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Come si curavano i nostri antenati?

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Come si curavano i nostri antenati? BEST5.IT 2021-07-27 14:13:38
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Trentacinque, venti, sessantadue.

Non sono numeri da giocare al lotto, ma gli anni che poteva aspettarsi di vivere chi nasceva a Roma due millenni fa, a Firenze nel 1400 e a Milano nel 1950.

Se dopo la Seconda guerra mondiale gli italiani hanno finalmente cominciato a superare in massa il traguardo dei cinquant’anni, il merito è stato dei progressi nella medicina, nell’assistenza sanitaria e nelle condizioni di alimentazione e igiene.

Progressi che però si sono diffusi in modo disuguale e soltanto al termine di una strada lunga e accidentata.

Ma come si curavano i nostri antenati? E quando la salute è diventata un diritto per tutti? Scopriamolo insieme.

 

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1. OSSA ROTTE

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Dei malanni dei nostri antenati più remoti sappiamo quello che ci raccontano le loro ossa e la loro letteratura.

Le prime svelano, per esempio, che i Neandertaliani potrebbero essere stati falcidiati dai virus portati da Homo sapiens e dalle loro abitudini alimentari; o che gli Egizi soffrivano per diverse malattie infettive endemiche lungo il Nilo e che avevano spesso guai ossei.

La letteratura invece ci ha tramandato la più antica epidemia di cui si abbia notizia nel mondo ellenico, quella con cui si apre l’Iliade, insieme alla casistica delle ferite di guerra tra Età del bronzo e del ferro (II-VIII secolo a.C.).

«Il “panorama patologico” nell’Iliade e nell’Odissea è prevalentemente traumatico», scrive lo storico della medicina Giorgio Cosmacini nel suo libro L’arte lunga (Laterza), il cui titolo si ispira al detto antico ars longa, vita brevis.

Nell’Ottocento, il medico francese Charles Daremberg si tolse lo sfizio di contare le ferite nell’Iliade: «Sono 147», riassume Cosmacini, «dicui 12 da freccia, 12 da fionda, ben 106 da lancia, con una mortalità rispettivamente del 42%, 66% e 80%; le rimanenti 17 ferite, da spada, sono tutte mortali».

Secoli dopo, nella Roma imperiale, centinaia di battaglie produssero i migliori chirurghi dell’antichità: sapevano amputare, ma anche estrarre calcoli e praticare parti cesarei.

 

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2. DOTTOR SCIAMANO

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Nel mondo antico le cure seguivano un doppio binario: medicina sacra (divinazioni e riti magici) e rimedi pratici (chirurgia, erbe, sostanze minerali).

«In Egitto la medicina è, all’origine, una prerogativa della casta sacerdotale», spiega ancora Cosmacini.

Imhotep (architetto e medico divinizzato) e Thot (dio-ibis della sapienza) erano i numi tutelari della salute invocati dai sunu, i medici egizi, che sapevano curare, tra le altre cose, la cataratta.

L’oculistica era specialità comune anche tra gli asu, i loro colleghi assiri, dei quali nel Codice di Hammurabi (1750 a.C. circa) si legge: “Se un medico apre un ascesso dell’occhio di un uomo con il coltello di bronzo, e distrugge l’occhio dell’uomo, gli si taglino le dita”.

«Nelle tradizioni greche arcaiche il guaritore “magico”, il pharmakòs, è un uomo prescelto per la sua bruttezza, un malcapitato che alla fine viene bruciato, oppure un delinquente condannato che viene fatto precipitare dalla rupe o anche un giovane gettato in mare per liberarsi, con lui, di ogni malanno», spiega Cosmacini.

Sotto, il medico Iapige con un bisturi cura la ferita di Enea, in un affresco pompeiano del I secolo.

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Il medico ai tempi di Omero era di fatto un capro espiatorio. «Ma in Grecia phàrmaka erano anche le preparazioni manipolate da donne “pari alle dee”, guaritrici che applicavano la pratica domestica a confezionare rimedi in qualche modo efficaci».

Una bella differenza rispetto all’Italia del Seicento, dove circolava il detto: “meglio morire che farsi curare da una donna”. Il nume tutelare dei guaritori greci era il semidio Asclepio, che nel suo tempio a Epidauro suggeriva le cure in sogno.

Ma nel IV secolo a.C. tutto cambiò con Ippocrate, quello del giuramento dei medici. Ippocrate insegnava che salute e benessere dipendevano dall’osservazione dei sintomi (oggi diremmo dalla clinica) e dall’equilibrio di quattro umori corporei: bile nera, bile gialla, bile rossa (sangue) e flegma (muco).

La rivoluzione di Ippocrate fu tramandata ai Romani e poi al Medioevo da Galeno (II secolo).

