Olimpiade, la madre di Alessandro Magno

Olimpiade, la madre di Alessandro Magno
   
    

Olimpiade, la madre di Alessandro Magno BEST5.IT 2018-11-17 21:03:41
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Eccessiva, selvaggia, passionale, astuta: così viene descritta Olimpiade dagli storici antichi, primo fra tutti il greco Plutarco (46-125 d.C.), la maggior fonte di notizie riguardo la sua vita.

Una descrizione che ben spiega le ragioni del fascino esercitato sui contemporanei da Olimpiade, regina indubbiamente magnetica, posseduta dalla stessa volontà di potenza che avrebbe animato il figlio Alessandro.

Dopo essere stata ripudiata da Filippo II di Macedonia, ebbe, secondo gli storici, un ruolo di protagonista nella serie di complotti che portarono alla morte del sovrano e in seguito all’eliminazione dei rivali di Alessandro al trono.

Ma chi era veramente Olimpiade? Scopriamolo insieme!

 

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1. Olimpiade, una regina magnetica e potente

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Eccessiva, selvaggia, passionale, astuta: così viene descritta Olimpiade dagli storici antichi, primo fra tutti il greco Plutarco (46-125 d.C.), la maggior fonte di notizie riguardo la sua vita.

Una descrizione che ben spiega le ragioni del fascino esercitato sui contemporanei da Olimpiade, regina indubbiamente magnetica, posseduta dalla stessa volontà di potenza che avrebbe animato il figlio Alessandro.

Ma questo stesso ritratto permette anche di intuire le ragioni dell’odio che spesso Olimpiade attirò, generando quella leggenda nera per la quale, di volta in volta, fu descritta come una barbara, una manipolatrice, una strega.

Devota di Dioniso, Olimpiade nacque, probabilmente nel 375 a.C., in Epiro, regione di confine tra le attuali Grecia e Albania, alla periferia del mondo ellenico.

Terra dal cuore arcaico e misterioso – vi si trovava, tra l’altro, il più antico oracolo greco, quello di Dodona – l’Epiro, all’epoca di Olimpiade, era governato dall’antica stirpe dei Molossi, che rivendicava la propria discendenza dall’eroe omerico Achille.

Ad essa apparteneva anche Neottolemo I, padre di Olimpiade, la cui morte prematura spinse sul trono il fratello Arybas, che già spartiva il potere con lui.

Fu proprio Arybas, nelle vesti di sovrano, ad assumere la tutela della nipote Olimpiade, che tenne con sé fino ai sedici anni, età in cui la giovane conobbe il re macedone Filippo II.

Secondo Plutarco, che racconta questi eventi nelle Vite parallele, i due si incontrarono a Samotracia, nel Mar Egeo, in occasione dei culti misterici che si celebravano nel tempio dell’isola.

Olimpiade, come d’uso in Grecia, era stata iniziata sin da giovane ai misteri, che praticava con particolare devozione, tanto da lasciarsi trasportare, come dice Plutarco – “nel modo più barbaro dai deliri ispirati dalla divinità”.

Addirittura, secondo alcuni, la futura regina macedone amava portare con sé, durante le cerimonie, serpenti addomesticati che le strisciavano sulle braccia o si avvolgevano ai tirsi delle ancelle che la accompagnavano.

Olimpiade non passò inosservata agli occhi di Filippo II, allora poco più che ventenne. Bellissima e sensuale, la nipote di Arybas colpì a prima vista il sovrano, che subito progettò di aggiungerla al suo già nutrito harem di spose.

Il matrimonio, per di più, si prospettava assai vantaggioso politicamente, perché consentiva ad Arybas di imparentarsi con un sovrano in piena ascesa, mentre Filippo II trovava nel re d’Epiro un alleato contro eventuali attacchi illirici lungo i confini settentrionali del regno.

Secondo Plutarco, mai avaro di dettagli romanzeschi, le nozze tra Filippo II e Olimpiade furono accompagnate da auspici favorevoli. La notte stessa della festa nuziale, la sposa credette di vedere una folgore, simbolo di Zeus, colpirla al ventre, dal quale divampò un grande incendio.

In seguito Filippo sognò di apporre sul pube della moglie un sigillo a testa di leone, visione che l’indovino Aristandro interpretò come il segno che Olimpiade stava per generare un neonato dal coraggio leonino.

