Napoleone: 5 cose che ci ha lasciato in eredità

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Napoleone: 5 cose che ci ha lasciato in eredità BEST5.IT 2019-08-22 18:47:07
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Nel 1809 la granduchessa di Toscana Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone e titolare dell’isola d’Elba, ricevette una supplica da parte dei funzionari locali: bisognava fare qualcosa per sostenere l’economia dell’Elba.

Il risultato fu il cosiddetto Privilegio dell’imperatore, un documento recentemente ritrovato grazie al lavoro di Gloria Peria, direttore degli archivi storici dell’isola d’Elba.

Napoleone in persona disponeva per i vini elbani l’immediata abolizione delle tasse di pedaggio e la libera esportazione verso le coste italiane, anch’esse all’epoca francesi, se fossero stati provvisti di un certificato di origine.

Napoleone, condottiero e statista di cui ricorrono i 250 anni dalla nascita, avvenuta il 15 agosto 1769, aveva così istituito la prima Doc elbana.

Se i vitigni dell’isola sono prosperati fino ai giorni nostri è dunque anche merito del còrso che di eredità in Italia ne ha lasciate più di una.

Sì, perché tutte le volte che perdete una partita a scacchi, fate la fila all’ufficio postale, siete in coda sulla statale del Sempione, sappiate che c’è una persona che dovete “maledire” più di tutte.

Si tratta proprio di Napoleone. Vediamo perché (e in quali altri campi il còrso ha lasciato il segno).

 

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1. Per gioco

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Scacchista appassionato ma (sembra) piuttosto scarso, Napoleone promosse il gioco secondo le regole, tuttora in uso, elaborate da François-André Danican Philidor, uno dei più grandi giocatori del ’700 e principale teorico degli scacchi.

Le regole di Philidor adeguarono il metodo italiano a quello degli altri Paesi e a Napoleone rimane dedicata perfino una mossa (la cosiddetta apertura Napoleone).

Anche il sistema postale italiano deve qualcosa all’epoca napoleonica: precedentemente il servizio di spedizione di missive era in mano a nobili e signori locali.

Napoleone dispose invece che diventasse statale con uffici postali decentrati, coordinati e gestiti da funzionari pubblici.

A questi era affidato anche il compito di tenere un bilancio di entrate e uscite, delle tasse riscosse ma anche delle missive spedite (inaugurando una sorta di servizio di tracciabilità, garantito anche dalla presenza di un timbro con il nome e il numero dell’ufficio).

Un’altra novità che ci siamo portati fino a oggi è l’affrancatura a carico del destinatario (il cosiddetto “porto dovuto”): stava al ricevente decidere se rifiutare o accettare pagamento e consegna.

 

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2. Nuovo volto

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La statale del Sempione, che tuttora collega Milano alla Svizzera, nacque quando Napoleone decise di assegnare alle amministrazioni locali il compito di costruire strade comunali, provinciali e regie.

Tra queste, appunto la strada del Sempione, il cui progetto originario procedette a rilento fino al 1803 per le divergenze tra i tecnici italiani e francesi.

Dopo che Napoleone scelse il progetto made in Italy, i lavori partirono: fu realizzata una strada che nel suo tratto alpino è tuttora un capolavoro dell’ingegneria, con i suoi tornanti che seguono archi a parabola per favorire una maggiore transitabilità e velocità.

Furono scavate inoltre 4 gallerie (una lunga 180 m) e costruiti più di 50 ponti.

Oltre alle strade, ci sono anche molte città che portano i segni dell’ondata napoleonica: gli interventi di urbanistica avevano l’obiettivo di realizzare giardini e grandi viali alberati per rendere i centri urbani più vivibili e salubri.

A volte, però, con “effetti collaterali”. A Venezia, di fronte alla Basilica di San Marco, Napoleone volle quella che oggi è l’Ala Napoleonica (foto sotto), un palazzo che chiude uno dei due lati corti del rettangolo della piazza e che diventò residenza reale.

Per farlo si dovette abbattere la Chiesa di San Geminiano, una delle più antiche della città.

 

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3. Legislatore

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Napoleone in Italia “rase al suolo” anche tutta una serie di vecchie leggi ereditate dal feudalesimo introducendo, nel 1805 nel Regno d’Italia e nel 1809 in quello di Napoli, il codice civile emanato in Francia il 21 marzo 1804 e caratterizzato da un fortissimo accentramento statale.

Fu così imposto un sistema amministrativo in cui un prefetto – carica “inventata” da Napoleone – veniva nominato dal governo centrale ed era a capo di enti periferici, detti dipartimenti.

