Vaticano: 5 cose da conoscere (ma che pochi sanno…)

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Vaticano: 5 cose da conoscere (ma che pochi sanno…) BEST5.IT 2016-12-08 09:50:51
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Il Vaticano è apparentemente una “città” all’interno di Roma, denominata come tale Città del Vaticano, e in genere qualificata capitale della Santa Sede, lo Stato a costituzione monarchica, con a capo il papa come sovrano assoluto, attualmente nella persona di Jorge Mario Bergoglio. E' riconosciuta a livello internazionale come uno Stato nella sua entità territoriale, tra Congregazioni, Uffici amministrativi, Tribunali e Segretariati, che fa capo al papa, il Vicario di Cristo in terra, nelle vesti di sovrano. 

Dalla Città del Vaticano la Chiesa di Roma si dirama in tutto il mondo con la sua presenza religiosa e finanziaria di vescovadi, prelature, parrocchie, chiese, conventi, università, missioni, immobili, radio-televisioni, giornali e case editrici. Si nomina il Vaticano tanto per dire il punto di riferimento della Chiesa di Roma, ovvero della Chiesa cattolica, come il centro capitale del cristianesimo di oggi.

Lo Stato della Città del Vaticano, nato formalmente l'11 febbraio 1929 per effetto dell’articolo 3 del Trattato del Laterano, è stato istituito formalmente il 7 giugno 1929, quando, con lo scambio delle ratifiche avvenuto nel Palazzo del Vaticano, gli accordi lateranensi ebbero piena efficacia giuridica. Nell’ordinamento internazionale, quindi, il Vaticano è uno Stato straniero riconosciuto in modo diretto ed esplicito dalla Repubblica italiana con gli articoli 3 e 26, comma 2, del Trattato mentre, da parte degli altri Paesi, che mantenevano i rapporti diplomatici con la Santa Sede e che, a al tempo della stipula del Trattato, furono tempestivamente informati, tale riconoscimento è indiretto ed implicito.

Ma il Vaticano giuridicamente non ha una sua sovranità, che va invece attribuita alla Santa Sede, ovvero quella persona morale di diritto pubblico che esercita appunto la sua sovranità sul Vaticano, definibile come ordinamento giuridico derivato. Ed è un fatto che nell’Assemblea Generale dell’ONU non è presente la Città del Vaticano, ma la Santa Sede con un suo “osservatore permanente”. Peraltro la Santa Sede è inscindibile dalla persona stessa del papa, costituendo così un circolo chiuso di competenze e autorità. 

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La creazione dello Stato Vaticano risponde all’esigenza di assicurare al “Governo cattolico” (cioè alla stessa Santa Sede, nella sua qualità di suprema istituzione della Chiesa) l’assoluta e visibile indipendenza e garantire una sovranità indiscutibile anche nel diritto internazionale. Lo Stato Vaticano, pertanto, ha la singolare caratteristica di strumento dell’indipendenza della Santa Sede e della Chiesa Cattolica da qualsiasi altro potere costituito.

Oggi parleremo di alcuni fatti molto interessanti che riguardano la Santa Sede ed il suo sovrano assoluto: il Santo Padre. E per maggiori approfondimenti, vi consigliamo il libro di Claudio Rendina intitolato "101 misteri e segreti del Vaticano". Buona lettura. 

 

1. Il Vaticano e la Santa Sede - Uno Stato dai confini illegali

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La Città del Vaticano è nata l’11 febbraio 1929 con la firma dei Patti Lateranensi tra l’Italia e la Santa Sede, che ricostituirono, sia pure con territorio ridotto, lo Stato Pontificio in Roma, mentre un concordato stabilì le prerogative dei religiosi e dei beni ecclesiastici in Italia. Il territorio si estende su 44 ettari, ovvero 0,44 chilometri quadrati, i cui confini sono limitati dalle Mura Vaticane e dalle strade romane via di Porta Angelica, piazza del Risorgimento, via dei Bastioni di Michelangelo, viale Vaticano, via della Stazione Vaticana, largo Porta Cavalleggeri, piazza del Sant’Uffizio e via Paolo VI, fino ad aprirsi sulla piazza San Pietro. E qui, al limite del colonnato, si protende circolare il confine aperto con l’Italia, tra i larghi Alicorni e del Colonnato, a fronte di piazza Pio XII e via della Conciliazione.

