Saddam Hussein: lo Stalin del Medio Oriente

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Saddam Hussein: lo Stalin del Medio Oriente BEST5.IT 2016-12-09 11:38:04
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Semmai un uomo nei passati vent’anni ha rappresentato una spina nel fianco dell’America, è stato certamente l’ex presidente dell’Iraq, Saddam Hussein (28 aprile 1937 – 30 dicembre 2006).

Durante la guerra tra Iran e Iraq, tra il 1980 e il 1988, egli ordinò l’impiego di armi chimiche contro le truppe iraniane, uccidendo tra i 450.000 e i 700.000 soldati, e contro la numerosa comunità curda in Iraq, che contò tra 150.000 e 340.000 vittime.

Alcuni anni dopo, all’elenco dei suoi crimini si aggiunse l’invasione del Kuwait (1990-91), che fece più di 1000 morti tra la popolazione di quel Paese, e nel 1991 la repressione della rivolta curda e sciita, in cui rimasero uccise tra le 30.000 e le 60.000 persone.

Inoltre, egli fece distruggere le paludi dell’Iraq meridionale, per impedire che gli arabi insediati nella zona rivendicassero una patria e, nel 2003 guidò il suo popolo in una seconda guerra contro l’Occidente.

È indubbio che Saddam Hussein sia stato un despota spietato, ma come è giunto a diventare un uomo tanto aborrito dall’Occidente da essere considerato, insieme a Hitler e Stalin, uno dei personaggi politici più odiati del XX secolo? Leggiamolo insieme.

LEGGI  Importanti popoli del passato: che fine hanno fatto?

1. L'infanzia

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Saddam Hussein nacque il 28 aprile 1937 (se fosse vivo, proprio oggi, avrebbe festeggiato il suo 78° compleanno) nel piccolo villaggio musulmano sunnita di Al Awja, pochi chilometri a est della città di Tikrit.

Sua madre era una donna autoritaria di nome Subha Tulfah Al Musallat, mentre il padre, Hussein Al Majid, quando il bimbo venne al mondo, era scomparso e si presumeva fosse morto.

Secondo gli standard della società in cui è vissuto, l’infanzia di Saddam è stata, se non miserabile, comunque assai povera. La sua casa era una capanna di fango costituita da un unico locale, in cui tutta la famiglia doveva vivere e dormire insieme agli animali domestici.

Non vi erano servizi igienici, né elettricità o acqua potabile. Inoltre, il villaggio di Al Awja, situato in una regione particolarmente improduttiva dell’Iraq, offriva ben poche possibilità a un ragazzo.

Alla luce di tutto ciò, non sorprende il fatto che il piccolo Saddam trascorresse gran parte dei suoi primi anni giocando nei vicoli di Al Awja e guadagnandosi la reputazione di teppista. Poi, quando aveva sei anni, sua madre si risposò e il patrigno lo mise a lavorare come contadino nei campi.

Era una vita dura, resa peggiore dalle violenze subite da parte del patrigno, che non volle nemmeno mandarlo a scuola. In effetti, l’unica persona che Saddam rispettasse o ammirasse era uno zio materno di nome Khairallah Tulfah, un uomo istruito che un tempo era stato sottotenente nell’esercito iracheno, per poi divenire insegnante.

Nel 1947, all’età di dieci anni, Saddam Hussein lasciò la sua casa per vivere con questo parente.

Tra il 1953 e il 1954, Saddam sostenne un esame per entrare nel collegio militare di Baghdad, ma fu respinto a causa della sua mancanza di istruzione. Ciò nonostante, tuttavia, prese a occuparsi di politica.

Egli faceva parte della minoranza sunnita dell’Iraq, che comprendeva i più poveri tra i poveri, e cominciò a prendere parte a dimostrazioni antigovernative, convincendo bande di teppisti a unirsi alla causa per aggredire chiunque non fosse d’accordo con la loro posizione.

Nello stesso tempo, cominciò a farsi degli amici tra i settori più organizzati dell’opposizione, ossia gli studenti affiliati al partito politico Ba’ath, fondato in Siria verso il 1940.

2. Saddam Hussein entra in politica

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Il 14 luglio 1958, l’esercito iracheno, agli ordini del generale ʿAbd al-Karīm Qāsim e del colonnello ʿAbd al-Salām ʿĀrif, riuscì finalmente a rovesciare la monarchia.

