Le pestilenze attraverso la storia

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Le pestilenze attraverso la storia BEST5.IT 2017-11-23 07:11:09
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Dalla Bibbia ai promessi sposi sono molte le opere dedicate alle pestilenze che decimarono la popolazione europea. e proprio a partire dai sintomi descritti, oggi è possibile veri care la natura delle epidemie.

Il contagio avviene per puntura di pulce infetta; i roditori sono i vettori più comuni, sebbene non gli unici.

La peste bubbonica ne è la forma più diffusa; tuttavia la malattia può manifestarsi anche nelle forme polmonare (con polmonite necrotico-emorragica che si estende rapidamente in ambito respiratorio) e setticemica (il batterio passa continuativamente dal bubbone nel sangue).

La prima descrizione di un’epidemia di peste potrebbe venirci dalla Bibbia; usiamo il condizionale perché, come si vedrà, è difficile riconoscere la malattia dalla semplice descrizione dei sintomi.

Per esempio l’Iliade notoriamente parla della diffusione della pestilenza nel campo degli Achei, quando al termine di nove giorni “giovani nel fiore degli anni si ammalavano all’improvviso e in poche ore morivano tra atroci dolori, senza che i medici potessero far nulla per salvarli”, ma da queste scarne informazioni risulta impossibile dire di cosa si trattasse.

Il Libro di Samuele 1 offre un numero maggiore di indizi. I Filistei, leggiamo, hanno rubato l’Arca dell’Alleanza portandola nel tempio della loro divinità, Dagon; la punizione del dio d’Israele non tarda ad abbattersi su di loro: “Allora incominciò a pesare la mano del Signore sugli abitanti di Asdod, li devastò e li colpì con bubboni, Asdod e il suo territorio”.
I Filistei interrogano allora i sacerdoti, che così consigliano: “Se intendete rimandare l’arca del Dio d’Israele, non rimandatela vuota, ma pagate un tributo in ammenda della vostra colpa. () Cinque bubboni d’oro e cinque topi d’oro, perché unico è stato il flagello per tutto il popolo e per i vostri capi. Fate dunque immagini dei vostri bubboni e immagini dei vostri topi che infestano la terra e datele in omaggio al Dio d’Israele”.

Il riferimento ai topi e ai bubboni offerti come una sorta di ex voto fa pensare alla peste bubbonica; la traduzione italiana rende il tumor latino che a sua volta traduce le parole ebraiche ophalim e techorim, secondo gli esegeti assai rare (soprattutto la prima) nel testo biblico e di non scontata interpretazione.

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Certamente si tratta di un’escrescenza, e anche se la peste bubbonica sembra la spiegazione più probabile, sono stati proposti sifilide (la cui presenza nell’Eurasia precolombiana è discussa) e addirittura emorroidi, poiché ophalim indica in modo particolare un’escrescenza nelle parti intime; d’altra parte anche il bubbone della peste colpisce le aree ghiandolari, e dunque quelle inguinali.

Peste e pestilenza, dal latino pestis, sono termini imprecisi. I nostri avi definivano così epidemie di vario genere; oggi quella che definiamo “peste” con riferimento alle pandemie che colpirono l’Europa tra Medioevo ed Età moderna è la malattia epidemica causata dal batterio Yersinia pestis, scoperto nel 1894 dal medico svizzero-francese Alexandre Yersin.

Ecco un rapido sguardo alle pestilenze attraverso la storia.

1. Atene: fu vera peste?

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Se è probabile che l’episodio dei Filistei si riferisca alla peste, è arduo identificarne il contesto e datarlo, visto il carattere della narrazione.

Opposto è il caso dell’epidemia che colpì Atene nel 430-426 a.C.

Il morbo era partito dall’Etiopia ed era progredito attraverso l’Egitto, e di lì a Occidente verso la Libia, a Oriente verso la Persia. Descritta da Tucidide, l’epidemia sarebbe diventata un modello letterario anche per la tradizione successiva. E tuttavia è difficilmente identificabile con la Yersinia pestis.

Il contagio colpì la città durante la guerra con Sparta; Tucidide afferma che i medici erano impotenti e chi si salvava lo faceva in modo misterioso: è quanto avvenne allo stesso narratore, che riporta:
“La città di Atene ne fu invasa all’improvviso: i primi a essere presi dal contagio furono quelli del Pireo, ed essi perciò dissero che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi (...). Poi il contagio si diffuse anche nella città alta, e il numero dei morti crebbe spaventosamente”.