Risultato: per quasi due millenni la ricerca dell’equilibrio tra gli umori è stata alla base dei trattamenti più diffusi, che poi si riducevano spesso ad applicazioni di sanguisughe e salassi.

Sotto, strumenti chirurgici del V secolo a.C. (Museo archeologico di Salonicco, Grecia).

 

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3. LAZZARETTI E OSPEDALI

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Nel IX secolo gli insegnamenti di Ippocrate si fusero con quelli dei sapienti arabi nella Scuola medica di Salerno, eccellenza del Medioevo della quale fece parte Trotula de Ruggero, prima donna a Dalla magia alla medicina praticare ufficialmente la medicina, verso il 1050.

La Scuola salernitana dava grande importanza alla relazione cibo-salute, oggi un pilastro della prevenzione eppure importante anche nell’antichità. I paleopatologi hanno scoperto che molti abitanti di Ercolano, morti nel 79 durante l’eruzione del Vesuvio, soffrivano di brucellosi, trasmessa dal latte ovino.

Sappiamo anche che si curavano (senza saperlo) con antibiotici naturali che proliferano nelle muffe di fichi e melograni secchi: erano consigliati per tonsilliti (i primi) e congiuntiviti (i secondi).

Gli storici spiegano che a minare la salute, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca, è soprattutto la fame. Nell’Ottocento la dieta povera a base di farina di mais nella Pianura Padana provocò il dilagare della pellagra, una grave patologia da malnutrizione.

E per secoli nelle chiese medievali si pregò così: “A fame, peste et bello, libera nos, Domine”. La guerra (bellum) era un male necessario, contro la fame i governanti organizzavano distribuzioni di farina agli indigenti, ma nemmeno i più lungimiranti potevano evitare il secondo male della lista, le epidemie (v. riquadro nella pagina precedente).

La Peste Nera uccise un terzo della popolazione del continente tra il 1347 e il 1350 (circa 25 milioni di morti), ma ebbe almeno il merito di gettare il seme della sanità pubblica.

La necessità di arginare il contagio con quarantene e isolamento portò al primo lazzaretto, a Venezia nel 1423, agli Uffici sanitari delle signorie (le “Asl” rinascimentali) e ai primi ospedali.

Questi ultimi, all’inizio ospitavano (da cui il nome “ospitale”) i pellegrini, poi divennero “alberghi dei poveri” e infine, come il Pellegrinaio di Siena (1380) o l’Ospedale Maggiore di Milano (1448), “case della salute” spesso laiche e controllate dal comune o dalla signoria.

Erano i primi passi del welfare. Fu allora che la professione medica si differenziò dall’arte dello speziale (il farmacista) e dalla figura del cerusico, precursore del chirurgo. Estrazioni dentarie e altri interventi (senza anestesia) per secoli erano stati affare da barbieri e norcini (i macellatori di maiali).

Nel Quattrocento, qualcosa cambiò. «Il medico divenne uno specialista sempre più della sola sanitas corporis e sempre meno della salus animae», spiega Cosmacini. «Tecniche, pratiche e regole di comportamento erano dettate non più dall’onniscienza divina, ma dalla scienza umana».

 

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4. TRE RIVOLUZIONI E RESISTENZE

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I punti di svolta di questa “scienza umana” si riassumono in tre parole: vaccini, microbiologia e igiene.

Dobbiamo i vaccini al britannico Edward Jenner che, conducendo a fine Settecento esperimenti che oggi sarebbero vietati dalla legge, immunizzò contro il vaiolo un bambino di otto anni, iniettandogli materiale infettato dal virus del vaiolo bovino.

Un secolo più tardi, Louis Pasteur sollevò il velo sul mondo di batteri e virus patogeni, fino ad allora sconosciuti, fondando la microbiologia. Eppure le conquiste di Jenner e Pasteur non sarebbero bastate senza la rivoluzione meno vistosa, quella dell’ungherese Ignác Semmelweiss.

Di fronte alle troppe morti per “febbre puerperale” (infezioni) tra le neomamme curate dai medici (ma non tra quelle affidate solo alle ostetriche), nel 1847 Semmelweiss capì che la colpa era proprio dei dottori: non si lavavano le mani quando passavano dalla sala dove dissezionavano cadaveri alla sala parto. Bastò imporre la disinfezione delle mani per abbattere la mortalità.

Migliori condizioni igienico-sanitarie avrebbero potuto salvare anche migliaia di vittime del colera, la “peste dell’Ottocento” provocata dal vibrione trasmesso da acque contaminate dalle feci.

«Il colera arrivò in Italia nel 1835», racconta Cosmacini. «I morti in tre anni sfiorarono i 150mila, dei quali un terzo nelle due grandi città del Sud, Napoli e Palermo, e 5mila a Roma».

