Sei un malato immaginario?

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Sei un malato immaginario? BEST5.IT 2016-12-09 15:20:22
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Formicolio a un braccio? Sarà sclerosi multipla. Mal di testa? Un tumore al cervello.

Mal di stomaco persistente? Una malattia di cui persino i medici ignorano l’esistenza.

Se anche a voi è capitato di sperimentare una di queste paure, non siete soli. Oggi la rete dà man forte alle ipocondrie che attanagliano migliaia di persone: stando alle rilevazioni di Google, una ricerca su 20 riguarda la salute.

In fondo basta digitare il sintomo e subito compaiono le risposte che cerchiamo. Peccato che nella maggior parte dei casi siano descrizioni di mali incurabili che non fanno altro che accrescere la nostra angoscia.

Gli ipocondriaci sono sempre più numerosi nella nostra società, dove la paura delle malattie è sintomo di ansie profonde e non risolte. Il guaio è che con tutti i loro sintomi rischiano di confondere anche i medici.

Curiosità: Da dove ha origine il termine “ipocondria”?
«Questo termine indicava quelle parti dell’addome umano che stanno immediatamente sotto le costole, dove sono situati fegato, cistifellea e milza, considerati nell’antichità la fonte della “melanconia”, ovvero dei disturbi della mente», spiega Stanley Rachman del Dipartimento di psicologia dell’Università della British Columbia (Canada) in un articolo pubblicato due anni fa sulla rivista Behaviour research and therapy.
Oggi, di fatto, il termine non è più utilizzato. Nel Dsm-5, l’ultima edizione del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association, si parla di due disturbi diversi: quello da sintomi somatici e quello da ansia di malattia.
Il primo è caratterizzato da ansia per la salute a cui si associano sintomi psicosomatici, nel secondo invece c’è esclusivamente ansia.

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1. Solo tre su 10 sono esatte

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Un’indagine condotta dall’informatico Guido Zuccon della Queensland University di Brisbane (Australia), ha dimostrato che il 35 per cento degli adulti conta sul web per fare autodiagnosi.

Ad alcuni volontari lo studioso ha mostrato foto di condizioni comuni come calvizie o dermatiti, chiedendo loro di digitare le parole chiave di ricerca che avrebbero scelto volendo saperne di più.

Il risultato è stato emblematico: «Solo tre dei primi dieci risultati prodotti di volta in volta da Google si sono rivelati utili a una diagnosi corretta», ha spiegato. «Questo significa che la maggior parte delle persone si fa andare bene informazioni scorrette, che possono provocare danni anziché essere utili».

Per interrompere questa spirale di angoscia occorrerebbe evitare di consultare il “dottor Google”.

Su questo tema il sito belga di salute Gezondheid en Wetenschap alcuni mesi fa ha lanciato una campagna con il sostegno del governo. In un divertente video veniva mostrata una coppia intenta a cercare informazioni sulla banale ferita a un dito di lui.

Man mano che lei elencava i sintomi trovati, il marito ne mostrava i segni: il dito diventava verde, poi si staccava e in ne comparivano sul volto di entrambi inquietanti bolle.

Il sito aveva inoltre acquistato pubblicità su Google per i primi cento sintomi più ricercati: in questo modo, digitandoli nella barra di ricerca, il primo risultato era sempre la frase «Non cercarlo su Google, consulta una fonte attendibile».

Insomma: la possibilità, spesso illusoria, di ottenere risposte immediate a semplici dubbi sulla nostra salute ci spinge a usare con troppa facilità la rete.

2. Non tolleriamo più il dubbio

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Del resto da tempo psicologi e sociologi rilevano la sempre minore capacità dell’uomo contemporaneo di tollerare gli stati di incertezza.

«La capacità di tranquillizzarsi a fronte di un leggero malessere fisico e la disponibilità a sopportare determinati disturbi sono in buona parte venute meno nella società odierna», scrivono Hans Morschitzky e Thomas Hartl nel loro recente "Guarire la malattia che non c’è. Guida di sopravvivenza per ipocondriaci".

