Pietro il Grande: un lavoratore infaticabile sul trono russo

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Pietro il Grande: un lavoratore infaticabile sul trono russo BEST5.IT 2017-10-22 13:42:07
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L’appellativo è giustificato. Pietro I, zar di tutte le Russie, era davvero grande!

Un colosso di due metri e un gigante negli appetiti, nelle ambizioni, nella volontà di riformare, nelle imprese civili e belliche.

Un personaggio per il quale si possono spendere aggettivi come pantagruelico, vulcanico e smodato senza paura di esagerare.

Se è vero che la storia russa procede per salti, come asseriscono molti storici, i maggiori balzi in avanti si devono a lui e a Lenin.

Diede al suo regno una nuova capitale, San Pietroburgo, e di fatto fondò l’impero. Facendo della Russia una nazione sempre più “europea”.

Ma chi era veramente Pietro il Grande? Scopriamolo insieme!

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1. Infanzia di sangue

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Dopo il regno di Pietro il Grande, spiegava lo storico William Marshall, «la Russia non era più una zona depressa del lontano Oriente, bensì parte integrante dell’Europa».

Non più ingessata in liturgie e strutture medioevali e bizantine, dominava i mari e sedeva nel club ristretto delle grandi monarchie.

Pietro, affermava ancora Marshall, «le assicurò una parte cruciale sulla scena europea». Così il poeta nazionale russo, Aleksandr Puškin, ritrasse il dinamico sovrano: “Accademico, eroe, marinaio, falegname, con il suo spirito che tutto copriva fu lavoratore infaticabile sul trono russo”.

Non s’era mai visto, né si vide più, un autocrate come lui: votato, sì, a controllare tutto, ma per il bene della patria. Accentratore all’ennesima potenza, ma capace di parlare con tutti.

Addirittura ansioso di mescolarsi, e talora mimetizzarsi, con i suoi sudditi. Un monarca dai tratti barbarici, che preferiva bere e mangiare senza ritegno, ma anche assetato di conoscenza.

Fu, insomma, un despota capace di grandi crudeltà (mandò a morte il figlio Aleksej dopo un processo sommario per presunta cospirazione), ma anche incline a volgere l’ufficialità in burla o in rappresentazione teatrale.

Allontanarsi – come fece – dalla capitale storica, Mosca, e volgere lo sguardo verso la nuova frontiera del mare, il Baltico in particolare, era quasi un’idea contronatura per i russi del suo tempo.

Ma questa svolta simboleggiava la sua volontà di recidere i legami con il passato, con l’immobilismo d’una società arcaica, feudale, xenofoba, ostile a ogni cambiamento, e il desiderio di aprirsi al vento del progresso che spirava dall’Occidente illuminista.

C’erano anche ragioni personali che l’inducevano a detestare il Cremlino e la Russia dei “vecchi credenti”, i raskolniki, fedeli agli antichi riti ortodossi.

Da bambino aveva assistito a scene orribili. Quando, nel 1682, era morto lo zar suo fratellastro, Fëdor III, s’era trovato al centro d’una contesa sanguinosa. L’altro fratellastro, Ivan, figlio di primo letto di suo padre Alessio, era il successore designato, ma era anche semicieco e ritardato mentale.

S’imponeva così la candidatura di Pietro o, quantomeno, il suo affiancamento al ruolo supremo. Si scatenò a quel punto una lotta all’ultimo sangue tra il clan della prima moglie di Alessio, i Miloslavskij, e quello di sua madre Natalia, i Nariskyn.

Sobillato dai primi, il corpo degli streltsy (archibugieri e arcieri scelti) fece irruzione nel Cremlino e massacrò sotto gli occhi del piccolo Pietro la fazione materna. Per il futuro zar fu un trauma indelebile, forse all’origine del tic che l’afflisse per il resto dei suoi giorni: un tremito al capo.