Νella foto sotto, Zeus seduce Olimpiade, assunta la forma di un serpente. Affresco di Giulio Romano. Palazzo Te, 1526-1534. Mantova.

 

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2. La nascita di Alessandro

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Dopo il matrimonio, gli sposi si trasferirono a Pella, la capitale dell'antica Macedonia (oggi si trova in Grecia settentrionale), dove inizialmente Olimpiade monopolizzò i favori del sovrano, mettendo in ombra le altre spose.

Poi, però, iniziarono le incomprensioni, sia per i continui tradimenti di Filippo sia perché la presenza a corte di una moglie barbara, per di più in procinto di dare al sovrano il suo legittimo erede, era malvista dall’aristocrazia macedone.

Furiosa nel sentirsi emarginata, Olimpiade, nell’autunno del 357 a.C., decise di tornare in Epiro, dove però lo zio Arybas la convinse (o forse costrinse) a riprendere il suo posto accanto a Filippo.

Così Olimpiade ripartì per Pella e lì, nel luglio del 356 a.C., diede alla luce l’attesissimo erede, Alessandro.

Vuole la leggenda che, sin dai primi vagiti del neonato, Olimpiade facesse di tutto per accreditare l’idea che egli fosse figlio non di Filippo II, ma di Zeus stesso, forse nel tentativo di legittimare la regalità di Alessandro, a cui molti rinfacciavano le origini non macedoni.

Plutarco, però, smentisce questa ipotesi, affermando che Olimpiade mal sopportava le dicerie sulla sua presunta unione con Zeus, poiché mettevano in dubbio la sua fedeltà di moglie.

A tale proposito, lo storico cita anche una lettera della regina, nella quale ella rimprovera il figlio scrivendogli che, a furia di menar vanto delle proprie origini divine, egli finirà per metterla nei guai con Era, la moglie di Zeus, che prima o poi “mi colpirà con grandi mali, perché vai dicendo che sono sua rivale”.

Dopo la nascita di Alessandro, i rapporti tra Olimpiade e Filippo II andarono progressivamente raffreddandosi, logorati dalla patologica infedeltà di Filippo II, ma anche dalla possessività di Olimpiade, che sembrava considerare il figlio cosa propria, allontanandolo dal padre.

Ciononostante, Olimpiade restò potentissima a corte almeno fino al 338 a.C., quando il sovrano annunciò le sue nozze con Cleopatra Euridice, nipote di un nobile macedone, Attalo. Quest’ultimo non nascondeva di voler imporre, attraverso il matrimonio, un proprio discendente sul trono.

Tutto ciò rese assai precaria la posizione a corte di Olimpiade, cui non giovarono neppure le incomprensioni tra il diciottenne Alessandro e il padre Filippo che, durante il banchetto di nozze in onore di Cleopatra, giunsero a un passo dal duellare tra loro.

Dopo questo alterco, Olimpiade e Alessandro si allontanarono dalla corte, sia perché esiliati da Filippo, sia perché, con l’ascesa di Attalo, non si sentivano più sicuri.

La lontananza da Pella, tuttavia, durò poco: nel 336 a.C., infatti, quando già Alessandro era rientrato a corte, Filippo II fu assassinato da Pausania, un suo ex amante geloso; e Olimpiade, da regina decaduta, si trovò proiettata nel ruolo di potentissima madre del nuovo re macedone.

Proprio i vantaggi garantiti da questa posizione, uniti alla fama d’intrigante che Olimpiade si era guadagnata negli anni, spinsero molti a considerarla la mente occulta dell’attentato a Filippo, progettato, secondo i suoi nemici, al fine di assicurare al figlio una successione ormai a rischio.

L’ipotesi più plausibile, tuttavia, è che Olimpiade non abbia avuto parte nel regicidio, anche se certo non dovette dispiacersi del “delitto d’onore” compiuto da Pausania.

 

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3. La consigliera occulta

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Dopo la morte del marito Filippo, Olimpiade parve fare di tutto per delegittimare le critiche di quanti vedevano in lei solo una cinica arrampicatrice sociale.

Anziché restarsene, almeno inizialmente, in disparte, ella infatti assunse un ruolo di primo piano accanto al figlio, che sostenne nell’opera di epurazione di tutti i suoi avversari.

Non solo, Olimpiade rivendicò per sé il diritto di punire in prima persona la rivale Cleopatra Euridice, alla quale, secondo alcuni, ordinò di impiccarsi dopo averla obbligata ad assistere allo strangolamento della giovanissima figlia.