«Si preferisce chiarire immediatamente qualsiasi sintomo anomalo, piuttosto che aspettare qualche giorno e osservarne gli sviluppi».

Così anche i medici finiscono col cadere nella trappola degli ipocondriaci: «Spesso vengono prescritti esami alquanto dispendiosi e ritenuti da molti esperti non necessari, solo per poter escludere qualsiasi rischio». O semplicemente per calmare gli ipocondriaci.

Lo scorso anno aveva fatto discutere, ad esempio, la scelta estrema dell’attrice Angelina Jolie, positiva a una mutazione genetica associata ad alto pericolo di tumori al seno e alle ovaie, di sottoporsi a rimozione preventiva degli organi a rischio.

Occorre assolutamente evitare che la voglia di salute si trasformi in un bisogno ossessivo di controllo.

L’ossessione di poter controllare e prevenire ogni evento è una minaccia che va tenuta presente perché significa esporsi a un pensiero fisso in grado di abbattere la qualità di vita e delle relazioni sociali e familiari.

3. Tutto ha origine dall’infanzia e il padre di tutti gli ipocondriaci

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L’ossessione di poter controllare e prevenire ogni evento difficilmente può essere sempre messo in pratica.

«L’ipocondria persiste infatti anche dopo che un medico ci ha visitati e rassicurati», spiega Brian Fallon, professore associato di Psichiatria clinica alla Columbia University di New York.

«Inizialmente un ipocondriaco può sentirsi meglio, ma nel corso della giornata riemerge una fastidiosa incertezza che lo porta a chiedersi: “Gli avrò spiegato bene i miei sintomi?”».

E così inizia il pellegrinaggio da esperto a esperto, fenomeno che alcuni psicologi hanno ribattezzato doctor shopping, per escludere a una a una patologie che in molti casi si rivelano del tutto immaginarie.

Avere a che fare con un ipocondriaco non è semplice per un medico che si sente assillato da costanti richieste e dubbi.

Così però si può generare un processo perverso: lo specialista finisce spesso per concludere che ogni disturbo del paziente ipocondriaco sia immaginario, ignorando così eventuali sintomi reali.

Il punto è che il fenomeno è tutt’altro limitato: «Su cento pazienti che vanno dal dottore, cinque sono affetti da vera e propria ipocondria e una percentuale più alta è vittima di una crisi temporanea», aggiunge Fallon.

Ma da dove nasce l’ipocondria? Secondo gli psichiatri possono essere diverse le origini: «Il trauma per la perdita di una persona cara oppure un’infanzia vissuta con una madre iperprotettiva che si agitava ogni volta che avevamo un problema fisico», spiega lo psichiatra. In uno studio del 2003 condotto dall’Università dello Iowa (Usa) emerge ad esempio che i pazienti ansiosi per la propria salute sono persone che nel corso dell’infanzia hanno sperimentato un attaccamento insicuro e che da adulti riproducono questa incertezza nel rapporto con gli altri: non si fidano, temono di essere abbandonati e che gli altri non li capiscano.

Il padre di tutti gli ipocondriaci ha un nome: è Argante o Argan alla francese. Si chiama così l’ipocondriaco protagonista della più bella commedia mai scritta sul tema: Il malato immaginario, capolavoro del grande commediografo seicentesco Molière (1622-1673) e da lui stesso portata in scena il 10 febbraio 1673.
Grande ipocondriaco fu il celebre pittore surrealista Salvador Dalì (1904-1989), un uomo che tutto sommato visse in discreta salute, ma fu sempre ossessionato dalle malattie.
Nevrotico, eccentrico, complesso, geniale, Dalì fu un ipocondriaco sin dalla tenera età e alcuni suoi biografi imputano questo disturbo al fatto che passò malaticcio molti anni della propria infanzia.
Alcune sue tele, come Sogno causato dal volo di un’ape, dipinta nel 1944, riescono bene a esprimere la reazione inconsapevolmente ipocondriaca del pittore alla banale puntura di un’ape.