Il potere discendeva dal ministro al prefetto fino al sindaco.

Ma le novità del Codice Napoleone furono anche altre: dal matrimonio civile (l’unico giuridicamente rilevante) al divorzio (che si poteva chiedere, ma solo consensualmente), dall’uguaglianza giuridica tra i figli, primogeniti e non, all’eliminazione di ogni disparità di diritti tra i figli maschi e femmine, dall’abolizione delle norme ereditarie feudali al valore legale dei testamenti, fino alle normative in materia di adozione.

La Restaurazione del 1814 riesumò, insieme all’ancien régime pre-rivoluzione, le vecchie e anacronistiche leggi.

Napoleone esportò in Italia anche il sistema scolastico adottato in Francia nel 1792: l’istruzione primaria doveva essere pubblica, obbligatoria e gratuita, aperta a ogni cittadino (donne comprese).

Introdusse anche i licei statali, scuole impegnative e riservate ai giovani di buona famiglia o di eccezionale talento: i licei napoleonici erano, proprio come quelli di oggi, pubblici, finanziati dal denaro raccolto con le tasse e con gli investimenti del governo, e con i docenti dipendenti dello Stato.

Una volta di più, le leggi napoleoniche ribadivano che Stato e Chiesa dovevano rimanere separati, un’idea e Chiesa dovevano rimanere separati, un’idea tuttora alla base dei moderni Stati di diritto, compreso il nostro.

 

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4. Ultimo viaggio

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Ci si deve ricordare di Napoleone anche al camposanto: fu lui infatti a emanare il 12 giugno 1804 l’Editto di Saint-Cloud, che raccoglieva in un’unica legge le precedenti norme sui cimiteri.

Due i capisaldi: uno di natura igienico-sanitaria, per cui le tombe andavano poste fuori dalle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati; un altro di natura ideologico-politica, per cui ogni tomba doveva essere uguale.

Proprio quest’ultimo punto fece infuriare più di qualcuno quando la legge fu estesa in Italia nel 1806: Ugo Foscolo nel suo poema Dei Sepolcri rivendicò con forza il valore d’esempio dei monumenti funebri.

In chiusura: anche quando sventoliamo il tricolore, c’è di mezzo lo zampino di Bonaparte. La nostra bandiera è infatti una variante del vessillo adottato con la Rivoluzione francese, con un cambio del blu in verde.

A deciderlo erano stati i due patrioti Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis che a Bologna avevano organizzato nel 1794 una rivolta contro lo Stato della Chiesa: si dice che preferirono il verde al blu come omaggio alla natura e ai diritti naturali dell’uomo (primo tra tutti la libertà).

La rivolta fallì, ma quella bandiera fu adottata per il reggimento napoleonico volontario dei cacciatori a cavallo della Legione Lombarda (il bianco e il rosso ricordavano infatti i colori dello stemma milanese).

Fu l’inizio della storia del tricolore che fu adottato dalla Repubblica Cispadana (poi Cisalpina) a Reggio Emilia, il 7 gennaio 1797. Con buona pace dei tifosi sugli spalti della classica calcistica Francia-Italia...

 

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5. Napoleone, in breve

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Napoleone nacque ad Ajaccio (Corsica) il 15 agosto 1769 da una famiglia che aveva lontane origini italiane: all’età di 10 anni entrò nella scuola militare e nel 1785 diventò ufficiale dell’esercito francese.

Sostenitore entusiasta dei principi rivoluzionari, nel 1795 soffocò l’insurrezione monarchica di Parigi e diventò comandante in capo dell’Esercito interno repubblicano.

L’anno dopo fu nominato comandante dell’Armata d’Italia e riportò una serie impressionante di vittorie. Nel 1798 guidò una fallita invasione francese dell’Egitto.

Sempre più convinto del suo destino, nel 1799 prese il potere con la forza, poi si proclamò console a vita e nel 1804 si incoronò imperatore.

Nel 1805 assunse la corona del Regno d’Italia e l’anno dopo invase il Regno di Napoli nominando re il fratello Giuseppe.

Costretto ad abdicare nel 1814 dopo che gli alleati antinapoleonici (prussiani, russi e austriaci) entrarono a Parigi, fu esiliato all’Elba da dove fuggì per essere poi sconfitto, stavolta in maniera definitiva, a Waterloo.

Nel 1815 fu mandato a Sant’Elena, nell’Atlantico Meridionale, dove morì sei anni dopo.

 

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