I 7 cibi che hanno scritto la storia del mondo e che hanno cambiato la nostra vita

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I 7 cibi che hanno scritto la storia del mondo e che hanno cambiato la nostra vita BEST5.IT 2019-12-12 10:34:59
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Riso, patata, zucchero, pepe, cioccolato, pomodoro e pollo.

Ecco 7 cibi che hanno scritto la storia del mondo e che hanno cambiato la nostra vita…

 

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1. Il riso

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Se il riso sparisse, l’Asia morirebbe di fame; per le popolazioni dell’India, del Sud-est asiatico e dell’Estremo Oriente, infatti, il riso è come per noi il pane: l’unico cibo che non può mai mancare in tavola.

Pochi sanno che il riso è anche un alimento antichissimo. La sua culla è l’Asia: già diecimila anni fa si consumava riso paddy (risone) e risalirebbero a 12-13mila anni fa le prime coltivazioni di alcune varietà semi-selvatiche lungo le pendici dell’Himalaya.

Tra il VI e il V millennio a.C. la coltivazione del riso è attestata nella valle dello Yang Tze e in altre zone dell’attuale Cina, mentre tra il IV e il III millennio a.C. si espande verso ovest, in India e Pakistan.

Dopo molti millenni, tra il V e il IV secolo a.C., il riso arriva in Mesopotamia e in Persia ed è in queste zone che i soldati macedoni di Alessandro Magno lo assaggiano, lo trovano gradevole e lo portano con sé, una volta a casa.

Così il riso si diffonde prima in Grecia e poi nell’antica Roma, ma per una di quelle bizzarrie della storia, fino al Medioevo nessun europeo lo mangia: nel mondo occidentale, i chicchi di riso che arrivano in grossi sacchi dall’Oriente sono impiegati per usi cosmetici o sotto forma di decotti e tisane per alleviare i bruciori di stomaco e i problemi intestinali.

Per gli europei, insomma, il riso non è un cibo, ma qualcosa a metà tra una spezia e una pianta medicinale, e sebbene gli Arabi lo consumino e ne stimolino la coltivazione anche in Africa, il risotto resta in Occidente un piatto sconosciuto fino a tutto il Rinascimento.

I monaci Benedettini probabilmente coltivavano riso nelle zone paludose a sud- ovest di Vercelli sin dal XIII secolo, ma la prima data certa che abbiamo è il 1475: in quell’anno, Galeazzo Maria Sforza, signore di Milano, invia in regalo 12 sacchi di riso da semina al Duca d’Este, signore di Ferrara.

Si tratta di un dono singolare e prezioso: il riso è coltivato negli acquitrini della pianura Padana e cresce bene grazie alle opere d’irrigazione realizzate da Leonardo da Vinci su ordine di Ludovico “il Moro”, fratello di Galeazzo Sforza.

Quest’ultimo spiega in una lettera destinata all’ambasciatore ferrarese che le sementi, se ben trattate, danno una resa quasi doppia rispetto al frumento: in tempi di carestia e fame, il riso si rivela prezioso.

L’elevata produttività è la chiave di volta che cambia la storia: in un’epoca in cui la carestia è una minaccia costante, il riso diventa importante perché sfama più del grano. Le risaie lombarde si moltiplicano e dalla pianura Padana la coltura si diffonde a ovest, in Piemonte, e a est, verso Verona e Treviso.

Nel Piemonte di Vittorio Amedeo II, primo re di casa Savoia, il nove per cento della pianura è coltivato a riso, ma le risaie stentano a decollare perché mancano le necessarie opere di canalizzazione.

Il vero boom in Piemonte avviene a metà ’800 grazie a Camillo Benso conte di Cavour, all’epoca ministro dell’Agricoltura, che promosse una serie di opere, tra cui la costruzione del canale Cavour, tuttora esistente.

Quest’opera d’irrigazione mette in comunicazione il Po, la Dora Baltea, il Sesia, il Ticino e il Lago Maggiore, creando un’area umida di 400mila ettari, perfetti per le risaie. Grazie a uno dei nostri storici padri della patria noi italiani siamo oggi i primi produttori di riso in Europa.

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2. La patata

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Ogni cultura ha la propria cucina, ma c’è un ingrediente che oltrepassa tutte le frontiere: la patata.

Bollita, fritta o arrosto, piace a tutti e costituisce un alimento primario perché contiene elementi nutrizionali importanti – come fibre, ferro, potassio, vitamine B e C – ed è facile da coltivare.

Quando si diffonde? Secondo alcune testimonianze archeologiche, nelle Ande sudamericane già diecimila anni fa si consumavano patate selvatiche, capaci di crescere sino a 4.900 metri di altitudine; ottomila anni fa, le prime coltivazioni di patate si svilupparono attorno al lago Titicaca, tra Bolivia e Perù, a 3.800 metri di quota.

