Victoria, la regina innamorata

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Victoria, la regina innamorata BEST5.IT 2018-04-21 05:13:44
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Alle 6 del mattino del 20 giugno 1837 l’arcivescovo di Canterbury e il ciambellano di corte, lord Francis Conyngham, svegliarono la principessa Vittoria per annunciarle che lo zio, re Guglielmo IV, era morto nella notte.

E che quindi lei, in pantofole e camicia da notte, era la nuova regina d’Inghilterra.

Un anno dopo, il 28 giugno 1838, fu incoronata nell’Abbazia di Westminster, indossando una lunga veste rossa bordata di ermellino, una corona costellata di diamanti, rubini e zaffiri, e stringendo in mano lo scettro.

Il suo regno superò ogni record di durata, il suo impero era immenso, ma di lei ricordiamo la cuffietta, l’abito vedovile, la love story con il marito e un certo gossip su un cameriere…

Questa sovrana, che se non è stata la più longeva della storia britannica (Elisabetta II l’ha già superata, con i suoi 89 anni da poco compiuti) di sicuro è quella che ha regnato più a lungo ed è stata più commemorata: a lei sono intitolati laghi, cascate, montagne e musei (il Victoria and Albert di Londra).

Ma chi era veramente Queen Victoria, la regina Vittoria? Scopriamola insieme.

 

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1. Regina a 18 anni e il colpo di fulmine

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  • Regina a 18 anni
    La sua vita somigliò veramente a un kolossal.
    Alessandrina Vittoria, detta “Drina”, venuta al mondo a Kensington il 24 maggio 1819 da Edoardo duca di Kent (1767-1819), quartogenito di re Giorgio III, e dalla bellissima duchessa Vittoria di Sassonia-Coburgo (1786-1861), alla nascita era appena quarta in linea di successione al trono.
    Orfana di padre a otto mesi, morti gli zii, re Giorgio IV e suo fratello il duca di York senza lasciare figli legittimi, a 11 anni, piena di boccoli e appassionata di bambole e cagnolini, fu nominata “erede presunta”.
    E perciò oppressa dalla madre (“la seccatrice più implacabile e perseverante che ci sia”, secondo il deputato Thomas Creevey) che, come scrisse nel suo diario, non la lasciava sola neanche di notte, la faceva seguire da un lacché in livrea, le vietava di scendere le scale senza qualcuno che la tenesse per mano.
    Il prestigio della corona era stato messo a dura prova dalla condotta scandalosa degli ultimi tre monarchi, come ha spiegato bene l’accademico francese Jacques Chastenet: “Il primo, re Giorgio III, soggetto a crisi cicliche di follia, il secondo, re Giorgio IV, un fatuo insopportabile, il terzo, Guglielmo IV, dai modi tanto rozzi che non vi fu mai un sovrano meno rispettato”.
    E che dire degli zii, duchi reali? “La più rara collezione di poveracci che si possa immaginare”.
    Con queste premesse, all’ascesa al trono della giovane principessa, bassina, colorita e rotondetta, sembrò spirare un venticello di aria fresca.
    Tanto più che Vittoria, come annotò lei stessa, entrò nel nuovo ruolo con straordinaria facilità, persino in mezzo a lord e ministri di Stato che avevano 3-4 volte la sua età, “come se fosse sul trono da sei anni, anziché sei giorni”, commentò il diarista Charles Greville.
    Parte del merito spettò al primo ministro lord Melbourne, aristocratico e beffardo leader dei whig, cioè dei liberali, che la addestrò superbamente agli altissimi compiti di regnante d’Inghilterra e governatore supremo della Chiesa anglicana cui era destinata, e per i quali l’educazione ricevuta dalla sua tata, la baronessa Lehzen, un’infarinatura di storia e geografia, ballo, inglese e francese, era carente. Basti sapere che fino a tre anni Vittoria parlava solo tedesco.
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  • Colpo di fulmine
    A sua volta, il nuovo mentore fu gradualmente sostituito da un’altra figura maschile, addirittura abbagliante: Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, cugino di primo grado della giovane Vittoria, che per lui cadde letteralmente in estasi (“è bello... ha grandi occhi azzurri... naso delizioso... linea mirabile, larga in spalle e sottile in vita”, scriverà sul diario nell’ottobre 1839) tanto da chiedergli apertamente di sposarla.
    Cosa che fece quattro mesi dopo, il 10 febbraio 1840, nella cappella reale del palazzo di Saint James, cerimonia seguita dal banchetto di nozze a Buckingham palace, con torta da 150 kg decorata da cupidi e cuoricini di raso.
    La coppia partì subito dopo per un viaggio di nozze lampo nel Castello di Windsor: Alberto al galoppo, pallido e in uniforme tra due ali di folla esultante, e la regina al seguito in carrozza, raggiante nel suo vestito argentato trapunto di piume di raso.

