Uomo e cavallo: un rapporto davvero speciale

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Uomo e cavallo: un rapporto davvero speciale BEST5.IT 2019-02-17 02:01:19
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Una leggenda greca racconta che Nettuno, re degli oceani, un giorno conficcò il suo tridente nella terra e ne scaturirono i cavalli.

I beduini del deserto, invece, raccontano che un giorno Allah soffiò su una manciata di vento del Sud e così creò il cavallo.

Un’altra leggenda beduina racconta che Maometto lasciò cento giumente per tre giorni senza bere. Ordinò poi di liberarle e solo cinque, al suono della tromba, si staccarono dal gruppo, si dissetarono e, per prime, tornarono da Maometto. Tutti i bellissimi purosangue arabi discendono da quelle cinque giumente.

Riccardo III, appiedato in battaglia, per riavere un indispensabile destriero avrebbe dato tutto: “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!” è tra i versi più celebri del dramma di William Shakespeare.

L’imperatore romano Caligola, riportano storici dell’epoca come Svetonio e Cassio Dione, avrebbe persino voluto fare console il suo equino preferito, Incitatus (ma, pare, era una fake news di allora…).

E i reali di ogni epoca – a parte quella più recente – hanno scelto di farsi raffigurare fieramente in sella. Insomma, il cavallo non è davvero un animale qualsiasi, per noi umani. La relazione tra uomini ed equini dura da circa 6.000 anni, ed è speciale.

Perché ha dato al sapiens una velocità non umana, lo ha aiutato a dominare le altre specie, lo ha accompagnato negli spostamenti e nella conquista di altre terre… o delle terre degli altri.

Oggi parleremo del rapporto millenario che lega l’uomo con il cavallo: un rapporto davvero speciale. Buona lettura.

 

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1. DA FONTE DI CIBO A MEZZO DI LOCOMOZIONE

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CARNE E LATTE

Quella che ci lega al moderno cavallo (Equus ferus caballus) è una relazione intrecciata sulle steppe euroasiatiche meno di sei millenni fa.
Prima, i cavalli selvatici erano una preda per l’uomo, che li cacciava per nutrirsene.
Poi, confermano gli studi più recenti, una popolazione comincia a cambiare tutto: sono i Botai, stanziati nell’attuale Kazakistan.
«Le prime testimonianze di cavalli addomesticati risalgono al 3500 a.C.», racconta Alan K. Outram, archeologo e paleoeconomista dell’Università di Exeter (Regno Unito).
«All’inizio, questo animale è ancora solo una fonte di cibo: si mangia carne di cavallo e si mungono le giumente. Ma si comincia a cavalcare alcuni esemplari, anche se solo per pascolare il resto del branco. All’epoca, le popolazioni di cavalli selvatici erano al collasso: difficile che i Botai si limitassero a cacciarli».
Di questo primo contatto raccontano i reperti archeologici: negli insediamenti botai sono stati ritrovati denti e mascelle equine già con i segni di un morso, abbondanti resti di letame, frammenti di vasi ancora unti di latte di cavalla.
I cavalli moderni non discendono però da quelli dei Botai, che invece, secondo uno studio internazionale del 2018, sono gli antenati dei cavalli di Przewalski: una sottospecie estinta in natura negli anni Sessanta e reintrodotta in Mongolia.
Ma l’avvicinamento al veloce quadrupede continua, sempre in Asia. Cavalli certamente addomesticati, continua Outram, «appaiono sulla scena attorno al 2000 a.C. nella cultura di Sintashta, tra Russia Meridionale e Nord del Kazakistan. In questo periodo i cavalli si trovano nelle tombe, talvolta con i carri, con i guerrieri e le loro armi».
Nella foto sotto, cavalli dipinti nelle grotte di Lascaux, in Francia, 17.500 anni fa.
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NON PIÙ CIBO

