La vera storia di Moby Dick

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La vera storia di Moby Dick BEST5.IT 2020-08-14 06:01:50
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Hermann Melville, autore del romanzo sulla grande balena bianca che affonda la nave del capitano Achab, non ha inventato niente.

La storia s’ispira infatti a un naufragio realmente accaduto: quello della baleniera Essex, speronata da un capodoglio e vittima con il suo equipaggio di un vero e proprio “film dell’orrore” nel 1820.

Ecco la vera storia di Moby Dick!

 

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1. Partenza il 12 agosto 1819

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La Essex era una baleniera di Nantucket, isoletta sabbiosa lunga una ventina di chilometri situata a nord di New York, il cui porto era famoso proprio per la flotta di questo tipo di navi, che ai primi dell’Ottocento si spingevano sui mari di tutto il mondo per cacciare balene, balenottere e capodogli.

Varata nel 1799, non era una grande imbarcazione: 27 metri di lunghezza, 7 di larghezza, 238 tonnellate. 21 persone di equipaggio, quasi tutte di Nantucket, tra cui due mozzi di 16 e 17 anni.

Era dotata di quatto baleniere sul ponte, ossia scialuppe per la caccia alle balene, lunghe 8,5 metri, più una di scorta smontata nella stiva.

La Essex salpò il 12 agosto 1819 agli ordini del capitano George Pollard, di appena 28 anni, che aveva come suo secondo Owen Chase (foto a sinistra).

Era stata appena sottoposta a un ciclo di grandi lavori ed era rifornita di viveri per due anni e mezzo, la duratadi un viaggio normale per le baleniere dell’epoca. La spedizione doveva svolgersi nel Pacifico meridionale, lungo le coste dell’America del Sud.

Il viaggio di avvicinamento fu lungo e difficile. Arrivò nella zona di caccia solo nel settembre 1820 e subito un marinaio disertò, approfittando di una sosta ad Acatames in Ecuador.

Inoltre, mentre si rifornivano alle Galapagos di tartarughe, alcuni marinai diedero fuoco per sbaglio alla isola Floreana, devastandola. Senza parlare della caccia, che andava male.

Fu allora che il capitano Pollard, incontrando altre baleniere e parlando con i loro capitani, si convinse dell’esistenza di una zona di caccia più promettente, per quanto assai lontana (si trovava quasi in mezzo all’Oceano Pacifico) e vi si diresse subito.

Nella foto sotto, la baleniera Essex. Varata nel 1799, era lunga 27 metri e larga 7 per 238 tonnellate con 21 persone di equipaggio.

 

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2. Il primo ed il secondo attacco

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Finalmente il 20 dicembre, in una giornata calma e soleggiata, alle otto del mattino venne avvistato un grande branco di capodogli.

Subito tre imbarcazioni vennero calate in acqua, ma quella di Chase fu danneggiata costringendolo a tornare a bordo per ripararla.

«La baleniera venne immediatamente issata a bordo», scrisse lo stesso Chase. «Dopo aver esaminato la falla decisi che avrei potuto rimetterla in sesto inchiodandoci sopra un pezzo di tela. La feci rovesciare sul ponte e mi accorsi di un grandissimo capodoglio lungo circa 85 piedi (circa 24 metri) a circa cento metri sopravvento di prua.
Se ne stava tranquillo, con la testa rivolta verso la nave. Soffiò due o tre volte, e scomparve. In meno di due o tre secondi venne su di nuovo, alla distanza di una nave, e ci venne direttamente contro, a 3 nodi di velocità. La nave stava andando più o meno alla stessa velocità. In un primo momento la sua apparizione e il suo comportamento non ci avevano messo in allarme; ma mentre stavo in piedi a guardarlo intanto che si avvicinava, ordinai al timoniere di mettere tutto il timone alla poggia con l’intenzione di passargli davanti.
Le parole mi erano appena uscite di bocca che lui ci venne addosso a tutta velocità colpendo la nave con il capo, appena davanti al pozzo delle catene. Lo scossone che ci diede fu così tremendo che quasi ci buttò tutti per terra. La nave si bloccò di colpo, come se avesse colpito uno scoglio, e tremò come una foglia per qualche secondo.
Noi ci guardammo l’un l’altro pieni di stupore. Passarono molti minuti prima che ci rendessimo conto di quanto era accaduto. Intanto il capodoglio passò sotto la nave, strisciando contro lo scafo, e venne a mettersi sottovento, rimanendo in superficie per un paio di minuti, apparentemente stordito per la violenza del colpo».