2. Un terreno fertile e austerità a corte

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  • Un terreno fertile
    Pochi giorni dopo il ritorno, la nausea premonitrice annunciò la nascita della principessa reale Vittoria, Vicky, il 21 novembre successivo.
    Nuovamente incinta dopo soli tre mesi, la regina diede alla luce nel 1841 l’agognato erede maschio, Alberto Edoardo, Bertie, futuro re Edoardo VII, cui seguirono, al ritmo iniziale di uno ogni 12-16 mesi: la timida Alice, detta Alix, lo schivo Alfredo, la flemmatica Elena, e ancora Luisa, Arturo e gli ultimogeniti – nati con il parto indolore (grazie a un fazzoletto imbevuto di cloroformio premuto sul naso, ribattezzato l’“anestesia della Regina”) – Leopoldo, in seguito scopertosi malato di emofilia (Vittoria ne era portatrice sana), e Beatrice, Baby, la figlia prediletta, nel 1857.

 

  • Austerità a corte
    Il matrimonio fu, evidentemente, felice e fecondo, nonostante la coppia reale avesse gusti diametralmente opposti.
    Alberto, spiega la scrittrice Carolly Erickson, era stato educato ai principi del luteranesimo, non beveva e non fumava, al fucile da caccia preferiva il pianoforte e alle dieci di sera già sonnecchiava sul divano.
    Vittoria, gaia, ma dal piglio autoritario, petulante per natura, adorava viaggiare e ballare tutta la notte.
    Comunque sposò in pieno la serietà del marito, trasformando la corte in un modello di rispettabilità e decoro per far dimenticare gli scandali passati. Introdusse una rigida etichetta anche nella residenza secondaria di Windsor, pretendendo il profondo inchino da parte delle dame, imponendo il colore delle piume nelle acconciature femminili e persino quello degli abiti maschili.
    Il principe consorte fu nominato tale solo nel 1857: inizialmente accolto con diffidenza (“È tedesco”, fu il lapidario giudizio di molti sudditi) non rimase con le mani in mano ideando l’Esposizione universale del 1851, che si tenne nel Crystal palace di Hyde Park, una struttura lunga 650 metri e larga 225, con 76 mila metri quadrati di spazi espositivi, visitati in sei mesi da 6 milioni di persone.
    Un grande evento che pose la Gran Bretagna alla testa del progresso tecnologico mondiale.
    Alberto rimise in ordine i conti della casa reale, abolendo sprechi e inefficienze, e nonostante le simpatie tory (conservatrici) divenne il più fidato consigliere della regina, influenzandola sia in politica interna che sul fronte della politica estera.

3. Inconsolabile

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La prova evidente della simbiosi in cui viveva la coppia reale fu la morte improvvisa del quarantaduenne Alberto, il 14 dicembre 1861, causata da febbre tifoide, inizialmente scambiata per influenza (“Non c’è ragione di preoccuparsi”, disse il medico sir James Clark).

Evento che fece precipitare la consorte nel buco nero della depressione: “Non muovevo un dito, non mettevo una cuffia o una gonna senza la sua approvazione”, scriverà alla figlia.

Vittoria si ritirò in un volontario esilio dalla vita pubblica e scelse di indossare il lutto per il resto della vita.

