Juan Domingo Perón: il leader che voleva conciliare capitalismo e socialismo

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Juan Domingo Perón: il leader che voleva conciliare capitalismo e socialismo BEST5.IT 2021-04-11 03:52:17
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Juan Domingo Perón è stato l’unico presidente eletto democraticamente tre volte in Argentina.

Ha dato il suo nome a un movimento basato su una moderna legislazione sociale e sulla rivendicazione dei diritti dei lavoratori: il peronismo.

È stato osannato e considerato il simbolo del Paese, ma anche additato come dittatore e fascista; ha subito colpi di stato, un’onda di massa contraria alle sue idee e poi l’esilio in tempi di dittatura.

Ha perso la sua prima moglie, Aurelia, in giovane età, e un cancro gli ha strappato la seconda, Evita, morta a soli 33 anni.

Il suo carisma, però, gli ha permesso di tornare in patria dopo l’esilio e di riprendersi in mano l’Argentina. Si celebrano quest’anno i 126 anni dalla sua nascita.

Ma chi era Juan Domingo Perón? Chi era l’uomo nel cui nome si affermeranno teorie politiche e: sociali spesso divergenti se non addirittura contrapposte? Scopriamolo insieme.

 

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1. Scuola militare e affascinato da Mussolini

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Perón nacque a Lobos, Provincia di Buenos Aires, l’8 ottobre 1895, da padre di origine europea e madre indigena patagonica.

A 13 anni entrò nel collegio militare, dove ottenne il grado di sottotenente di fanteria.

Partecipò alla repressione dei manifestanti della cosiddetta “settimana tragica” di gennaio 1919: dal 14 al 19 gennaio di quell’anno furono infatti barbaramente uccisi dai militari gli operai, in gran parte stranieri, che manifestavano e scioperavano contro i massacranti orari di lavoro imposti dall’Enel e chiedevano un giorno di riposo a settimana. Ne morirono circa un migliaio.

Nel gennaio 1929 Perón sposò Aurelia Tizón, una ragazza appartenente alla media borghesia di Buenos Aires (che sarebbe morta 9 anni dopo).

Nel 1930 si avvicinò alle sezioni civico-militari che preparavano il colpo di stato contro il presidente Hipólito Yrigoyen, appoggiando l’ala più moderata, rappresentata dal generale Agustín P. Justo.

Nel 1932, quando quest’ultimo divenne presidente, Perón, allora colonnello, fu designato collaboratore del nuovo ministro della guerra. Tra il 1939 e il 1941 Perón visse in Italia, prima a Chieti e poi ad Aosta, dove frequentò la scuola di alpinismo.

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Fu nominato attaché militare dell’Argentina in Italia sotto il governo di Mussolini. Ammirando il fascismo, aderì, al suo ritorno in Argentina, a una loggia militare, il Gruppo degli Ufficiali Uniti (GOU), che affermavano i concetti di nazionalismo e anticomunismo, a metà strada tra capitalismo e socialismo.

Il suo pensiero politico si collocava invece tra nazionalismo cattolico, socialismo e fascismo. Sviluppò un intenso lavoro con il Ministero del lavoro, invocando una politica di tutela dei lavoratori e battendosi per la rivendicazione dei loro diritti fondamentali.

Il suo potere cresceva assieme alla sua popolarità. Nel 1944 il generale Edelmiro Farrell lo nominò ministro della guerra e dopo cinque mesi anche vicepresidente.

Il fatto che diventasse sempre più influente intimoriva le opposizioni e anche i militari, che decisero di chiedere al presidente in carica di togliergli gli incarichi per evitare che assurgesse a idolo del popolo.

Ebbero un ruolo anche gli Stati Uniti, che per facilitarne la deposizione, chiesero alla Gran Bretagna di non comprare beni dall’Argentina per qualche settimana. Perón fu così imprigionato e portato nell’isola Martín García.

 

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2. Primo mandato

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Il 17 ottobre 1945, mille lavoratori provenienti dalle periferie industriali di Buenos Aires occuparono Plaza de Mayo, decisi a non muoversi finché Perón non fosse stato liberato.

Passò alla storia come il giorno della lealtà e sfilarono in tanti, i cosiddetti descamisados perché si tolsero la camicia, restando a torso nudo sotto il sole.

Così i generali che lo avevano arrestato furono costretti a liberarlo. Il 22 ottobre Perón apparve sui balconi della Casa Rosada, la residenza presidenziale.

Pochi giorni più tardi si verificò un fatto fondamentale nella storia del peronismo: la creazione di un partito laburista da parte dei sindacati, fondato per lanciare la candidatura di Perón a presidente. In questo stesso periodo Perón conobbe e sposò la sua seconda moglie, Eva Duarte (1919-1952), per tutti Evita, una giovane attrice radiofonica.

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Mentre Perón fondava il suo partito con il supporto di quello laburista, sindacati, militari e Chiesa cattolica, l’opposizione, rappresentata dai radicali dissidenti e dai conservatori, andò a costituire un fronte elettorale denominato Unione Democratica, appoggiata da Società Rurale e Unione industriale.