Terribili i sintomi: “Improvvisamente persone sane erano colpite dapprima da un forte calore alla testa, con arrossamento e infiammazione agli occhi: le parti interne, gola e lingua, erano subito rosso sangue, e ne emanava un fiato irregolare e puzzolente. Successivamente (...) sopraggiungeva starnuto e raucedine, e in breve tempo la malattia scendeva al petto con forte tosse; se giungeva a fissarsi alla bocca dello stomaco, lo rivoltava, e ne derivavano evacuazioni di bile di tutte le specie nominate dai medici, e questo causava una sofferenza enorme.
La maggior parte fu colta da conati di vomito a vuoto che causavano spasimi violenti, in alcuni casi dopo che queste evacuazioni erano cessate, e in altri molto dopo.
Toccato esternamente, il corpo non si presentava particolarmente caldo o giallastro, ma era solo un po’ arrossato, livido, cosparso di piccole pustole e ulcere; internamente però l’arsura era così forte che non si sopportava d’aver indosso i vestiti o i lenzuoli più leggeri (...).
Vi era poi il tormento continuo dell’impossibilità di trovare riposo e dell’insonnia.
Durante tutta la fase acuta della malattia il corpo non soccombeva al male, ma resisteva alla sofferenza contro ogni aspettativa, sì che i più o morivano dopo otto ovvero dopo sei giorni per l’arsura interna, senza essere giunti allo sfinimento estremo, ovvero, se superavano questa fase, il morbo discendeva nella cavità addominale, dove sopravveniva una forte ulcerazione, cui si aggiungeva un’emissione di diarrea acquosa che debilitava l’organismo, e questo stato di debolezza nella maggior parte dei casi portava successivamente alla morte.
Il male, localizzato inizialmente nella testa, attraversava infatti tutto il corpo, partendo appunto dall’alto, e se si sopravviveva agli attacchi più violenti, ne restavano comunque tracce sulle estremità del corpo, poiché venivano attaccati anche i genitali e le punte delle mani e dei piedi; e molti la scampavano con la perdita di queste parti, alcuni anche con quella degli occhi.
Altri ancora, non appena si furono ripresi, persero completamente la memoria, e non ebbero più nozione di se stessi e dei loro cari”.

La descrizione di Tucidide ha dato vita a una ridda di ipotesi: vaiolo, tubercolosi, febbre di Lassa (una febbre emorragica simile a Ebola) nonché lo stesso virus di Ebola, persino scarlattina e morbillo.

Oggi la febbre tifoide sembra essere la spiegazione più probabile; non soltanto i sintomi corrispondono, ma in anni recenti vi sono stati ritrovamenti in grado di conferire maggiore probabilità a tale ipotesi.

Nel 1994, all’interno dell’antico cimitero ateniese di Kerameikos è stata rinvenuta una fossa comune contenente circa 150 corpi; le ceramiche trovate con le ossa hanno permesso di datare la sepoltura all’epoca del flagello di Tucidide.

Nel 2006, alcuni ricercatori greci hanno affermato che il DNA estratto dalla polpa dentaria ha rivelato tracce di febbre tifoide; il consenso intorno alla metodologia utilizzata non è tuttavia unanime, il che rende ancora aperto il dibattito.

2. Le epidemie a Roma

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“La furia di un’epidemia seminava la morte tra persone d’ogni ceto, senza che fosse dato di scorgere alterazione alcuna nell’atmosfera.
Le case si riempivano di corpi esanimi, le strade di funerali; il contagio non risparmiava né sesso né età; perivano di fulminea morte tanto schiavi che popolani liberi, fra i lamenti dei coniugi e dei figli che, mentre stanno loro vicino, mentre li piangono, vengono cremati sullo stesso rogo”.

Così Tacito descrive l’epidemia che flagellò Roma nel 65-66 d.C.: di quale morbo si trattasse è incerto, al pari della più celebre “peste antonina” che colpì l’Impero romano a partire dal 165, durante i regni degli antonini Marco Aurelio e Commodo.

Molte le fonti che descrivono questa pestilenza: la Historia Augusta, Ammiano Marcellino, Orosio, Publio Elio Aristide, Cassio Dione, Luciano di Samosata.

