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Smart drug: le pillole dell’intelligenza

Comprarsi una dose di intelligenza.

Nell’infinito bazar delle nuove molecole sembra possibile anche questo, grazie alle droghe smart.

“Furbe” perché sono legali, ma soprattutto perché promettono di regalare un cervello capace di sfruttare fino all’ultima delle sue sinapsi, pronto a incamerare in un lampo qualsiasi nuova informazione.

E una mente più attenta, rapida, lucida è proprio quel che sembra necessario in un mondo in cui una performance non è mai abbastanza al top: bisogna vivere al massimo, avere risultati sempre esaltanti a scuola o sul lavoro, senza mai un cedimento.

Difficile quindi resistere alle lusinghe di sostanze che potrebbero renderci simili al protagonista del film Limitless, un Bradley Cooper che, prendendo una droga top-secret, si trasforma da scrittore in crisi in genio dalle capacità mentali fuori misura.

Con effetti collaterali terribili, certo, ma che passano in secondo piano di fronte alla chimera di un cervello che lavora al cento per cento delle sue possibilità.

L’idea che ne utilizziamo solo una piccola percentuale alla volta è in realtà una bufala (non esistono parti “dormienti), ma è troppo affascinante per non crederci.

E per non sperare che basti una semplice pillola per liberare tutto il nostro potenziale inespresso. Ma è davvero così? E siamo sicuri che non ci sia un prezzo (troppo alto) da pagare?

Vi sembra troppo bello per essere vero? Infatti…

 

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1. In vendita su internet

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Innanzitutto, va chiarito che le smart drug non sono sostanze vendute da spacciatori, ma veri e propri farmaci in commercio legalmente, prescritti per specifiche patologie.

Fra questi, il metilfenidato, usato nei bambini con il deficit di attenzione e iperattività (Adhd), e il modafinil, impiegato in disturbi del sonno come la narcolessia.

Negli Stati Uniti vanno molto di moda anche i sali di amfetamina, che al di là dell’oceano sono consentiti per il trattamento dell’Adhd.

C’è poi il mondo dei farmaci usati negli anziani con decadimento cognitivo più o meno lieve, come piracetam, aniracetam e simili: anche questi devono essere prescritti dal medico, ma schiere di studenti, e non solo, se li procurano facilmente online.

Anche grazie a internet, infatti, il mercato dei nootropi, cioè i principi attivi che hanno un effetto sulle capacità mentali, è in pieno boom.

Le stime oscillano, ma si è scoperto per esempio che il 10-15% degli inappuntabili universitari di Oxford ne fa uso, così come il 16% dei ragazzi nei college americani e il 3% dei tredicenni d’oltreoceano.

In Italia non ci sono dati precisi ma l’interesse c’è eccome, a giudicare dal proliferare di siti web che traboccano di informazioni e consigli per scegliere la sostanza più adatta alle proprie esigenze.

E non si pensi che sia una faccenda limitata a chi vuole avere voti più alti a scuola o in un esame universitario: un’indagine su oltre mille chirurghi in tutto il mondo ha dimostrato che quasi il 20% ha ceduto all’“aiutino” almeno una volta, per migliorare concentrazione e abilità con il bisturi.

Nella foto sotto, alcuni studenti dell’Università di Oxford (Regno Unito), nella sala di lettura della biblioteca.

 

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2. Funzionano davvero?

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Tutte queste smart drug hanno in comune la capacità di interferire con neurotrasmettitori importanti per l’attività cerebrale, come la dopamina, la noradrenalina o l’acetilcolina, od ormoni coinvolti con il ciclo sonno-veglia, come l’orexina.

Incrementandone la quantità nel cervello, agiscono per esempio sull’attenzione, la capacità di concentrazione o la memoria, e sono perciò utili quando queste vacillano, proprio come accade nei bambini con Adhd o in chi soffre di narcolessia.

In situazioni patologiche, metilfenidato e modafinil ripristinano un deficit e fanno lavorare meglio la corteccia prefrontale, cioè il “boss” del cervello: l’obiettivo è mantenere la “giusta” quantità di neurotrasmettitori, affinché il boss funzioni al meglio.

Chi prende le smart drug è convinto che, pur non avendo deficit, un po’ di neurotrasmettitori in più in circolazione migliorino le prestazioni. Il ragionamento fila, ma non è per nulla dimostrato.

Se c’è una carenza, metilfenidato e simili possono compensarla, ma se non c’è, è assai probabile che i farmaci aggiungano effetti avversi senza cambiare di una virgola la performance.

Gli studi condotti con i composti simili all’amfetamina usati negli Stati Uniti mostrano che le performance restano identiche. Cambia soltanto lo stato emotivo con cui affrontiamo il compito.

In altri termini, passeremo da un depresso “Oh no! Devo studiare chimica” a un entusiasta “Wow! I legami del carbonio”, ma il voto all’esame resterà identico.

 

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3. Il prezzo da pagare

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La performance in realtà risente di molti altri aspetti, che i farmaci non possono governare e che sono anche difficili da stimare.

La funzionalità del cervello dipende da elementi come stanchezza, motivazione, interesse.

