Veleni: i più discreti e micidiali killer della storia

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Veleni: i più discreti e micidiali killer della storia BEST5.IT 2019-12-13 20:39:41
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Colpiscono infidi, talvolta senza lasciare tracce. Sono i veleni, i killer più discreti e micidiali usati fin dall’antichità per risolvere conflitti dinastici, mettere a tacere nemici o eliminare rivali.

«Tutto è veleno e nulla esiste senza veleno», osservò nel Cinquecento il medico e alchimista svizzero Paracelso, «solo la dose fa in modo che non faccia effetto».

Tutto sta, dunque, nel conoscere le sostanze giuste e nel ricavarne il dosaggio opportuno.

Si può affermare che ogni epoca ha avuto il suo veleno: i primi erano di origine vegetale e animale, poi sono divenuti più sofisticati con gli sviluppi dell’alchimia e la nascita della chimica, infine minerali.

Nell’Ottocento si diffuse l’arsenico, mentre il cianuro (il “veleno blu”) ossia il veleno che ha mietuto più vittime nella storia, è stato il veleno del XX secolo.

Odora di mandorle amare perché rilascia nell’aria acido cianidrico, lo stesso contenuto in questi frutti. Il suo nome deriva dal greco cyanos che indica il colore blu.

Uccide legandosi al ferro dell’emoglobina e bloccando l’assunzione di ossigeno da parte del sangue: provoca il soffocamento facendo diventare, appunto, cianotici, fino alla morte che sopraggiunge per anossia cerebrale.

In tutte le epoche e in tutte le civiltà i veleni sono serviti a eliminare rivali, risolvere conflitti di potere e mettere a tacere i nemici: le prime sostanze tossiche erano di origine vegetale o animale, poi con l’avvento della chimica sono diventate sintetiche. E più sofisticate, efficaci, invisibili.

Facciamo un tuffo nel passato e scopriamo insieme l’evoluzione dei veleni: i più discreti, affidabili e micidiali killer della storia.

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1. Dalla preistoria all’età classica

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Le prime tracce dell’utilizzo del veleno risalgono alla preistoria.

Alla fine del Paleolitico, 10.000 anni fa, per cacciare si usavano frecce con la punta avvelenata da stricnoidi.

Il termine “tossico” deriva dal greco toxicon, che significa proprio “freccia avvelenata”. Ancora oggi i popoli dell’Amazzonia cacciano con frecce al curaro, che estraggono da varie piante.

Tale veleno uccide al contatto perché paralizza i muscoli fra cui quelli respiratori, mentre è innocuo se assunto per via orale: pertanto, la carne della preda colpita può essere mangiata senza problemi.

Anche i popoli europei per cacciare si servivano prevalentemente di sostanze venefiche di origine vegetale, come l’elleboro bianco usato dai Galli o il Ficus toxicaria dai Celti. Fin dal 1500 a.C. fecero la loro comparsa le “armi biologiche”, a opera degli Ittiti.

Questo popolo di guerrieri indeboliva gli avversari inviando capi di bestiame affetti da tularemia, un’infezione batterica che debilita gravemente chi ne viene colpito, oppure vendendo segale contaminata da un fungo (Claviceps purpurea), che provoca una malattia detta ergotismo.

Altra pratica usata dai Greci e poi ripresa da altri popoli era quella di avvelenare i pozzi del nemico, gettandovi cadaveri o veleni vegetali come elleboro, aconito, belladonna, assenzio e cicuta. Fu ingerendo cicuta che morì il filosofo Socrate.

Per evitare di cadere avvelenato, il re del Ponto Mitridate VI (132-63 a.C.) ingeriva un po’ di veleno ogni giorno, così da assuefare il suo corpo: tale pratica prese il nome di mitridatismo.

Nel frattempo furono scoperti e usati anche i veleni animali come cantaridina (derivato da un insetto), sangue fermentato di toro e polveri ricavate da crostacei e salamandre.

I marinai del condottiero cartaginese Annibale gettavano pentole piene di serpenti velenosi sulle navi nemiche, mentre nel II secolo d.C. gli abitanti della città di Hatra, oggi in Iraq, si vendicarono dei Romani che l’avevano attaccata liberando scorpioni da vasi di terracotta.

