Primo Levi: una vita a denunciare la follia nazista

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Primo Levi: una vita a denunciare la follia nazista BEST5.IT 2019-11-17 18:45:18
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“Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare,
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa, andando per via,
coricandovi, alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi”.
“Se questo è un uomo”.

Primo Levi (31 luglio 1919 – 11 aprile 1987), di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, è stato uno dei testimoni più importanti della follia nazista.

Attraverso i suoi libri ha consegnato alle generazioni future un documento imprescindibile sui campi di sterminio e su come l’animo umano possa imbruttirsi, accecato da ideologie aberranti: ha raccontato di uomini trasformati in aguzzini e di altri uomini ridotti a meri numeri, schiavi da sfruttare fino alla morte.

Trasmettere la sua esperienza per evitare che la storia la dimenticasse è stata la sua missione. Di origine ebraica, fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz dove restò 11 mesi.

Ma chi era veramente Primo Levi? Scopriamolo insieme.

 

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1. Nacque a Torino

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Primo Levi, i cui antenati erano ebrei piemontesi provenienti dalla Spagna e dalla Provenza, nacque a Torino il 31 luglio 1919, nella stessa casa dove visse fino alla morte.

Il padre, Cesare, classe 1878, era uno stimato ingegnere che, dopo aver lavorato in vari Paesi europei, si stabilì nel capoluogo piemontese.

Qui, nel 1918, sposò Ester Luzzati, nata nel 1895.  Dopo Primo, nel 1921 in casa Levi arrivò anche Anna Maria, sorella a cui lo scrittore fu molto legato.

Il giovane torinese frequentò il liceo classico “Massimo d’Azeglio” e qui ebbe come compagna di classe Fernanda Pivano, che sarebbe diventata traduttrice italiana delle opere più importanti delle letteratura americana.

Al d’Azeglio Levi dimostrò una notevole capacità nelle materie scientifiche che lo avrebbero portato nel 1937 a iscriversi al corso di laurea in chimica dell’Università di Torino.

Nell’anno successivo, e cioè nel 1938, il regime fascista emanò le ignobili legge razziali che limitavano i diritti degli ebrei, precludendo loro anche la possibilità di iscriversi all’università, ma permettendo a chi era già studente di portare a termine il proprio corso di studi.

Così, nel 1941, il non ancora ventiduenne Primo Levi si laureò con il massimo dei voti e lode con una tesi sul fenomeno chimico detto “inversione di Walden”: sul suo diploma di laurea era specificato “di razza ebraica”.

Nel 1942 si trasferì a Milano e iniziò a lavorare presso la fabbrica svizzera di prodotti farmaceutici Wander dove fu incaricato di studiare nuovi farmaci contro il diabete.

Fu in questo periodo che presero forma le sue due grandi passioni: la letteratura e soprattutto la politica. Primo cominciò a scrivere e contemporaneamente cominciò a frequentare gli antifascisti locali e ad avvicinarsi al Partito d’Azione clandestino.

La caduta del governo fascista (25 luglio 1943) e l’armistizio dell’8 settembre furono eventi decisivi per lui: all’indomani dell’armistizio, infatti, decise di aggregarsi a un gruppo partigiano operante in Valle d’Aosta.

Disgraziatamente all’alba del 13 dicembre venne arrestato e condotto nel campo di concentramento di Fossoli (Carpi, in provincia di Modena).

Il 22 febbraio 1944 assieme a molti altri, stipati a centinaia su tristi treni merci, partì alla volta del campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia.

 

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2. L’inferno del lager

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Dopo cinque giorni di viaggio, il treno arrivò alla sua cupa destinazione e per Primo Levi iniziò quella discesa all’inferno che raccontò poi nel suo Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947.

Sull’avambraccio sinistro gli venne tatuato il numero 174517 e, varcati i cancelli con la beffarda scritta Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi), divenne un numero nelle mani di criminali accecati dall’odio.

La crudeltà degli aguzzini, le necessarie accortezze per riuscire a sopravvivere e il totale annientamento, fisico e psicologico, dei prigionieri sono temi trattati nel suo libro.

Grazie a una conoscenza minima del tedesco e alla sua preparazione in chimica, riuscì a sopravvivere agli undici mesi di prigionia fino alla liberazione del campo avvenuta il 27 gennaio 1945.

Come spesso ricordò in seguito, alla sua salvezza contribuirono circostanze fortunate come l’incontro con Lorenzo Perrone, muratore cuneese impiegato nell’espansione di Auschwitz, che lo aiutò donandogli cibo e che per questo sarebbe stato inserito nella lista dei “Giusti tra le nazioni”, coloro che, a rischio della propria vita, salvarono alcuni ebrei dalla Shoah.

La sua preparazione scientifica fu essenziale verso la fine del 1944 quando fu reclutato per lavorare alla Buna, fabbrica tedesca che produceva gomma sintetica.

Ammalatosi di scarlattina, scampò la fatale marcia della morte, cioè l’evacuazione di Auschwitz ordinata dai nazisti visto l’imminente arrivo dell’Armata Rossa.

L’agognata libertà si trasformò presto in una vera e propria odissea: prima di intraprendere il viaggio verso Torino, infatti, Levi visse per qualche mese a Katowice, campo sovietico di transito.

Poi, come egregiamente raccontato nel libro La tregua, nel giugno del 1945 si avviò verso l’Italia, passando per Ucraina, Bielorussia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria e Germania. Giunse finalmente nel capoluogo piemontese il 19 ottobre.

 

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3. Ritorno alla normalità

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Riprendere la vita dopo le sofferenze patite non fu facile: gli orrori visti nel lager erano impressi nella sua memoria e nella sua anima.

