Perché il Duce fece uccidere suo genero, Galeazzo Ciano?

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Perché il Duce fece uccidere suo genero, Galeazzo Ciano? BEST5.IT 2018-04-22 10:50:15
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Perché il Duce fece uccidere suo genero, Galeazzo Ciano?

Perché le loro opinioni su Hitler e sul ruolo dell’Italia nella Seconda guerra mondiale divergevano.

Eppure Mussolini amò Galeazzo Ciano come un figlio: gli aveva dato in moglie Edda, la sua figlia prediletta. Cerchiamo di capire meglio il perché…

 

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1. La visione di suo padre

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Forse, quella gelida mattina di inizio gennaio, mentre attendeva che gli sparassero alla schiena, Galeazzo Ciano avrà ripensato alla sua esistenza.

Non doveva certo finire così.

Fino a pochi mesi prima era l’uomo più in vista del regime fascista, nonché il genero di Benito Mussolini, e non aveva conosciuto che agi, privilegi e l’inebriante sensazione del potere.

Galeazzo nasce nel 1903 a Livorno, dove la famiglia gode di fama e conoscenze altolocate; negli anni Venti il padre Costanzo, valoroso ufficiale di Marina durante la Prima guerra mondiale, è tra i primi aderenti al movimento fascista, di cui condivide subito obiettivi e metodi (come i pestaggi e le devastazioni degli squadristi).

Nel tempo, la scommessa politica di Ciano senior si rivela corretta e, una volta giunto al potere, Mussolini lo ripaga con diversi incarichi nel governo (tra cui la presidenza della Camera).

La carriera di Galeazzo, quindi, è già delineata e spianata dal padre fin dalla più tenera età, nonostante il fatto che lui, giovane svagato e poco incline agli studi, abbia ambizioni artistiche e letterarie.

Con poca convinzione si laurea comunque in giurisprudenza e partecipa al concorso diplomatico, che supera in buona parte grazie al cognome che porta.

Vorrebbe dedicarsi al teatro e al golf, invece gira le rappresentanze diplomatiche di Rio de Janeiro, Buenos Aires e Pechino fino all’incontro che gli cambia la vita: quello con Edda Mussolini.

 

2. Il colpo di fulmine e un esaltante decollo politico

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  • Colpo di fulmine
    È il gennaio del 1930 e Galeazzo è tornato a Roma per lavorare all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, appena aperta dopo la stipula dei Patti Lateranensi dell’anno prima.
    Una sera, a uno dei tanti balli principeschi della capitale, incontra la primogenita del Duce.
    Edda, da tutti giudicata una ribelle e un “maschiaccio”, innamorata solo del padre, è immediatamente ammaliata dal fascino scanzonato del giovane diplomatico; lui, invece, rimane stregato dalla sua spregiudicatezza.
    Solo due mesi dopo, quasi per gioco, le chiede di sposarlo: lei accetta senza indugi.
    Le nozze, guardate con favore anche dal Duce, si celebrano tre mesi dopo il primo incontro e sono l’evento mondano dell’anno.

 

  • Un esaltante decollo politico
    I primi anni Trenta sono gli anni della dolce vita per Galeazzo.
    Abbandonata la diplomazia nel 1933 dopo una missione in Cina come console, fa il suo ingresso in politica sotto l’ala protettiva del suocero, mentre la vita privata prosegue svagata e lussuriosa tra innumerevoli party, saune e molte amanti.
    Gli avanzamenti di carriera sono così turbinosi da rendere palese il favoritismo: nel 1933 è addetto all’ufficio stampa di Mussolini, nel 1935 è titolare del dicastero della cultura popolare, cruciale per la propaganda, e l’anno seguente è il più giovane ministro degli esteri d’Europa.
    Grazie alla devozione nei confronti del suocero e all’esecuzione fedele dei suoi ordini, a soli 33 anni Galeazzo Ciano, “il generissimo” per le malelingue d’Italia, diventa il numero due del regime.
    Le cose però stanno per cambiare. Infatti, con l’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale e il crescere della pressione tedesca, il giovane Galeazzo acquisisce una consapevolezza nuova: la strada segnata da Mussolini porterà alla rovina.