L’ultima regina d’Egitto, Cleopatra, scelse il siero di vipera per togliersi la vita, facendosi mordere da un aspide. Il veleno divenne poi una delle armi nelle lotte di potere a Roma.

L’imperatore Claudio (10 a.C.- 54 d.C.) fu avvelenato con funghi tossici dalla moglie Agrippina; stessa sorte toccò a suo figlio Britannico, tolto di mezzo all’età di 14 anni da Nerone.

Un altro imperatore, Commodo (II secolo d.C.), cadde vittima di una cospirazione che aveva coinvolto la sua concubina, Marcia: questa gli avvelenò il vino in un banchetto, ma Commodo sopravvisse. I congiurati assoldarono allora un sicario fra i gladiatori e stavolta lo eliminarono.

Nella foto sotto, Socrate. Nel 399 a.C. il filosofo ateniese fu condannato a bere la velenosissima cicuta dai cittadini ateniesi che lo accusavano di eresia e di corrompere i giovani.

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2. Dal Medioevo al Rinascimento

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I veleni “condiscono” molte vicende all’ombra dei castelli e dei palazzi delle corti medievali a cominciare dalla singolare vicenda della regina longobarda Rosmunda (VI secolo).

Andò in sposa a re Alboino che aveva ucciso suo padre, il re dei Gepidi Cunimondo e la costrinse a bere vino da una coppa ricavata dal suo teschio.

La regina si vendicò facendolo uccidere dall’amante, Elmichi. Fuggita insieme a lui in territorio bizantino, tentò di eliminarlo con un bicchiere di vino avvelenato, ma scelse una sostanza dall’effetto ritardato: così Elmichi poté farle fare la sua stessa fine.

A Venezia, il Consiglio dei Dieci, cui era affidata la sicurezza della Repubblica dal XIV al XVIII secolo, teneva regolare contabilità sui compensi ai sicari incaricati di avvelenare i suoi nemici. Chiamati di solito da altri Paesi, essi giuravano in riunioni segrete ma puntualmente riportate in un registro.

I progressi dell’alchimia e della chimica offrirono nuove applicazioni nell’arte del veneficio: l’inizio dell’Età moderna (che in genere è considerato cadere nel 1492 con la scoperta dell’America) coincise con l’introduzione dei veleni minerali, come l’arsenico.

Esso conduce alla morte anche se somministrato più volte in piccole dosi, senza mostrare chiari segni di avvelenamento nelle vittime. Molte potenti famiglie della nostra penisola ne fecero il loro alleato.

Su tutti i Borgia, il cui marchio di fabbrica era la cantarella, una polvere bianca ricavata dalle urine o dalle viscere di maiale unite al veleno: una volta essiccata, non alterava il sapore della bevanda contaminata, ma spediva dritti all’altro mondo in 24 ore, dopo atroci sofferenze.

L’intruglio era noto anche come “acquetta di Perugia”. Papa Alessandro VI (1431-1503) e il figlio Cesare (1475-1507) erano soliti invitare a cena vescovi e cardinali e servirli con vino così “corretto” al fine di appropriarsi delle loro ricchezze.

Come ha osservato lo scrittore britannico Max Beerbohm, «nel XV secolo capitava spesso di sentire uno snob romano dire “stasera sarò a cena dai Borgia”, ma nessuno dire “ieri sera ho cenato dai Borgia”».

Per allontanare da sé ogni sospetto, Lucrezia Borgia (1480-1519), altra figlia di papa Alessandro, nascondeva in un anello un preparato a base di funghi velenosi (Cortinarius orellanus) che hanno un effetto ritardato anche di alcune settimane, facendo risultare difficile collegare il decesso alla sua causa.

Nella foto sotto, la morte di Cleopatra. Secondo la tradizione la regina egizia si sarebbe data la morte facendosi mordere da un aspide; alcuni storici sono invece del parere che abbia ingerito del veleno o sia stata morsa da un cobra.

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3. Tante morti sospette

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Con simili metodi in circolazione divenne spontaneo pensare che dietro ogni morte improvvisa di un potente ci fosse la mano di un avvelenatore.