È quindi avvenuto un cambiamento radicale nella relazione uomo-cavallo: non più sfruttato come fonte di proteine, ma come mezzo di locomozione.
Il cavallo diventa un formidabile convertitore di energia: trasforma una fonte che nessuno utilizza, l’erba delle steppe, in puro movimento. È un vettore a quattro zampe, che consente spostamenti in precedenza inimmaginabili.
Come ricorda lo storico e giornalista Ulrich Raulff nel saggio Farewell to the Horse: The Final Century of Our Relationship, «il cavallo è per natura una preda, che scappa al minimo accenno di pericolo. La sua velocità gli permette di sfuggire a cacciatori e carnivori, ed è questa sua caratteristica che attrae l’attenzione di un altro mammifero: l’uomo».
Abbiamo semplicemente chiesto al cavallo di esprimere comportamenti già esistenti in natura, come velocità e prestanza, in situazioni diverse da quelle che avrebbe trovato in natura, enfatizzando tali qualità nell’allevamento.
Così l’uomo è arrivato a selezionare le 300 razze di oggi, e a gestire i comportamenti del cavallo.
Per esempio i cavalli da guerra un tempo e quelli della Polizia oggi vengono abituati a rumori forti e a gesti tipici di situazioni di scontro, in modo che non si spaventino.
Così il cavallo accompagna l’uomo nelle sue migrazioni, lo porta in groppa e traina i suoi carri. Nel V secolo a.C., lo storico greco Erodoto dirà, dei messaggeri imperiali persiani: “Non c’è nulla al mondo che viaggi più veloce di questi corrieri. Né la neve né la pioggia, il caldo o il buio della notte impediscono loro di portare a termine il loro compito”. Un dispaccio reale a cavallo può ora percorrere 2.700 km in 7 giorni.
Nella foto sotto, Alessandro Magno raffigurato in sella al suo cavallo Bucefalo nella battaglia di Isso (333 a.C.).
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2. ARMI IN SELLA

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Soprattutto, il cavallo diventa fondamentale nella guerra e nella conquista.

Su tavolette, è arrivato fino a noi persino il primo “manuale” per l’addestramento dei cavalli da guerra.

Lo ha scritto nel 1350 a.C., in lingua ittita, l’addestratore Kikkuli: dà indicazioni per preparare gli animali a trainare un carro da battaglia.

Con la diffusione della sella, e soprattutto delle staffe, il guerriero a cavallo acquisisce una mobilità senza precedenti: non pesa troppo sul dorso dell’animale, ha le mani libere per impugnare la lancia, incoccare le frecce, maneggiare le armi.

E così la veloce cavalleria araba si spinge alla conquista in Nord Africa, Asia, Europa (VII-VIII sec.). I guerrieri a cavallo di Gengis Khan arrivano a conquistare l’Eurasia (XII-XIII sec.). E il cavaliere diventa un simbolo del nostro Medioevo.

Il “nobile” animale che porta il guerriero in battaglia non a caso è un emblema di regalità. Testimoniano la cosa, come dicevamo, innumerevoli dipinti e statue equestri di sovrani e imperatori. Il re, insomma, è fiero in sella.

Nel 1797, il filosofo Immanuel Kant si lamenta per il fatto che il re di Prussia, Federico Guglielmo III, sia arrivato a Königsberg (oggi Kaliningrad, Russia) in carrozza anziché presentarsi al popolo in sella.

Utili per il trasporto e la guerra, i cavalli non si mangiano (se non per carestie, almeno fino a tempi recenti: il consumo iniziò in Francia dopo la Rivoluzione, quando i destrieri dell’aristocrazia finiscono al popolo affamato).

E il cavaliere può avere un rapporto stretto con il suo destriero. Dalla parte del cavallo, potremmo definirlo un rapporto di collaborazione. “Io, cavallo, faccio quello che gli uomini si aspettano da me, perché così mi trattano bene”.

I cavalli stringono interazioni sociali più significative con chi si prende cura di loro. Sono abitudinari e rilassati, finché riescono a prevedere che cosa accadrà nell’immediato futuro, mentre un cambiamento nella routine genera tensione.

 

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3. SIMBOLO DEL WEST MA AMATISSIMO ANCHE OGGI

