Spietati assassini e imperatori senza scrupoli: 8 personaggi spregiudicati dell’antica Roma

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Spietati assassini e imperatori senza scrupoli: 8 personaggi spregiudicati dell’antica Roma BEST5.IT 2021-04-12 16:38:24
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Strade, acquedotti, giornali: queste sono soltanto alcune delle numerose invenzioni straordinarie che Roma ha dato al mondo.

L’Urbe fu il primo grandioso centro di traffici e commerci su scala internazionale, nonché il motore per una trasformazione epocale della civiltà che ha dato il via alla costruzione della società moderna.

Ma Roma aveva anche un lato oscuro: corruzione, depravazione e violenza erano l’altra faccia di questa metropoli splendida e maestosa. In certi cupi periodi della sua storia, anzi, la città dei sette colli divenne il luogo meno raccomandabile per le persone oneste.

Spietati assassini pronti a vendere i loro atroci servigi, imperatori dissoluti privi di ogni senso morale, politici avidi schiavi delle loro passioni: ecco i nomi dei personaggi più perversi e pericolosi che gettarono ombre sanguinose sulla grandezza di Roma antica.

Scopriamoli insieme!

 

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1. Verre e Silla

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- Verre 120-43 a.C. La spoliazione della Sicilia

Chi era: magistrato
Che cosa fece: derubò e mise in ginocchio un’intera regione

Nato da un padre accusato lui stesso di corruzione, Verre fu uno dei personaggi più esecrabili vissuti negli ultimi anni della Repubblica romana, minata dalla depravazione.
Divenuto amministratore e poi console, quando scoppiò la guerra civile approfittò del suo potere per rastrellare fondi militari.
Nell’80 a.C. divenne il braccio destro di Dolabella, governatore della Cilicia, e forte di questa sua posizione spogliò i templi per arricchire di statue la sua collezione privata.
Quando Dolabella lo fece rinviare a giudizio per le sue ruberie, Verre ricorse alla corruzione e fu assolto dai suoi crimini.
Nel 74 a.C. fu nominato governatore della Sicilia, ricca provincia della Repubblica. La regione aveva beneficiato, fino ad allora, di un periodo di relativa pace e prosperità, ma la sua venuta segnò l’inizio della fine per la sventurata isola.
Quando moriva un siciliano abbiente, Verre corrompeva i giudici per entrare in possesso dei beni del defunto: chi si rifiutava veniva rapidamente messo a morte.
Fece costruire statue che lo raffiguravano, abolì il sistema delle successioni fondiarie precipitando il ceto contadino nella miseria, e trasformò una regione ricca e fertile in un deserto che riusciva a stento a sfamare i suoi abitanti.
I suoi sgherri percorrevano l’isola in lungo e in largo saccheggiando opere d’arte per il loro padrone; giunsero perfino a portar via una statua del dio Mercurio dalla città di Tindari.
Ma anche la fortuna di Verre giunse al termine, e dovette tornare a Roma in seguito alle lamentele dei siciliani disperati. Tentò di corrompere i giudici, come faceva di solito, ma stavolta gli andò male e alla fine fu costretto all’esilio.

Verre

 

 

- Silla 138-78 a.C. Le proscrizioni: un regno di terrore e morte

Chi era: dittatore
Che cosa fece: eliminò con feroci purghe 9.000 oppositori politici

Dopo lo scoppio del conflitto con Mitridate, re del Ponto, nell’88 a.C., Roma fu travagliata da numerose guerre civili, nel corso delle quali il console Gaio Mario e il generale Cornelio Silla si scontrarono ripetutamente.
Silla, di origini nobili, impetuoso e violento, conquistato il potere nell’82 a.C. decise di eliminare tutti i suoi nemici, veri o presunti, i cui nomi furono resi pubblici attraverso le famigerate “liste di proscrizione”.
Come scrisse lo storico greco Plutarco, «Silla prese a spargere sangue in quantità, e riempì l’Urbe di morti senza numero né limite», ordinando ufficialmente l’esecuzione di almeno 1.500 persone.
Si suppone però che furono 9.000 le vittime delle purghe (tra esse doveva figurare anche Giulio Cesare, allora diciottenne, che invece riuscì ad abbandonare la città), perché oltre ai nemici diretti di Silla venivano uccisi anche i loro familiari e chiunque si azzardasse a offrire ai proscritti aiuto e rifugio.
I loro beni erano confiscati e incamerati da Silla stesso e dai suoi sodali.