Nelle elezioni di febbraio 1946, Perón si impose ottenendo circa i due terzi dei voti della Camera dei deputati, la maggioranza dei posti del Senato e quasi tutti quelli dei governi provinciali.

Presentò un piano quinquennale per trasformare l’economia del Paese, dando impulso all’industria e stimolando il mercato interno. Intraprese anche una grande statalizzazione delle imprese.

Tuttavia, nonostante lo sforzo di trasformare l’industria nazionale in principale voce dell’economia, la maggiore fonte di denaro era sempre rappresentata dalle esportazioni di grano e carni.

Si respirava una difficile situazione internazionale: i mercati sempre più chiusi e il boicottaggio nordamericano obbligarono l’Argentina a rivedere la politica economica.

Nel 1949 Perón convocò le elezioni per l’Assemblea Costituente e fece aggiungere nel testo della costituzione la possibilità di rieleggere il presidente e un maggiore risalto ai diritti dei lavoratori.

Si stabilirono anche i diritti dello stato sulle fonti di energia e si aggiunse la battaglia per il voto delle donne nella quale ricoprì un ruolo fondamentale la moglie Evita (foto sotto).

 

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3. Secondo mandato e la rottura con la Chiesa

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Tutto ciò portò a un nuovo prevedibile trionfo elettorale nel 1951 e a un secondo mandato di governo.

Il secondo piano quinquennale era basato sul ritorno a una economia tradizionale con l’applicazione di alcuni aggiustamenti ai salari e un orientamento verso le politiche sociali.

Le basi del peronismo, tuttavia, iniziarono proprio in questa fase a vacillare. Il peronismo, già considerato “partito ibrido”, stava allontanandosi dal modello laburista.

Le cose accelerarono quando fu firmato il contratto con la Standard Oil California per le concessioni petrolifere, azione che fu giudicata in netta contraddizione con le battaglie nazionaliste precedenti di Perón.

Inoltre, da un clima caratterizzato dal pluralismo delle idee, si stava sempre più scivolando verso una restrizione delle libertà. La maggior parte della stampa era infatti in mano allo stato e gli altri mezzi di comunicazione erano suscettibili di chiusure improvvise.

Nelle un versità il livello educativo era basso, mentre nelle scuole c’era un’ingente presenza di professori che si ispiravano al fascismo. Il leader di matrice radicale Ricardo Balbín e il socialista Alfredo Palacios furono incarcerati e poi esiliati.

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Nel 1952, con la morte di Evita, che aveva alimentato l’idolatria del popolo verso Perón, e incentivato il radicamento del peronismo nella società, scoppiò una profonda crisi che raggiunse il suo apice nel 1954 a causa dell’inasprimento dei rapporti con la Chiesa argentina.

Quest’ultima decise di appoggiare la creazione di un nuovo partito democratico cristiano che seguisse gli orientamenti del Vaticano.

Perón considerò la scelta della Chiesa inopportuna in quanto riteneva che già il suo partito fosse democratico e dunque non vedeva la necessità di crearne uno nuovo, tanto più che l’appoggio della Chiesa era stato imprescindibile negli anni precedenti.

Perón si vendicò introducendo una legge sul divorzio, legalizzando la prostituzione e sopprimendo l’obbligatorietà della religione come insegnamento scolastico. La Chiesa, d’altro canto, l’11 giugno 1955 trasformò la tradizionale processione del Corpus Domini in una manifestazione antiperonista.

Questa presa di posizione indebolì molto il peronismo e spianò la strada al primo tentativo di colpo di stato, che non si fece attendere: il 16 giugno la Marina militare sferrò un attacco alle piazze con l’obiettivo di uccidere Perón. Morirono trecento persone e per rappresaglia i peronisti bruciarono le chiese della capitale.

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4. Un esilio lungo 18 anni

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Il 16 settembre le forze armate presero il potere ed espulsero il presidente che partì per l’esilio: sarebbe durato 18 anni.

Trascorse un periodo in Paraguay e uno a Panama, dove conobbe la sua terza moglie, Isabel Martínez. Nel 1958 trascorse anche un periodo in Venezuela.

Dal 1960 scelse come residenza Madrid. Da qui continuò a gestire la sua resistenza. Nel 1964, durante la presidenza di Arturo Umberto Illia (1900-1983), Augusto Timoteo Vandor, il principale referente del sindacalismo peronista, organizzò il ritorno di Perón in patria, ma i militari si opposero.

Infatti, quando lui atterrò all’aeroporto di Rio de Janeiro per proseguire il suo viaggio verso l’Argentina, le autorità lo fermarono e lo obbligarono a ritornare a Madrid.

La resistenza popolare simpatizzante del peronismo iniziò però a reagire alla dittatura del generale Juan Carlos Onganía (al potere dal 1966 al 1970), culminando negli scontri del 29 maggio 1969, che videro focolai di guerriglia sparsi ovunque nel Paese.

