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Il teatro greco di Siracusa: una meraviglia di perfezione e bellezza

Il teatro greco di Siracusa: una meraviglia di perfezione e bellezza
   
     

Il teatro greco di Siracusa: una meraviglia di perfezione e bellezza BEST5.IT 2021-08-03 14:48:57
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Un paradigma: così viene considerato il teatro greco della splendida città siciliana per la perfezione delle proporzioni e la bellezza del contesto naturale in cui è inserito.

Il teatro di Siracusa esisteva già verso la metà del V secolo a.C.

Con la sua cavea (la parte in cui siedono gli spettatori) di oltre 135 metri di diametro dove potevano trovare posto circa 15 mila spettatori, era uno dei più grandi del mondo greco.

Anche se oggi porta i segni della sua lunghissima storia, continua a emozionare i visitatori come accadeva ai viaggiatori del passato: per esempio, lo storico dell’arte francese Vivant Denon, che nel suo Voyage en Sicile (1788) scrive: «Malgrado lo stato di abbandono, resta tuttora uno dei più bei posti del mondo e offre lo spettacolo più grandioso che ci sia».

Il teatro conobbe secoli di abbandono, ma grazie a importanti lavori di recupero è aperto ancora oggi.

I NUMERI del teatro:
138,60 metri di diametro della cavea;
67 ordini di gradini;
9 settori; 8 scale di accesso;
15.000 spettatori!

 

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1. Il prestigio di recitarvi

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Il teatro godeva di ampia fama già nei tempi antichi, tanto che Siracusa, al pari di Atene e di Alessandria d’Egitto, era uno dei maggiori centri teatrali, oltre che politici e culturali del mondo classico: tragediografi e commediografi consideravano un onore vedervi rappresentate le loro opere.

Oggi è il polo principale del Parco archeologico della Neapolis, un sito di 35 ettari che racchiude i più importanti monumenti antichi siracusani in uno straordinario scenario ambientale.

L’area archeologica attuale corrisponde in parte al quartiere Neapolis dell’antica città greca.

La disposizione degli edifici è frutto delle scelte del tiranno Dionisio I, che nel 405 a.C. trasformò il quartiere in una zona monumentale, dove concentrare le opere più rilevanti della città.

Il teatro è un perfetto esempio dei canoni greci, tanto da poterlo prendere a paradigma: è uno dei pochissimi casi in cui le fonti storiche ricordano il nome dell’architetto, Damocopo, detto Myrilla.

L’emiciclo è scavato lungo le pendici meridionali del colle Temenite, un rilievo modesto ma ideale per la costruzione di un teatro, in cui gli architetti sfruttarono la morfologia del suolo e la pendenza del terreno per dare sostegno e stabilità alla cavea.

 

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2. Un’acustica perfetta

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L’inclinazione naturale del terreno, oltre alla necessaria sicurezza statica, garantiva infatti a ogni spettatore una visuale ottimale della scena e insieme una perfetta acustica.

Una delle caratteristiche dei teatri greci, tutti rigorosamente a cielo aperto, era che, anche dalle ultime file e dai posti più laterali, si riusciva a udire nitidamente la voce degli attori e a comprendere le loro parole nonostante l’assenza dei microfoni e degli strumenti di amplificazione che utilizziamo oggi.

Una delle esperienze più sorprendenti di cui gode il visitatore odierno è proprio constatare in prima persona come il minimo suono proveniente dall’orchestra, cioè dalla zona in cui si muovevano gli interpreti e il coro, giunge all’orecchio in modo perfetto qualunque sia la distanza, sia che si tratti di un battito delle mani, di una frase recitata o addirittura di un respiro, di un colpo di tosse o di sussurro.

Un altro aspetto, al quale gli antichi architetti erano giustamente molto sensibili e che rendeva il colle Temenite perfetto per la costruzione di un teatro, è il notevole colpo d’occhio panoramico di cui si gode da lì, con vista sul porto e sull’isola di Ortigia, come una vera e propria scenografia naturale.

È possibile che il teatro di Siracusa abbia assunto la tipica forma semicircolare solo in un secondo tempo. Nella prima fase della sua storia, invece, cioè nel V secolo a.C., aveva probabilmente una forma trapezoidale, con gradinate rettilinee.

