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Commodo: l’imperatore romano che temeva i complotti (e uno gli fu fatale)

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Commodo: l’imperatore romano che temeva i complotti (e uno gli fu fatale) BEST5.IT 2021-07-27 10:11:25
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L’Urbe aveva visto succedersi imperatori di ogni genere, tanto da far pensare che l’impero doveva essere ben saldo per sopportare le nefandezze di alcuni di loro.

Ciò che ancora le mancava, nel 180 d.C., era un princeps gladiatore, in preda al delirio di onnipotenza.

Ecco Commodo, figlio del grande Marco Aurelio!

 

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LEGGI  I fantasmi più famosi della storia

1. "Bello come il sole"

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Un vero e proprio scandalo.

I senatori si guardarono l’un l’altro e non sapevano bene che cosa pensare, come comportar­si, che cosa dire in quella che era sicura­mente la cosa più strana che fosse mai capitata sotto il cielo di Roma.

Non che fosse il primo combatti­mento gladiatorio a cui assistevano, certo, ne ave­vano visti e apprezzati centinaia nella loro vita, ma quello era inaccettabile!

Perché a vestire i panni del gladiatore, a combattere nell’arena, a destreggiarsi tra fiere da uccidere e combattimenti da affrontare, lì, davanti ai loro occhi c’era proprio il nuovo impe­ratore, figlio del saggio e misurato Marco Aurelio, un ragazzo di appena 20 anni che si era trovato a reggere le sorti di tutto l’Impero: Marco Aurelio Commodo.

Primo imperatore porfirogenito, ovvero nato da un padre già imperatore, dopo anni di adozio­ni che avevano portato alla guida dell’Im­pero gli uomini ritenuti migliori e per questo adottati dal princeps in carica, Commodo rappresenta senza dubbio un deciso e repentino cambio di rotta rispetto al resto degli Antonini.

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Pre­sentato dallo storico Erodiano come un ragazzo bellissimo, dalla fluen­te chioma bionda, che splendeva al sole come fosse fuoco, tanto da spingere gli adulatori a para­gonarlo proprio all’astro cele­ste, Commodo viene descritto anche, da Cassio Dione, come schietto e semplice, però influenzato da compagni che lo portarono a com­portamenti abbietti e cru­deli.

In realtà, la figura di Commodo è molto sfaccet­tata e complessa, e avvolta da una storiografia coeva che in vita aveva l’obiettivo di adularlo e dopo morto di denigrarlo.

Sotto, una scena del film "Il Gladiatore" con Russell Crowe nelle vesti di Massimo Decimo Meridio e Joaquin Phoenix nei panni di Commodo.

Nel film ci sono falsi e incongruenze: mancano l'aspetto atletico e i riccioli d'oro dell'imperatore, l'amore iniziale del popolo nei suoi confronti, è falso l'incesto con la sorella, così come la morte nell'arena del Colosseo.

 

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2. L'ultimo degli Antonini

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Nato nel 161, già nel 177 Commodo fu associa­to dal padre al governo imperiale, ricevendo il tito­lo di Augusto insieme al padre, che seguì durante le sue campagne militari.

L’anno seguente sposò Bruttia Crispina, una nobildonna figlia di un ami­co degli imperatori Adriano e Antonino: Lucio Fulvio Gaio Bruttio Presente.

La morte di Mar­co Aurelio, nel 180, avvenne sul fronte danubia­no, mentre l’imperatore e suo figlio cercavano di respingere i Marcomanni, una popolazione germa­nica che stava dando del filo da torcere alle legioni romane.

Sebbene durante la dinastia degli Antoni­ni il potere passasse per via “adottiva”, la politica ereditaria di Marco Aurelio, che aveva associa­to il figlio al potere fin dalla sua tenera età, non lascia dubbi circa chi dovesse succeder­gli al trono: infatti, Commodo non trovò alcuna resistenza e fu acclamato impera­tore immediatamente.

Sotto, ritratto marmoreo di Crispina, moglie di Commodo.

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Su consiglio dei generali, prima di raggiungere la capita­le, il neo-imperatore restò nella regione per negoziare la pace con Quadi e Mar­comanni, in modo da poter abbandonare tranquillamente il fronte e torna­re a Roma.

I contemporanei gli rimproverarono però che la pace da lui stipulata, nella fretta di abbandonare la campagna mili­tare, fosse in realtà troppo van­taggiosa per delle popolazioni che i Romani erano vicini a sconfiggere, rinuncian­do al progetto del padre di andare a conquista­re anche i territori a Nord del Danubio.

