L’eruzione del vulcano Tambora, che ha cambiato il mondo

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L’eruzione del vulcano Tambora, che ha cambiato il mondo BEST5.IT 2020-09-30 04:51:33
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Nel 1815, l’eruzione del vulcano Tambora in Indonesia, cambiò volto alla società occidentale.

Fu una delle più violente registrate dalla storia: in 3 mesi fu emessa cenere in tale quantità da causare cambiamenti climatici su tutta la Terra. In Europa mancò una vera estate per circa due anni e i danni all’agricoltura furono enormi.

Prima dell’eruzione del 1815, il Tambora è rimasto quiescente per un migliaio di anni. Il nome significa “scomparso” e farebbe riferimento alla scomparsa di un eremita che si ritirò sulla montagna e non fece più ritorno.

L’edificio vulcanico raggiungeva la quota di 4300 m. La grande eruzione lo ha quasi dimezzato: oggi raggiunge una quota di 2850 m.

Gli effetti sul clima furono devastanti, ma ce ne furono anche (positivi) sull’arte. Scopriamoli insieme.

 

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1. Pompei d’oriente

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La sera del 5 aprile 1815 un tremendo boato fece tremare l’intero arcipelago indonesiano (e non solo).

Comandanti e luogotenenti di stanza nell’oceano Indiano, in località distanti anche centinaia di chilometri tra loro, prepararono le navi da guerra in vista di un combattimento e le spedirono alla ricerca di fantomatici pirati: il frastuono faceva pensare a colpi di fuoco di artiglieria nelle immediate vicinanze.

I soldati non potevano immaginare che l’inferno che si stava scatenando a migliaia di chilometri da loro si sarebbe rivelato peggiore di mille battaglie.

Anche Thomas Stamford Raffles, il vicegovernatore britannico delle Indie Orientali, inviò una nave da Batavia (oggi Giacarta, in Indonesia) perché pensava che il frastuono fosse dovuto alle salve di cannone sparate da un veliero in avaria, ma i suoi uomini mandati in perlustrazione non trovarono traccia di imbarcazioni in difficoltà.

Per capire da dove venisse quell’assordante boato il vascello inglese avrebbe dovuto spingersi fino all’Isola di Sumbawa, ben 1.300 km più a est di Batavia.

Qui l’eruzione del vulcano Tambora (alto più di 4mila metri) aveva liberato nell’atmosfera 150 chilometri cubi di cenere che riuscì a seppellire l’isola (grande due volte la Corsica) e uccise all’incirca 10mila persone.

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E questo era solo l’inizio della catastrofe: nemmeno una settimana dopo ci fu un’altra esplosione ancora più violenta. In quei giorni, infatti, Raffles annotò sul suo diario che le giornate si facevano sempre più scure: “Già da mezzogiorno è più buio che nella notte più nera e dal cielo piove continuamente cenere”.

Secondo i calcoli degli scienziati, la detonazione (cento volte più forte dell’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei ed Ercolano) avrebbe liberato un’energia pari a quella di 170mila bombe atomiche, provocando uragani che spazzarono via villaggi e tsunami che cancellarono dalla superficie terrestre interi regni come Pekat, Tambora e Sanggar.

I pochi sopravvissuti nelle zone vicine all’eruzione morirono di fame perché sotto la cenere del vulcano con cresceva più niente. La cenere si disperse velocemente nell’atmosfera, grazie al vento e alla pioggia.

Insieme a milioni di tonnellate di anidride solforosa nell’aria, che mescolata al vapore acqueo produsse acido solforico: una combinazione micidiale che avvolse il Pianeta in una cappa di aerosol, goccioline finissime che fecero a lungo da scudo ai raggi solari. Gas e polveri alterarono così la capacità delle nubi di assorbire e riflettere la luce.

Solo in seguito si seppe che l’eruzione del Tambora era stata la più violenta avvenuta negli ultimi 10mila anni, e che le devastanti conseguenze non potevano fermarsi entro i confini asiatici.

All’epoca, infatti, la notizia dell’eruzione arrivò in Europa alla velocità dei velieri, perciò nessuno mise in relazione il cataclisma in Estremo Oriente con la grande crisi che afflisse l’Occidente a partire dal 1816, rimasto nella Storia come “l’anno senza estate”.