 

3. Hitler, la crisi e i passi falsi

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  • Hitler e la crisi
    La crisi di Ciano si sviluppa dopo il 1937 e deriva da una crescente ostilità nei confronti di Hitler.
    «Quello non è un uomo, è un pazzo», pare confidi a un amico dopo un incontro con il dittatore tedesco nel 1939.
    Mentre il suocero vorrebbe assecondare il Führer ed entrare subito in guerra, Ciano, conscio dell’impreparazione militare italiana, preme per la non belligeranza e sogna di rovesciare il gioco delle alleanze, di cui pure, inizialmente, era stato un artefice appassionato, rivolgendosi agli inglesi.
    Anche quando, suo malgrado, l’Italia entra in guerra, lui appare confuso e rassegnato.
    Convinto della vittoria tedesca, indirizza la strategia bellica italiana cercando di “smarcarsi” da Hitler (sua è la responsabilità della disastrosa campagna di Grecia nell’ottobre 1940) ma non concretizza nessun risultato per salvare l’Italia dalla sconfitta.

 

  • Passi falsi
    L’occasione sembra arrivare nel luglio del 1943: assieme ad altri gerarchi del partito fascista, tra cui l’ex ambasciatore a Londra Dino Grandi, Ciano presenta al suocero, durante una riunione del Gran Consiglio del Fascismo, una mozione di sfiducia.
    Lui e gli altri firmatari dell’ordine del giorno non hanno però vagliato a fondo tutte le possibili conseguenze del loro atto temerario: sono convinti che il re Vittorio Emanuele III prenda in mano la situazione, interrompa il conflitto e proponga un rimpasto di governo.
    I convulsi avvenimenti successivi danno loro torto: Mussolini è fatto arrestare dal re, sale al potere Badoglio e i firmatari dell’ordine del giorno sono esclusi dalla nuova compagine governativa.
    A questo punto i sostenitori del Duce considerano Ciano il traditore per eccellenza e lui, spaventato, segue il consiglio di Edda affidandosi, incomprensibilmente, ai tedeschi per fuggire in Spagna.
    I nazisti, invece, lo arrestano e lo riconsegnano a Mussolini, nel frattempo diventato capo della Repubblica Sociale Italiana, lo stato fantoccio nel Nord del paese.
    L’ordine è chiaro e tassativo: Mussolini deve punire Ciano con la morte e per la parentela che intercorre tra loro, deve farlo mostrandosi più risoluto che mai.
    Nella foto in alto a sinistra, Ciano (con impermeabile chiaro) e gli altri imputati al processo di Verona, celebrato tra l’8 e il 10 gennaio 1944. I giudici, di comprovata fede fascista, sono stati scelti dal Duce in persona. La condanna a morte è scontata.

 

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4. Amato fino alla fine

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Gli ultimi mesi della vita di Galeazzo trascorrono nell’angusta cella del carcere degli Scalzi a Verona.

Fuori, solo Edda si batte come una furia per salvargli la vita implorando il padre e ricattando i tedeschi con i diari scritti dal marito durante gli anni da ministro.

Invano la moglie e l’amante si alleano per salvarlo «È la sola donna a cui ho voluto veramente bene ed è la mia sola amica».

Con queste parole Galeazzo Ciano si riferisce alla moglie Edda nei giorni della prigionia; eppure durante gli anni più splendenti del loro matrimonio i due si sono traditi vicendevolmente con assiduità.

Galeazzo è un tombeur des femmes; il suo status gli rende facile ogni conquista. Edda lascia correre o ricambia con rabbia, memore dei continui tradimenti del padre nei confronti della madre.

L’affetto quasi materno verso il marito, però, non viene mai meno, come dimostrano gli accaniti tentativi di salvarlo nel 1943.

Ed è proprio nei mesi trascorsi al carcere degli Scalzi che lui conquista l’ultima donna della sua vita: è Hildegard Burkhardt, 22 anni, un’agente segreta tedesca che lavora come interprete del capo dei servizi segreti tedeschi in Italia, il colonnello Wilhelm Höttl.

A Verona però il suo compito è recuperare i pericolosi diari scritti da Ciano durante la guerra, ricchi di retroscena politici e critiche spietate al Führer.

Hilde cede alla tenerezza verso l’ormai sconfitto uomo di punta del regime fascista e si allea con Edda per evitarne la condanna a morte. Tuttavia, per lui, detto “Gallo” per la sua incessante attività di seduttore, a nulla valgono gli sforzi delle sue donne.