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Delusi dall’incompetenza dei governi succeduti al regime, lo nuove generazioni studentesche — che in precedenza mai avevano manifestato particolari simpatie per il giustizialismo — cominciano a sognare di Evita ed a orientarsi verso « el General » auspicandone il ritorno.

Nasce così una sorta di "neo-peronismo" che, pur richia­mandosi al leader storico del Movimento, assume un netto orientamento di sinistra e anti-nordarnericano, esaltando la giustizia sociale come obiettivo finale dell’abbattimento del sistema oligarchico-militare e oltrepassando di molto le concezioni dello stesso Capo.

In particolare negli ambienti universitari il neo-peronismo prende formo politica: nascono, sotto la spinta anche dei teologi terzomondisti della "libe­razione", i gruppi dei Montoneros che nel 1973 si accordano con le Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) e l’Esercito Rivoluzionario del Popolo (ARP) — gruppi di guerriglieri marxisti — per dare mag­giore impulso ed incisività alle loro azioni.

Sicuri inoltre dell’appog­gio di Perón, ma idealizzando piuttosto Evita che ai loro occhi in­carna la vera rivoluzione (Si Evita viviera seria montonera è il loro immaginifico slogan), i Montoneros intensificano la loro attività e nel 1970 rapiscono ed uccidono l’ex-presidente Aramburu al quale cercano di far confessare il luogo di sepoltura della loro eroina.

I militari al governo, dopo aver constatato che senza i persisti non è possibile governare, cedono il potere. In questo clima, nel marzo 1971, riuscì ad assumere la presidenza il generale Alejandro Agustín Lanusse (1918-1996), che annunciò l’intenzione di restaurare la democrazia costituzionale. Così Perón fece brevemente ritorno in Argentina, anche se non poté presentarsi alle elezioni dell’11 marzo 1973.

Si affermò un altro peronista, vicino alla sinistra, Héctor Cámpora (1909-1980). C’era anche un’altra frangia di peronisti estremisti e vicini alla destra, guidati da José López Rega, segretario personale di Perón, che fondava le sue radici nei movimenti sindacali ed era rimasta legata all’idea di restaurare un socialismo nazionale. Fu proprio questa frangia a invocare il ritorno di Perón.

Nella foto sotto, Ottobre 1948. Mezzo milione di persone davanti al Palazzo presidenziale acclamano Perón per celebrare il terzo anniversario del suo primo esilio.

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5. Il ritorno in patria, il terzo mandato e l’amore più grande fu Evita

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Il 20 giugno 1973 due milioni di persone attendevano all’aeroporto di Ezeiza il suo ritorno.

Si scatenò una guerriglia tra rappresentanti della destra e della sinistra peroniana. La calca fu tale da provocare 13 morti e 365 feriti.

Fu così che Perón decise di cambiare il luogo di atterraggio (arrivò a Moron) e di parlare al popolo attraverso la televisione. Il 13 luglio 1973 il presidente Campora e il vicepresidente Solano Lima dovettero rinunciare al mandato.

Le elezioni presidenziali si tennero il 23 settembre e Perón decise di correre con sua moglie Isabel Martínez come vicepresidente. Si imposero con il 62 per cento dei voti.

Il 12 ottobre 1973 Perón assunse la presidenza per la terza volta. Il primo maggio 1974, il governo convocò tutto il popolo in Plaza de Mayo per celebrare il giorno del lavoro e dell’Unità nazionale.

Perón salutò i suoi supporter con uno dei discorsi più patriottici che avesse mai pronunciato: «Io sento nelle mie orecchie la più meravigliosa musica, che è per me la parola del popolo argentino». Morì poco più di due settimane dopo, il primo luglio 1974. La moglie Isabel prese il suo posto (foto sotto).

Esce così di scena Perón, ma non il peronismo che risorgerà dalle sue ceneri, sotto mutate spoglie, rappresentando per gran parte degli argentini qualcosa di più di una ideologia, qualcosa di diverso di un partito politico, un fenomeno difficilmente riconducibile a schemi precisi e spiegabile con i classici strumenti dell'analisi politica ed eco­nomica.

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Evita, l’amore più grande! Il generale Juan Domingo Perón, ministro del lavoro e dell’assistenza sociale, vedovo, aveva 48 anni quando incontrò Eva Duarte, 24 anni, attrice che recitava pièces teatrali destinate alla radio.
Era il 22 gennaio 1944. L’incontro avvenne allo stadio Luna Park, dove era stato organizzato un evento di beneficenza per raccogliere fondi destinati alla popolazione della provincia argentina di San Juan, devastata da un terremoto che aveva seminato migliaia di morti e feriti.
Questo evento prevedeva un concerto, al quale era stata appunto invitata anche Eva, allora poco conosciuta.
Fu amore a prima vista: da lì in avanti non si separarono più. Si sposarono appena un mese dopo.

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