 

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2. Effetto farfalla

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“Se una farfalla batte le ali a Pechino, a New York si scatena una tempesta”: una teoria elaborata solo negli anni Cinquanta del secolo scorso, ma che in questo frangente si avverò puntualmente e in modo macroscopico.

Le conseguenze dell’eruzione sul clima in Europa, infatti, si registrarono l’anno seguente, con un’estate eccezionalmente fredda e precipitazioni anomale.

In Italia la neve cadeva rossa, colore dovuto alla cenere presente nell’atmosfera. Parigi fu sommersa da piogge torrenziali, a maggio nevicò a Taranto e in agosto in tutta l’Inghilterra distruggendo i raccolti.

La Sassonia (in Germania) fu colpita da alluvioni così violente da annegare le mandrie; in Olanda, ormai ridotta alla fame, i contadini furono costretti a macellare il bestiame perché le inondazioni avevano distrutto anche le riserve di fieno. I principali fiumi europei, come la Senna e il Reno, strariparono allagando le città e distruggendo interi villaggi.

Il maltempo non si registrò però solo in Europa: nevicò d’estate anche negli Stati Uniti, nella Cina del Sud pioveva incessantemente, mentre in India l’alterazione del ciclo monsonico provocò il raffreddamento delle acque del Golfo del Bengala, habitat del batterio Vibrio cholerae, producendo un gruppo patogeno ancora più aggressivo che causò in seguito un’epidemia di colera in tutto il mondo.

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Tra il 1816 e il 1817 la situazione divenne sempre più critica, dando il via a un circolo vizioso di carestia e malattie che imperversò fino al 1818, anno in cui il clima tornò normale.

Un periodo drammatico, definito oggi come “l’ultima grande crisi di sopravvivenza del mondo occidentale”, con decine di migliaia di morti per denutrizione in Europa, un’epidemia di tifo che decimò l’Irlanda e una di colera che partì dall’India e arrivò fino al Nuovo Mondo.

Tutti i raccolti andarono perduti: le patate in Irlanda e Germania marcivano sotto terra, come il riso nelle fertili valli dello Yunnan (zona riconvertita poi alla coltivazione dell’oppio).

Il prezzo del frumento salì alle stelle, e in tutta Europa il popolo ridotto alla miseria più nera imparò ad arrangiarsi macellando persino i cavalli per far fronte alla carestia. E dall’esigenza di trovare un mezzo di trasporto alternativo alla carrozza nacque la bicicletta.

Ma chi fu il “papà” della bicicletta? Oggi, a causa della pandemia di Covid-19, i sindaci di tutta Italia incoraggiano l’uso della bicicletta per limitare i contagi sui mezzi pubblici e scoraggiare l’uso eccessivo delle automobili.

Ma molti non sanno che esattamente 203 anni fa, proprio un’altra emergenza mondiale, l’eruzione del vulcano Tambora, fu all’origine della geniale invenzione della “draisina”, l’antenata della bicicletta (sotto, in un’illustrazione francese del 1820).

Il barone tedesco Karl Drais (1785-1851) aveva già in mente da tempo un mezzo di trasporto alternativo al cavallo e alla carrozza, ma non aveva mai riscosso successo perché all’epoca quasi tutti allevavano bestie da cavalcare.

Poi, nel 1816, gli animali, già decimati dalle guerre napoleoniche, iniziarono a morire di fame o a essere macellati per far fronte alla carestia. Il barone capì quindi che c’era bisogno di un nuovo efficiente mezzo di trasporto: un cavallo meccanico che non avesse bisogno di cibo e carburante.

Così nel 1817 nacque la “draisina” e nel febbraio 1818 Drais riuscì a brevettare il suo veicolo (ancora privo di pedali e freni) in Francia con il nome di “velocipede”.

 

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3. Maltempo nel Belpaese

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E in Italia? Le regioni più colpite dalle intemperie furono Romagna, Toscana, Marche e Puglia, ma la carestia si fece sentire duramente anche in Veneto e Lombardia.

Il medico e storico bolognese Alfonso Corradi (1833-1892) nei suoi Annali scrisse:
“A Venezia il frumento giunse a tal prezzo nell’autunno e in inverno da far dimenticare perfino gli orrori di una guerra; a Brescia, come nelle grandi calamità, furono esposte le Santissime Croci alla pubblica devozione; alcuni paesi vennero ridotti alla estrema desolazione; nessuno si ricordava un’annata tanto cattiva”.