Il giorno dopo la strage, il 26 maggio 1682, fu comunque eletto zar in coppia con Ivan V. Ruolo di facciata, visto che il potere effettivo venne assunto dalla sorellastra Sofia e dal suo amante, il primo ministro Golitzyn.

I quali cercarono più tardi di eliminare lo scomodo fratello. Pietro riuscì a sventare il complotto, nell’estate del 1689, e a volgerlo in suo favore: la reggente fu segregata nel convento di Novodevici. Morto il fratellastro disabile, dal 1696 Pietro si ritrovò finalmente solo al comando.

2. Giochi di ruolo

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Era cresciuto con la madre in un villaggio alle porte di Mosca, Preobraženskoe, e fin da piccolo aveva frequentato il vicino Quartiere tedesco in cui risiedevano gli stranieri al servizio delle imprese e istituzioni moscovite.

In questo modo era riuscito a familiarizzare con gli usi e costumi occidentali e stretto amicizia con alcuni rampolli di origine svizzera, scozzese e olandese che l’avrebbero poi seguito nella sua cavalcata regale.

Con i compagni di giochi si era formato all’arte della guerra e aveva scoperto i piaceri della navigazione (un vero colpo di fulmine) su un vecchio battello rabberciato.

Avevano creato un piccolo esercito e una città in miniatura, Presburgo, dove, oltre a simulare battaglie, la congrega, goliardicamente devota a Bacco e denominata perciò Collegio della sbornia, inscenava parodie irriverenti di cerimonie di corte e conclavi religiosi.

Per tutta la vita, Pietro prese molto seriamente quel gioco. I primi che informava degli avvenimenti che lo riguardavano, attenendosi a un finto protocollo, erano i due amici che ricoprivano i ruoli di principe-papa e principe-zar.

Lo zar aveva uno spiccato gusto per la farsa, la messinscena, la dissacrazione. Gli piaceva spacciarsi per qualcun altro, o fingersi soldato semplice.

Nelle parate trionfali che seguivano le sue vittorie sfilava con i gradi di capitano o colonnello e quando, nel 1697, intraprese un grand tour diplomatico, la cosiddetta Grande Ambasceria, si camuffò sotto l’identità di tal Pëtr Michajlov.

3. In cerca di sbocchi

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Pietro era tuttavia determinato a coronare i suoi sogni di potenza: deciso a fare della Russia una protagonista della politica mondiale.

Per lo sviluppo e l’espansione era necessario uno sbocco sul mare; la Russia aveva un solo porto, Arcangelo, sul Mar Bianco.

Pietro cercò questo nuovo sbocco prima a sud, sul Mar d’Azov, contro i turchi. Il primo assalto (1695) fallì, ma lui non si perse d’animo.

«Pochi sovrani hanno avuto come lui in spregio la vita umana», osservava il biografo Henri Troyat. «Qualsiasi idea germinasse nella sua mente, gli sembrava giustificare il sacrificio della nazione».

Come quando comprese che doveva rafforzare l’esercito e dotarsi di una flotta militare degna di questo nome.

Appassionatissimo di carpenteria e inseparabile da tornio, pialla e ascia, si mise a costruire di persona galee a scarso pescaggio nei nuovi cantieri di Voronež: agili vascelli che si rivelarono più tardi un’arma vincente nel controllo del Baltico.

Nel 1696 i russi conquistarono Azov, ma ancora non avevano accesso al Mar Nero: di mezzo c’era la fortezza di Kerc. Per questo Pietro intraprese, nel marzo 1697, la sua Grande Ambasceria.

4. Grand tour e la nuova capitale

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Partirono in 250 con lo scopo dichiarato di creare un’alleanza cristiana; in realtà lo zar voleva importare le tecnologie dell’Occidente e reclutare tecnici, artigiani e marinai per il suo Paese.

In quella tournée Pietro studiò ingegneria navale nei cantieri di Amsterdam e frequentò corsi di medicina e aule di anatomia. Si appassionò così di chirurgia e odontoiatria, esercitandosi su alcuni malcapitati del suo entourage.