«Il culto funebre per il principe consorte», spiega lo storico francese Roland Marx, docente alla Sorbona e autore di un saggio sulla regina, «sfiorò la morbosità: per quasi quarant’anni la vedova ordinò che gli appartamenti del principe, rimasti immutati, fossero riordinati, gli abiti spazzolati ogni giorno, acqua fresca versata ogni mattina nel suo lavandino».

La residenza scozzese di Balmoral, acquistata dal principe Alberto nel 1852, venne disseminata di obelischi, piramidi, cenotafi, statue e sedili di granito dedicati al “caro angelo, il più amato degli esseri viventi”.

In campagna la regina coltivava le sue passioni: il piccolo ricamo, i cani, la botanica e l’ornitologia.

Il suo esilio volontario venne però accolto con sfavore crescente, resuscitò ondate anti-monarchiche (dal 1840 al 1882 la regina Vittoria fu oggetto di sette attentati) e alimentò nuove maldicenze sul rapporto della sovrana con il suo attendente, il cameriere scozzese John Brown, più giovane di sette anni, onnipresente, attento e premuroso nel suo kilt con il tartan degli Stuart.

Lo aveva scelto lo stesso Alberto nei giorni felici di Balmoral, la regina lo nominò addirittura lord. Le rimase al fianco fino alla morte improvvisa, all’età di 57 anni.

Come conferma lo storico Roland Marx, si sparse la voce di un loro matrimonio segreto, si ipotizzò addirittura che il vero motivo della volontaria reclusione di Vittoria fosse una gravidanza.

All’inizio del suo regno era stata chiamata ironicamente “signora Melbourne” per l’ascendente che il primo ministro aveva esercitato su di lei, così adesso passava per “signora Brown”.

4. Dall'ironia al trionfo e l’epilogo

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  • Dall'ironia al trionfo
    Fu solo nei primi Anni ’70 che Vittoria riapparve gradualmente sulla scena pubblica, guadagnando in popolarità.
    Il motivo scatenante fu la vittoria elettorale del galante premier conservatore Benjamin Disraeli (eletto nel 1868 e di nuovo nel 1874) che, contrariamente al rivale politico William Gladstone, le suscitava immensa fiducia.
    La politica inglese in quegli anni cambiò: dopo il ruolo pacifista svolto dalla Corona nei decenni precedenti, salva la partecipazione alla guerra di Crimea (1853-56), dal 1870 la regina sposò in pieno la politica imperialista, e il suo volto, trasfigurato da capelli bianchi, guance cascanti, occhi slavati, diventò l’immagine della grandiosità dell’Impero britannico.
    Nel 1840 era finita sul primo francobollo della Storia, il famoso e raro Penny Black, ora fu ritratta su piatti, tazze, monete e scatole di tè.
    Nell’immaginario collettivo la regina, imparentata con quasi tutte le famiglie regnanti europee, divenne la “madre bianca” e la “nonna d’Europa”.
    Furono avvolte nel trionfo e nell’adorazione le sue “nozze d’oro” con il regno (il giubileo del 21 giugno 1887) e quelle di diamante (giubileo del 22 giugno 1897), vissute su una sedia a rotelle per i postumi di una caduta, tra teste coronate, truppe coloniali e oceani di folla a cantare in coro, spontaneamente, l’inno britannico Dio salvi la regina (composto nel 1745 per re Giorgio II e per lei cambiato dalla versione maschile God save the king).
    Di fatto, la regina si occupava più degli affari domestici delle sue dame – con inchieste penetranti su cameriere e cuoche – che di foreign affairs.
    Vivo Alberto “Vittoria fu in sostanza un semplice accessorio”, scriveva Lytton Strachey, biografo della sovrana. Poi lasciò carta bianca ai suoi primi ministri.
    Durante il lutto “le redini del potere caddero inevitabilmente nel pugno vigoroso di Mr. Gladstone, di lord Beaconsfield e di lord Salisbury. [...]
    Alla fine del suo regno, la Corona era meno potente di quanto fosse mai stata in qualsiasi altro periodo della storia inglese”.
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  • L’epilogo
    La sovrana uscì di scena pochi anni dopo: esalò l’ultimo respiro il 22 gennaio 1901, nella tenuta di Osborne, sull’Isola di Wight, dove passava sempre il Natale.
    Per aiutare i sudditi a elaborare il lutto lasciò istruzioni precise sulle sue esequie: tra le altre, l’abito bianco che avrebbe indossato, il velo da sposa, nella mano destra un cappello del principe Alberto e, nella sinistra, un mazzolino di fiori a nascondere la foto e una ciocca di capelli di John Brown.
    Diresse persino la regia del suo corteo funebre, con il feretro su un affusto di cannone, trasportato prima sullo yacht reale Albert, poi in treno fino alla stazione Victoria, quindi per le strade di Londra in un sontuoso corteo aperto dal figlio Edoardo VII (un gaudente che lei aveva sempre disprezzato, considerandolo frivolo e irresponsabile).
    Gran finale al Castello di Windsor, dentro il mausoleo reale di Frogmore, nella tomba al fianco di Albert. Anni prima vi aveva fatto incidere la frase: “Addio mio amato, qui, finalmente riposerò con te”.