Silla

2. - Seiano 20 a.C. – 31 d.C. L’eminenza grigia dell’imperatore

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Chi era: militare

Che cosa fece: spazzò via da Roma chiunque osasse mettere in dubbio il suo potere

Nato da una famiglia dell’ordine equestre, Seiano fu mosso sempre da una sfrenata ambizione. Così, lentamente ma inesorabilmente, da prefetto del pretorio riuscì a insinuarsi nelle grazie di Tiberio, che era succeduto ad Augusto.

Consolidò il proprio potere eliminando ogni possibile avversario, ma il suo obiettivo principale era Druso, il figlio dell’imperatore.

La rivalità tra i due non era un mistero per nessuno, dal momento che erano venuti alle mani in pubblico dopo che Druso aveva espresso la sua riprovazione per il fatto che ad assistere il governo fosse stato chiamato un estraneo, mentre il figlio dell’imperatore era ancora vivo.

In risposta Seiano ne sedusse la moglie Livilla e la convinse ad avvelenarlo lentamente (per simulare il decorso di una malattia), causandone la morte nel 23 d.C.

Affranto dal dolore, Tiberio abbandonò quasi del tutto il potere nelle mani di Seiano, che si ritrovò ad avere il controllo effettivo di Roma: l’occasione era perfetta per disfarsi dei suoi oppositori, soprattutto in Senato, e lui ne approfittò largamente.

Poi riuscì a far esiliare Agrippina, l’ambiziosa vedova di Germanico, e due dei suoi figli, fatti morire di fame.

 Tiberio fiutò il tradimento e la posizione di Seiano a corte si rovesciò da un momento all’altro: convocato a palazzo con un pretesto, venne arrestato e condannato a morte; il suo corpo fu dato in pasto alla folla inferocita, e i suoi figli, un maschio e una femmina, uccisi (la bambina, di appena dieci anni, fu stuprata dal carnefice prima di morire perché la legge vietava di giustiziare una vergine; il fratello fu costretto ad assistere).

La sua ex moglie si uccise e tutti coloro che avevano avuto a che fare con lui furono incarcerati o assassinati. Nella foto sotto, busto di Druso conservato al Museo del Prado.

 

Seiano

3. Perpenna e Crasso

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- Perpenna ? – 72 a.C. Invito a cena con delitto per lo sfortunato governatore

Chi era: Politico
Che cosa fece: Tradì e uccise il suo ospite

Nelle liste di proscrizione stilate da Silla figurava anche il pretore Marco Perpenna, sostenitore di Gaio Mario prima e di Emilio Lepido poi.
Quando la fazione militare capeggiata da Lepido fu sbaragliata da Silla, Perpenna lasciò Roma e raggiunse la Spagna, dove si pose al servizio del potente governatore Sertorio, avversario di Silla.
I continui successi del governatore, però, davano fastidio a molti alti ufficiali, che non gradivano di essere affiancati dalle milizie locali temendo di venire privati del proprio prestigio.
Spinto dalla sete di potere, Perpenna pensò a come trarre vantaggio dalla situazione e, senza darlo a vedere, cominciò a fomentare l’invidia contro Sertorio.
Grazie ai suoi maneggi, nella regione scoppiarono numerose rivolte e il malcontento crebbe; il governatore allora operò una dura repressione che riportò l’ordine nella provincia ma gli attirò crescenti antipatie.
Perpenna decise che era giunto il momento di agire e, d’accordo con i congiurati, organizzò un banchetto in onore di Sertorio; una volta giunti tutti gli ospiti, il traditore fece ubriacare le guardie personali del governatore, le disarmò e le massacrò, uccidendo subito dopo l’ignaro Sertorio, che nel testamento aveva nominato suo erede proprio Perpenna.
La cosa si riseppe e l’esercito insorse contro l’assassino, così quando dovette affrontare Gneo Pompeo, luogotenente di Silla, si trovò a corto di truppe. Si arrese sperando di aver salva la vita, ma Pompeo non volle neanche incontrarlo e lo fece uccidere.