Una volta partito Alessandro per le campagne d’Oriente, Olimpiade mantenne comunque un ruolo di rilievo a corte, anche se non le fu concesso quel titolo di reggente a cui, in cuor suo, probabilmente ambiva.

Tuttavia Alessandro non si fece influenzare dai legami di sangue: lo stratega era soprattutto un politico accorto.

Comprese infatti che mai i Macedoni avrebbero accettato di essere governati da una donna, per di più barbara, e dunque affidò l’incarico di sostituirlo al fedele amico Antipatro, un generale macedone che lo aveva sostenuto nella sua fulgida ascesa al potere.

Emarginata dal cuore del potere, Olimpiade si riciclò diventando una sorta di consigliera occulta di Alessandro, con il quale avviò un regolare scambio epistolare che le permise di influenzare, almeno in parte, le scelte di governo del figlio.

Alcune di queste lettere, citate da Plutarco, ci mostrano un’Olimpiade impegnata di volta in volta a mettere in guardia il figlio da possibili tradimenti, a consigliarlo sulle strategie da seguire oppure a lamentarsi dei torti subiti dall’odiato Antipatro.

Talvolta, invece, alle preoccupazioni squisitamente politiche sembrano subentrare toni più materni, più affettuosi, come quando in una lettera esorta Alessandro a non essere così generoso nel distribuire ricchezze ai suoi alleati:

“Cerca un modo diverso”, scrive Olimpiade, “di beneficiare gli amici; ora, li fai simili a re e procuri loro amicizie, ma condanni te stesso alla solitudine”.

 

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4. La reggenza d’Epiro

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Questo duplice ruolo, di oppositrice di Antipatro e di consigliera di Alessandro, si protrasse sino al 331 a.C., anno in cui Olimpiade, ormai in rotta con il reggente, scelse di tornare in Epiro.

Lì, dopo la morte del fratello Alessandro il Molosso, sposato con sua figlia Cleopatra, si era creato un vuoto di potere, che Olimpiade occupò prontamente assumendo (a spese di Cleopatra) la reggenza per conto del nipote Neottolemo.

Sembrò finalmente che le inquietudini politiche di Olimpiade potessero placarsi, ma l’inattesa morte di Alessandro, nel 323 a.C., scompaginò di nuovo i piani della regina che, senza la protezione del figlio, rischiava di ritrovarsi in balia dei suoi nemici, primo fra tutti Antipatro.

Olimpiade decise perciò di riavvicinarsi a Cleopatra, con la quale aveva tagliato i ponti dopo lo scontro per la reggenza, e dal suo regno iniziò a tessere le proprie trame.

L’obiettivo era far sì che il trono di Macedonia restasse in famiglia: o il legittimo erede di Alessandro Magno, il piccolo Alessandro, nato dalle nozze del condottiero con la principessa persiana Rossane, oppure la figlia Cleopatra, che Olimpiade tentò invano di affibbiare in moglie a Leonnato e Perdicca, due dei generali macedoni in lotta per la successione.

Ma i suoi piani non andarono a buon fine, e allora la cinquantenne Olimpiade scese personalmente in campo, inserendosi nella guerra tra i due più seri candidati al trono di Pella: Poliperconte, nominato reggente succeduto ad Antipatro, e il figlio di quest’ultimo, Cassandro.

Convinta che Poliperconte potesse più facilmente assecondarla nelle sue mire dinastiche, Olimpia si schierò dalla sua parte, decisione che le valse l’immediata ostilità non solo di Cassandro ma anche della sua alleata Euridice, moglie del fratellastro semidemente di Alessandro Magno, Filippo Arrideo, sostenuto da parte dell’esercito macedone.

Non meno spregiudicata di Olimpiade, Euridice era riuscita a ottenere da Antipatro, poco prima della sua morte, la nomina a tutrice del piccolo Alessandro, che viveva con lei in Macedonia.

Ciò la rendeva agli occhi di Olimpiade una rivale temibilissima, che avrebbe potuto in qualsiasi momento uccidere il piccolo, togliendo a Olimpiade, sua nonna, il principale argomento a favore delle proprie rivendicazioni dinastiche.

Eliminare Euridice era dunque una priorità per Olimpiade, che difatti non perse tempo: allestito un grande esercito, scese con le sue truppe fino ad Atene e scacciò dal Pireo Nicanore, generale di Cassandro. Poi, con l’appoggio di Poliperconte, si diresse verso Pella, decisa a sottrarre Alessandro alla tutela di Euridice.