E se anche una pillola ci rendesse più veloci, c’è comunque un prezzo da pagare, in termini di prestazione e anche di salute.

La rapidità nello svolgimento di un compito compromette l’accuratezza; – per di più, questi farmaci possono portare facilmente all’abuso soprattutto fra gli adolescenti che spesso non hanno le giuste informazioni in merito ai possibili eventi avversi.

Dipendenza, disturbi cardiovascolari, ansia, agitazione, impulsività sono solo alcuni dei guai a cui si può andare incontro, senza avere in cambio la certezza che “funzioneremo” davvero meglio.

Si è visto, per esempio, che nelle persone sane le smart drug possono rendere più abili a registrare nozioni, ma l’apprendimento vero è un’altra cosa.

Senza contare che possono interferire con il sonno, fondamentale per l’attività cerebrale e per fissare nella mente ciò che conta davvero: se dopo aver passato ore sui libri non si dorme, tutto sfugge e non si impara nulla.

Disturbare la delicata chimica cerebrale, poi, è sempre pericoloso. Il cervello è una macchina complessa di cui sappiamo poco, ma di certo quando interferiamo con un neurotrasmettitore influenziamo anche gli altri, perché lavorano tutti insieme.

Gli effetti finali sono sempre imponderabili e stiamo parlando di un organo che, una volta danneggiato, non sappiamo proprio come riparare.

 

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4. Soltanto a una certa età

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Meglio fare pochi esperimenti, quindi: la probabilità di ricavarne solo problemi per ora supera quella di trarne benefici reali.

Al punto che molti farmaci nootropi sono fra le sostanze con restrizioni alla produzione, l’acquisto e la vendita incluse nello Psychoactive Substances Act, entrato in vigore nel Regno Unito nel 2016 (con una coda di polemiche ancora roventi, perché i fautori delle smart drug lo ritengono una lesione alla libertà di scelta personale).

Questo non significa che si tratti di farmaci da bandire in assoluto, anzi. Chi ha un piccolo deficit cognitivo correlato all’età, come le “smemoratezze benigne” senza una malattia neurodegenerativa in atto, potrebbe teoricamente trarne vantaggi.

E' una nuova frontiera: bisogna andarci cauti anche perché si tratta di persone che potrebbero non sostenere alcuni effetti collaterali di certi principi attivi (per esempio, quelli sul sistema cardiovascolare).

Tuttavia, alcune sostanze sembrano promettenti e spesso sono del tutto diverse da quelle considerate finora.

È il caso dell’exenatide, usato nel diabete ma capace di aumentare le quantità cerebrali di Bdnf, un fattore che “nutre” i neuroni, e che potrebbe perciò accrescere la resistenza del cervello alle modifiche indotte dall’età.

Doping per il cervello? “Pompare” le capacità cerebrali con una smart drug equivale a doparsi? Domanda difficile, visto che gli effetti di potenziamento delle prestazioni cognitive non sono per nulla certi.

Nel dubbio, c’è chi mette le mani avanti e proibisce l’uso di tutte le sostanze nootrope quando c’è di mezzo una “gara di menti”, come nel caso dei campionati di videogiochi della Electronic Sports League.

A Colonia, nel 2015, per la prima volta sono stati prelevati campioni di saliva ai giocatori per accertarsi che non avessero preso smart drug che li aiutassero a star su durante le competizioni.

Ma ci sono perfino università che hanno puntato i riflettori contro queste sostanze: è successo per esempio alla Duke University, negli Usa, dove la preoccupazione per l’uso smodato di potenziatori cognitivi da parte degli studenti ha portato ha inserire nel “codice d’onore” dell’ateneo che «l’uso non autorizzato di medicinali per migliorare la performance accademica è considerato disonesto».

 

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5. Cercando la pillola magica

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Anche altri sistemi di neurotrasmettitori vengono studiati per trovare nuovi farmaci che potenzino le capacità cognitive, dalle vie che coinvolgono i recettori per la nicotina a quelle del glutammato, cercando metodi di modulazione più raffinati e precisi di quelli attuali, e soprattutto con meno effetti collaterali.

L’obiettivo, però, è intervenire in situazioni in cui ci sia un calo dell’attività del cervello, come appunto l’invecchiamento, perché per il potenziamento delle capacità di studenti o professionisti in cerca di prestazioni brillanti, fino ad ora, c’è veramente poco da fare.

E se anche trovassimo la “pillola magica”, gli scenari potrebbero essere spinosi dal punto di vista etico.

Solo i benestanti potrebbero permettersi di migliorare le facoltà mentali, e si creerebbero ancora maggiori disparità sulla base del censo.

Non resta allora che affidarsi a un “brain booster” già ben noto, che nessuno Stato ha ancora messo al bando: la caffeina di un bell’espresso stimola il rilascio di noradrenalina e dopamina, favorendo allerta, concentrazione e memoria.

Oppure, in alternativa, prima di mettersi a studiare o di affrontare un compito importante, si può fare un pisolino di una ventina di minuti: fa altrettanto bene al cervello e non ha proprio nessun effetto collaterale.

 

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