Ma ciò che Commodo deside­rava non era certo combattere ai confini dell’Im­pero, in un lurido accampamento legionario, tra soldati e pericoli. Egli bramava la città imperiale, le sue comodità, il suo sfarzo, le sue dissolutezze e soprattutto ciò che amava di più: i giochi gladiatori.

Per i senatori fu l’inizio di un incu­bo: gli autori contemporanei paragonano Commodo a Nerone o Caligola, ricono­scendo in lui la stessa “follia” istrionica che animava i predecessori.

Come Nero­ne bramava esibirsi nel teatro, suonare la cetra e la lira, così Commodo non si limi­tava a organizzare e presenziare ai giochi gladiatori, ma vi partecipava attivamen­te, scendeva nell’arena vestito e armato proprio come un gladiatore, ed era appas­sionato anche di cacce, nonostante nor­malmente le due attività fossero diverse e le due professioni, venatores (cacciato­ri) e gladiatori, fossero ben distinte.

Dei gladiatori aveva assimilato anche i cul­ti, diventando devoto a Ercole più che a qualsiasi altra divinità.

 

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3. Idolo delle folle

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Commodo girava per il palazzo vesti­to con pelli di leone, con una clava in mano, come a voler ricreare l ’iconogra­fia classica del dio; sulle sue monete aveva fatto incidere “Hercules Romanus Augustus Commodianus”.

Considerava Ercole suo pari, tanto che furo­no coniate monete con la dedica “Herculi corniti” (al compagno Ercole), oltre a considerarsi come il più grande dei gladiatori e dei cacciatori, e obbligava gli altri a vederlo in questo modo.

«Tu sei il signo­re, tu sei il primo, o fortunatissimo tra gli uomini! Vincitore tu sei e vincitore tu sarai! Da sempre, tu sei il vincitore!», erano costretti a urlare più volte gli spettatori, come riportato da Cassio Dione. La sua prestanza fisica, in questo, gli veniva in aiuto.

Commodo aveva una stazza e una muscolatura mol­to sviluppata, i suoi combattimenti nell’arena non erano finti perché era davvero in grado di combat­tere secondo le tecniche gladiatorie, abilità ricono­sciutagli anche dalle fonti a lui ostili.

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Vanno perciò credute quando attestavano che il giovane impera­tore aveva una forza incredibile e aveva ucciso con il giavellotto un centinaio di bestie feroci, senza sbagliare un colpo.

Inutile dire che il popolo di Roma lo adorava e acclamava il suo imperatore idolo delle arene. Nelle province, invece, gli echi dei suoi trionfi gla­diatori e delle imprese di caccia non sono praticamente arrivati.

Chi non vedeva affatto di buon occhio questa sua condotta sconsiderata, per la quale egli trascurava anche la vita politica, erano, naturalmente, i sena­tori e l’aristocrazia romana. A soli due anni dal­ la nomina, nel 182, la sua stessa sorella Lucilla ordì una congiura, appoggiata da alcuni sena­tori, tra i quali Marco Ummidio Quadrato.

Fu un certo Quinziano ad avere l’incarico di sferrare il colpo fatale con la spada, ma l’imperatore in virtù delle sue doti atletiche, lo disarmò, bloccò la con­giura e mise a morte Quadrato, Quinziano e altri senatori.

Solo la sorella, in un primo momento, fu risparmiata e condannata solo all’esilio, ma succes­sivamente anche per lei fu pronunciata la condanna a morte. Inoltre, la scoperta che persino il prefet­to del pretorio precedente, nonché giureconsulto militare, Taurrenio Paterno, aveva preso parte alla congiura convinse Commodo a epurare il Senato, liberandosi indiscriminatamente di tutti coloro che egli riteneva, a torto o a ragione, ostili.

Sotto, statua marmorea della sorella Lucilla, ritratta come Cerere, conservata al Bardo National Museum, in Tunisia.

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La paura di essere vittima di una congiura sarà una costante in tutta la sua vita e lo porterà a guar­dare tutti con sospetto, compilare liste di proscri­zione e mandare a morte con molta leggerezza chiunque sospettasse di essergli avverso.

Da quel momento, l’imperatore affidò totalmente il governo a Tigidio Perenne, che nominò prefetto del pretorio e comandante della guardia imperia­le. Perenne divenne, a tutti gli effetti, l’uomo più potente dell’Impero e Commodo potè così dedicar­si a una vita dissoluta fatta di allenamenti e giochi dell’Arena, feste senza freni, concubine e harem senza ritegno e pratiche sessuali di cui gli storici del passato non lesinano particolari scabrosi.

