi, i lupi rivendicheranno in fretta il loro predominio”, sostiene l’autore.

“I gatti, invece, sono una specie non nativa di grande successo in tutto il mondo: si diffondono rapidamente ovunque”. Si ripeterà la storia evolutiva e torneranno a svilupparsi specie più “intelligenti”? A questa domanda non è facile rispondere.

Secondo una teoria, l’evoluzione delle funzioni cognitive è spiegabile con il fatto che i nostri primi antenati se ne erano serviti per sopravvivere a cataclismi ambientali.

Un’altra sostiene invece che l’intelligenza sia utile agli individui per sopravvivere e riprodursi in gruppi sociali numerosi; una terza, poi, definisce le facoltà mentali superiori un semplice indicatore della presenza di geni sani.

Tutti e tre questi possibili scenari potrebbero condurre, in maniera plausibile, al predominio di una nuova specie in un mondo post-umano.

“Dopo il nostro, il cervello più grande rispetto al peso corporeo è, nei primati, quello dei babbuini: sono loro, dunque, i più probabili candidati a raggiungere il vertice del percorso evolutivo”, spiega Weisman.

“Vivono nelle foreste, ma hanno imparato a spingersi ai loro margini: riescono con successo a procurarsi il cibo nella savana, e sanno come organizzarsi in gruppi per combattere i predatori.

I babbuini sono in grado di compiere il salto evolutivo che a suo tempo abbiamo fatto noi; ma perché dovrebbero? Al momento, conducono una vita estremamente soddisfacente”.

2. Un pianeta inquinato

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La catena di eventi in grado di spingere i babbuini fuori dalla loro “comfort zone” potrebbe essere innescata proprio dalla scomparsa degli umani.

Anche se cessassimo di esistere domani, occorrerebbero decine di migliaia di anni per ridurre a livelli preindustriali la quantità di gas serra che abbiamo rilasciato nell’atmosfera.

Alcuni scienziati ritengono che, soprattutto ai Poli, abbiamo già oltrepassato quel punto di non ritorno che determinerà un’accelerazione del cambiamento climatico, anche se non venisse più emessa neppure un’altra molecola di CO2.

Un altro elemento da considerare è la presenza di centrali nucleari: il disastro di Chernobyl ha insegnato che gli ecosistemi riescono a rinascere dopo una pesante esposizione a radiazioni.

Ma nel mondo esistono circa 450 reattori atomici che, non appena dovesse esaurirsi il combustibile dei generatori di emergenza che li mantengono raffreddati, avvierebbero la fusione del nocciolo.

Non c’è modo di sapere quale sarebbe l’impatto sulla vita del Pianeta dell’improvviso rilascio nell’atmosfera di un’enorme quantità di materiale radioattivo.

Le fonti inquinanti, peraltro, non mancano. I decenni successivi all’estinzione della nostra specie sarebbero caratterizzati da devastanti dispersioni di petrolio e sostanze chimiche, ed esplosioni di varia entità, tutte bombe a orologeria innescate da noi umani prima di scomparire.

Alcuni di tali eventi potrebbero provocare incendi che perdurerebbero per decenni: nel sottosuolo di Centralia, una cittadina della Pennsylvania (nella foto), un filone carbonifero brucia ormai almeno dal 1962 e ha richiesto l’evacuazione della popolazione locale e la demolizione dell’agglomerato urbano.

Oggi, la zona si presenta come una prateria punteggiata da strade asfaltate e pennacchi di fumo e monossido di carbonio che si levano dal terreno: la natura si è riappropriata di quello spazio.

3. Ultime tracce

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Non tutte le tracce dell’Umanità, però, svaniranno: alcune saranno visibili anche decine di milioni di anni dopo la nostra fine.

I microbi avranno il tempo di evolvere e consumare la plastica che abbiamo prodotto.

Strade e rovine di edifici saranno riconoscibili per millenni (le strutture edilizie dei Romani sono ancora perfettamente identificabili, dopo 2000 anni), finché non verranno sepolte o distrutte dalle forze naturali.

È rassicurante pensare che saranno proprio le opere d’arte a tramandare il ricordo della nostra permanenza sulla Terra: manufatti in ceramica, statue bronzee e monumenti come il monte Rushmore (con i volti di quattro presidenti degli Stati Uniti) diverranno il nostro lascito più durevole.

Ciò vale anche per le trasmissioni a distanza: gli abitanti del nostro Pianeta utilizzano ormai da oltre un secolo le onde elettromagnetiche per diffondere la propria cultura, e queste onde hanno ormai sconfinato nello Spazio.

A un centinaio di anni luce da noi, utilizzando un’antenna abbastanza potente, si potrebbero dunque captare le registrazioni delle arie operistiche che rappresentarono la prima radiotrasmissione pubblica, nel 1910.

Quelle onde persisteranno, in forma riconoscibile, per alcuni milioni di anni: si allontaneranno sempre più dalla Terra, fino a diventare talmente deboli da risultare indistinguibili dal rumore di fondo dello Spazio.

Ma c’è un prodotto umano che resisterà perfino più a lungo delle onde radio: la nostra flotta spaziale. Le sonde Voyager, lanciate nel 1977, stanno abbandonando rapidamente il Sistema Solare alla velocità di circa 60mila chilometri all’ora.

