Islam e Cristianesimo: gli scontri epocali che hanno deciso il destino dell’Europa

Gli ultimi, tragici episodi di contrapposizione violenta tra l’Islam e l’Occidente cristiano hanno avuto luogo all’inizio di questo secolo, con gli attacchi terroristici dell’Isis alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001, che hanno causato 2.296 morti (quasi come una battaglia campale).

Altri attentati sono seguiti, negli anni, in varie città europee, frutto di iniziative personali di adepti a organizzazioni islamiche più che di scontri fra le due civiltà. Ma la rivalità religiosa e culturale tra Cristianesimo e Islam non è sempre stata cruenta.

Per secoli hanno convissuto pacificamente, con rispetto reciproco, contribuendo insieme al progresso umano, pur agendo su sponde opposte, ciascuna aspettando il tempo di prevalere definitivamente sull’altra. Ma quel tempo evidentemente ancora oggi è di là da venire.

La storia degli scontri epocali combattuti sotto le due bandiere avversarie si può far risalire all’anno 732.

In quell’occasione, aderendo alla richiesta di Oddone di Aquitania, che voleva fermare l’invasione del suo ducato da parte delle truppe musulmane di ʿAbd al-Raḥmān, il maestro di palazzo dei re Merovingi Carlo Martello mise insieme un esercito composto, oltre che dai franchi, da galli, bavari, visigoti, alemanni e sassoni.

Lo storico scontro avvenne a Poitiers, in una zona strategica dove l’esercito cristiano poté schierarsi tra due fiumi, il Clain e il Vienne, al sicuro da attacchi nemici alle spalle.

1. A Poitiers fine di un incubo

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Lo scontro, furibondo e senza esclusione di colpi, avvenne nel mese di ottobre del 732 d.C.

Lo sbarramento cristiano non solo resse all’urto dell’armata della mezzaluna, rinforzata con truppe dromedarie, ma alla fine la sbaragliò, mettendo fine all’incubo dell’invasione dell’Europa da parte degli Arabi, che già dominavano la Spagna.

La durissima battaglia si concluse con una carneficina operata dalla cavalleria dei franchi, dopo che aveva travolto la fanteria araba, massacrandola sistematicamente fino al tramonto. Fu lo stesso Carlo Martello a porre fine alla mattanza quando, con un colpo d’ascia, uccise il comandante arabo Abd al-Rahman, dichiarando finite le ostilità.

Un’altra battaglia che riveste un significato simbolicamente importante nello scontro fra Occidente e Oriente per il controllo del territorio europeo avvenne otto secoli dopo, nelle acque di Lepanto, a sud della Grecia (foto sotto).

Qui, nell’ottobre del 1571, la flotta della Lega Santa voluta da papa Pio V sconfisse quella dell’Impero ottomano, al termine di una battaglia navale il cui bilancio finale contò 7.500 perdite fra gli uomini della Lega, mentre furono oltre 30.000 i musulmani uccisi o fatti prigionieri.

Lo scontro era iniziato nel luglio precedente, con l’attacco ottomano all’isola di Cipro, che si trovava sotto il dominio veneziano. La battaglia di Lepanto, in cui a fronteggiare i musulmani ci furono, oltre ai veneziani, anche i genovesi, gli spagnoli e truppe dello Stato pontificio per un totale di 150 mila uomini imbarcati su 400 navi, fu una delle più grandi battaglie navali della storia.

Un secolo più tardi Benedetto Odescalchi, salito al soglio pontificio nel 1676 con il nome di Innocenzo XI, si mise in testa di pacificare l’intera Europa – cristiani e maomettani - sotto il segno della croce.

A incoraggiarlo su questa strada c’era il monaco Marco d’Aviano, salito a grande notorietà in occasione di una terribile epidemia di peste bubbonica durante la quale si erano verificati alcuni episodi d’improvvisa guarigione, fra cui quella del duca Carlo V di Lorena, che giurò di essere guarito grazie alle sue preghiere.

La fama del presunto prodigio aveva fatto guadagnare al frate un’aura di santità. Fregiandosi di questa fama attribuitagli dal duca e riconosciutagli dal papa, Marco d’Aviano chiese udienza a Luigi XIV come messaggero del pontefice.

Il Re Sole non solo non lo ricevette, ma lo fece espellere dal territorio francese con modi non proprio garbati. I disegni del sovrano francese, infatti, erano in netto contrasto con i vagheggiamenti del papa che quel frate venuto dalla periferia del mondo voleva illustragli.

Quello che interessava a Luigi non era la lotta ai musulmani, ma estendere la sua influenza alla Spagna, da dove gli arabi erano stati cacciati già alla fine del Quattrocento, insediando sul trono di Madrid un suo familiare.