Nelle campagne della Bassa Romagna tra il 1815-1816 si diffuse un insetto allora classificato come Musca pomilionis L. (detto anche mosca nana) che distrusse completamente il raccolto di grano.

L’anno seguente nella zona intorno a Pesaro e Urbino si registrò anche un’epidemia di tifo petecchiale (trasmesso da un virus ospite del pidocchio) che colpì in modo più virulento le persone che avevano sofferto la fame. Questi soggetti erano così debilitati che nessuna cura medica aveva effetto, tanto che nel 1817 l’epidemia provocò nella sola città di Ancona 1.174 morti.

In questo drammatico contesto, il 14 novembre 1816, venne eletto gonfaloniere di Recanati (Mc), il conte Monaldo Leopardi, padre del poeta (foto in alto). Un incarico di grande responsabilità, vista la situazione critica in cui versava la cittadina, che lasciò il segno anche sullo scrittore, all’epoca appena diciottenne.

La penuria di cibo protratta così a lungo provocò ripercussioni, anche sociali, in tutta Europa. In Francia cominciarono ad aprirsi scenari da guerra civile, a Vienna l’imperatore Francesco II fu costretto a mandare l’esercito nelle strade per tenere a freno con le armi le masse esasperate e la Svizzera, uno dei Paesi più poveri dell’Europa in quel tempo, ricorda quel momento storico come “l’anno della disperazione”.

Così tra la metà del 1816 e la fine del 1817 decine di migliaia di persone decisero di emigrare verso gli Stati Uniti. Ma l’idea non si rivelò così buona perché dall’altro lato dell’oceano Atlantico la situazione era più o meno la stessa.

Ormai anche lì i raccolti erano stati distrutti dalle intemperie e non si trovava più foraggio per nutrire il bestiame, così gli allevatori del New England furono costretti a conquistare nuove terre verso ovest o sud.

Un esodo di massa che portò, tra il 1815 e il 1818, a un aumento della popolazione dell’Illinois del 160%, quadruplicò quella dell’Indiana, che arrivò a quasi 100mila abitanti, e raddoppiò quella dell’Ohio, che passò da 200mila a 400mila persone. Nella foto sotto, l'odierna caldera del Tambora

 

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4. La sublime eredità

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Di sicuro non fu solo l’eruzione del Tambora a spostare i confini americani. Gli Stati del New England, il nucleo originario degli Stati Uniti, erano già densamente popolati e la terra era sottoposta a un eccessivo sfruttamento.

Lo stesso si può dire per il crollo socio-economico dell’Europa, dove il freddo anomalo aveva colpito un continente già provato da due decenni di conflitti.

Quindi, se dire che il cataclisma mise in moto la conquista del West o causò la sconfitta dell’artiglieria di Napoleone a Waterloo nel 1815 (inzuppata dalla pioggia), è una forzatura, non lo è invece analizzare le ripercussioni socio-culturali che quest’eruzione ebbe sul mondo occidentale.

Come ha fatto Gillen D’Arcy Wood nel saggio Tambora: the eruption that changed the world (Princeton University Press). L’autore, che non è uno scienziato o un meteorologo, ma un professore di letteratura, ha cercato le tracce di quell’eccezionale cambiamento climatico in poesie, romanzi e dipinti, rivedendo così l’eredità culturale che ci ha lasciato la colossale esplosione.

All’epoca, infatti, nessuno aveva collegato alla polvere scagliata nell’atmosfera dal vulcano gli intensi tramonti che si ammirarono in Europa, ispirando l’abbagliante luce crepuscolare del quadro Veduta di un porto e la luce satura de Veduta di un porto di Caspar David Friedrich (foto sotto) o il drammatico cielo dipinto da William Turner ne Il declino dell’Impero cartaginese; o ancora le nuvole cariche di tempesta immortalate da John Constable nella Baia di Weymouth, inaugurando uno stile pittorico che diede vita alla corrente artistica del Romanticismo

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In parallelo si fece strada in letteratura quel concetto di sublime, che Immanuel Kant (1724-1804), in filosofia, aveva inteso come il senso di smarrimento che prova l’uomo di fronte alla magnificenza della Natura, e Arthur Schopenhauer (1788-1860) come il piacere di osservare la potenza dei fenomeni naturali.