Perpenna

 

 

- Crasso 115-53 a.C. Costruì immense fortune speculando sulle disgrazie della povera gente

Chi era: generale
Che cosa fece: fece giustiziare 6.000 schiavi

La straordinaria ricchezza di Crasso ne fece in assoluto l’uomo più abbiente nella storia di Roma: si calcola che la sua fortuna ammontasse a 200 milioni di sesterzi, circa 8 miliardi di euro. Ma Crasso non l’accumulò con mezzi sempre leciti.
Una delle sue attività più redditizie era legata agli incendi che a quei tempi periodicamente devastavano l’Urbe.
Aveva organizzato una squadra privata di vigili del fuoco (fu proprio lui, pare, a inventare questo corpo) e, quando scoppiava un incendio, arrivava sul posto e contattava il proprietario offrendosi di comprare l’immobile danneggiato a un prezzo ridicolmente basso.
Se il proprietario accettava, faceva intervenire la squadra, altrimenti lasciava che il fabbricato bruciasse. Poi procedeva alla ricostruzione dell’edificio per affittarlo o rivenderlo, imponendo stavolta prezzi altissimi.
Ben presto Crasso si arricchì oltre misura e decise di scendere in politica. Insieme a Pompeo e Giulio Cesare fece parte del primo triumvirato; poi, nel 71 a.C., fu lui a reprimere con straordinaria durezza la rivolta dei gladiatori guidata da Spartaco.
Dopo l’ultima, vittoriosa battaglia contro gli insorti, applicò la legge facendo crocifiggere 6.000 schiavi ribelli lungo la Via Appia, tra Capua e Roma.

 

Crasso

4. Eliogabalo e Coriolano

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- Eliogabalo 203-222 d.C. I giochi mortali dell’imperatore adolescente

Chi era: imperatore
Che cosa fece: profanò ogni cosa sacra di Roma

Originario di Emesa, in Siria, in realtà si chiamava Vario Avito Bassiano.
Regnò con il nome di Marco Aurelio Antonino, ma dopo la sua morte divenne noto come Eliogabalo (o Elagabalo), che era l’appellativo spettante al sommo sacerdote del dio Sole secondo la tradizione religiosa siriana.
Imperatore a soli 14 anni, sovvertì scandalosamente tutte le tradizioni romane, sostituendo a Giove la divinità del Sol Invictus e obbligando le autorità a partecipare alle nuove cerimonie religiose.
Fece molto scalpore la sua decisione di sposare la vestale Giulia Aquilia Severa, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto significare l’unione tra il Sole e Vesta, ma che il popolo percepì come un sacrilegio e una profanazione della verginità richiesta alle vestali: chi la perdeva, doveva morire sepolta viva.
Questi continui oltraggi alla tradizione dei padri, unitamente alla sfrenatezza e all’ambiguità sessuale, gli procurarono una folla di nemici e contribuirono a tramandarne ai posteri un ritratto completamente negativo.
Sono molte le voci non verificabili su di lui: si dice che compisse sacrifici umani scegliendo come vittime i bambini, e che si servisse delle loro viscere per trarne presagi; che gettasse serpenti velenosi tra la folla; che nascondesse belve feroci nelle camere da letto dei suoi ospiti dilettandosi del loro terrore; che uccidesse i suoi commensali soffocandoli sotto una pioggia di fiori.
Colpevole o innocente che fosse, morì assassinato all’età di 18 anni, «ucciso in una latrina in cui aveva cercato di rifugiarsi. [...] E fu il solo tra tutti i principi a essere trascinato, buttato in una cloaca, ed infine precipitato nel Tevere».