In realtà questi confini del Vaticano sono fuori legge. Nei trattati del 1929 fu stabilita una linea di confine lunga 3 chilometri e 500 metri che corresse nel tessuto urbano di Roma, per il 70% genericamente costituito dalle Mura Vaticane e per il 30% stabilito ex novo nel tessuto urbano italiano. Era una definizione non chiara, nonostante una piantina allegata ai trattati. Il problema fu pertanto riesaminato da una Commissione Tecnica italo-vaticana e si definì una nuova linea di confine con relativi mappe, ma la documentazione di tali confini non è stata mai ratificata né dal governo italiano né da quello vaticano, e solo per un tacito accordo si sono mantenuti i confini stabiliti nel 1929, con le ambiguità relative al tracciato del 30%, che si dovette creare ex novo. Con tutte le illegalità conseguenti.

Così nella zona adiacente all’attuale palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, tra altri edifici e a fronte delle proprietà vaticane sul Gianicolo, si ebbe una tortuosità della linea di confine, alla quale si pensò di ovviare con l’erezione di un cancello, che in linea retta collega la fine del colonnato con il Collegio Teutonico, ma che non corrisponde al confine effettivo, risultante più arretrato. La situazione peggiorò quando nel 1966 fu abbattuto il Museo Petriano e venne costruita l’Aula Paolo VI, che ha finito per essere collocata per tre quarti in territorio italiano, restando in quello vaticano la parte finale dove è il trono papale.

Piazza San Pietro è territorio vaticano aperto al pubblico, ma fino alla scalinata è sotto la giurisdizione delle autorità italiane, ovvero ne è affidato l’ordine pubblico alla Polizia italiana). Il colonnato è del Vaticano ma il confine con l’Italia corre lungo la linea esterna, per cui le due colonne degli avancorpi rivolti alla piazza Pio XII si trovano in territorio italiano. In ogni caso il Vaticano non è circoscrivibile a «quel tanto di territorio», come definì Pio XI i 44 ettari, ma è anche fuori del Vaticano: dentro Roma, in Italia e in tutte le nazioni del mondo, relativamente a diocesi, chiese, conventi, santuari, monasteri, seminari, oratori, case di cura, alberghi di proprietà della Santa Sede e con un incalcolabile numero di persone ecclesiastiche e laiche.

2. Le insegne e il vestiario del papa

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Il papa regnante, come sovrano, ha uno stemma per il quale utilizza l’arma del suo casato, se è nobile, come è accaduto per Paolo VI con lo stemma della famiglia Montini; altrimenti ne adotta uno di sua invenzione. Le due chiavi hanno un significato simbolico; quella d’oro vale come la potenza e quella d’argento come la scienza. In ogni caso è lo stemma nel suo complesso che resta l’emblema del potere papale e in una forma aristocratica non troppo in linea con lo spirito evangelico, se solo si pensa alla povertà del primo papa, il pescatore di Galilea. Peraltro il riferimento a Pietro è incancellabile in quella gemma simbolica che reca scolpita l’immagine del primo papa nell'atto di pescare dalla sua navicella; l'anello del pescatore”, appunto, usato dal pontefice per ricordare che la supremazia della Chiesa fu assegnata al pescatore Simone, di cui i papi sono i legittimi successori.

Questo anello, custodito dal Prelato Maestro di Camera, viene spezzato alla morte di ogni papa e rinnovato; sempre d’oro, è indossato dal  pontefice al dito anulare destro e utilizzato per sigillare tutta la corrispondenza privata, facendo pressione sulla ceralacca riscaldata e fusa sulla carta. L’anello piscatorio d’oro massiccio di Benedetto XVI, ad esempio, è stato creato appositamente da un noto orafo romano, Claudio Franchi, esponente dell’Associazione Regionale Romana Orafi; riporta un sigillo a forma ovale, sul quale è incisa la tradizionale barca con Pietro che getta le reti per pescare. Intorno all’anello è inciso il nome del papa, “Benedictus XVI”.  

Il vestiario del papa è piuttosto sobrio, all’insegna del colore bianco. L’indumento principale era una zimarra, caratterizzata da una mozzetta a finte maniche, larghe fino ai gomiti, sostituita nelle funzioni religiose da un camice in pizzo lungo fino ai piedi, con maniche attillate, cinta sui fianchi dal cingolo; era portata direttamente sopra una camicia a collo romano con polsini alla moschettiera fermati dai gemelli. Come soprabito si usa la mozzetta, una mantellina di velluto corta abbottonata sul davanti, che è di colore rosso o bianco, o il piviale, ampio mantello con cappuccio. Rosso è anche il camauro, un copricapo di velluto bordato di pelliccia d’ermellino bianca; copricapo alternativo è il saturno, un cappello a tesa larga, anche questo rosso.