È considerata importante la testimonianza del medico Galeno di Pergamo, che espose anche una teoria delle cause rimasta essenziale nei secoli successivi, al punto che si parla per questa epidemia di “peste galenica”.

Nel 166, durante il primo diffondersi del morbo, il Galeno viaggiò da Roma all’Asia Minore; tornò poi a Roma due anni più tardi e fu testimone della trasmissione dell’epidemia tra le truppe stanziate ad Aquileia nell’inverno del 168-69.

Le sue osservazioni sono sparse in differenti opere; febbre, diarrea, infiammazioni della faringe, eruzioni cutanee anche purulente sono i sintomi del morbo, che molti hanno identificato con un’epidemia di vaiolo.

Secondo la teoria degli umori di Galeno, lo stato di malattia era generato dalla concentrazione mutevole dei fluidi nel corpo; il salasso era consigliato: ben poca cosa rispetto agli effetti catastrofici di epidemie di questo genere.

Le sue teorie rimasero in voga nei secoli: la corruzione dell’aria, si diceva, portava come conseguenza l’afflusso di vapori maligni, e dunque febbri e putrefazioni.

Per questo i terremoti erano visti come possibili cause di tali emissioni di vapori, e dunque indirettamente delle pestilenze. I secoli tardomedievali avrebbero aggiunto alle teorie galeniche quelle circa le congiunzioni astrali, che potevano essere di segno positivo o negativo, elaborate nel mondo islamico.

I principali autori, in lingua araba, di tali teorie furono l’astrologo ebreo, di origine egiziana, Masha’allah che lavorò a Baghdad tra VIII e IX secolo; il filosofo musulmano al-Kindi, attivo alla corte abbaside di Baghdad nel IX secolo; e il suo discepolo persiano Abu Ma’shar, l’Albumasar latino.

Furono gli scritti di quest’ultimo a influenzare direttamente il pensiero europeo in materia.

3. La peste di Giustiniano

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Nel 541 d.C. la peste flagellò Costantinopoli, proveniente dall’Asia attraverso l’Egitto, per poi investire anche l’Europa: la sua grande diffusione le vale il nome di prima pandemia.

La pestilenza è descritta da diversi testimoni, sui quali svetta il grande storico Procopio di Cesarea, il quale comincia il racconto rifiutandosi di abbracciare le differenti teorie che circolavano circa le origini del morbo per narrare invece quanto aveva visto.

Talvolta il morbo veniva annunciato da apparizioni e sogni, altre volte colpiva del tutto inaspettato. Si manifestava con febbri non particolarmente gravi:
“Ma lo stesso giorno in alcuni casi, in altri il giorno seguente e nel resto non molti giorni più tardi, si è sviluppato un gonfiamento bubonico; e questo è avvenuto non solo nella parte particolare del corpo che è denominato “boubon”, cioè sotto l’addome, ma anche all’interno dell’ascella e in alcuni casi anche al lato delle orecchie e ai punti differenti sulle cosce”.

Alcuni malati andavano in coma e altri erano presi da attacchi di delirio. I medici erano impotenti ma pure cercavano le cause dell’epidemia e un mezzo per curarla. Inutilmente, come scrive Procopio nella pagina più orrorifica:
“Ora alcuni dei medici erano disorientati perché i sintomi non erano comprensibili, ammesso che la malattia si concentrasse nel gonfiore bubonico, e decisero di studiare i corpi dei morti.
E aprendo quel gonfiore, trovarono una specie sconosciuta di carbonchio che si era sviluppata all’interno di loro.
La morte venne in alcuni casi immediatamente, in altri dopo molti giorni; e in altri casi il corpo esplodeva con delle pustole nere grandi come una lenticchia, e questi non sopravvivevano neppure un giorno, ma tutti soccombevano immediatamente.
In altri casi, inoltre, giungeva un vomito senza causa visibile e immediatamente portava la morte. Inoltre posso testimoniare che i medici più illustri predissero che molti sarebbero morti, ma invece uscirono dalla sofferenza poco tempo dopo in maniera inaspettata; ma dichiararono anche che molti sarebbero stati conservati, ma invece furono destinati a essere trasportati quasi immediatamente fuori”.