Dato il disinteresse del potente re di Francia, a tenere vive le speranze di papa Odescalchi per una nuova grande crociata contro i musulmani c’era fino a quel momento la Repubblica di Venezia che da secoli lottava spesso da sola contro i Turchi e che pur avendo mantenuto il dominio sui territori delle isole dell’Egeo, della Dalmazia e della Grecia, aveva dovuto cedere Creta a seguito della sconfitta subita a Candia nel 1669, nonostante l’eroica difesa del suo doge Francesco Morosini.

2. «Morte o schiavitù per voi tutti»

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E nel campo avversario che cosa succedeva? In quella seconda metà del Seicento la minaccia della Mezzaluna incombeva soprattutto su Vienna, ultimo baluardo alla loro invasione del nostro continente, dopo che si erano appropriati dell’intera penisola balcanica.

Se avessero occupato Vienna avrebbero avuto la porta spalancata verso il nord Europa e, meta ancora più ambita, verso la capitale del cristianesimo Roma. Per questo il papa era così preoccupato e si dava tanto da fare.

Con le sue manovre tentò di favorire l’avvicinamento del Brandeburgo protestante con la Russia ortodossa, riuscì a mettere pace tra la Polonia e l’Austria, sostenne perfino i protestanti ungheresi contro l’episcopato locale perché l’obiettivo primario della salvezza dell’Europa era più importante delle divisioni interne al mondo cristiano.

Oltre a ciò, si procurò il denaro necessario per finanziare gli eserciti con cui contrastare la possente avanzata turca, arrivando a pagare personalmente i cosacchi presenti nei territori polacchi.

Ma il suo attivismo appariva insufficiente a scongiurare la minaccia di un esercito forte di quasi 200 mila uomini che, comandati dal gran visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha (foto sotto), nel luglio 1683 si era accampato alle porte di Vienna.

I turchi si erano fatti precedere dall’offerta di una resa onorevole e senza spargimento di sangue: «Accettate l’Islam», aveva intimato il gran visir agli austriaci, «e vivrete in pace sotto il sultano. Oppure consegnate la fortezza e vivrete in pace sotto il sultano come cristiani, e chiunque lo voglia potrà partire portando con sé i propri beni! Se invece resisterete, morte o spoliazione e schiavitù saranno il destino di voi tutti!».

Kara Mustafa viveva con quell’assedio il suo momento di gloria: un risultato favorevole lo avrebbe fatto salire oltremodo nei favori del sultano Mehmed IV, che aveva scelto proprio lui fra i tanti comandanti che aspiravano alla carica di “custode del sigillo imperiale”.

Affidandogli il compito di conquistare “La mela d’oro” – come veniva chiamata Vienna dagli islamici – Mehmed IV lo aveva investito della grande responsabilità di porre la base da cui partire per l’islamizzazione dell’intera Europa.

L’ultima meta sarebbe stata Roma. A quel punto, la profezia del Profeta si sarebbe compiuta e lui, Mehmed IV, ne sarebbe stato l’artefice, con il suo nome glorificato per l’eternità.

Nella piana della città austriaca le truppe di Kara Mustafa arrivarono il 13 luglio 1683, dopo aver conquistato e saccheggiato città e villaggi lungo il cammino, lasciandosi dietro una tragica scia di chiese e conventi distrutti, di uomini, donne e bambini massacrati o fatti schiavi.

Un’avanzata inesorabile e terrificante, che vide gruppi di tartari, facenti parte dell’esercito ottomano, spostarsi spesso dal campo base per abbandonarsi alle azioni più crudeli nei villaggi circostanti, nella peggiore tradizione di quei popoli selvaggi.

Qua sotto, il sultano Mehmed IV (1642-1693).

3. Vienna, destino segnato

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La difesa di Vienna era stata affidata da Leopoldo I d’Asburgo al generale Ernst von Starhemberg, mentre in tutto l’impero suonavano a stormo “le campane dei turchi”: l’allerta contro l’invasione islamica già trasmessa alla popolazione nel 1664 e prima ancora nel 1571.

Sapendo di non poter contare sulla Francia e neppure sul Brandeburgo (la futura Prussia), l’imperatore austriaco si rivolse a tutti i principi e i monarchi d’Europa che avevano a cuore le sorti della civiltà cristiana.

Risposero i principi del Baden e di Sassonia, i Wittelsbach di Baviera, i signori di Turingia e di Holstein, il generale italiano conte Enea Silvio Caprara, unitamente al giovane principe Eugenio di Savoia, che proprio in questa occasione ricevette il suo battesimo del fuoco, e soprattutto il re di Polonia Giovanni Sobieski, il cui apporto risulterà risolutivo.