Se non incontreranno ostacoli, eventualità piuttosto improbabile lassù, sopravvivranno all’incontro fatale tra la Terra e un Sole che diventerà sempre più grande, tra 7,5 miliardi di anni. Saranno i veicoli spaziali, in moto perpetuo nell’oscurità celeste, l’eredità definitiva del genere umano.

4. Come potrebbe accadere l’estinzione di Homo sapiens?

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Ecco 6 ipotesi di estinzione di Homo sapiens:

  1. VIRUS SINTETICI
    Nella storia, virus naturali come il vaiolo, l’influenza, l’HIV e l’Ebola hanno già fatto milioni di vittime: non sorprende, dunque, che gli esperti vedano in un patogeno ingegnerizzato una delle maggiori minacce per la sopravvivenza degli umani.
    Il primo campione virale sintetico è stato creato nel 2002 e, con i genomi di oltre 3mila virus già disponibili in rete, potrebbe essere soltanto questione di tempo prima che uno di essi venga deliberatamente diffuso.
  2. CAMBIAMENTO CLIMATICO
    La velocità con la quale gli umani stanno modificando l’atmosfera terrestre non ha precedenti e se non rallenterà, avrà conseguenze terribili.
    Il Pianeta si sta surriscaldando: presto, vaste aree del globo non saranno più abitabili, determinando migrazioni di massa e relativi conflitti.
    I raccolti saranno via via insufficienti, gli oceani si svuoteranno di risorse ittiche: alla fine, non avremo nulla da mangiare e nessun posto dove vivere, e non sopravviveremo a lungo.
  3. ERUZIONE DI UN SUPERVULCANO
    L’eruzione di un supervulcano, come quello che si trova sotto il parco naturale di Yellowstone, potrebbe pompare nell’atmosfera ceneri in quantità sufficiente da oscurare il Sole.
    Sarebbe l’inizio di una nuova Era Glaciale, che comporterebbe l’estinzione di numerosissime specie.
    Senza energia solare, base di quasi tutti i processi naturali, gli umani avrebbero pochissime speranze di resistere.
  4. PREDOMINIO DELL’IA
    Gli esperti ritengono che tra pochi decenni, l’intelligenza artificiale (IA) sarà pari a quella umana.
    E non si fermerà: ben presto, gli automi ci supereranno, tanto che arriveremo a comprendere il loro pensiero entro i limiti in cui un cane, oggi, può comprendere il nostro.
    Il risultato potrà essere l’immortalità, se riusciremo a mantenere un controllo sugli obiettivi dei nostri “cugini” robotici; ma se ci sfuggiranno di mano, ci estingueremo.
  5. APOCALISSE NUCLEARE
    Il numero di Paesi mondiali dotati di armamenti atomici è in aumento.
    Qualsiasi scambio significativo di ostilità nucleari avrebbe un effetto analogo all’eruzione di un supervulcano: le ceneri nell’atmosfera non farebbero passare i raggi solari.
    Un inverno nucleare, associato agli effetti delle ricadute radioattive, darebbe origine a un mondo in cui, come ebbe a dire l’ex leader sovietico Nikita Krusciov, “i vivi invidieranno i morti”.
  6. RESISTENZA AGLI ANTIBIOTICI
    La scoperta della penicillina, nel 1928, cambiò il mondo: un’infezione non rappresentava più una condanna a morte, ma un inconveniente facilmente curabile.
    L’eccesso della prescrizione di antibiotici, però, associato alle pratiche dell’industria alimentare che prevedono la somministrazione di routine di questi farmaci ad animali sani negli allevamenti, hanno condotto alla proliferazione di superbatteri, oggi immuni anche alle nostre armi farmacologiche più potenti.

5. Che cosa accadrà dopo di noi

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  • 2 giorni
    Cessate le attività di pompaggio e la manutenzione attiva, i sotterranei della metropolitana di New York si allagano e diventano impraticabili
  • 7 giorni
    Il combustibile dei generatori di emergenza si esaurisce e le centrali nucleari non vengono più raffreddate. In tutto il mondo, circa 450 reattori atomici avviano la fusione del nocciolo.
  • 1 anno
    I pidocchi del capo e del corpo degli umani si estinguono, mentre le blatte abituate a città dal clima temperato muoiono congelate. Gli animali domestici e da allevamento soccombono in massa.
  • 3 anni
    Nelle regioni più fredde, le tubature cedono e allagano le città. Gli edifici perdono la propria solidità strutturale a causa del continuo alternarsi di espansioni e contrazioni dovute alla forte escursione termica.
  • 20 anni
    Il canale di Panama si richiude, congiungendo l’America Settentrionale e Meridionale. Molte colture commerciali scompaiono e vengono sostituite da varietà selvatiche.
  • 300 anni
    In tutto il mondo, crolla gran parte dei ponti artificiali. Le dighe si riempiono di terra e tracimano, spazzando via intere città. Le periferie urbane vengono fagocitate dalla vegetazione spontanea, le specie minacciate ne approfittano e tornano a prosperare.
  • 100.000 anni
    I livelli atmosferici di CO2 regrediscono a valori preindustriali. I microbi si evolvono e riescono a biodegradare la plastica. Le bombe al plutonio costruite durante l’Antropocene diventano inattive.
  • 10.000.000 anni
    Le sculture bronzee e in pietra, come i celebri volti scolpiti nel Monte Rushmore, sono ancora riconoscibili. La vita continua sulla Terra, ma in nuove e diverse forme.



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