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SIMBOLO DEL WEST

Per ora, però, abbiamo raccontato una storia europea e asiatica, di addestratori ittiti, cavalieri medievali, guerrieri mongoli...
E le Americhe? E gli indiani a cavallo dei western? Nel Nuovo Mondo, in realtà, bisogna aspettare l’arrivo dei conquistadores spagnoli.
Fino alla fine del XV secolo, infatti, il continente è senza cavalli. Il cavallo selvatico era sparito circa 10 mila anni fa, non è chiaro se a causa dei cambiamenti climatici o per la caccia sistematica.
Con buona pace dei film western, dunque, quella dei nativi americani fusi con i loro destrieri è una realtà tardiva.
Sono gli spagnoli a far arrivare nelle Americhe il cavallo, che diventa un bene ambito e anche razziato: i nativi che ne intuiscono il potenziale, come Apache e Navajo, lo rubano, lo allevano e cavalcano alla maniera degli “invasori”, usandolo contro le tribù vicine.
Nel 1680, una rivolta del popolo dei Pueblo scaccia i coloni spagnoli dall’attuale Nuovo Messico (Usa): centinaia di cavalli abbandonati trovano così negli Stati Centro-occidentali degli Usa le condizioni ideali per creare mandrie rinselvatichite che poi forniranno altre cavalcature ai nativi americani.
Così nell’800 si arriva a un West più vicino a quello del nostro immaginario: con indiani, cowboy, banditi a cavallo...
Ma anche con il servizio di posta super veloce entrato nella leggenda: il Pony Express, una staffetta tra Est e Ovest degli Usa che garantisce la consegna di un messaggio in 10 giorni.
È sempre il cavallo a dare velocità al servizio, attivo tra il 1860 e il 1861.
La comunicazione più rapida attraverso gli Usa fino all’arrivo del primo telegrafo transcontinentale nel Paese, nel 1861. La prima svolta che segnerà la fine di un’epoca lunghissima, segnata dal cavallo e dal suo ruolo...
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IN PENSIONE. O NO?

Il secondo mutamento arriva con le guerre moderne.
Le nuove armi non danno spazio a una cavalleria tradizionale, nonostante una notevole presenza dei cavalli ancora nella Prima guerra mondiale: su 16 milioni, 8 milioni periranno prima della fine del conflitto (insieme a 9 milioni di soldati).
Il terzo cambio si compierà nella prima parte del Novecento: tram e auto scalzeranno il cavallo dalla città. Ma prima della diffusione dei suoi antagonisti, il “motore ad avena” vive un ultimo periodo dare della strada nelle città in crescita: è all’occorrenza taxi, furgone, trattore, ambulanza.
Ancora nel 1900, i cavalli di New York producono 1.100 tonnellate di letame e 270 mila litri di urina al giorno, e nel 1906, un francese ogni 13 è un cavallo.
Il cavallo da tiro è diffuso, nelle campagne, fino al secondo dopoguerra, quando le macchine agricole diventeranno accessibili, mandando i “trattori su zampe” definitivamente in pensione.
Anche se oggi il cavallo rimane, almeno in Occidente, compagno di cure, passeggiate, sport. E sempre amatissimo.

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4. IPPOTERAPIA E PSICOLOGIA EQUINA

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IPPOTERAPIA. UNA RELAZIONE CHE CURA

La sensibilità dei cavalli alle emozioni umane è alla base dell’ippoterapia, l’equitazione terapeutica nota fin dai tempi antichi: già Ippocrate (460-377 a.C.), padre della medicina, consigliava lunghe cavalcate contro ansia e insonnia.
Quando nel 1952 la cavallerizza danese Lis Hartel, paralizzata dalle ginocchia in giù dalla poliomielite, vinse la medaglia d’argento nel dressage individuale alle Olimpiadi di Helsinki, i benefici motori e psicologici dell’interazione con il cavallo acquistarono risonanza.
Hartel (che vinse l’argento anche ai Giochi del 1956) aveva bisogno di aiuto per montare e smontare, ma poi riusciva a guidare la sua Jubilee soltanto con un debole contatto delle mani e l’inclinazione del busto.
Per i terapisti, la cadenza ritmata del passo del cavallo stimola le abilità motorie, l’equilibrio e la coordinazione.
Ma ci sono anche benefici psicologici: pulire e nutrire l’animale sviluppa la capacità di prendersi cura di un altro, il rapporto con un animale – che non giudica – aumenta l’autostima, in generale sono favorite l’apertura e la socializzazione.
Per queste ragioni l’ippoterapia è utilizzata per alleviare i sintomi di disturbo da stress post- traumatico, i problemi del movimento, dello spettro autistico e dell’umore, e nel recupero dalle dipendenze.
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PSICOLOGIA EQUINA: SE SEI ARRABBIATO, LO CAPISCO