Non c’è alcun dubbio invece sull’importanza che il teatro rivestiva già allora nella vita pubblica della città, dato che viene menzionato da diversi storiografi antichi tra cui Diodoro Siculo e Plutarco.

Nel corso del III secolo a.C. e prima della morte del tiranno Gerone II, fu ristrutturato nella forma a ellittica che conosciamo oggi. Come abbiamo detto, la spettacolare cavea era una delle più grandi del mondo greco di allora e poteva contenere fino 15 mila spettatori.

La gradinata era divisa a metà circa in senso trasversale da una sorta di corridoio (diazoma), mentre in senso longitudinale era suddivisa in nove settori delimitati da otto scale scavate nella roccia, per mezzo delle quali gli spettatori potevano raggiungere il loro posto o guadagnare le uscite.

Nonostante il trascorrere dei secoli, la cavea siracusana è ben conservata, a eccezione degli ultimi ordini di posti, andati ormai perduti, tanto che il teatro viene ancora adesso pienamente utilizzato.

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3. Uno spazio per danzare

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Ai piedi della cavea si trova l’orchestra, un’area di forma circolare il cui nome in greco deriva dal verbo orkeomai, che significa “ballare”.

In questo luogo si muovevano infatti i danzatori e il coro: la sua funzione spiega anche la sua forma circolare, dato che le danze di solito avvenivano in cerchio.

In questo spazio centrale, a Siracusa come in ogni teatro antico, trovava posto di solito anche il thymele, un altare dedicato a Dioniso, la divinità che presiedeva al teatro e all’azione drammatica.

Alle spalle dell’orchestra stava invece la scena (skené) o edificio scenico, disposto perpendicolarmente rispetto alla cavea e un po’ più in alto rispetto all’orchestra. In un primo tempo essa serviva a garantire agli attori, sempre ed esclusivamente di sesso maschile, un luogo nascosto agli sguardi del pubblico in cui prepararsi alla rappresentazione, ma in breve tempo divenne un vero e proprio fondale per l’azione scenica, abbellito con colonne e fregi.

La scena era anche l’indispensabile schermo sonoro che rifletteva le onde acustiche rimandandole verso il pubblico, in modo che le voci degli attori non si disperdessero.

Infine, ai lati tra scena e orchestra si trovavano due passaggi, parodos ed exodos, dai quali il coro e gli attori accedevano all’orchestra e, probabilmente, il pubblico stesso entrava in teatro e raggiungeva il proprio posto.

Nel teatro di Siracusa l’edificio scenico è andato completamente distrutto: ne restano solo poche tracce in pietra, appartenenti a diverse epoche e di difficile datazione. Si sa con certezza che Eschilo, uno dei maggiori tragediografi greci, rappresentò in questo teatro nel 470 a.C.

Le Etnee, opera oggi perduta, e probabilmente I Persiani, già messa in scena ad Atene nel 472 a.C. Quest’ultima opera è giunta fino a noi e costituisce senza dubbio uno dei massimi capolavori del teatro greco antico.

Nella foto sotto, una veduta dell’Isola di Ortigia che costituisce la parte più antica di Siracusa: è un fazzoletto di terra di appena 1 chilometro quadrato di estensione, ricca di bellezze naturali e architettoniche.

 

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4. Una terrazza nella roccia

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Al di sopra del teatro di Siracusa si trova una terrazza rettangolare scavata nella roccia che apparteneva al progetto di Gerone II: originariamente doveva costituire un portico nel quale gli spettatori potevano ripararsi in caso di pioggia improvvisa.

La terrazza, come pure il teatro, è intagliata nella roccia viva e presenta una serie di piccole nicchie che ospitavano ex voto e una grotta-ninfeo nella quale si trova una fontana in cui si riversa l’acqua dell’antico acquedotto.

La terrazza era uno dei punti di accesso al teatro: vi si arrivava per mezzo di una gradinata e di una via incassata, nota come Via dei Sepolcri. In epoca romana imperiale il teatro fu rimaneggiato, in modo da renderlo adatto a ospitare i ludi circensi, ovvero i tipici giochi che costituivano l’intrattenimento popolare per eccellenza e che consistevano in combattimenti tra gladiatori e caccia alle belve.

Lo spazio dell’orchestra fu ampliato, sacrificando i primi ordini di posti e innalzando una cancellata, indispensabile a proteggere gli spettatori dalle belve; anche la scena fu rimaneggiata e, in epoca tardo imperiale, spostata in una posizione più arretrata, in modo che l’orchestra potesse ospitare anche giochi acquatici.