Ciò che Levi sentì subito fu l’urgenza e la necessità di raccontare, di far sapere ciò che era stato.

Impiegato presso la Siva, ditta torinese di produzioni di vernici della quale diventerà prima direttore tecnico e poi direttore generale, e fidanzato con la futura moglie Lucia Morpurgo, scrisse in qualsiasi ritaglio di tempo disponibile Se questo è un uomo, una testimonianza lucida e agghiacciante del calvario che aveva dovuto affrontare dal suo internamento a Fossoli fino alla liberazione di Auschwitz.

Il libro, pubblicato nel 1947, non ottenne molto successo, ma con il passare degli anni divenne un’opera fondamentale, tradotta in tutto il mondo.

Diventato padre di Lisa nel 1948 e di Renzo nel 1957, Levi proseguì con la scrittura narrando le vicissitudini vissute durante il difficoltoso ritorno a casa ne La tregua, uscito nel 1963.

Il tortuoso itinerario attraverso un’Europa liberata dal gioco nazista, ma ridotta allo stremo, divenne così “l’epopea di un’umanità ritrovata dopo il limite estremo dell’orrore e della miseria”.

Metodico e preciso, Levi si divise tra famiglia, lavoro e scrittura fino al 1975 quando, in pensione, si tuffò in quest’ultima, pubblicando una ricca serie di libri.

L’11 aprile 1987 Levi morì in seguito a una caduta dalla tromba delle scale della propria casa a Torino: per alcuni fu suicidio, per altri un incidente.

L’unica certezza è che quel giorno se ne andò uno degli uomini più importanti della storia italiana e non solo. Per le future generazioni le sue parole resteranno per sempre un monito: un invito a ricordare perché ciò che è stato non possa più tornare.

 

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4. Autore di romanzi, racconti e poesie

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Dopo Se questo è un uomo e La tregua, Primo Levi scrive Il Sistema periodico (1975), una raccolta di 21 episodi autobiografici.

Nel 1978 esce invece La chiave a stella, primo romanzo d’invenzione di Levi, che narra la storia dell’operaio Faussone, detto Tino: si aggiudica il Premio Strega.

Due invece i riconoscimenti (Premio Campiello e Premio Viareggio) per Se non ora, quando?, uscito nel 1982 e incentrato sulle vicende di partigiani ebrei e russi che combatterono contro i nazisti.

Del 1986 è invece I sommersi e i salvati, nel quale l’autore affronta molte tematiche legate ai lager e alla memoria.

Nella bibliografia di Primo Levi figurano inoltre le raccolte di poesia Ad ora incerta e L’osteria di Brema, quelle di racconti Storie naturali, Vizio di forma e Lilìt e altri racconti, e l’antologia degli autori che influenzarono la sua formazione La ricerca delle radici.

Antologia personale e L’altrui mestiere, raccolta di saggi pubblicati su quotidiani e periodici dal 1964 al 1984.

Curiosità: La prima edizione del suo capolavoro ha venduto solo 1.500 copie!
Nel 1947 Primo Levi sottopose il manoscritto di Se questo è un uomo alla casa editrice Einaudi che diede parere negativo. Si rivolse allora alla piccola casa editrice torinese De Silva che ne stampò 2.500 copie. Nonostante la positiva recensione di Italo Calvino sulle pagine de L’Unità, la prima edizione di Se questo è un uomo vendette solo 1.500 copie. Nel 1958 Einaudi tornò sui suoi passi e ne pubblicò una nuova edizione nella collana Saggi.

 

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5. Primo Levi al cinema e in teatro e il Centro internazionale di studi

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- Primo Levi al cinema e in teatro

Nel 1997 viene presentato al 50° Festival di Cannes La Tregua, trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di Levi diretta da Francesco Rosi e con protagonista l’attore americano John Turturro.
La pellicola si aggiudica quattro David di Donatello (il più prestigioso premio cinematografico italiano) come miglior film, miglior regia, produttore e montaggio.
Al ritorno a casa di Levi è anche dedicato il documentario La strada di Levi, uscito nel 2006, prodotto e diretto da Davide Ferrario.

Ha invece debuttato il 23 aprile scorso, al Teatro Carignano di Torino, Se questo è un uomo, di e con Valter Malosti, che ha voluto portare sul palcoscenico quella che lui stesso definisce “un’opera acustica” nella quale Levi «restituisce la babele del campo – i suoni, le minacce, gli ordini, i vocaboli gergali incomprensibili, i rari discorsi chiari e distinti – orchestrandola sulle lingue parlate in quel perimetro di filo spinato: i “barbarici latrati” dei tedeschi, lo yiddish degli ebrei orientali, il polacco della regione di Auschwitz, l’italiano dei pochi connazionali in grado di non soccombere, il francese adottato come lingua franca».
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- Un centro studi si adopera perché nessuno dimentichi

Il Centro internazionale di studi Primo Levi (www.primolevi.it) di Torino è nato nel 2009 e ha come soci fondatori la Regione Piemonte, la Città Metropolitana di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Comunità ebraica di Torino e la famiglia di Primo Levi.
Il suo principale scopo è promuovere Primo Levi e le sue opere e diffondere il suo messaggio in particolare presso i giovani.
Il centro raccoglie le “edizioni dei suoi libri, le numerose traduzioni pubblicate in tutto il mondo, la bibliografia critica, ogni forma di documentazione scritta e audiovisiva sulla sua figura e sulla ricezione dell’opera”. Ogni anno organizza la Lezione Primo Levi, un incontro aperto a tutti.




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