Saddam ne gioì come se avesse condotto lui stesso l’azione al punto che il 7 ottobre dello stesso anno tentò di assassinare Qāsim, nominato presidente dopo il colpo di stato.

In seguito al fallimento del complotto, Saddam fuggì in Egitto, tornando in Iraq soltanto nel 1963, quando il partito Ba’ath, guidato da Ahmad Hassan Al Bakr, riuscì finalmente a rovesciare Qāsim.

Nel 1966, venne nominato vicesegretario generale di questo stesso partito, che nel 1968 organizzò un altro colpo di stato, riuscendo questa volta a insediare stabilmente Bakr come presidente del Paese.

Saddam Hussein fu quindi posto a capo dell’Ufficio per le relazioni generali, un nome elegante per un’organizzazione di criminali, perché in realtà si trattava della polizia segreta.

Come aveva fatto Stalin, egli cominciò a raccogliere sotto di sé la maggior parte dei dipartimenti governativi e, lentamente ma sicuramente, si rese indispensabile al “padre della patria” Bakr.

Inoltre, Saddam fece in modo che qualsiasi minaccia, vera o presunta, per il partito, e quindi per la sua posizione, venisse rapidamente sventata. Successivamente Saddam rivolse la sua attenzione all’esercito iracheno.

Le forze armate costituivano l’unica vera minaccia per il nuovo regime, ma egli, piuttosto che alienarsi le forze regolari, preferì costituire un’organizzazione paramilitare denominata “esercito popolare” e posta sotto il suo diretto controllo.

Tra le altre “riforme” da lui promosse, vi fu la limitazione delle attività di tutti gli avversari noti del partito Ba’ath e, a tal fine, Saddam fece impiccare diciassette tra figli e nipoti di uno di loro, Sayyed Muhsin Al Hakim.

Più il tempo passava, più si rafforzava la sua stretta sul Paese. In primo luogo, neutralizzò i nemici, si trattasse di individui, gruppi etnici o religiosi, o partiti politici.

Nel dicembre 1974 Saddam fece giustiziare 5 funzionari sciiti che considerava un pericolo per il partito Ba’ath e, nei mesi seguenti, esiliò in Iran più di 200.000 sciiti.

Infine, nel 1979, costrinse il generale Bakr a dimettersi, un atto ufficialmente attribuito alla cattiva salute di quest’ultimo.

3. Saddam Hussein si proclama presidente dell’Iraq e la guerra con l'Iran

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Il 16 luglio 1979 Saddam Hussein si proclama presidente dell’Iraq; egli aveva il totale controllo del Paese e nessuna intenzione di rinunciarvi, nonostante dall’estero giungessero esortazioni a rovesciare il suo governo.

Naturalmente, tali inviti giungevano dal vicino Iran, il cui governo nel 1979 si era trasformato in un regime anti-ba’athista.

Da un momento all’altro, l’ayatollah Khomeini (che aveva tolto allo Scià le redini del potere) cominciò a incoraggiare gli sciiti iracheni a rovesciare il leader del partito Ba’ath.

Ciò preannunciava il disastro; infatti, nel settembre 1980 l’Iraq, reagendo a una serie di sconfinamenti da parte dell’Iran, organizzò un’offensiva su grande scala (impiegando più di 300.000 soldati) contro il suo vicino. Lo stesso Saddam guidò la campagna da un bunker costruito sotto il palazzo presidenziale.

Si dice che tra il 1981 e il 1982 furono giustiziati più di 3000 civili, soprattutto sciiti.
Ma forse all’epoca l’atto più atroce di Saddam (oltre all’attuazione di un programma di armi chimiche) fu quello compiuto durante una riunione di gabinetto nel marzo 1982 quando, dopo aver chiesto al ministro della Sanità, Riyadh Ibrahim, di uscire un attimo dalla stanza con lui, estrasse una pistola e lo uccise, tornando poi alla riunione come se nulla fosse accaduto.

Nel 1983, la guerra Iran-Iraq era ormai giunta a una situazione di stallo e nessuno dei due Paesi era vicino a una soluzione. Almeno, cioè, fino a quando Saddam cominciò a impiegare iprite e gas nervini (in violazione delle convenzioni dell’Aia del 1989 e di Ginevra del 1925).

Uno dei luoghi più colpiti fu la città curda di Halabja (45.000 abitanti), nel nord dell’Iraq, che fu investita da una combinazione di iprite (che danneggia la pelle, gli occhi e le mucose del naso, della gola e dei polmoni), e agenti nervini come Sarin, Tabun e VX.