Fu così, fra gli altri, per papa Benedetto XI (1240-1304), morto dopo soli 8 mesi di pontificato e, quasi cinque secoli dopo, per Clemente XIV (1705-1774), noto per aver sciolto la Compagnia di Gesù.

In realtà, pare che il primo fosse morto di indigestione; quanto a papa Clemente, morto per lo scorbuto, le voci su un possibile avvelenamento si diffusero dopo che la salma era già in avanzato stato di decomposizione quando fu sottoposta ad autopsia.

Nel caso del re di Napoli, Ladislao I, vissuto tra XIV e XV secolo e noto per la sfrenata vita sessuale, corse addirittura voce che i fiorentini l’avessero eliminato avvelenando l’organo genitale di una delle sue tante amanti.

Sempre a Napoli, l’alchimista Giambattista Della Porta (1535-1615) ricavò una miscela letale unendo aconito, arsenico, calce viva, vetro filato, mandorle amare e miele.

Invece l’“acqua tofana”, dal nome della cortigiana di Filippo IV di Spagna Giulia Tofana (morta nel 1659), si otteneva bollendo anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio: il risultato era un veleno incolore, inodore e insapore, che procurava una morte priva di sintomi.

La Tofana ne vendette centinaia di dosi a mogli infelici, che trovarono così il modo di sbarazzarsi dei consorti e godere delle loro rendite, fino a quando una delle vittime scampò e la denunciò.

La Tofana fu giustiziata con la figlia, sua complice, e altre numerose clienti. Per non correre rischi, nelle corti tornarono a diffondersi gli assaggiatori, già usati nell’antichità.

Allora gli avvelenatori concepirono altri metodi: come la “camicia all’italiana”, ovvero la pratica di strofinare con sapone all’arsenico un indumento a contatto con la pelle; poiché all’epoca non ci si cambiava d’abito per molti giorni di fila, la penetrazione del veleno nel corpo era assicurata.

Grande risonanza ebbe il “processo dei veleni” sotto il re Sole, cioè Luigi XIV (1638-1715), che coinvolse la sua amante preferita, Françoise de Rochechouart, marchesa di Montespan, che gli aveva dato sette figli.

La Montespan fu accusata di complicità con Catherine Monvoisin, una strega nota come “la Voisin” che dispensava filtri d’amore letali, utili alle nobildonne francesi per conquistare ricchi partiti e disfarsene.

La Voisin finì sul rogo e con lei furono condannate a morte 36 persone, ma non la Montespan, che fu salvata dall’intervento del re.

 

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4. In guerra nel XX secolo

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In guerra, molti assedi si risolsero con l’avvelenamento dei pozzi degli assedianti o con quello delle città assediate.

Si lanciavano cadaveri o grandi quantità di sterco, o ancora vestiti e coperte infettate.

Nel primo conflitto mondiale fecero la loro comparsa i gas tossici, usati da tutti gli eserciti su ogni fronte. Tuttavia, risultò difficile lanciarli in maniera efficace contro il nemico e impedire che investissero gli stessi soldati che li avevano gettati.

Anche se non li utilizzarono nella Seconda Guerra mondiale, i Paesi belligeranti proseguirono le ricerche nel settore, in barba alle convenzioni internazionali.

Per studiare gli effetti dell’antrace, un batterio capace di portare alla morte in una settimana, gli scienziati britannici nel 1942 ne contaminarono una piccola isola della Scozia, Gruinard, azzerando ogni forma di vita animale. L’isola rimase in quarantena fino al 1990.

Tristemente noto è l’impiego di gas letali nei campi di sterminio nazisti. Lo Zyklon B era una forma cristallizzata di cianuro di idrogeno, già usata come insetticida. Chiunque vi fosse esposto in un ambiente chiuso era destinato a morire entro 20 minuti.

Per un paradosso, fu con lo stesso veleno che i gerarchi nazisti si tolsero la vita per sottrarsi alla cattura e ai processi alla fine della guerra. Lo stesso Hitler lo usò per uccidere prima il suo cane Blondi e poi la moglie Eva Braun, mentre non si sa con certezza se lo ingerì anche lui prima di spararsi.