L’ufficiale si rese conto che l’animale aveva aperto una falla nello scafo e ordinò subito di mettersi alle pompe, mentre il ponte cominciava a inclinarsi verso prua. Chase aveva appena iniziato a organizzare l’abbandono della nave raccogliendo le scialuppe da calare in acqua, quando un uomo gridò: «Eccolo, sta tornando».

Scrive ancora Chase: «Mi voltai e lo vidi a circa cinquecento metri proprio di prua, mentre ci arrivava addosso a una velocità doppia del solito, furibondo. La testa era mezza fuori dall’acqua e in questo modo colpì la nave. Gridai al timoniere “Tutto alla puggia”, ma la nave aveva appena cominciato la manovra che subimmo il secondo colpo».

Questa volta i danni furono irreparabili. La nave continuò a sbandare su un fianco, lasciando a stento ai marinai il tempo di calare in mare le imbarcazioni di salvataggio. Nella foto sotto, la scena dell’attacco del capodoglio alla baleniera Essex tratta dal film del 2015 In the heart of the sea, diretto da Ron Howard.

 

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3. La nave cola a picco

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Il timoniere della baleniera del capitano fu il primo ad accorgersi che la nave era scomparsa: «Dio mio», aveva esclamato «dov’è la nave?».

Subito le imbarcazioni tornarono a forza di remi verso lo scafo della Essex.

«Noi stavamo nella baleniera», scrisse in seguito Chase, «a due lunghezze dal relitto, in silenzio, valutando la situazione».

Gli uomini tagliarono le sartie con le piccole accette in dotazione alla baleniera e la nave, che era sdraiata su un fianco, si raddrizzò. Il capitano salì a bordo e riuscì a prendere una altezza di sole per stabilire la posizione: 0°40 S, 119 O.

Sfondando il ponte i marinai riuscirono a recuperare 600 libbre di gallette, che si trovavano proprio al di sotto e non erano ancora state raggiunte dal mare, e circa 800 litri d’acqua dolce.

I viveri vennero distribuiti in parti uguali sulle tre baleniere: si calcolò che sarebbero bastati per 60 giorni. Vennero imbarcati anche alberi di fortuna e vele, per poter navigare senza remare.

Dove andare? La terra più vicina erano le isole Marchesi, a 2.400 chilometri di distanza: sarebbe stato come attraversare metà dell’Oceano Atlantico. Il capitano Pollard voleva andare lì, ma Chase e gli altri si opposero perché gli indigeni delle Marchesi avevano fama (erroneamente) di essere cannibali.

Perciò si decise di andare nella direzione opposta, verso le coste dell’America meridionale, distanti circa 4.200 chilometri.

Fu un errore fatale. Il viaggio fu molto più lungo perché le imbarcazioni non potevano risalire direttamente contro gli alisei di sud-est e dovettero dirigersi verso sud per oltre mille chilometri prima di imbattersi nei venti occidentali che li avrebbero portati uomini avvistarono terra: era l’isolotto di Herrison, un piccolo fazzoletto lungo appena 10 chilometri.

Le scialuppe avevano già percorso 2.800 chilometri. Gli uomini si rifocillarono con i granchi e i gabbiani, ma decisero nel giro di una settimana che le risorse dell’isola non sarebbero bastate a lungo: così lasciarono passare il Natale e subito ripresero il mare, senza tre marinai che preferirono restare lì.

 

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4. Il vero calvario

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Per gli altri iniziò il vero calvario. «Le nostre sofferenze in quei giorni eccedono ogni immaginazione», commentò Chase.