Il teatro di Siracusa fu utilizzato per questo genere di spettacoli fino al III - IV secolo d.C., quando nelle vicinanze fu costruito un Anfiteatro apposito. Da allora in avanti fu sede di spettacoli di vario genere, che oggi potremmo definire di varietà.

L’antico teatro greco di Siracusa (foto sotto) poteva ospitare fino a 15mila spettatori. Era uno dei più grandi e prestigiosi del mondo antico.

 

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5. Abbandono e rinascita

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Nei secoli successivi il teatro precipitò in uno stato di abbandono.

A partire dal 1526 fu addirittura depredato da parte degli Spagnoli di Carlo V, i quali lo devastarono e spogliarono – come tutti i monumenti dell’area – per ricavarne blocchi di pietra già tagliati e poter costruire con essi nuove fortificazioni.

Furono così letteralmente demoliti l’edificio scenico e gli ordini superiori della gradinata. Infine, nella seconda metà del Cinquecento, Pietro Gaetani, marchese di Sortino, riattivò l’antico acquedotto che portava l’acqua sulla sommità del teatro.

Così, proprio sopra la cavea, furono installati alcuni mulini che finirono per danneggiare ulteriormente diverse parti del teatro. Il monumento, ormai ridotto a un cumulo di rovine, tale rimase per due secoli.

L’interesse tornò a ravvivarsi nel Settecento, soprattutto grazie agli eruditi del tempo e dei grandi viaggiatori internazionali, che usavano comprendere l’Italia nei loro Gran Tour. Nell’Ottocento fu così intrapresa una campagna di scavi in più fasi per rimuovere dal teatro greco la grande quantità di terra che vi si era accumulata.

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I lavori furono ripresi nel 1921 e continuarono fino al 1954, quando furono riportate alla luce le ultime parti delle fondazioni dell’edificio scenico. Parallelamente furono condotte numerose indagini archeologiche, concluse nel 1988.

Il teatro ha ripreso a essere utilizzato già nel 1914 per iniziativa dell’Istituto nazionale del dramma antico (INDA), come sede di rappresentazioni classiche – tragedie e commedie greche – seguendo i dettami della tradizione: la prima opera messa in scena è stata Agamennone di Eschilo.

Dopo l’interruzione negli anni dei due conflitti mondiali, le rappresentazioni sono diventate un appuntamento permanente che riporta a nuova vita i grandi temi della tradizione classica e costituisce una base di dialogo da cui partire per una vasta riflessione sull’eredità dell’Antico nel mondo contemporaneo.

Dal 1914 in avanti il teatro di Siracusa ha chiuso solo negli anni della Prima e della Seconda Guerra mondiale. Vi si tengono rappresentazioni classiche (foto sotto).

 

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Note

Esisteva un fondo speciale per pagare il biglietto ai poveri

Nel mondo greco classico assistere a una rappresentazione teatrale non era una semplice forma di intrattenimento, ma aveva una funzione sociale e religiosa.

Vi partecipava per questo tutta la popolazione, anche donne, bambini e schiavi. Proprio perché era considerato un momento educativo e di grande utilità pubblica, esisteva un fondo speciale per aiutare i più poveri a pagare il biglietto.

Ad Atene, le rappresentazioni teatrali si tenevano tra l’inverno e l’inizio della primavera, periodo dell’anno in cui la popolazione non era impegnata in attività belliche, in occasione di festività dedicate a Dioniso, dio del teatro, (le Grandi Dionisie, le Lenee e le Dionisie rurali), quando si svolgevano gli “agoni tragici”, vere e proprie competizioni teatrali in cui venivano recitati cicli di tragedie e altri componimenti, al termine dei quali una giuria di cittadini, scelti a sorteggio, stilava una classifica.

Gli autori più celebri di tragedie furono Eschilo, Sofocle ed Euripide (V secolo a.C.), mentre la commedia, molto sviluppata soprattutto nella Magna Grecia e in particolare proprio a Siracusa, è distinta in commedia antica, di mezzo e nuova; ha tra i suoi maggiori esponenti Aristofane e Menandro.

Tra gli autori siracusani spiccano il mimografo Sofrone ed Epicarmo, autore di parodie mitologiche.

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