Si suicidò col cianuro, fra gli altri, il ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, dopo averne fatto ingerire una fiala ai suoi sei figli e alla moglie (nella foto piccola in alto a sinistra, l’attore Ulrich Tukur nel film del 2002 Amen. Racconta l’uso del cianuro di idrogeno Zyklon B nelle camere a gas per sterminare gli ebrei).

Sempre con il cianuro furono eseguite alcune esecuzioni capitali negli USA. Sciogliendo nel caffè una dose avuta chissà come, il faccendiere italiano Michele Sindona si tolse la vita in carcere, nel 1986.

Più di trent’anni prima fu invece con un veleno per topi, la stricnina, versato sempre nel caffè, che finì di vivere il bandito Gaspare Pisciotta. Fra i piani più o meno fantasiosi con cui la CIA cercò di eliminare Fidel Castro ve n’era uno che prevedeva di recapitargli una scatola di sigari impregnati di botulino, letale tossina alimentare.

Gli “007” americani pensarono anche di contaminare il suo autorespiratore subacqueo con bacilli della tubercolosi o le sue scarpe con sali di tallio, un elemento chimico altamente tossico.

Molto più semplici ed efficaci, a danno degli americani, si rivelarono alcune delle trappole usate dai Viet Cong nella guerra del Vietnam: canne di bambù o di metallo appuntite, poste sul fondo di buche o lungo i sentieri della giungla, ricoperte di veleno e di feci, così da causare gravi infezioni.

Infine ci sono il gas nervino (RS)- 2-(fluoro-metil fosforil)ossipropano, meglio noto come sarin, che nel 1995 fece 12 vittime nell’attentato alla metropolitana di Tokyo, e le lettere all’antrace che nel 2001 uccisero 5 persone negli USA, scatenando una psicosi collettiva a pochi giorni dall’11 settembre.

 

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5. Napoleone e molti dissidenti dell'Est

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- Ancora non si sa come morì Napoleone

Da quasi due secoli un autentico giallo avvolge la fine di uno dei massimi protagonisti della storia: Napoleone Bonaparte.
A tutt’oggi non è certa la causa della morte che lo colse durante l’esilio sull’isola di Sant’Elena il 5 maggio 1821.
L’autopsia eseguita l’indomani attribuì il decesso a un’ulcera dello stomaco, ma da subito si sospettò che qualcuno avesse “affrettato” la dipartita dell’ex imperatore, allora 51enne, nel timore di un altro suo ritorno, dopo quello dall’esilio all’Elba.
A ucciderlo potrebbero essere stati i suoi eterni rivali inglesi o i monarchici francesi. Una ipotesi logica, credibile e avvalorata dalle tracce di arsenico trovate nei capelli dell’imperatore.
Rimane però il dubbio che la sostanza fosse presente negli incerti approvvigionamenti idrici della sperduta isola atlantica.
Una teoria più suggestiva attribuisce la mano omicida a Carlo Tristano, conte di Montholon, che si occupava della cantina e dei pasti di Napoleone a Sant’Elena.
Pare che l’ex imperatore francese ne avesse sedotta la moglie e avuta una figlia: il conte potrebbe essersi vendicato avvelenandolo. E Napoleone l’aveva pure nominato suo erede...
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- Molti dissidenti dell’Est finirono avvelenati

Particolarmente originali ed efficaci si sono dimostrati i metodi a cui i servizi segreti dei Paesi dell’Est hanno fatto ricorso, prima e dopo la Guerra Fredda, per condurre alla tomba gli oppositori politici riparati in Paesi stranieri.
Il dissidente bulgaro Georgi Markov fu assassinato a Londra nel 1978 da un uomo che gli sparò da distanza ravvicinata con un ombrello opportunamente modificato. La pallottola conteneva ricina, una tossina vegetale capace di causare la morte delle cellule.
Un altro dissidente, l’ex agente segreto russo Alexander Litvinenko, morì sempre a Londra nel 2006 dopo aver ingerito in un sushi bar cibo infetto da una sostanza radioattiva, un isotopo del polonio.
Sempre nel cibo sarebbe stata inserita la diossina che provocò l’avvelenamento, ma non la morte, dell’ex presidente ucraino Viktor Jušcenko, bersaglio di un complotto ordito con lo scopo di eliminarlo dalla scena politica.

 

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