Una curiosità, infine, sulle scarpe color rosso ciliegia, diventate un’icona da quando il mensile americano «Esquire» nel 2009 ha definito il papa «the accessorizer of the year», ovvero «l’uomo più elegante dell’anno» per quelle calzature. E si è discusso a lungo su chi le fornisca, così che è stato fatto il nome di Prada. Ma «L’Osservatore Romano» ha smentito quella voce dichiarando che «il colore rosso ha un significato religioso», ovvero il “sacrificio”, e pertanto «il papa non veste Prada, veste Cristo». In realtà quelle scarpe sono opera di Adriano Stefanelli, un artigiano di Novara, e quando si consumano le rimette a nuovo Antonio Arellano, un peruviano che ha il negozio di calzolaio a Borgo Pio. Ma è difficile pensare che il papa faccia riparare le scarpe, come un comune mortale; più probabile che arrivino nuove da Novara.

3. I soldi del papa

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Il papa come re, ovvero sovrano assoluto dello Stato della Città del Vaticano, non avrebbe bisogno di denaro perché, a norma del Diritto Canonico, come sovrano assoluto della Chiesa ha poteri e attribuzioni illimitati; secondo quanto peraltro recita il canone 1518 del Codice di diritto canonico del 1917: «Il romano pontefice è amministratore e gestore di tutti i beni ecclesiastici». In ogni caso ha a sua disposizione un “fondo spese”, con il quale si provvede alle necessità quotidiane di vita, ai viaggi e a qualsiasi esigenza automaticamente appagata, senza dover render conto a chicchessia.

Ma in realtà il papa ha uno stipendio, che potremmo chiamare più propriamente una indennità. Lo ha rivelato in una conferenza stampa del 2001 il cardinale Sergio Sebastiani, all’epoca Presidente dell’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, definendo «una cosa normale», così come «prende uno stipendio anche il capo dello Stato italiano». Non è stata indicata la cifra, ma proprio quel riferimento al Presidente della Repubblica italiana suggerisce l’entità dello stipendio del papa, che possiamo stimare nell’ordine di 17.000 euro mensili per un totale di 218.407 euro annuali, calcolando anche la tredicesima! Inoltre presso lo IOR, la banca della Città del Vaticano, il papa ha il suo conto corrente, il numero 1, con tanto di libretto di assegni, anche se per la firma c’è una delega.

Considerando che il papa non usa il denaro per il mantenimento di vitto, alloggio, vestiario e viaggi, il conto è alimentato mensilmente dall’intero stipendio, ma non solo. Vanno considerate anche le entrate di cui dispone dalla sua Elemosineria Apostolica e i contributi che le diocesi di tutto il mondo sono tenute a versare a Sua Santità, a norma del canone 1271 del Codice di diritto canonico, oltre a quanto inviano le congregazioni religiose e le fondazioni. L’ultimo dato acquisito risale al 2007, secondo un rapporto riservato trasmesso dal Vaticano alle diocesi, in base al quale questi contributi sono ammontati a 29,5 milioni di dollari.

Il più sostanzioso introito sul conto del papa è costituito dal Vicarius Christi Fund, che è un fondo assicurativo, frutto dell’investimento dei Cavalieri di Colombo. Stando così le cose è veramente impossibile quantificare il denaro che affluisce mensilmente sul conto corrente del papa, nel quale vanno anche considerati gli interessi, che sono del 12%, a fronte dell’1,30% di spese. Ma c’è un di più. In una conferenza di diplomatici di vari paesi del Medio Oriente e del Nordafrica, tenuta a Roma alla Pontificia Università Gregoriana nel maggio del 2007, il Presidente dello IOR Angelo Caloia ha accennato a un ulteriore interesse a vantaggio del conto corrente del papa, costituito dai profitti generali dello IOR; a marzo di ogni anno la banca mette a disposizione del papa la differenza fra le proprie entrate e uscite dell’anno precedente.