Galeazzo è sereno e sicuro di sé; è rimasto poco del giovane vanesio perennemente influenzato dal padre e dal suocero nell’uomo che si avvia dignitoso alla fucilazione e, all’ultimo, si gira beffardo verso il plotone d’esecuzione.

Certamente ripensa alla sua vita e a quella parabola che l’ha portato tanto in alto, fino al cuore del potere, prima di precipitare qui, l’11 gennaio 1944, legato a una sedia e girato di schiena, come i traditori, in attesa del colpo mortale.

Nella foto in alto a sinistra l'estrema unzione di Ciano, fucilato a Verona l’11 gennaio 1944. Avrebbe dovuto essere bendato e sedere volgendo la schiena al plotone di esecuzione, ma rifiuta la benda e si gira all’ultimo momento per guardare negli occhi chi lo fucila.

 

5. Fasti e rovine delle coppie d’oro del regime: i Ciano e i reali del Piemonte

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Non ci sono soltanto Edda e Galeazzo ad animare le serate più mondane della capitale; la vita sociale capitolina, infatti, rispecchia con una certa simmetria quella politica.

Così come l’Italia appare in mano a una “diarchia” composta dal re, Vittorio Emanuele III, e dal capo del Governo, Benito Mussolini, allo stesso modo ai coniugi Ciano si affianca la coppia reale formata dal principe di Piemonte, Umberto, e dalla moglie, Maria José del Belgio.

I quattro giovani, tutti più o meno coetanei, essendo nati tra il 1903 e il 1910, rappresentano agli occhi del Paese la futura classe politica italiana.

Umberto, in quanto erede al trono, è il successore ufficiale del re in virtù della legge salica che regola la discendenza a Casa Savoia, ma anche Galeazzo è considerato a tutti gli effetti il “delfino” di Mussolini.

Entrambi sposi, a tre mesi di distanza, di due donne dal carattere forte e assertivo, sviluppano nel corso degli anni adulti una crescente diffidenza verso il Duce, di cui non condividono soprattutto le scelte in materia di politica estera.

A entrambi, tuttavia, forse a causa di una certa debolezza di fondo o del convulso svolgersi degli eventi, non viene lasciato alcun spazio decisionale: Umberto acconsente alla precipitosa fuga da Roma all’indomani dell’8 settembre 1943 e Galeazzo accetta l’entrata in guerra al fianco degli odiati tedeschi.

Con la fine del conflitto, dei due giovani di bell’aspetto e belle speranze che vivacizzavano le notti romane negli anni Trenta non rimane più nulla: Galeazzo è ucciso nel 1944 e due anni dopo Umberto, sconfitto al referendum istituzionale, lascia l’Italia per sempre.

Edda e Maria José, invece, muoiono diversi decenni dopo i rispettivi consorti, entrambe a lungo custodi solitarie delle loro tragiche memorie.

 



Note

Il clan Mussolini: una moglie, cinque figli legittimi, un genero e tre nipoti

La famiglia Mussolini è un coacervo di passioni, legami e segreti dominato dal dittatore fascista; il Duce infatti impone alla moglie Rachele e ai cinque figli (Edda, Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria) il peso di sistematici tradimenti.

Oltre all’amante “ufficiale” Claretta Petacci, che ne condividerà il destino venendo uccisa a Dongo nell’aprile 1945, e alla scrittrice ebrea Margherita Sarfatti, con cui intrattiene una ventennale relazione, Mussolini ha rapporti con centinaia di donne, da cui nascono diversi figli illegittimi (almeno 6 secondo i suoi calcoli).

Galeazzo è l’unico genero di Mussolini (Anna Maria ha appena 11 anni quando scoppia la guerra) e viene trattato come un figlio, soprattutto dopo la morte del terzogenito Bruno.

Gli eventi del luglio 1943, però, devastano il clan famigliare: Edda, sola contro il padre, alla morte di Galeazzo rompe i rapporti con i genitori.

Ai suoi tre figli (Fabrizio, detto Ciccino, nato nel 1931, Raimonda, detta Dindina, nata nel 1933, e Marzio, detto Mowgli, nato nel 1937) la decisione del nonno di uccidere il padre lascia un’eredità di dolore implacabile, che esula dalla Storia.

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