A Londra lavorò nei cantieri navali di Deptford, visitò università, ospedali, la zecca e la torre-prigione, e devastò la casa messa a sua disposizione da un celebre letterato. Come nel viaggio che compì anni dopo a Parigi, stupì i salotti aristocratici per mancanza di bon ton e per vivacità intellettuale.

L’Ambasceria si risolse però in un fiasco politico. A quel punto, Pietro stipulò una tregua trentennale con l’Impero ottomano e volse le mire espansionistiche a nord, contro gli svedesi, padroni del Baltico.

Lo scontro con Carlo XII, giovane condottiero che viveva solo per combattere, durò, con brevi pause, una ventina d’anni e si concluse con il trionfo di Pietro e il declino della potenza scandinava.

Umiliati nel 1700 dagli svedesi a Narva, i russi si rifecero con gli interessi nel 1704 nella stessa Narva e a Dorpat. Quindi inaugurarono una tattica destinata a non tramontare mai: ritirarsi all’interno e lasciar fiaccare dal freddo e dalla lunghezza delle linee di approvvigionamento il nemico.

Stremati, gli svedesi vennero sbaragliati nel 1709 a Poltava. I russi dilagarono nei loro territori espugnando Vyborg, Riga e l’attuale Tallinn.

Carlo XII chiese allora rifugio e sostegno ai turchi innescando un’altra sequenza bellica tra gli Ottomani e l’Impero russo. Stavolta Pietro ebbe la peggio: fu sconfitto in Moldavia nel giugno 1711 e dovette rinunciare ad Azov e alla flotta meridionale.

Lo giudicò il prezzo da pagare per chiudere i conti con la Svezia e spodestarla dal Baltico. E infatti le sue galee leggere trionfarono sulle navi svedesi a Capo Hango (agosto 1714).

Fu il colpo di grazia, ma la contesa si chiuse solo nel 1721, con il trattato di Nystad che sancì l’annessione alla Russia di Livonia, Curlandia, parte della Finlandia e dell’Ingria dove Pietro aveva inaugurato, nel 1709, la nuova, mirabolante capitale: San Pietroburgo, una finestra sull’Europa.

“Durante il regno di Pietro un suddito della corona russa non aveva molta scelta”, ironizza il grande poeta russo Josif Brodskij. “O essere arruolato nell’esercito o farsi mandare a costruire San Pietroburgo”.

Fu un grandioso e sofferto parto collettivo. Una sfida vinta sulla natura. Per edificare la nuova capitale sul Baltico, Pietro costrinse ai lavori forzati migliaia di operai sradicandoli da città e campagne. Fu quello il prezzo per crearsi il suo “paradiso”.

Si calcola che almeno 100mila operai perirono di fatiche e di stenti. Dopodiché lo zar impose l’emigrazione coatta a centinaia di recalcitranti famiglie di burocrati, dignitari, nobili.

L’avventura iniziò nel 1703. Pietro gettò le fondamenta della futura capitale su un’isoletta alla foce della Neva, l’Isola delle lepri. Prima una fortezza, poi una cittadella con la cattedrale intitolata ai santi Pietro e Paolo.

Un posto da lupi, in senso letterale: paludoso, deserto, nebbioso, malsano. Moscerini d’estate, ghiaccio d’inverno, inondazioni catastrofiche ogni autunno. Lo zar fece abbattere intere foreste e confluire sul posto tutto il pietrame disponibile.

Sottopose 40-50mila manovali l’anno a ritmi di lavoro forsennati. Aveva in mente una città acquatica, una seconda Amsterdam. Per i suoi Palazzi d’Inverno e d’Estate, non chiedeva che poche stanzette buie e dai soffitti bassi.

Altri, come il generale Menšikov, il suo amico più caro, non rinunciarono a un fastoso stile italiano. Altri sontuosi palazzi crebbero sulla riva sinistra della Neva, più elevata e meno a rischio inondazioni, assieme all’Ammiragliato, i cui cantieri diedero lavoro a 5mila artigiani, e maestosi viali come la Prospettiva Nevskij.