Qua sotto, Leopoldo I d’Asburgo (1640- 1705) divenne sacro romano imperatore nel 1658.

Già al primo impatto dell’assedio turco, la città di Vienna capì che il suo destino sarebbe stato segnato se qualcuno non fosse corso in suo aiuto. Pur resistendo eroicamente, 6.000 soldati e 5.000 uomini in armi della difesa civica potevano solo contare le ore che separavano la capitale austriaca dall’urto di un esercito sterminato che contava anche su 300 cannoni.

Nel silenzio spettrale di Vienna, l’unica campana che si sentiva era quella della cattedrale di Santo Stefano, la Angstern (“Angoscia”), che con i suoi rintocchi chiamava a raccolta i fedeli per difendere la città. Per non concedere alcun vantaggio agli assedianti, gli austriaci avevano demolito tutte le costru- zioni che si trovavano al di fuori delle mura.

Kara Mustafa aggirò il problema facendo scavare delle profonde trincee che, partendo dal campo turco, arrivavano fino alle porte di Vienna: uno stratagemma che consentiva ai suoi soldati di non essere colpiti mentre operavano nelle vicinanze delle mura per minare le solide difese della città con una tecnica nella quale eccellevano gli ingegneri turchi.

A un certo punto, com’era prevedibile, l’assedio cominciò a procurare anche conseguenze per la salute: a causa della calura estiva si diffusero infatti epidemie, tra le quali la più devastante fu quella di dissenteria, che colpì sia gli assediati sia gli assedianti.

Quando le mura di Vienna erano ormai semidistrutte, Kara Mustafa decise di sferrare l’attacco risolutivo. Prevedendo l’azione, gli austriaci si prepararono ad affrontare un combattimento da cui nessun difensore si sarebbe salvato.

Mentre Vienna era ormai prossima al collasso, il sovrano di Polonia Giovanni Sobieski, che già due volte aveva salvato la sua terra dall’invasione ottomana, stava marciando sulla via per Vienna, alla testa di un esercito piccolo ma fresco, ed estremamente pugnace.

Il provvidenziale intervento delle truppe polacche fu dovuto alla lungimiranza politica di Sobieski, che guardava ben oltre gli interessi nazionali immediati. Una eventuale vittoria dei turchi a Vienna avrebbe destabilizzato tutta l’area che si riconosceva nel cristianesimo, con il risultato che le varie nazioni sarebbero poi finite una dopo l’altra sotto il tallone islamico.

La salvezza dei singoli Stati poteva essere realizzata solo con la salvezza dell’intera Europa. Una politica quindi diametralmente opposta a quella egoistica e di corto respiro del re di Francia, quel Luigi XIV (foto sotto) che tramava con il nemico comune per gli interessi della sua casata.

4. La lungimiranza del re polacco

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Per correre in aiuto di Vienna, Sobieski aveva dovuto sottrarre parte delle sue truppe dal fronte di guerra aperto con la Svezia e la Russia, i cui eserciti pressavano entrambi alle porte della Polonia, ma salvare Vienna era la priorità.

Il re polacco riuscì a trasmettere questo concetto alle sue truppe, che sarebbero risultate le più lucide e combattive nello scontro. Un alleato mosso dai suoi stessi ideali il re di Polonia lo aveva trovato in Carlo V duca di Lorena, che il 31 agosto si unì a lui per marciare su Vienna.

Strada facendo le loro truppe s’ingrossarono con l’arrivo di altri contingenti armati provenienti da ogni dove dell’impero asburgico. Il 6 settembre Sobieski fece costruire un ponte di barche a Tulln, vale a dire a 30 chilometri dalla meta finale, superando così il Danubio, che era l’ultimo ostacolo prima di Vienna.

Kara Mustafa, al contrario, non riuscì a motivare il suo esercito eterogeneo, che metteva insieme diverse etnie, spesso rivali storiche, con il risultato che l’unico obiettivo delle truppe era rappresentato dal bottino e il solo collante era il vessillo verde che precedeva quella massa di oltre 200 mila uomini. Sotto, la firma del trattato di Münster tra olandesi e spagnoli, parte della pace di Vestfalia (1648).

Molti dei generali ottomani erano in profondo disaccordo con il Gran Visir: Ibrahim di Buda, per esempio, aveva sempre manifestato la sua contrarietà a quella impresa, e non diede il meglio di sé come era successo in tante altre battaglie.

Le truppe del principato di Valacchia (un altro alleato degli ottomani) erano così poco interessate all’impresa che le diserzioni erano all’ordine del giorno, tanto più che l’esito di quell’impresa sembrava ormai scontato.