L’ammontare di questa somma è segreto. Ma per Giovanni Paolo II sono trapelate le cifre in lire: il 1992 con 60,7 miliardi, il 1993 con 72,5 miliardi, il 1994 con 75 miliardi e il 1995 con 78,3 miliardi. E ci sono anche i guadagni derivanti dai diritti d’autore, relativi principalmente a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di cui è impossibile sapere a quanto sia ammontato negli anni il fatturato.

4. L'automobile del papa

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È subentrata alla carrozza a cavalli, che a sua volta aveva mandato in pensione il semplice cavallo; mezzi di trasporto perlopiù usati per la presa di possesso della basilica di San Giovanni in Laterano e per andare in vacanza a Castel Gandolfo. La prima automobile entrata in Vaticano è una Itala 20/30, regalata a Pio X dal vescovo di New York, monsignor Farlen, nel 1909; ma papa Sarto non la usa. In pratica resta in uso la carrozza, alla quale rimane fedele anche Benedetto XV, finché con Pio XI l’automobile è promossa a tutti gli effetti come mezzo di locomozione. Ma la sua grande affermazione l’ha con Giovanni XXIII, protagonista originale di numerose uscite per visite alle parrocchie romane, alle carceri e all’ospedale.

E papa Roncalli cambia spesso automobile; usa una FIAT 2100 o una Chrysler Imperial carrozzata Ghia o una Mercedes 300, e a bordo di quest’ultima, che è la preferita, va a ricevere il Premio Balzan al Quirinale. Con Paolo VI e i viaggi internazionali le vetture targate SCV servono solo ad accompagnare il papa all’aeroporto e riprenderlo, perché nei vari paesi c’è sempre l’automobile del premier dello Stato ad accoglierlo; per le visite dentro Roma e a Castel Gandolfo usa una Mercedes Benz 600 (nella foto sopra una Lincoln Continental Limousine del 1964, realizzata da Ford appositamente per papa Paolo VI nel corso del suo viaggio a New York).

Finché nel 1980 arriva la FIAT Campagnola, che è famosa perché su di essa Giovanni Paolo II viene colpito da Alì Agca il 13 maggio 1981. E da quel giorno il problema è stato quello di mettere a disposizione del papa vetture di massima sicurezza, a cominciare dal rivestimento della Campagnola con una bolla di plexiglas antiproiettile, finché è arrivata la papamobile. È una vettura speciale che garantisce sicurezza al pontefice, con una cabina blindata antiproiettile, ma anche massima visibilità ai fedeli; la prima automobile di questo tipo peraltro è stata realizzata ancor prima dell’attentato sul furgone polacco Star, utilizzato quando Giovanni Paolo II è andato in visita in Polonia nel 1979. 

Tutte le automobili del papa, finché sono in uso, stazionano nell’Autoparco Vaticano, che si trova nella zona residenziale della Città del Vaticano, a ridosso delle mura sul fianco di piazza Risorgimento, dove peraltro sono parcheggiate anche quelle di rappresentanza di cardinali e prelati, e di servizio, ma ben distinte da quelle dei Vigili del Fuoco, della Gendarmeria e del servizio sanitario, nonché da autocarri e motocicli del personale vaticano, che sono disposti in settori separati. 

Le automobili pontificie, tutte targate SCV, stazionano nell’autoparco finché vengono utilizzate, altrimenti finiscono come cimeli storici nel Padiglione delle Carrozze dei Musei Vaticani. Questo è stato creato da Paolo VI nel 1973 in un ambiente sottostante il Giardino Quadrato, come sezione staccata del Museo Storico che è allestito nel palazzo Apostolico del Laterano, e oltre alle automobili datate questo locale conserva selle, carrozze e portantine. Tra le automobili non c’è la Campagnola sulla quale Giovanni Paolo II subì l’attentato, probabilmente non esposta perché considerata anche una sorta di reliquia.

Ma tra le carrozze ce n’è una che è stata usata ai giorni nostri da un papa in sostituzione dell’automobile e pertanto va segnalata: è un landau dell’Ottocento, scoperto e senza particolari addobbi damascati. L’usò Paolo VI per andare in piazza di Spagna a rendere il tradizionale omaggio alla colonna dell’Immacolata l’8 dicembre del 1973, anno in cui vigeva l’austerità ed era proibito l’uso di veicoli a motore nei giorni festivi.