Il progetto urbanistico fu affidato a un architetto italiano d’origine ticinese, Domenico Trezzini. E italiane furono le firme sui palazzi eretti negli anni: Carlo Rossi, Bartolomeo Rastrelli.

Corte e governo vi si trasferirono nel 1713, malgrado i disagi e il carovita (tutto costava più che a Mosca per via delle distanze e dei rifornimenti difficoltosi). Ma già nel 1724 San Pietroburgo era diventata il principale porto russo.

5. Riforme obbligate

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Le vittorie non bastavano però per attuare il disegno imperialistico di Pietro e ammodernare il Paese.

Occorrevano misure drastiche, largamente impopolari. Bisognava investire gran parte del reddito nazionale in spese militari.

Ne beneficiarono l’industria metallurgica e la cantieristica navale. Nuovi giacimenti vennero scoperti e sfruttati negli Urali e la Russia balzò ai primi posti in Europa nella produzione di ferro.

I porti e le infrastrutture (Mosca fu collegata a San Pietroburgo da una strada ancora oggi esistente) stimolarono il commercio; ma Pietro dovette ricorrere, per guerre e grandi opere, alla coscrizione di massa e quintuplicare le tasse, provocando malumori e rivolte nei ceti più abbienti e tra i servi della gleba.

Lo zar procedette a una radicale spending review. Combattere sprechi e privilegi implicava la riorganizzazione della macchina statale.

Lavorando 14 ore al giorno a una miriade di decreti, il frenetico autocrate abolì il consiglio dei boiari (la nobiltà terriera), creò il senato, organi di controllo poliziesco e tributario, e riformò le province. Disinnescò infine i monopoli delle forze conservatrici.

Con la Tavola dei ranghi legò la gerarchia al merito e all’anzianità di servizio. Con l’abolizione del patriarcato e l’introduzione del Santo Sinodo, ridusse la Chiesa a dipartimento governativo.

Della cerchia di Pietro facevano parte uomini di varia nazionalità ed estrazione sociale. La presenza più singolare fu probabilmente quella di Ibrahim Hannibal, naturalizzato russo come Abraham Petrovič e chiamato da tutti “il negro dello zar”.

Era un principe abissino che Pietro aveva adottato all’età di sette anni, riscattandolo dal serraglio del sultano Ahmed III, a Costantinopoli. Pietro mandò questo amato figlioccio di colore a studiare alla scuola militare di Parigi e Ibrahim fece carriera, prima entrò nell’esercito e poi tra gli ingegneri militari di San Pietroburgo.

Da una sua nipote (dunque era suo bisnonno) nacque uno dei maggiori poeti russi, Aleksandr Puškin, che da Ibrahim ereditò alcuni tratti somatici.

Puškin provò a raccontare la straordinaria vicenda del suo avo – “testa ricciuta, nereggiante tra le parrucche incipriate” dei salotti parigini – in un romanzo incompiuto dal titolo che oggi giudicheremmo politicamente scorretto: Il negro di Pietro il Grande.

La modernizzazione passò anche dalla creazione di un nuovo sistema scolastico: scuole navali, di matematica, di artiglieria, l’Accademia delle Scienze.

A colpi di ukaz (decreti), l’imperatore impose infine l’occidentalizzazione dei costumi: vietate le barbe, obbligatori gli abiti all’europea, incoraggiato l’uso del tabacco... Decretò in materia di case, tetti, comignoli, tessuti e persino condotta in chiesa. Nulla gli sfuggiva, ma in fondo era un’ossessione a fin di bene.

Morendo, il 28 gennaio 1725, all’età di 52 anni, in seguito a un’operazione alle vie urinarie (soffriva di infezioni all’uretra), pagò lo scotto di tanti stravizi. Stacanovismo incluso.



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