Le popolazioni precolombiane selezionarono nel tempo nuove varietà: gli Incas la consumavano dopo averla essiccata e ridotta a farina. Gli Spagnoli la scoprirono ai primi del ’500 e ne portarono i semi in patria.

Nel 1565 Filippo II re di Spagna inviò come regalo al papa un sacco di patate che a Roma furono scambiate per tartufi e assaggiate crude, senza sapere che i tuberi sono tossici se non vengono cotti.

Tra Cinque e Seicento, la patata non ebbe molta fortuna in Europa: all’inizio fu considerata una curiosità esotica, poi un cibo adatto solo ai maiali. Il fatto che fosse bitorzoluta e sporca di terra peggiorò le cose: i contadini per decenni furono convinti che facesse venire la lebbra o che fosse «il cibo del diavolo».

Il granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici ricevette in dono dal re di Spagna alcuni sacchi di semi di patate: li fece piantare a Firenze, ma si guardò bene dal mangiare i tuberi... Le frequenti carestie dell’età moderna indussero molti affamati a cibarsi delle patate destinate al bestiame.

Nel 1744, il re di Prussia Federico “il Grande” ordinò che ai contadini ne fossero distribuiti gratuitamente i semi in modo che i tuberi potessero essere coltivati e costituissero un cibo di riserva in caso di cattivo raccolto dei cereali e li inserì nelle mense militari: fu così che la storia cambiò di colpo.

Durante la guerra dei Sette Anni, nel 1757, il farmacista Antoine Parmentier, arruolato nell’esercito francese, fu fatto prigioniero dagli ussari prussiani e finì in campo di prigionia. Qui, fu costretto a mangiar molte patate: le trovò buonissime e, tornato a Parigi, nel 1763, cominciò a studiarle e le promosse.

La moda di mangiar patate si diffuse in tutta Europa e, grazie ai marinai olandesi, portoghesi e inglesi, in tutta l’Asia e in Africa. In Italia le patate comparvero nei mercati nell’800.

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3. Lo zucchero

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In Occidente lo zucchero arriva tardi, in pieno Medioevo: i Greci e i Romani dolcificavano i cibi con il miele, mentre gli orientali coltivavano da millenni una canna da cui estraevano uno sciroppo dolcissimo.

Gli studiosi ritengono che questa coltura sia nata diecimila anni fa da una selezione di erbe selvatiche e che poi, nel VI secolo a.C., sia giunta in India e in Persia dove, per la prima volta, fu ricavato un prodotto raffinato, simile allo zucchero di canna.

I soldati di Alessandro Magno, che vinsero i Persiani nel 331 a.C., portarono in patria la notizia di un “miele che non aveva bisogno di api”, ma l’Occidente continuò a ignorare lo zucchero di canna.

Furono gli Arabi, che lo consumavano già nel VI secolo d.C., a estenderne la coltivazione attorno al Mediterraneo. Nell’XI secolo i mercanti genovesi e veneziani iniziarono a importarne piccole quantità e Federico II di Svevia, re di Sicilia, stimolò sull’isola la coltivazione della canna.

Lo zucchero però restò per secoli una “spezia” preziosa, venduta a caro prezzo come medicina. Solo i ricchi potevano permettersi di utilizzarlo come dolcificante nei cibi e, considerato anche il costo del miele, in Occidente, per secoli, il gusto “dolce” è rimasto un privilegio di pochi.

La storia cambiò dopo la scoperta dell’America. Spagnoli, portoghesi e inglesi crearono piantagioni di canna da zucchero nel Centro e nel Sud America: lo zucchero invase l’Europa e, insieme, nacque però anche il commercio d’uomini dalle coste africane a quelle americane.

A coltivare le piantagioni del Nuovo Mondo, infatti, non bastavano le popolazioni amerindie e fu necessario importare a basso costo dieci milioni di schiavi neri, catturati nell’Africa sub-sahariana. In Europa lo zucchero di canna rimase però un lusso riservato alle classi agiate sino agli inizi dell’800.

Nel 1747, il chimico tedesco Andreas Sigismund Marggraf ricavò per la prima volta del saccarosio da una barbabietola, mentre in seguito un suo allievo, Franz Karl Achard, ideò un processo industriale per ricavare zucchero dalla bieta e creò nel 1802 il primo zuccherificio industriale.

Nel 1806, Napoleone Bonaparte impose l’embargo a tutti i prodotti inglesi, incluso lo zucchero di canna proveniente dalle colonie, e stimolò la coltivazione di bieta e la nascita di zuccherifici in Francia.

Dopo il Congresso di Vienna, nel 1815, le forze politiche conservatrici e le potenze coloniali che avevano vinto Napoleone avrebbero voluto ricreare il primato dello zucchero di canna, ma il declino del sistema schiavistico e il basso costo dello zucchero da barbabietola non resero più possibile tornare al passato.