Procopio offre una stima della mortalità, ma poco sappiamo della popolazione dell’epoca per essere attendibili:
“La malattia, a Costantinopoli, ha imperversato per un periodo di quattro mesi e la più grande virulenza è durata circa tre mesi. Inizialmente le morti erano solo poco più del normale, quindi la mortalità è aumentata ulteriormente e in seguito il conto dei morti ha raggiunto cinquemila ogni giorno, ma se ne contarono anche diecimila”.

Dopo aver fatto tante vittime in Oriente, la peste arrivò in Italia al seguito delle truppe bizantine che combattevano contro i Goti; la cosiddetta guerra “greco-gotica” durante la quale la peste flagellò la Penisola rappresentò lo spartiacque demografico e l’avvio di una decisa ruralizzazione per la pars Occidentis dell’Impero.

Tanto più perché la peste rimase endemica fino all’VIII secolo circa, continuando dunque a mietere vittime. Fu quello il punto dal quale prese ad accentuarsi una già marcata tendenza allo spopolamento del continente, che toccò i suoi livelli più bassi fra VII e VIII secolo.

Centri urbani e villaggi aperti si svuotavano: i proprietari terrieri cercavano una più sicura e confortevole dimora nelle loro villae rurali (residenze, ma anche e soprattutto centri di produzione che venivano fortificati), mentre i contadini abbandonavano i villaggi e si rifugiavano nelle grandi proprietà terriere, cercando una sicurezza che erano disposti a barattare con la libertà personale.

Terreni un tempo coltivati e tornarono al bosco e alla palude.

4. La morte nera

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Dopo la crisi profonda, a partire dal IX secolo l’Europa intraprese un lento ma progressivo cammino di ripresa; oggi si tende a considerare che in questo generale processo positivo e progressivo un certo ruolo sia stato rivestito dal clima.

In effetti, sappiamo che nel corso della seconda metà del X secolo i ghiacci polari cominciarono a sciogliersi, il che forse rese possibili i viaggi dei Vichinghi verso Islanda, Groenlandia e America settentrionale.

La linea di coltura della vite avanzò a nord ben più su di Londra: segno certo, questo, di un generale addolcimento del clima; si susseguirono molte annate caratterizzate da piogge regolari e tiepide primavere, ciò che favorì la realizzazione di buoni raccolti.

Anche la scomparsa della peste endemica dovette contribuire alla crescita demografica che culminò nel Duecento. I secoli XI-XIII sono stati senza dubbio tra i più “felici” della storia europea.

Pur nella generale durezza della vita di quel tempo, fu appunto durante tali secoli che la popolazione del continente conobbe un incremento sostanziale; la mortalità infantile ebbe un regresso, furono fondate nuove città e si allargarono le cinte murarie di quelle già esistenti, i traffici conobbero uno straordinario sviluppo quantitativo e qualitativo.

Tuttavia, questa curva positiva doveva trovare una repentina interruzione nel corso del Trecento: in assenza di una vera e propria rivoluzione nei metodi agricoli e nelle tecnologie, il massiccio aumento demografico dei secoli precedenti era stato reso possibile essenzialmente attraverso l’estensione delle superfici coltivate.

Ma verso la fine del Duecento ogni superficie disponibile era stata ormai dissodata, sicché la produzione cessò di aumentare. La popolazione, per contro, continuava a crescere: era quindi inevitabile che l’alimentazione peggiorasse, almeno per i ceti più sfavoriti.

La precarietà di questo equilibrio si rivelò drammaticamente quando, nei primi due decenni del Trecento, il continente europeo dovette affrontare una fase di raffreddamento e di generale peggioramento climatico. La popolazione denutrita già in condizioni normali era destinata a soccombere al primo, prolungato rialzo dei prezzi.

Su questa situazione già precaria si abbatté una nuova ondata di peste che fra 1347 e 1351 devastò l’Europa e il Nord Africa (dopo aver attraversato l’Asia, da dove si era originata) provocando la morte del 40% circa della popolazione.

La seconda pandemia, ossia la Peste Nera del Trecento, è la più documentata perché, estendendosi all’intero bacino del Mediterraneo e al continente europeo, venne registrata da testimoni di prima mano anche in luoghi lontani fra loro.

Il nome “morte nera”, atra mors, compare solo in Età moderna, non è certo se per indicare gli effetti dei bubboni e della cancrena che rendono la pelle livida, oppure se per comunicare il senso di terrore che ingenerava.