La resa dei conti avvenne ai confini tra la Grecia e la Macedonia ed ebbe, se si presta fede ai resoconti, un che di hollywoodiano: le due rivali si schierarono l’una di fronte all’altra, alla testa dei rispettivi eserciti: la più giovane, Euridice, armata come un’amazzone macedone, l’altra, Olimpiade, nei panni di una sacerdotessa di Dioniso, con tralci di vite nei capelli e le consuete serpi attorno alle braccia.

Lo scontro, tuttavia, fu molto meno epico delle sue premesse, in realtà, anzi, non ebbe neppure luogo: prima ancora che i combattimenti entrassero nel vivo, Olimpiade prese infatti la parola, rivolgendosi ai soldati macedoni arruolati da Euridice.

Non si sa di preciso che cosa disse loro, ma probabilmente ricordò di essere la madre di Alessandro Magno, l’uomo che li aveva resi padroni dell’Asia e del mondo intero. E tanto bastò perché quei veterani, che mai avevano dimenticato il defunto sovrano, deponessero le armi, consegnando a Olimpiade la vittoria.

 

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5. Una fine da regina e la leggenda nera di Olimpiade

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  • Una fine da regina
    La vera violenza si scatenò più tardi, quando Olimpiade, ormai padrona della Macedonia, iniziò l’epurazione sistematica di tutti i suoi avversari: fece eliminare prima Filippo Arrideo ed Euridice, poi Nicanore, fratello di Cassandro, infine un centinaio di altri nobili macedoni.
    Una spietatezza che, tuttavia, le si ritorse contro, perché finì con l’inimicarle i suoi stessi alleati.
    Così quando Cassandro, che nel frattempo aveva conquistato gran parte della Grecia, decise di marciare sulla Macedonia, non trovò in pratica ostacoli sul suo cammino.
    La regina, in difficoltà, si rifugiò a Pidna, città costiera macedone, sperando di ricevere rinforzi dall’Epiro e da Poliperconte; ma Cassandro corruppe chiunque potesse ostacolarlo e, raggiunta Pidna, la chiuse in una morsa senza scampo.
    Dopo un terribile assedio, nel corso del quale in città si verificarono persino episodi di cannibalismo, Olimpiade si arrese.
    Sottoposta a un processo-farsa, fu condannata a morte da una giuria quasi interamente composta da parenti delle sue vittime. All’esecuzione, forse per lapidazione, Olimpiade si presentò vestita dei suoi migliori gioielli, e con una lunga tunica che ne sottolineava la dignità. Una regina che, anche in punto di morte, si rifiutava di abdicare.

 

  • La leggenda nera di Olimpiade
    Sconfitta nelle lotte per il potere, il ricordo postumo di Olimpiade si tinse di aspetti oscuri.
    Cassandro, il suo avversario, dopo averla sconfitta sul campo di battaglia, la fece giustiziare, rifiutandosi perfino di dare sepoltura al suo corpo, che fu abbandonato e diventò cibo per animali.
    Condannò Olimpiade, inoltre, anche a passare alla storia come emblema di donna violenta e vendicativa, irrazionale e freneticamente mistica.
    Gli storici presto si incaricarono di diffondere questa visione negativa della regina epirota, ed è così che la figura della madre di Alessandro è giunta fino a noi.
    Fu descritta come possessiva, tanto da inculcare nel figlio un acuto complesso di Edipo, e fu sempre lei ad allontanarlo dal padre.
    L’assassinio di quest’ultimo, naturalmente, sarebbe stato orchestrato dalla sua crudele sposa, che avrebbe poi concluso la propria vendetta per essere stata ripudiata uccidendo l’ultima sposa di Filippo, Cleopatra, e il suo figlioletto, oltre che altri numerosi oppositori politici.
    Non c’è dubbio che Olimpiade volle influenzare la politica del momento, prima attraverso il figlio Alessandro e, dopo la sua morte, difendendo con i propri mezzi ciò che considerava suo di diritto.
    Tuttavia, anche se per farlo utilizzò metodi certamente crudeli, non lo furono più di quelli adoperati dai suoi contemporanei.
    La leggenda nera di Olimpiade ha quindi in realtà un’altra origine: il pregiudizio dell’epoca contro le donne che decidevano di fare politica.

 

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