Il 10 settembre l’assedio di Vienna era alle mosse finali. I giannizzeri al seguito di Kara Mustafa mettevano in campo tutta la furia che li aveva resi famosi, mentre i tartari si abbandonavano alle scorrerie più crudeli.

Per i difensori della città il destino sembrava segnato. Ma quando ogni speranza era perduta, all’alba dell’11 settembre comparvero come in sogno gli eserciti di Sobieski e di Carlo V di Lorena, decisi a salvare la Cristianità. Alla loro vista gli esausti difensori della città trovarono nuove energie.

Mentre fra le fila dell’esercito di Kara Mustafa serpeggiava la confusione e il panico per quella improvvisa apparizione proprio quando la partita sembrava vinta, sul Monte Calvo prossimo alla città le forze cristiane si riunivano compatte e motivate schierandosi in una linea interminabile lungo tutta la montagna.

Le loro lance, gli elmi, i cavalli trattenuti a stento, i cui nitriti si confondevano con i rumori delle armi agitate dai soldati, trasmettevano un’immagine di potenza mille volte superiore alla realtà.

Dopo avere servito lui stesso la messa officiata dal frate Marco d’Aviano, il re di Polonia montò a cavallo e, drizzatosi sulle staffe, lanciò più volte lo stesso urlo alle sue truppe: «Lo credete voi, in nome di Dio?». I suoi 60 mila soldati risposero in un sol coro: «Lo crediamo!».

Un colpo di sperone, i cavalli si lanciarono in avanti e la polvere si levò fino a oscurare il sole, seminando il panico tra le truppe nemiche. Fu così che cominciò l’epica, decisiva battaglia di Vienna.





5. La disfatta dei turchi

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Nonostante i numeri fossero ancora grandemente a favore di Kara Mustafa, fin dai primi scontri la situazione volse a vantaggio dei cristiani.

La Lega Santa ebbe sempre la situazione in pugno, finché la grande armata ottomana si trovò allo sbando, anche per la stanchezza dei soldati di Mustafa, impegnati ormai da diversi mesi, spesso afflitti da malattie e ferite (la maggior parte delle truppe ottomane era infatti in guerra dall’autunno precedente, con marce iniziate in Crimea, Mesopotamia, Armenia, Valacchia, oltre che in Turchia).

La freschezza delle truppe di Sobieski (foto sotto), che guidò personalmente l’ultima carica all’arma bianca alla testa di 3.000 ussari, risultò decisiva per quello scontro epocale che alla fine ebbe esiti disastrosi per i turchi.

I soldati dell’esercito ottomano si dettero alla fuga disordinatamente, inseguiti e massacrati dagli stessi assediati, molti dei quali avevano cercato scampo nella fuga da Vienna ma poi, galvanizzati dall’arrivo di Sobieski, erano tornati indietro aggregati alle truppe del re polacco, rinforzando un esercito che ormai dominava il campo di battaglia.

Ciò che accadde in quel fatale 11 settembre è così riportato dal cronista turco Mehmed der Silahdar: «Gli infedeli (cioè i cristiani) spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu. Arrivavano con un’ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati a una riva del Danubio e con l’altra ala fino all’estremità delle divisioni tartare, coprivano il monte e il piano formando un fronte di combattimento simile a una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi». Il sole del 12 settembre illuminò la campagna viennese su cui giacevano 20 mila musulmani a fronte di 2.000 cristiani.

Prima di entrare a Vienna da vincitore e da salvatore della cristianità, il re di Polonia inviò al papa le bandiere catturate, accompagnandole con questo messaggio cesariano (parafrasato): «Veni, vidi, Deus vicit» (Venni, vidi, Dio vinse).

La sonante vittoria nella battaglia di Vienna galvanizzò tutti i popoli europei che, sotto la guida degli Asburgo, sferrarono una controffensiva contro l’impero ottomano che occupava le regioni danubiane, con il risultato di liberare l’Ungheria, la Transilvania e la Croazia, mentre la Dalmazia – perennemente insidiata dai Turchi - restava veneziana.

Sotto le insegne imperiali asburgiche dell’alleanza della Lega Santa si erano ormai riuniti, oltre ai tedeschi, croati, cechi, ungheresi, slovacchi, italiani, polacchi, vale a dire gran parte di quella civiltà cristiana su cui l’Europa era fondata. Il successivo trattato di Karlowitz del 1699 avrebbe sancito di fatto la fine dell’espansionismo ottomano nel nostro continente.

Qua sotto, dopo la vittoria, il vescovo di Wiener Neustadt, città a sud della capitale austriaca, si recò in visita al campo turco dopo la fine dell’assedio di Vienna (dipinto di Leopold Karl Graf von Kollonitsch).








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