Soprattutto, però, sono gli studi recenti sul DNA delle vittime ad aver permesso di studiarla tanto a confronto con la peste di Giustiniano quanto con le conoscenze attuali sul morbo.

Regna ancora incertezza sull’appartenenza o meno di entrambe le ondate di pestilenza al medesimo ceppo batterico: molti studi sono in corso a partire dalle sepolture che, in entrambi i casi, gli archeologi hanno legato agli anni delle pestilenze.

Tuttavia la concordia non è assoluta: se in alcune di queste sepolture l’analisi della polpa dentaria degli scheletri ha mostrato tracce di Yersinia pestis, altre fosse comuni certamente connesse con la peste del Trecento non hanno dato gli stessi risultati.

Un altro dubbio riguarda la rapidità e il tasso di mortalità registrato per la peste, differenti rispetto a quanto si conosce per la terza ondata pandemica che avrebbe colpito alla fine dell’Ottocento.

Infine, se la Yersinia pestis viene trasmessa dal morso degli insetti che infestano i ratti e che dunque uccidono i loro stessi vettori, la moria di topi dovrebbe precedere quella degli umani.

Ma nei resoconti medievali non si parla di questo fenomeno. Insomma le indagini sul DNA hanno dato e potranno fornire risposte ai dubbi sulla manifestazione della peste nella storia, ma ancora manca l’unanimità nell’analisi dei risultati.

Nella foto sotto Bruges, in Belgio, era un florido centro di commerci e da lì passavano le merci sulla rotta che dal Baltico portava al Mare del nord. Sulle vie del commercio si diffuse anche la peste.

5. La terza pandemia

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Dopo il 1351, la peste restò endemica in Europa.

Se ne segnala il ritorno spesso potente nel 1360-63; 1374; 1400; 1438-39; 1456-57; 1464-66; 1481-85; 1500-03; 1518-31; 1544- 48; 1563-66; 1573-88; 1596-99; 1602-11; 1623-40; 1644-54; 1664-67.

Agli inizi del Seicento un nuovo raffreddamento climatico (si parla di Piccola era glaciale) e la diffusione della peste sembrarono riportare l’Europa alle medesime condizioni della prima metà del Trecento; tuttavia dopo questa recrudescenza il morbo andò scemando e scomparve.

Non senza colpi di coda, come quello di Marsiglia nel 1720, quando una nave proveniente dal Vicino Oriente diffuse il morbo in città dimezzandone la popolazione.

Se per la peste del Trecento le testimonianze di prima mano sono anche le migliori e le più famose, a partire da quella offerta da Boccaccio nel Decameron, in Età moderna le cose sono andate diversamente.

Alessandro Manzoni utilizzò fonti coeve alle ondate epidemiche narrate. In particolare l’autore de I promessi sposi si documentò con il De peste Mediolani di Giuseppe Ripamonti. 

Secondo un modello che possiamo far risalire a Tucidide, l’epidemia è descritta tanto per le sue conseguenze mediche, quanto per quelle più ampiamente sociali:
“Serrati, per sospetto e per terrore, tutti gli usci di strada, salvo quelli che fossero spalancati per esser le case disabitate, o invase; altri inchiodati e sigillati, per esser nelle case morta o ammalata gente di peste; altri segnati d’una croce fatta col carbone, per indizio ai monatti, che c’eran de’ morti da portar via: il tutto più alla ventura che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che là un qualche commissario della Sanità o altro impiegato, che avesse voluto eseguir gli ordini, o fare un’angheria.
Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale!”.

La peste sarebbe ricomparsa nel continente asiatico alla fine dell’Ottocento, mietendo milioni di morti tra la Cina, il Sudest e l’India. Tuttavia fu in occasione di questa terza pandemia (com’è stata definita sebbene le scoperte mediche riuscirono a arginarne in parte il furore), che il medico svizzero Alexandre Yersin, recatosi a Hong Kong, isolò il microbo che si rivelò essere il bacillo della peste bubbonica analizzando i cadaveri di alcuni soldati inglesi.

Lo stesso anno anche il medico giapponese Shibasaburo Kitasato, sempre a Hong Kong, ottenne gli stessi risultati. Yersin chiamò il bacillo Pasteurella pestis in onore di Louis Pasteur, al quale si devono le scoperte che hanno dato inizio alla medicina infettiva moderna. Solo in un secondo momento il bacillo della peste avrebbe preso il suo nome.



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