Peren­ne, tuttavia, non era un incapace, anzi, seppe reg­gere l’impero forse meglio di come avrebbe fatto il princeps, soprattutto sotto l ’aspetto militare, poiché riuscì a controllare le frontiere ovunque minaccia­ te dai popoli sottomessi o emarginati dall’impero.

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Le fonti antiche sono discordanti sul giudizio in merito all’operato di Perenne: c’è chi, come Cassio Dione, lo vede con ammirazione, mentre la “Histo­ria Augusta” lo descrive come un despota autorita­rio e crudele.

Ciò che sicuramente va imputato al prefetto del pretorio, e che lo portò alla rovina, fu di avere anteposto i propri interessi personali e quel­li di Roma: non solo avvantaggiò l’ordine equestre rispetto a quello senatorio, cosa di per sé non dan­nosa, ma cercò di dare posizioni di potere ai mem­bri della sua famiglia, tanto da voler far salire al trono suo figlio.

Quando i soldati scoprirono il suo disegno, nel 185, lo riferirono all’imperatore che diede loro l’ordine di uccidere Perenne insieme a tutta la sua famiglia. Soddisfatto per aver scongiu­rato questa seconda minaccia, Commodo assunse il titolo di “Felix” (felice).

 

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4. Un liberto al potere

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Dopo l’uccisione di Perenne, il suo posto fu pre­so da un altro curioso personaggio: il liberto Cleandro, che in brevissimo tempo divenne il più importante e influente consigliere dell’imperatore e poiché l’imperatore aveva altro per la testa, era di fatto lui a governare l’impero.

Nel 185 Cleandro divenne prefetto del pretorio e successi­vamente fu insignito del titolo di pugione (pugnale), a significare che gli era stata affidata la sicurezza dello Stato.

La sua rapida ascesa destò molto scandalo in ambito senatorio poiché il liber­to giunse al rango equestre e alla carica di prefetto del pretorio sen­za rispettare il cursus honorum, che era consolidato da secoli nel­la tradizione romana.

Ma il suo potere non durò a lun­go. Fu il prefetto dell’annona, ovve­ro colui che si occupava di rifornire la città di Roma, a determinare la sua disfatta. Questi, infatti, provo­cò deliberatamente una scarsità di grano nella capitale e poi aizzò la folla contro Cleandro, addi­tandolo come responsabile del­la cattiva amministrazione. A quel punto fu lo stesso Com­modo a metterlo a morte, per placare la folla che dava a lui la colpa della carestia che imper­versava a Roma.

Era il 190 e ormai l’ap­poggio del popolo all’imperatore cominciava a scricchiolare, anzi la folla cominciava ad additarlo come il responsabi­le di ogni sciagura, come il terribile incendio che distrusse il Tempio della Pace nel 192, visto come un castigo divino per gli eccessi dell’imperatore.

Gli effetti più drammatici del disinteresse di Commodo per la politica attiva si ripercossero sull’attività militare: all’inizio del suo regno, i Caledoni avevano superato il Vallo di Antonino, in Britannia, la fortificazione posta ancora più a Nord del Vallo di Adriano.

Commodo aveva cerca­to di provvedere inviando nella regione Ulpio Mar­cello, l’ex governatore della Britannia, conosciuto per le sue doti di stratega, ma famoso soprattutto per essere in grado di farsi rispettare dai soldati. E Marcello riuscì effettivamente a ripristinare il con­fine e scacciare i barbari, ma la tregua non durò a lungo.

Successivamente furono gli stessi legionari romani ad ammutinarsi e a ribellarsi in Britannia, insieme a quelli della Spagna e della Gallia, capeg­giati da un disertore chiamato Materno.

Sotto, Narcisso mentre strangola Commodo.

 

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5. Roma dopo il regno di Commodo

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Se l’esercito non era dalla parte dell’imperato­re, ancora di meno lo era il Senato, che viveva nel terrore della repressione di congiure, vere o imma­ginarie, che potevano colpire chiunque.

Inoltre, Commodo aveva anche iniziato a fare requisizioni e prelievi forzati sui loro beni personali per risa­nare le casse dello Stato messe a dura prova dalle sue dissolutezze.

Più passavano gli anni, più la megalo­mania di Commodo aumentava: non gli bastava più essere chiamato Ercole e abbigliarsi come lui, a un certo punto decise di cambiare il nome di Roma, chiamandola Colonia Commodiana.