Anche l’Italia, finora arroccata sul classicismo, si affacciò al Romanticismo con Giacomo Leopardi (1798-1837) e Alessandro Manzoni (1785-1873). Ed è proprio del 1816 la crisi psicofisica che portò Leopardi a staccarsi dalla famiglia e abbandonare i suoi studi eruditi per dedicarsi alla poesia i cui temi (nonostante la sua iniziale presa di posizione anti-romantica) erano in sintonia con la nuova corrente letteraria.

Fu un anno duro anche per Alessandro Manzoni, altra promessa del Romanticismo italiano: si aggravò la sua “malattia dei nervi” e peggiorò la difficoltà a parlare in pubblico. A partire dall’autunno si ritirò a vita privata nel suo palazzo milanese e nel 1817 cadde in una crisi spirituale da cui scaturì La Pentecoste.

E chi avrebbe potuto immaginare che anche dietro i versi crepuscolari di Darkness (Il Buio) di Lord Byron (1788- 1824) si nascondessero i 130 giorni di pioggia che si abbatterono sul il lago di Ginevra, dove lo scrittore si trovava in villeggiatura proprio nel 1816?

Come anche il primo racconto sulla figura del vampiro, concepito dalla mente di John Polidori (medico personale di Byron) sempre durante il soggiorno a Villa Diodati e considerato l’ispiratore di Dracula di Bram Stoker.

Una tetra vacanza che portò fortuna anche alla scrittrice Mary Shelley (1797-1851, foto sotto). Confinata in casa con Byron e gli altri amici a causa del maltempo, partorì dalla sua visionaria fantasia il personaggio di Frankenstein, decretando la nascita di un genere letterario: il romanzo di fantascienza.

La cosa più singolare è che tutti questi artisti furono influenzati da fenomeni atmosferici originati da un evento di cui mai avrebbero sentito parlare durante la loro esistenza.

E anche se può sembrarci stupefacente, oggi possiamo essere certi che una remota eruzione vulcanica in Indonesia abbia contribuito non solo a plasmare il nostro immaginario fantastico, ma anche tutta la cultura europea dell’Ottocento, oltre a modernizzare la società occidentale con grandi innovazioni (una su tutte: le reti fognarie) e nuove leggi sociali dettate dall’emergenza.

 

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5. Colera connection

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Gli effetti dell’eruzione del Tambora si protrassero nel tempo, assumendo nuove forme e uccidendo altre centinaia di migliaia di persone.

Una delle conseguenze più terribili fu l’epidemia di colera che partì dall’India nel 1817.

Dopo l’esplosione, infatti, le temperature crollarono provocando il raffreddamento delle acque del Golfo del Bengala, habitat naturale del batterio Vibrio cholerae.

Questo fenomeno diede vita a un ceppo patogeno ancora più aggressivo che colpì la popolazione indiana già stremata dalla fame e quindi più esposta alle malattie. Batteri in fuga.

Per sfuggire alla miseria in molti partirono dalla valle del Gange, portando l’infezione in tutto il mondo: prima in Nepal e Afghanistan e poi, attraverso il fiume Volga, si diffuse fino al Mar Caspio e al Baltico.

In Europa e in America Settentrionale, dove il batterio trovò terreno fertile nelle metropoli, il morbo arrivò intorno al 1830, prima a Berlino e poi a Parigi, dove si registrarono all’incirca 18.500 vittime.

Dai porti britannici, poi, prese il largo verso il Nuovo Mondo, scatenando, nel 1832, una spaventosa epidemia anche nella sovraffollata New York.

Il Vibrio cholerae, però, non seminò solo panico e vittime, ma contribuì a modernizzare le città. Infatti, una volta capito che la malattia si diffondeva a macchia d’olio per colpa delle precarie condizioni igieniche, metropoli come New York, Londra e Berlino costruirono le prime moderne reti fognarie.

Qua sotto, il duca di Orléans visita un ospedale: il dipinto di Alfred Johannot, del 1832, testimonia la diffusione “apocalittica” dell’epidemia di colera in Francia.

 

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