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4. Pepe e cioccolato

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- Pepe per snob
Ricavato da una pianta tropicale chiamata Piper nigrum, il pepe ha alle spalle una lunga e illustre storia: è stato per millenni la spezia più preziosa e ricercata ed è ancora oggi la più diffusa al mondo.
Già noto nell’antico Egitto (un grano di pepe è stato ritrovato nella mummia di Ramsete II), nella Grecia del V secolo a.C. e a Roma, soprattutto in epoca imperiale, il pepe divenne una sorta di status symbol nel corso del Medioevo e dell’età moderna.
Raro e costoso, al centro di un intenso flusso commerciale che passava per Venezia, poté essere impiegato solo nelle cucine e sulle tavole di aristocratici e corti imperiali.
Per secoli, in Occidente, il pepe fu anche usato come medicinale – diuretico, stimolante dell’appetito e digestivo – come afrodisiaco – secondo una credenza popolare già diffusa nell’antica Roma – e, infine, come conservante, in tempi in cui non si conoscevano né i frigoriferi, né i procedimenti di sterilizzazione col calore.
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- Antico cioccolato
Le prime notizie sul consumo della cioccolata risalgono a tremila anni fa: i primi a produrla dai semi della pianta del cacao (Theobroma cacao) furono gli Olmechi, antica civiltà fiorita sui bassopiani del Messico meridionale dal 1400 al 400 a.C.
In seguito, furono i Maya del periodo classico, che la chiamavano chacauhaa, i Toltechi e infine gli Aztechi, che la battezzarono xocolatl, la consumarono come bevanda fredda e amara e la impiegarono come moneta corrente e merce di scambio.
Attorno al 1527, i semi di cacao arrivarono alla corte spagnola grazie ai conquistadores; nel 1615 Anna d’Austria, infanta di Spagna, andò in sposa al delfino francese, futuro re Luigi XIII, e portò con sé a Parigi la passione per la cioccolata e le cuoche capaci di preparare ad arte questa bevanda, da sorbirsi calda e dolcissima.
La cioccolata si trasformò in una moda di corte e nel 1659 fu rilasciata la prima patente di “cioccolataio del re” a David Chaillou di Tolosa.
Nel 1674, in Inghilterra, fu prodotta la prima barretta di cioccolato solido e nella Francia del ’700 si iniziò la produzione di cioccolato sotto forma di cioccolatini, di cui re Luigi XV era golosissimo.
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5. Pomodoro e pollo

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- Pomodoro: un flop
Le prime piante di pomodori arrivano in Europa dall’America attraverso i galeoni spagnoli che nel Cinquecento le trasportano insieme a mais, patate, cacao, vaniglia, peperoni, tabacco.
Di tutti gli alimenti del Nuovo Mondo, il pomodoro è quello che ottiene il più radicale insuccesso: per tutto il XVI secolo, le piante vengono coltivate in Europa solo per motivi ornamentali perché pochi s’azzardano a consumarne le “bacche” dalle inquietanti sfumature, gialle come l’oro e rosse come il fuoco.
Ancora a metà Seicento, questo “pomo”, chiamato in Francia pomme d’amour e battezzato dal botanico senese Mattioli “pomo d’oro”, è un alimento sconosciuto sulle tavole dei ricchi.
Il primo ricettario in cui compare risale al 1692: Antonio Latini propone d’inserirlo in uno stufato di verdure, ma il suggerimento cade nel vuoto e per tutto il Settecento il suo consumo rimane limitato.
Meno male che nell’Ottocento le cose cominciano a cambiare e, quando Garibaldi entra a Napoli, nel 1860, ovunque in città i maccaronari offrono i “maccarune” conditi con salsa al pomodoro per tre soldi.
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- Pollo democratico
Viene prima l’uovo, la gallina o il pollo? Dal punto di vista della storia alimentare, di sicuro il pollo: la sua carne è la più diffusa nel mondo e oggi la si consuma ovunque perché, a differenza della carne di maiale, vitello o cavallo, non è soggetta a restrizioni alimentari di carattere religioso.
È anche una delle carni dalla storia più antica; addomesticato nel V millennio a.C., nella piana dell’Indo, il pollo compare sulle tavole dell’antico Egitto già attorno al XIV secolo a.C..
In Grecia, polli e galline, detti “uccelli di Persia”, arrivano con i soldati macedoni dopo le campagne di Alessandro Magno. Gli Etruschi apprezzano le uova di gallina e la carne di pollo, sebbene vadano pazzi soprattutto per la carne di maiale (la porchetta aromatizzata è una loro specialità).
Polli, anatre, pernici, lepri e pavoni compaiono sulle mense dell’antica Roma, ma il consumo di carne non è affatto quotidiano: la si mangiava soprattutto nei grandi banchetti o nelle cene durante le feste popolari.
Oggi, la carne di pollo non è ritenuta particolarmente pregiata, ma per secoli, dal Tre al Seicento, è stata un simbolo di benessere e agiatezza.
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