A Napoli ma anche a Brescia, due città dove l’acqua usata per bere non era ben separata dalle acque reflue, fu una strage; a Milano, dove c’erano norme igieniche più severe, l’epidemia fu meno grave.

Il colera oggi si cura con vaccini e antibiotici, ma l’acqua potabile resta la prima linea di difesa nei Paesi in via di sviluppo. Anche perché gli antibiotici, a cominciare dalla penicillina scoperta nel 1928 da Alexander Fleming (foto sotto), sono un’arma a doppio taglio.

Ci hanno allungato la vita ma, come riassume lo storico americano Edmund Russell nel recente Storia ed evoluzione (Bollati Boringhieri), «dagli Anni ’40 i batteri patogeni, tra cui gli stafilococchi, hanno evoluto resistenza a ogni antibiotico sviluppato.

La comunità medica ha risposto ogni volta introducendo nuovi antibiotici. Il risultato è stato una corsa coevolutiva alle armi». Gli stafilococchi già nel 1946 hanno sviluppato la resistenza alla penicillina, che la ricerca ha sostituito con la meticillina; nel 1961 l’arma era di nuovo spuntata e la scienza ha dovuto rispondere con un nuovo antibiotico... E così via fino a oggi, in una sfida infinita tra germi e umanità.

 

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5. SALUTE: DA PRIVILEGIO A DIRITTO UNIVERSALE

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Marco Aurelio (II secolo d.C.) aveva come medico personale il dottore più famoso del suo tempo: Galeno di Pergamo.

Nell’Europa dell’assolutismo i sovrani chiamavano a corte i luminari di grido per farsi praticare salassi o, come nel caso di Carlo II d’inghilterra (1630-1685), impacchi di sterco di piccione.

Per tutti gli altri c’erano ciarlatani, monaci- erboristi, guaritrici costrette a nascondersi dall’Inquisizione per non finire sul rogo come streghe. Oppure le preghiere.

Anche se gli ospedali debuttarono nel ’400, l’idea di salute come bene pubblico si diffuse solo con l’Illuminismo. I sovrani illuminati provarono a contrastare la malaria, endemica in Italia fino a Novecento inoltrato, con bonifiche e profilassi.

Maria Teresa d’Austria dal 1787 fu testimonial della lotta al vaiolo facendo “variolizzare” i figli (lei si era ammalata ed era guarita). Nell’Ottocento Napoleone rese obbligatorio il vaccino contro il vaiolo per i soldati e fece traslocare i cimiteri fuori dalle mura cittadine per tutelare l’igiene, mentre la chirurgia – causa guerre continue – progredì e gli ospedali furono riorganizzati in modo più efficiente. Dalla culla alla tomba.

La Rivoluzione industriale, con l’affollamento delle metropoli e l’inferno degli slums di Londra, stimolò nella seconda metà del XIX secolo timide leggi per l’assistenza socio-sanitaria. E negli Anni ’50 fu proprio il Regno Unito il primo Paese a offrire un welfare moderno, occupandosi dei cittadini “dalla culla alla tomba”.
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73 anni di Oms. Gli anni del welfare furono anche quelli durante i quali la salute diventò diritto universale. Nel 1948, insieme all’Onu nacque l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che in 73 anni ha portato avanti campagne di vaccinazione, prevenzione e aiuto sanitario.

Dallo stesso anno la nostra Costituzione (articolo 32) stabilisce non solo che la salute è un diritto fondamentale dei cittadini e un interesse della collettività, ma aggiunge anche che la Repubblica italiana “garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Quanto si viveva in Italia? Nella Divina Commedia, Dante fissa la metà del “cammin di nostra vita” intorno ai 35 anni. Il che farebbe pensare che all’inizio del Trecento si campasse fino a settant’anni.

In realtà Dante quel numero lo ricavò dalla Bibbia ma soprattutto, non essendo un demografo, non tenne conto della spaventosa mortalità infantile del tempo: a 70 anni ci si poteva anche arrivare, il difficile era superare i primi 730 giorni.

Rifacendo i conti così, la speranza di vita di un neonato del 1300 crolla a 40 anni (tra i fiorentini agiati). Anche ignorando i decessi sotto i cinque anni, soltanto negli Anni ’20 nel nostro Paese si allungò fino ai 50 anni.

Da allora, in Italia abbiamo guadagnato in media tre decenni di esistenza. E nel mondo, dal 1800 a oggi, oltre quattro: la speranza di vita globale in due secoli è infatti passata da 30 a 73 anni.

Qui sotto, "La vaccinazione nelle campagne" (1894) di Demetrio Cosola, pittore di Chivasso, primo comune in Piemonte a imporre il vaccino anti-vaiolo.

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