Eliogabalo

 

 

- Coriolano 527 a.C. - ? Il romano che odiava Roma

Chi era: militare e politico
Che cosa fece: tradì la sua patria

Caio Marcio si guadagnò l’appellativo di Coriolano per la conquista della città di Corioli, nel 494 a.C., al tempo della guerra contro i Volsci.
Pochi anni dopo, durante le prime gravi tensioni tra patrizi e plebei, si schierò contro la decisione di ribassare il prezzo del grano in favore dei plebei e propose anzi di abolire il tribunato della plebe, ossia la magistratura che ne difendeva gli interessi nella vita dello Stato.
Per queste ragioni un’assemblea decise di metterlo a morte, ma la pena fu sospesa e Coriolano rinviato al giudizio del popolo, che lo condannò all’esilio a vita.
Adirato, il patrizio si recò proprio dai Volsci, che lo accolsero a braccia aperte ben conoscendone l’abilità militare: e infatti, quando dichiararono nuovamente guerra all’Urbe, alla testa delle loro truppe marciava il grande generale romano, animato da spirito di vendetta contro la sua stessa patria.
Giunto sulla via per Roma, però, si vide venire incontro una folla di matrone romane. Coriolano, che gli storici descrivono come «sgradevole, antipatico e scorbutico», non si sarebbe certo commosso per questo, ma una donna vestita di nero si staccò dal gruppo e lo costrinse a fermarsi.
Era Veturia, sua madre, che lo apostrofò duramente: «Se vincerai, sarai il distruttore della tua patria; se sarai sconfitto, avrai causato la rovina dei tuoi benefattori e amici».
Scosso da queste parole, accettò di ritirarsi e la guerra fu evitata: Roma era salva.
Non conosciamo la fine di Coriolano: forse fu ucciso dagli stessi Volsci subito dopo aver deposto le armi, o forse morì vecchio ed esule. Comunque, con il marchio indelebile di traditore della patria.

 

Coriolano





5. - Caligola 12-41 d.C. L’imperatore “pazzo” che si proclamò dio

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Chi era: imperatore

Che cosa fece: uccise innocenti senza motivo

All’inizio, il regno di Caligola (soprannome di Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, terzo imperatore romano) non fu né sanguinario né depravato.

La folla lo adorava e lo salutava chiamandolo “nostro bambino” e “nostra stella”, e i primi mesi di governo furono prosperi e pacifici.

Ma nell’ottobre del 37 d.C. l’imperatore fu colpito da una malattia tanto grave quanto ignota, che lo minò irreparabilmente nello spirito. Caligola infatti si riprese fisicamente, ma il suo stato mentale peggiorò sempre di più.

Iniziò con la consolidata tradizione di eliminare fisicamente i potenziali avversari: ne fecero le spese anche il cugino, il figlio adottivo e perfino la nonna, indotti al suicidio.

Risparmiò lo zio Claudio, ma soltanto per tormentarlo e infliggergli pubbliche umiliazioni. Nemmeno la gente comune sfuggiva alla sua crudeltà: chiunque poteva essere giustiziato senza processo o costretto a uccidersi.

Avido di denaro, Caligola condannava a morte i cittadini abbienti per impossessarsi dei loro beni, e arrivò al punto di mettere all’asta le vite dei gladiatori nell’arena.

Nonostante le difficoltà economiche, dilapidò una fortuna per la costruzione di due delle navi più grandi dell’antichità, autentici palazzi galleggianti con tanto di pavimenti in marmo.

La sua mania di grandezza lo portò ad apparire in pubblico nelle vesti delle varie divinità romane, e nei documenti ufficiali prese a riferirsi a se stesso come a un dio.

Rimosse le teste delle statue raffiguranti gli dei sostituendole con altre che avessero le sue fattezze, e fece erigere due templi in proprio onore.

La sua malvagità sembrava non conoscere confini: una volta, al circo, annoiato dallo spettacolo, ordinò alle guardie di prendere qualcuno a caso dal pubblico e gettarlo in pasto alle belve.

L’odio verso Caligola era così universalmente diffuso che fu il primo imperatore romano a essere assassinato: la congiura fu ordita da un gruppo di pretoriani, che lo pugnalarono a morte; con lui uccisero anche la moglie e perfino la figlioletta di appena un anno, sbattendole la testa contro un muro per assicurarsi che l’esecrabile stirpe non continuasse.

 

Caligola








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