Si ritiene che in questi raid siano rimaste uccise tra le 3.200 e le 5.000 persone, ma anche chi riuscì a sopravvivere continuò a evidenziare gravi problemi di salute.

Altre armi chimiche furono impiegate durante quella che divenne nota come offensiva Anfal dell’Iraq (dal nome della vittoria musulmana nella battaglia di Badr di cui si parla nel Corano), anch’essa diretta contro i curdi che Saddam temeva volessero creare un Kurdistan indipendente.

Si è stimato che durante questa campagna tra 50.000 e 100.000 uomini, donne e bambini curdi, siano rimasti uccisi da armi chimiche o giustiziati, oppure abbiano lasciato la propria terra, mentre villaggi, fattorie e moschee furono rasi al suolo.

Infine, nel luglio 1988, dopo quasi nove anni di guerra, l’Iran fu costretto ad ammettere la sconfitta e, anche se non venne firmato un trattato di pace, si raggiunse un accordo per mettere fine alle ostilità.

4. L'invasione del Kuwait

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Verso la fine degli anni Ottanta, secondo lui, il piccolo emirato del Kuwait, al confine con l’Iraq, stava superando le quote di produzione del petrolio stabilite dall’OPEC, costringendo pertanto l’Iraq ad abbassare il prezzo delle sue risorse.

Inoltre, Saddam accusò il governo kuwaitiano di sottrarre petrolio dai giacimenti di Rumailah e di aver stabilito installazioni e basi militari e civili in territorio iracheno.

Irritato da queste presunte prevaricazioni, egli cominciò a minacciare di invadere il Kuwait; il 31 luglio 1990 si tenne a Jeddah un incontro tra funzionari sauditi, kuwaitiani e iracheni riunitisi con l’unico scopo di evitare la guerra, ma Saddam non rimase soddisfatto.

Nelle prime ore del 2 agosto 1990, l’esercito iracheno marciò contro i suoi vicini e in meno di mezza giornata occupò il Kuwait, costringendo l’emiro, lo sceicco Jaber al-Ahmed al-Sabah, a fuggire in esilio in Arabia Saudita.

Seguirono sette mesi da incubo per i kuwaitiani, le cui vite furono completamente sconvolte, mentre le truppe irachene saccheggiavano, depredavano e torturavano.

Durante i primi giorni dell’invasione, a Londra Amnesty International ricevette numerosi rapporti in base ai quali centinaia di militari kuwaitiani erano stati trasferiti in centri di detenzione e tortura.

Oltre alle violazioni dei diritti umani, furono saccheggiati edifici governativi, alberghi, night club, ospedali e scuole, e i cittadini stranieri dovettero nascondersi per timore di essere usati come “scudi umani” di Saddam contro la minaccia di rappresaglie da parte dell’Occidente.

E l’Occidente reagì. Dapprima il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò una risoluzione (la 660), condannando l’invasione e chiedendo l’immediato ritiro dell’Iraq, altrimenti sarebbero state messe in atto sanzioni.

Poi, dal momento che Saddam non se ne diede per inteso, il primo ministro inglese Margaret Thatcher cominciò a fare pressioni sul presidente statunitense George Bush perché intervenisse contro il dittatore e lo minacciasse di muovergli guerra.

Il primo settembre 1990, Margaret Thatcher annunciò che Saddam Hussein sarebbe stato accusato di crimini di guerra contro l’umanità, mentre il 9 settembre il presidente Bush si incontrò con Mikhail Gorbacˇëv, e i due uomini si misero d’accordo per costituire un fronte unito contro l’Iraq insieme alle Nazioni Unite.

Il presidente Bush non allentò la pressione su Saddam, imponendogli di ritirare le truppe dal Kuwait entro il 23 febbraio, se non voleva affrontare una guerra terrestre.

Per rappresaglia, il dittatore incendiò i pozzi petroliferi kuwaitiani, dando inizio a un inquinamento di proporzioni bibliche, mentre l’atmosfera si saturava di enormi nuvole di acre
fumo nero.

Naturalmente, si trattava dell’ultimo gesto di un uomo disperato; infatti, poco dopo, il 3 marzo 1991, il generale Schwarzkopf e il generale saudita Khalid Bin Sultan accettarono la resa dei generali iracheni Hashim Ahmad e Salah Abid Mohammed.