4. Anche i geni ne soffrivano: 3 casi celebri

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  • Immanuel Kant (1724-1804)
    Il grande filosofo era un uomo minuto (alto 1,57 m), brillante e metodico ai limiti della nevrosi. Tutte le sere si coricava alle dieci in punto, tutte le mattine si alzava alle cinque meno cinque.
    Mangiava una sola volta al giorno, alla stessa ora, sempre gli stessi cibi; dopo pranzo, andava a passeggio per un’ora; l’orario delle sue passeggiate era così rigoroso che i suoi concittadini, a Königsberg, regolavano gli orologi quando lo vedevano passare.
    Era gracile di salute e molto ipocondriaco. D’estate non doveva sudare; alla prima goccia di sudore chiamava il suo medico personale con l’aria di un moribondo.
    D’inverno, a passeggio, doveva respirare l’aria fredda solo col naso, perciò non parlava a nessuno mentre camminava: meglio il silenzio del raffreddore.
    Poiché non sopportava che le calze si allentassero (poteva prendere freddo e ammalarsi), sfruttò il suo genio per inventare la prima giarrettiera della storia: i suoi calzerotti erano infatti sostenuti da due fettucce che passavano lungo la gamba e finivano nelle tasche dei calzoni, dove venivano tirati da due molle nascoste.
    Non si sposò e morì a 80 anni, vergine com’era nato; due volte pensò di accasarsi, ma ci pensò così tanto e così a lungo che la prima donna fece in tempo a sposare un altro e la seconda a emigrare da Königsberg.
  • Nikola Tesla (1856-1943)
    Il geniale fisico era di origine serba, ma visse e lavorò in Usa: gran parte degli odierni dispositivi elettrici nascono dalle sue intuizioni e dai suoi studi.
    Nevrotico e pieno di ossessioni, non volle mai possedere una casa, ma visse per tutta la sua vita in numerosi alberghi di New York.
    Oltre al lavoro, aveva due grandi passioni contraddittorie: la prima era costituita dai colombi di colore bianco.
    Chi lo incontrava per strada, lo poteva riconoscere facilmente: camminava letteralmente avvolto dai piccioni, che curava e manteneva – a centinaia – anche nel suo laboratorio.
    La seconda passione era quella per l’oscurità, le tenebre e i colori scuri (scotofilia): amava la notte e indossava un tetro cappotto nero che in pubblico non si toglieva mai. Aveva anche numerose fobie: quella per il numero tre era nota a tutti i suoi collaboratori, inoltre nutriva un’avversione invincibile verso tutti gli oggetti di forma rotonda e provava una sorta di terrore misto a repulsione verso i gioielli femminili, soprattutto quelli con le perle.
    Era un ipocondriaco della peggior specie: l’ossessione dei germi lo perseguitava ovunque andasse, anche se non gli impedì di lasciarsi ricoprire spesso degli escrementi dei suoi colombi.
    In alcuni momenti, soffrì anche di allucinazioni visive e uditive. Com’è facile intuire, non si sposò mai: morì in solitudine, come aveva sempre vissuto.
  • Glenn Gould (1932-1982)
    Glenn Gould (foto) è stato il più straordinario talento pianistico del Novecento e il migliore interprete di Bach.
    Aveva l’abitudine di suonare il piano canticchiando: le sue esecuzioni erano magistrali, ma i tecnici del suono si mettevano le mani nei capelli perché non riuscivano a eliminare il suo borbottio dalle registrazioni per i dischi.
    Nei concerti, suonava solo seduto su una vecchia sedia di legno; col tempo l’imbottitura iniziò a fuoriuscire e il legno a cigolare, ma lui rifiutò qualsiasi altro sedile: se non poteva portare con sé quella seggiola sgangherata (oggi esposta in un museo), annullava il concerto.
    Si vestiva sempre con un berretto di lana, un soprabito e un paio di guanti pesanti, anche in pieno agosto: era terrorizzato all’idea di prender freddo e ammalarsi anche a 30°C.
    Una volta, la polizia di Sarasota, in Florida, lo arrestò mentre, così imbacuccato, sedeva d’estate su una panchina: lo aveva scambiato per un barbone.
    Detestava essere toccato e non dava mai la mano salutando; se capitava che gliela prendessero, correva immediatamente a lavarsi con l’acqua bollente.
    L’8 dicembre 1959, a New York, William Hupfer, un tecnico della Steinway & Sons, l’azienda produttrice dei mitici pianoforti, gli diede una pacca sulla spalla.
    Gould restò così traumatizzato da perdere la coordinazione per parecchi giorni. Si fece visitare da cinque medici, convinto che la pacca gli avesse danneggiato uno dei nervi collegati alle vertebre cervicali.
    Per curarsi portò un gesso integrale per sei settimane e si sottopose a un centinaio di manipolazioni ortopediche. Dopo di che denunciò la Steinway, chiedendo i danni.