E il titolo “commodiana” fu dato a molte legioni, alla flotta e alla cit­tà di Cartagine e persino al Senato che, ormai, era poco più che acces­sorio. Anche i mesi dell’anno cambiarono nome per essere chiamati con i titoli che lui stesso si attribui­va, come exsuperatorius, ovvero “che vince su tutto”.

Nessuno ormai appoggiava l ’impe­ratore: dall’aristocrazia all’esercito, tutti cercavano di destituirlo nell’uni­co modo possibile, uccidendolo. Pre­se così vita la peggiore delle paure di Commodo, una congiura trasversale, su larga scala, che non poteva permet­tersi il fallimento.

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I congiurati decisero di muoversi con calma, si organizzarono nei minimi dettagli in modo da non lasciare niente al caso, nemmeno il futuro dopo Commodo: troppo spesso le congiure avevano l'effetto sì di eliminare il despota, ma poi di far piombare l’impero nel caos.

Primi artefici di tutto questo furono il prefetto del pretorio Emilio Leto, la concubina Marcia e il ciambellano di cor­te Ecletto, ma la congiura si espanse a macchia d’o­lio arrivando a coinvolgere moltissime personalità dell’aristocrazia romana e dell’esercito.

Complice la negligenza di Commodo e il suo disinteresse per la vita politica, i congiurati cominciarono a inseri­re nei punti chiave del potere uomini degni di fidu­cia: Settimio Severo e Clodio Albino ricevettero il comando della Pannonia Superiore e della Britan­nia, mentre Pescennio Nigro divenne governatore della Siria.

Questi comandanti militari avrebbe­ro assicurato l’appoggio delle legioni e saranno ai vertici dell’impero nei decenni successivi. Secon­do i piani dei congiurati sarebbe dovuto diventare imperatore Pertinace, il prefetto della città.

Il pia­no stava prendendo forma, quando l’imperatore die­de all’intera corte una notizia, che gettò tutti nello sgomento e fece accelerare il progetto di ucciderlo.

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Nel corteo solenne del 1° gennaio 193, in cui l ’imperatore avrebbe rinnovato l ’incarico di sole, Commodo, volendo essere una volta di più l’eroe dell’arena, il primo tra i gla­diatori, ordinò che il corteo partis­se dalla caserma gladiatoria, e che lui, invece di indossare la porpo­ra imperiale, si sarebbe abbiglia­to da gladiatore.

Inoltre, secondo alcuni storici, avrebbe avuto intenzione di mettere a morte alcuni senatori, tra i quali gli stessi Marcia ed Ecletto, che erano tra gli organizzatori del complotto. I congiurati decise­ro perciò di prevenirlo, agendo la notte prima del grande evento, il 31 dicembre 192.

Andato a vuoto il tenta­tivo di avvelenarlo, si fece intervenire Narcisso, un lottatore con cui l’imperatore si allenava quotidianamente. L’imperatore fu strangolato in bagno, non proprio la morte gloriosa nell’anfiteatro che forse Commodo sognava nell’arena.

Alla notizia della morte dell’imperatore, il popo­lo tutto, che tanto lo aveva osannato, e anche gli ostili senatori si affrettarono a mettere in atto una repentina e definitiva damnatio memoriae, cancel­lando tutto quello che restava di lui, statue, busti, raffigurazioni.

Sotto, una ricostruzione fotorealistica dell'imperatore romano Commodo.

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Solo il prefetto del pretorio, Emilio Leto, che era stato il primo e più attivo sostenito­re della congiura, si preoccupò di sottrarre il corpo alla furia distruttrice della folla, per poterlo seppel­lire segretamente ma secondo i riti della tradizione.

L’imperatrice Crispina, che era stata accusata di adulterio e scacciata nel 192, fu assassinata l’anno successivo. Finiva un regno che non lasciava rimpianti. E, per fortuna, nemmeno eccessivi danni, grazie al buon funzionamento della macchina statale, che aveva superato indenne altri imperatori dalla condotta scellerata.

Alla morte di Commodo, gli suc­cedette Pertinace, il potente ex prefetto, ma restò in carica solo 3 mesi. Dopo di lui e altrettan­to brevemente, Didio Giuliano. Finché il 9 aprile di quello stes­so anno si impone un imperato­re capace di fondare una nuova dinastia: Settimio Severo.

Sotto, "Le ultime parole dell'Imperatore Marco Aurelio", dipinto di Eugène Delacroix del 1844.

 

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