In quel momento, le truppe alleate erano già penetrate in profondità in Iraq, fermandosi però poco prima di occupare Baghdad e raggiungere il loro più importante bersaglio, Saddam Hussein.

5. Le ultime atrocità e la fine

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Dopo che le truppe alleate penetrassero in profondità in Iraq, invece di terminare il lavoro che erano venuti a svolgere, il presidente Bush e il generale Schwarzkopf cominciarono a incitare i cittadini iracheni affinché si sollevassero e destituissero essi stessi Saddam.

Convinti che gli USA li avrebbero sostenuti in questo piano, il 5 marzo 1991 gli sciiti dell’Iraq meridionale si ribellarono apertamente contro il loro leader sconfitto.

Insurrezioni armate scoppiarono improvvisamente a Bassora e Nassiriya, con migliaia di iracheni che chiedevano a gran voce le dimissioni di Saddam.

Gli insorti chiesero agli USA di aiutarli a portare avanti ciò che avevano iniziato, ma il presidente Bush rifiutò in quanto l’appoggio degli USA sarebbe equivalso ad approvare il governo iraniano controllato da quella etnia o, peggio ancora, vi era il pericolo che l’Iraq diventasse uno Stato islamico fondamentalista.

Qualunque fosse il motivo, gli Alleati non si mossero davanti a quella che consideravano una lotta riguardante unicamente i ribelli e Saddam.

Per prima cosa, quest’ultimo incaricò suo cugino (meglio conosciuto con il soprannome di Alì il chimico) di soffocare la rivolta nel sud con ogni mezzo necessario, mentre a Baghdad diede ordine alle truppe di sparare per uccidere nel caso qualcuno nella capitale avesse osato prendere le armi.

Purtroppo per i ribelli, che forse si aspettavano sostegno dai vicini sciiti iraniani, nessuno accorse in loro aiuto. Gli iraniani, ben consapevoli che qualsiasi loro coinvolgimento sarebbe servito unicamente a irritare gli americani, restarono a guardare.

Alì il chimico rioccupò rapidamente Bassora, mentre altre divisioni al suo comando conquistarono Karbala e Najjaf. Fu un bagno di sangue che vide tra le 50.000 e le 200.000 vittime, ospedali ridotti in macerie e centinaia di uomini, donne e bambini torturati.

In base a un rapporto, un’intera famiglia fu fatta salire su un elicottero e poi scaraventata nel vuoto. Secondo altre informazioni, a chiunque fosse sospettato di essere un simpatizzante dei ribelli venivano tagliate le orecchie. E ciò riguardò soltanto l’Iraq meridionale.

Nel nord anche i curdi furono improvvisamente attaccati e, mentre gli Alleati non davano alcun segnale di voler alzare un dito per aiutarli, i soldati iracheni si abbandonarono ai loro peggiori istinti, dando inizio a una carneficina che terminò con più di 100.000 curdi morti o feriti, e circa 2 milioni dispersi o in fuga.

Si trattava di cifre che il mondo non poteva ignorare e, grazie al cielo (anche se per molti troppo tardi), non lo fece. E così il massacro è continuato, almeno fino all’11 settembre 2001 che, come per Osama bin Laden e i talebani, si è rivelato un punto di svolta.

L’America era decisa a mostrare chi comandava e, anche se il primo ministro Tony Blair aveva in un primo momento persuaso Bush a seguire le direttive delle Nazioni Unite, il 20 marzo 2003 la guerra ha infine avuto inizio.

In quel periodo le forze alleate scoprirono una fossa comune in cui si pensa giacessero i corpi di ben 15.000 persone, che risultavano disperse fin dalla rivolta sciita del 1991. Purtroppo, simili fosse sono state trovate in tutto il Paese.

Nel dicembre 2003, otto mesi dopo la fine della guerra, Saddam Hussein è stato finalmente catturato (qui, nella foto), in modo incruento, da truppe statunitensi vicino alla sua città natale di Tikrit.

Il 5 novembre 2006 è stato processato dal Tribunale Speciale iracheno – un organismo composto esclusivamente da giudici iracheni – per l’uccisione di 148 abitanti del villaggio di al-Dujail, avvenuta nel 1982.

Nel luglio 2006 è stato condannato a morte e la sentenza è stata eseguita il 30 dicembre dello stesso anno.



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