5. Tante malattie, tante paure

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Anche il tipo di malattia immaginaria dice molto di chi crede di esserne affetto. In "Guarire la malattia che non c’è. Guida di sopravvivenza per ipocondriaci" sono indicate alcune tipologie di ipocondrie.

  1. Infarto, cancro e aids: paura delle malattie mortali.
    «Circa il 70 per cento della popolazione muore per una malattia cardiovascolare o di cancro. Non meraviglia, pertanto, il fatto che la paura di malattie mortali sia la più diffusa tra le varie ipocondrie». Le malattie che associamo a un alto rischio di morte nascondono la paura per la morte stessa, non elaborata a dovere.
  2. Ictus, sclerosi multipla e altre malattie invalidanti: paura della disabilità permanente.
    Fanno paura soprattutto per le conseguenze e spaventano obbligandoci a porci domande su chi si occuperà di noi e su quanto saremo di peso a coniuge o parenti.
  3. Malattie dolorose: paura della sofferenza fisica.
    In questo caso non si teme tanto la disabilità quanto il dolore in sé, collegato alla debolezza. Chi ha queste paure associa al dolore domande sul senso della vita: «Molti temono di vedersi costretti a un’esistenza priva di ogni dignità».
  4. Sintomi senza cause apparenti come capogiri, dolori, formicolii, nausee, difficoltà a deglutire, dolori al petto: paura dell’inspiegabilità.
    A terrorizzare è l’incapacità di dare una spiegazione: alcune persone arrivano a credere di avere una malattia rara o misteriosa. Spesso in presenza di sintomi “aspecifici”, cioè generici e non indicativi di una malattia, i medici ipotizzano cause psichiche e prescrivono antidepressivi. «Così facendo, tuttavia, i pazienti si sentono “denigrati” al livello di malati di nervi».
  5. Paura del contagio: la mania dell’igiene e della pulizia come espedienti per rimuovere altri timori.
    «Dietro gli impulsi irrefrenabili all’igiene e alla pulizia, spesso si nascondono profonde paure delle malattie». Numerosi ipocondriaci soffrono anche di chemofobia, una paura patologica dei danni provocati dalle sostanze chimiche presenti nell’ambiente.
  6. Schizofrenia, depressione e altre malattie mentali: paura di perdere il controllo.
    «L’esempio più noto è rappresentato da chi soffre di attacchi di panico: anche quando non è in preda a una crisi teme di diventare pazzo e di conseguenza si sottopone spontaneamente a cure psichiatriche». Simile anche la paura di perdere la ragione.
  7. Paura del peggioramento di una malattia reale.
    Una malattia grave ma superata, come un cancro, oppure una malattia cronica tenuta sotto controllo possono spingere molti pazienti a vissuti ipocondriaci se non depressivi. In questi casi la malattia non è stata psicologicamente superata e spinge i pazienti a temerne la ricomparsa o l’aggravamento.



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