5. La morte del papa

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A meno che non sia colpito da un improvviso malore nel suo letto durante la notte, il papa non muore mai solo; seppure muore sul proprio letto, gli è vicino il Segretario. E a lui morente rendono omaggio i cardinali presenti a Roma, mentre riceve l’estrema unzione dal cardinal vicario. Una volta che il papa ha emesso l’ultimo respiro e il medico ne ha constatata la morte, il cardinale camerlengo ne riconosce ufficialmente per la Chiesa la morte, battendo per tre volte con un martelletto rituale la fronte del papa, chiamandolo con il nome di battesimo. Dopo di che il camerlengo rompe l’anello piscatorio e, nelle ventiquattro ore seguenti l’ultimo respiro, il corpo viene imbalsamato; questo perché il pontefice sarà esposto per alcuni giorni alla venerazione dei fedeli a San Pietro su un catafalco.

Il papa, sul catafalco, per l’ultima solenne presenza nella basilica di San Pietro indossa gli abiti liturgici propri della sua dignità: un lungo camice bianco, una dalmatica rossa e oro, una pianeta rossa. Le spalle sono coperte dal piviale di seta bianca, mentre attorno al corpo si avvolgono le bende di lana del pallio; sopra il tutto, il fanone in seta bianca con fili rosso e oro. La mitra dorata in testa completa la vestizione. Dal giorno della sua esposizione iniziano i Novendiali, ovvero le esequie in suffragio dell’anima del papa con celebrazioni continue di messe fino alla Missa poenitentialis, cioè il funerale, che viene sempre tenuto in San Pietro. Le spoglie mortali del papa vengono chiuse in una triplice cassa (una di cipresso, una di piombo e una di noce) e tumulate nelle Grotte Vaticane.

Uno dei fatti più sconvolgenti e inquietanti del XX° secolo fu senz’altro la morte improvvisa di Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani, ex arcivescovo di Venezia, presumibilmente avvenuta tra le ore 23 del 28 Settembre 1978 e le ore 5 del giorno sucessivo nel suo appartamento privato «per infarto acuto del miocardio», secondo il certificato di morte del dottor Renato Buzzonetti, direttore dei Servizi Sanitari del Vaticano. Contemporaneamente all’annuncio del Vaticano, arriva all’agenzia ANSA e ad alcuni quotidiani una soffiata: non è certa la causa della morte di papa Luciani, tanto che probabilmente verrà eseguita un’autopsia per vedere se è stato avvelenato.

Fu morte naturale o si trattò di un complotto sanguinoso per togliere di mezzo un uomo moralmente e intellettualmente assai distante dalla mentalità della gerarchia curiale che l’attorniava? Padre Romeo Panciroli, direttore della Sala Stampa del Vaticano, conferma la morte per infarto. Peraltro padre John Magee, che ha scoperto il cadavere, suor Vincenza e le altre suore addette al servizio del pontefice, nonché il Segretario privato del papa, Diego Lorenzi, sono irreperibili. Nel frattempo si registra una riunione dei cardinali presenti a Roma che decidono di far esaminare il cadavere del papa a una commissione di tre medici per vagliare «l’opportunità dell’autopsia da un punto di vista medico».

Il rapporto, pervenuto al cardinale Villot lunedì 2 ottobre, ritiene valida la diagnosi del dottor Buzzonetti; i cardinali di nuovo riuniti scartano a maggioranza la necroscopia e archiviano in sostanza il caso, autorizzando i funerali. E Giovanni Paolo I viene sepolto nelle Grotte Vaticane il 4 ottobre. Per alcuni il dossier scottante riguarda l’Ordine dei Gesuiti. Poi escono due libri: La vraie mort de Jean Paul I di Jean-Jacques Thierry, che in 17 lettere accreditate a un fantomatico cardinale Wolkonsky espone i suoi sospetti sulla fine del papa, e soprattutto In nome di Dio di David Yallop.

In quest’ultimo si raffigura un assassinio del papa, frutto di un complotto condotto dal cardinale Villot e monsignor Marcinkus, con la complicità di Roberto Calvi e i responsabili della loggia P2. Era intenzione del papa sostituire Villot con il cardinale Giovanni Benelli e allontanare dalle finanze vaticane Marcinkus e la sua cricca, ritenendoli individui corrotti; per questo certe persone avrebbero ucciso, prevenendo così la loro stessa eliminazione o l’allontanamento dai posti di potere. Avrebbero fatto uso della digitale con effetti tossici sul cuore del papa che, già debole, non avrebbe resistito.



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