Volevano raggiungere l’isola di Pasqua ma sbagliarono la navigazione. Viveri e acqua scarseggiavano. Il 10 gennaio ci fu il primo morto, il 18 il secondo.

Le imbarcazioni furono separate da un colpo di vento. A bordo di quella di Chase l’8 febbraio morì il terzo e gli altri decisero di mangiarlo per sopravvivere.

Lo stesso Chase descrisse la scena: «Gli staccammo gli arti e poi tagliammo via la carne dalle ossa. Poi aprimmo il torace per prendere il cuore. Ricucimmo il tutto come meglio potemmo e affidammo il corpo al mare. 
Cominciammo dal cuore, che divorammo avidamente, e poi passammo alla carne, che mangiammo a piccoli pezzetti. Il resto lo tagliammo a striscioline che mettemmo a seccare al sole. Poi accendemmo un fuocherello e le arrostimmo, per mangiarle il giorno dopo»
.

Qualcosa di più terribile avvenne sulla baleniera di Pollard: finiti i viveri, fu estratto a sorte un uomo dell’equipaggio (il cugino diciassettenne di Pollard stesso), fu ucciso con un colpo di pistola e poi mangiato.

Sulla baleniera di Chase i due sopravvissuti si trascinarono ancora per una settimana. Poi, il 18 febbraio Owen fu scosso dal grido del compagno: «C’è una vela!». Era la baleniera Indian, a 7 miglia di distanza, che ben presto recuperò i naufraghi, senza viveri da tre giorni.

Il 23 dello stesso mese, 89 giorni dopo il naufragio, anche Pollard e l’unico compagno sopravvissuto vennero recuperati dalla baleniera Dauphin. Ormai erano quasi arrivati in vista della costa peruviana.

 

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5. Come si cacciavano le balene nell’ottocento

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Nell’Ottocento, prima della diffusione dei motori, la caccia alle balene veniva effettuata su piccole lance con lo scafo simmetrico, dette “baleniere”, lunghe fino a 9 metri, che ospitavano da 5 a 7 uomini.

Il timoniere, seguendo il “soffio”, ossia il getto di vapore emesso dai cetacei quando respirano a pelo d’acqua, cercava di indovinare dove la balena sarebbe riemersa.

Allora i rematori si sforzavano di portare l’imbarcazione il più vicino possibile all’animale e il fiociniere la colpiva.

La balena allora si immergeva e cercava di fuggire, trascinando con sé la barca e gli uomini in una folle corsa che poteva durare ore e in cui le imbarcazioni venivano trainate anche a 20 nodi (36 chilometri all’ora) tra nuvole di spruzzi.

In genere le megattere erano le più veloci, i capodogli i più resistenti e le balenottere le più pericolose perché si immergevano in profondità trascinando con sé le barche. I balenieri cercavano di approfittare di ogni riemersione per colpire ulteriormente la preda.

Quando, sfinita dallo sforzo, questa tornava in superficie e si fermava a riposare, veniva colpita a morte con un arpione speciale. Poi era trainata verso la nave appoggio, dove la si privava del grasso cutaneo, letteralmente tagliato via dalla carcassa in una lunga striscia, come se fosse una sorta di infinita buccia di arancia.

Una volta ottenuto il pregiato olio, che a terra veniva usato per alimentare le lampade, il resto dell’animale veniva abbandonato in mare. La caccia alle balene declinò rapidamente dopo la scoperta nel 1859 in Pennsylvania dei primi giacimenti di petrolio, che sostituì subito l’olio di questi cetacei nelle lampade.

Anche Melville era stato sulle baleniere. Herman Melville (1819-1891), autore del romanzo Moby Dick (1851), capolavoro della letteratura americana, per molti anni aveva fatto anche lui il marinaio sulle baleniere di Nantucket.

Lui stesso confessò di essersi ispirato alla Essex: «Ho incontrato Owen Chase e ho letto il suo racconto, ho conversato con il figlio, e tutto questo a poche miglia dalla scena dalla catastrofe».

 

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