5. Costumi vittoriani e arrivano i Windsor

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  • Costumi vittoriani
    Noto come “epoca vittoriana”, il regno della regina Vittoria cambiò faccia all’Inghilterra trasformando l’agricola e aristocratica Old merry England in una potenza industriale, con un ceto borghese e una popolazione in crescita (dal 1800 al 1851 passò da 9 a 21 milioni di abitanti).
    Quest’epoca ebbe anche un altro tratto distintivo: una fenomenale ondata di puritanesimo e rigore morale che nascondeva molta ipocrisia, come ha spiegato la biografa inglese Carolly Erickson:
    «Da una parte si coprivano le gambe dei tavoli e dei pianoforti, perché ricordavano quelle delle mogli, i vestiti non lasciavano scoperto nessun lembo di pelle, l’Economist non parlava di pubblica igiene per evitare termini sconvenienti e l’Accademia reale di pittura vietava agli allievi non sposati i nudi femminili».
    Dall’altra, «il borghese che di giorno passeggiava per la City e frequentava i club esclusivi, di notte sfogava nell’East End i più bassi istinti. Donne nude si esibivano sui palcoscenici dei locali notturni, o battevano il marciapiede nei parchi pubblici a prezzi bassissimi».
    Lo scenario ideale per le scorribande sanguinarie di Jack lo Squartatore, che nel 1888 fece cinque vittime.

 

  • Arrivano i Windsor
    Non tutti sanno che il nome dell’attuale casa reale inglese in origine era un altro: Sassonia-Coburgo-Gotha.
    Il cambiamento si deve al forte sentimento anti-tedesco sorto durante la Prima guerra mondiale, che raggiunse il suo apice nel 1917, quando un aereo Gotha G.IV bombardò Londra.
    Per far dimenticare ai sudditi britannici la parentela tra le dinastie tedesca e inglese, re Giorgio V, figlio di Edoardo VII e nipote della regina Vittoria, prese la decisione di assumere il cognome inglese Windsor in sostituzione di Sassonia-Coburgo-Gotha, ramo minore della millenaria casata sassone dei Wettin.
    Suscitando con questo l’ironia del cugino, il kaiser Guglielmo, che propose di ribattezzare una nota commedia shakespeariana Le allegre comari di Sassonia-Coburgo-Gotha (anziché di Windsor).
    In quel frangente anche la famiglia Battenberg, dalla quale discende Filippo, duca di Edimburgo e marito dell’attuale sovrana (nato principe di Grecia, nipote del re di Grecia), cambiò nome in Mountbatten (la parola tedesca berg e quella inglese mount significano entrambe “monte”).
    Nel 1960 Elisabetta II (cugina di terzo grado del suo stesso consorte, essendo entrambi discendenti di Cristiano IX di Danimarca e pronipoti di Vittoria) ha confermato per sé e per i propri figli il cognome Windsor.
    Ma in omaggio al marito ha scelto il cognome Mountbatten-Windsor per gli altri discendenti maschi, salvo le altezze reali.



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