I cavalli non solo sanno “leggere” le espressioni del volto umano, ma le ricordano anche a distanza di tempo: lo ha provato uno studio delle Università del Sussex e di Portsmouth (Regno Unito).
I ricercatori hanno visto per esempio che gli equini reagivano diversamente vedendo una persona con un’espressione neutra se in precedenza avevano visto una sua foto con un viso arrabbiato.
Sanno cioè usare le informazioni per capire se quella persona costituisce una minaccia o no. Abitudini e gesti umani (postura, modo di muoversi, tono della voce) vengono letti dai cavalli come stimoli positivi o negativi.
Il dolore procurato dal veterinario fa sì che si imprima nella loro mente un certo timore e che reagiscano al sentirne l’odore.
Al contrario, una persona che dimostra amorevoli cure potrebbe essere riconosciuta tra tutte le altre presenti in scuderia.
I cavalli reagiscono con comportamenti individuali che rendono interessante e unico ogni incontro con questi animali. Si potrebbe dire che “ci studiano”.
In ogni caso, non sono soltanto meravigliose “macchine da corsa”, ma animali che hanno notevoli esigenze fisiche e psicologiche.
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E ora che il cavallo non è più macchina o aratro, si può stabilire con questi animali un rapporto diverso. È un atleta con cui gareggiare in coppia, un animale da compagnia, un trasporto con cui viaggiare in natura, una terapia. E, anche se non tutti amano pensarci, una fonte alimentare.

5. LE TAPPE

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- 55 MILIONI DI ANNI FA
In Nord America, compare l’Eohippus, un erbivoro grande come un grosso cane, che si nutre di foglie: è il più antico antenato dei cavalli.
Nei milioni di anni successivi si evolvono forme che poi sfoceranno nel moderno cavallo, sviluppando zampe più lunghe, zoccoli e legamenti potenti.
Il genere Equus appare circa 4 milioni di anni fa.

- 25.000-17.000 ANNI FA
Pitture rupestri di cavalli nelle grotte di Europa: Pech-Merle, Lascaux, Chauvet (Francia), Altamira (Spagna).
Quelli della grotta di Pech-Merle raffigurano cavalli “a pois”, con manto bianco a macchie scure: un tempo ritenuta una colorazione di fantasia, era invece presente nei cavalli selvatici.

- 10.000 ANNI FA
Forse a causa dei cambiamenti climatici o di una caccia sistematica da parte dell’uomo, il cavallo scompare dal continente americano. Ma era già migrato verso l’Eurasia.

- 5.500-4.000 ANNI FA
Due ondate di domesticazione del cavallo, presso i Botai e la cultura e Sintashta, tra Kazakistan e Russia Meridionale.

- 3.000 ANNI FA
Le più antiche cure veterinarie per cavalli si diffondono in Mongolia: si tratta soprattutto di pratiche odontoiatriche, di estrazione di denti da latte per evitare problemi di masticazione e dolore.

- 79 D.C.
L’eruzione del Vesuvio che distrugge Pompei lascia sepolto sotto una colonna di ceneri anche un cavallo militare bardato ancora legato alla stalla, con una sella appena montata di legno e bronzo e finimenti luccicanti attorno al muso: è stato da poco ritrovato in una villa suburbana adiacente a via di Civita Giuliana, durante l’ultima campagna di scavi.

- XII SECOLO
Ascesa al trono di Gengis Khan: complice il perfezionamento della staffa, gli arcieri a cavallo dell’Impero mongolo si conquistano la fama di esercito invincibile.

- XV SECOLO
Con i conquistadores spagnoli i cavalli ritornano nelle Americhe. Primi contatti con le popolazioni di nativi americani, che si procurano alcuni esemplari nel corso di razzie, e li usano contro le tribù vicine.

- 1680
Alla rivolta degli indiani Pueblo contro gli spagnoli segue la grande dispersione dei cavalli nel Nuovo Messico e negli altri Stati delle Montagne Rocciose.

- 1860
Nascita dei Pony Express, il servizio di posta prioritaria a cavallo attraverso gli Usa, con circa 190 stazioni divise in tratte di 16 km, da coprire al galoppo.

- INIZIO ’900
Con l’avvento delle prime automobili inizia il declino del cavallo nelle città.

- 1950-1960
La diffusione di macchine agricole a basso prezzo scalza i cavalli da tiro dal lavoro nei campi.

 

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